MOSTRE / A Torino 7000 anni di capolavori dall’Oriente [#GALLERY]

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Figurina femminile su placchetta Iran centro-meridionale (Khuzistan/Elam), metà del II millennio a.C. Ceramica camoscio, ingobbiatura rosata h. 13,5 cm; l. 5,5 cm inv. 6515

TORINO – Apre domani al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino la grande mostra “Orienti.  7000 anni di arte asiatica dal Museo delle Civiltà di Roma”. In esposizione fino al 26 agosto ci saranno circa 180 opere della ricchissima collezione romana, opere tra le più significative dell’ex Museo Nazionale d’Arte Orientale che, dopo questa mostra temporanea, approderanno finalmente alla nuova sede dell’EUR. La rassegna torinese, come uno scrigno che si apre ai visitatori, metterà in luce l’arte di epoche e regioni poco rappresentate nel museo torinese, eccellenze della produzione artistica asiatica lungo sette millenni di storia, a partire dalla fine del VI millennio a.C.

ROMA, L’ORIENTE E IL MEDITERRANEO – Il progetto di mostra si sviluppa attraverso due filoni narrativi che nell’allestimento correranno paralleli. Il primo riguarda la storia del Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma e delle collezioni che nel corso della lunga storia del museo sono entrate a farne parte. In ogni sezione il pubblico ripercorrendo la storia delle collezioni entrerà a far parte del museo attraverso campagne di scavo italiane in Asia, accordi internazionali o donazioni di importanti collezioni private.

Il secondo filone riguarda le diverse aree culturali e tradizioni artistiche presentate in mostra, quali il Vicino e Medio Oriente antico, l’arte sudarabica, l’arte regale degli Achemenidi, dei Parti e dei Sasanidi, l’arte islamica ghaznavide e quella dell’area persiana, per finire con l’Asia meridionale e l’Asia orientale. Il visitatore potrà apprezzare esempi straordinari che illustrano la Protostoria, l’Età del Ferro, l’arte sudarabica, delle culture imperiali iraniche, l’arte buddhista del Gandhāra, la tradizione religiosa dell’Induismo e del Jainismo. Miniature indiane e bronzi tibetani, statuine cinesi e dipinti giapponesi si susseguiranno nelle sale della mostra.

INTENSI CAPOLAVORI – Tra le opere esposte una testa funebre in alabastro del I secolo a.C. – I secolo d.C. proveniente dallo Yemen. Si tratta di una categoria di manufatti che fino alla metà del secolo scorso sebbene già musealizzati erano ancora avulsi dal loro contesto e la cui giusta collocazione è stata identificata a partire della missione del 1947 di Ahmed Fakhry. Tuttavia solo gli scavi della Missione Archeologica Tedesca a Mārib, alla fine degli anni Novanta, hanno scoperto per la prima volta che queste teste erano posizionate su stele e non collocate all’interno di templi, come erroneamente ritenuto fino a quel momento.

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Testa funebre Yemen, I secolo a.C.- I secolo d.C. Alabastro h. 21,5; l. 13,5 cm inv. 12996

E ancora, si potrà godere della raffinatezza di un piccolo calice con serbatoio conico scanalato con terminazione a testa taurina in argento sbalzato proveniente da Qasr-e Shirin, Iran occidentale, del periodo achemenide, IV secolo a.C. Oggetti in metallo pregiato con terminazione zoomorfa erano impiegati nelle cerimonie e nei banchetti regali e la valenza rituale di questo tipo di manufatto è confermata dai testi, come dal cerimoniale di corte assiro. Il serbatoio conico fortemente rastremato con testa d’animale definisce la rarità di attestazione e l’originalità del modello.

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Calice con serbatoio conico scanalato e terminazione a testa taurina Qasr-e Shirin (Iran occidentale), periodo achemenide, IV secolo a.C. Argento, sbalzo, incisione h. 13,4 cm; d. max 7 cm inv. 5846

Sempre iraniani, ma del periodo sasanide, VI-VII secolo d.C., sono una serie di elementi di cintura: puntale, fibbia con ardiglione e placca, placche e pendenti in oro, manufatto realizzato unendo diverse tecniche come fusione, granulazione, battitura e incisione. L’arte dei Sasanidi ha svolto un ruolo fondamentale nella trasmissione al mondo tardoantico e medievale della più autentica eredità culturale e spirituale dell’Oriente antico, dell’Occidente ellenistico-romano e dell’Eurasia. Nel tardo periodo, con l’intensificarsi dei contatti commerciali e politici, si accentuò un particolare processo di globalizzazione artistica a forte connotazione iranica, che spiega l’originalità e la peculiarità formale e decorativa di alcuni modelli.

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Elementi di cintura (n. 33): puntale, fibbia con ardiglione e placca, placche e pendenti
Iran, periodo sasanide, VI-VII sec. d.C. Oro, fusione, granulazione, battitura, incisione
g. 371 inv. 1978.2157

Dall’India, dal Rajasthan del XVIII secolo, arriva l’acquerello opaco su carta raffigurante un diagramma cosmologico di ambito jainista. La dottrina jaina non prevede un dio creatore e ordinatore, considera l’universo non una forma illusoria ma una realtà regolata da proprie leggi, che esiste da sempre e sempre esisterà. La complessa cosmologia che ne deriva, caratterizzata dall’utilizzo dell’astronomia e della matematica e basata sulla teoria del karman, porta alla realizzazione di immagini per la meditazione sul rapporto tra il microcosmo e il macrocosmo e a manoscritti geografico-cosmologici sul mondo degli uomini denominati Kṣetrasamāsa.

 

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Diagramma cosmologico India, Rajasthan, XVIII secolo Acquerello opaco su carta h. 25,5 cm; l. 28,8 cm inv. 21743 – Donazione Mutti

Dalla Cina settentrionale del II millennio a.C. (cultura Qijia o dinastia Shang) arriva invece un elemento decorativo o amuleto in giada. La giada, già importante per queste culture, nelle dinastie successive fu assunta tra i più alti simboli di nobiltà e di ricchezza dell’aristocrazia e la Scuola daoista ne esaltò le proprietà taumaturgiche.

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Elemento decorativo o amuleto Cina settentrionale, II millennio a.C. (cultura Qijia o dinastia Shang) Giada (nefrite) h. 6,5 cm; l. 4,85 cm inv. 5304 – Donazione Manlio Fiacchi e Antonia Gisondi 1970

 

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INFORMAZIONI

Orienti. 7000 anni di arte asiatica dal Museo delle Civiltà di Roma
Torino, MAO – MUSEO D’ARTE ORIENTALE
Via San Domenico 9/11
dal 19 aprile al 26 agosto 2018
Orari: mar-ven h 10 -18; sab-dom h 11 – 19; chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima
www.maotorino.it

 

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Carlo Magno va alla guerra: a Torino in mostra il Medioevo cavalleresco

TORINO – La mostra Carlo Magno va alla guerra, allestita nella Corte Medievale di Palazzo Madama, a Torino,  dal 29 marzo al 16 luglio 2018, presenta per la prima volta in Italia il rarissimo ciclo di pitture medievali del Castello di Cruet (Val d’Isère, Francia), una testimonianza unica della pittura del Trecento in Savoia.

 

Dopo una prima tappa a Ginevra nel 2017, l’esposizione giunge con importanti novità a Torino grazie alla collaborazione tra il Museo Civico d’Arte Antica di Torino e il Musée Savoisien di Chambery, nell’ambito delle iniziative della Rete internazionale di musei appartenenti ai territori originariamente parte del ducato di Savoia.

 

A Torino la mostra, grazie alla curatela di Simonetta Castronovo, conservatore di Palazzo Madama, rivolge particolare attenzione allarredo e alla vita di corte nei castelli di Piemonte e Valle d’Aosta nel 1300, con opere provenienti da Torino, Moncalieri, Montaldo di Mondovì (Cuneo), San Vittoria d’Alba (Cuneo) e Quart (Aosta).

 

Le pitture murali provengono dal castello di Cruet, proprietà dei signori de la Rive, vassalli di Amedeo V di Savoia (1285-1323). Lunghe complessivamente oltre 40 metri, sono state staccate dalle pareti della dimora savoiarda nel 1985 per ragioni conservative e, dopo un restauro concluso nel 1988, sono da allora esposte presso il Musée Savoisien di Chambery.

 

Il ciclo rappresenta episodi tratti da una celebre chanson de geste, il Girart de Vienne di Bertrand de Bar-sur-Aube, composta nel 1180 e dedicata alle vicende di un cavaliere della corte di Carlo Magno. Raffigura pertanto scene di caccia nella foresta, battaglie, duelli, l’assedio a un castello, l’investitura feudale, la raffigurazione di un banchetto, accanto ad episodi narrativi specifici di questo poema cavalleresco. Presentate in sequenza in Corte Medievale, le pitture ricostruiscono idealmente la decorazione della sala aulica del castello di Cruet grazie a uno scenografico allestimento realizzato dall’architetto Matteo Patriarca con Gabriele Iasi e Studio Vairano.

 

Accanto a queste straordinarie pitture, la mostra presenta una cinquantina di opere provenienti dalle collezioni di Palazzo Madama e da altre istituzioni, con pezzi mai esposti prima al pubblico. Essi arricchiscono il percorso consentendo di immaginare la vita nei castelli medievali della contea di Savoia tra 1200 e 1300. Sculture, mobili, armi, avori, oreficerie, codici miniati, ceramiche, vasellame da tavola, cofanetti preziosi, monete e sigilli documentano i tanti aspetti dell’arte di corte e della cultura materiale dell’epoca.

 

Il percorso espositivo si articola in dieci sezioni tematiche: Il castello di Cruet, che racconta la storia dell’edificio e la delicata operazione di stacco degli affreschi; I committenti attivi all’epoca, come Amedeo V conte di Savoia e Filippo principe d’Acaia, attraverso l’esposizione di preziosi documenti duecenteschi; La guerra, i tornei e la caccia,  con spade, speroni, punte di freccia e di lancia, ad evocare le armature dei cavalieri medievali, mentre un rarissimo olifante richiama le battute di caccia al cervo e al cinghiale, passatempo preferito dell’aristocrazia; Interni gotici, con testimonianze di mobilio medievale; I poemi e i romanzi cavallereschicon codici e pagine miniate; Le spese di corte illustrate da un rotolo pergamenaceo con la contabilità dei conti di Savoia, affiancato ad alcune monete d’argento emesse durante il regno di Amedeo V e Aimone di Savoia; Gli oggetti preziosi e i giochi,  con cofanetti in cuoio e legno dipinto, pettini e specchi figurati in avorio e alcuni giochi da tavola per adulti (gli scacchi, il tris) e bambini (le bambole in terracotta); La tavola del principe, con oggetti in uso nella mensa dei castelli; La devozione con sculture sacre provenienti dalle cappelle dei castelli della Valle d’Aosta; santi cavalieri, con sculture lignee e avori raffiguranti i santi venerati nel Medioevo, come san Vittore e sant’Eustachio.

 

L’esposizione rafforza la sinergia di Palazzo Madama con i musei francesi, che ha già consentito nel 2016 di realizzare la mostra dedicata agli smalti del Cardinale Guala Bicchieri in collaborazione con il Musée de Cluny di Parigi.

La mostra è, infatti, frutto dell’importante collaborazione con il Musée Savoisien di Chambéry, istituzione con cui Palazzo Madama lavora stabilmente dal 2001. I due musei appartengono entrambi alla Rete Sculpture dans les Alpes, circuito internazionale di istituzioni accomunate dall’appartenenza ai territori facenti originariamente parte del ducato sabaudo, costituitasi quindici anni fa per promuovere progetti di ricerca condivisi. Della rete fanno parte anche il Museo del Tesoro della Cattedrale di Aosta, la Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Valle d’Aosta, il Museo Diocesano di Arte Sacra di Susa, il Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra, il Musée d’Histoire du Valais di Sion, il Musée-Château di Annecy, il Musée–Monastère di Brou a Bourg-en-Bresse e la Conservation du Patrimoine della Savoie.  

In occasione di questa esposizione Palazzo Madama si avvale inoltre del supporto dell’Alliance Française di Torino, che ha curato la traduzione francese dei testi in mostra.

 

Per tutto il periodo della mostra sono previsti vari appuntamenti per approfondire il tema del Medioevo cavalleresco tra Italia e Francia. Per i visitatori inoltre ci sarà la possibilità di partecipare a visite guidate e attività per le famiglie dedicate alla mostra.

Accompagna la mostra un catalogo scientifico edito da Libreria Geografica.



INFORMAZIONI

Carlo Magno va alla guerra
Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica
Piazza Castello, Torino
dal 29 marzo al 16 luglio 2018
Orario: lun-dom 10.00-18.00, chiuso il martedì. La biglietteria chiude 1 ora prima
www.palazzomadamatorino.it

MOSTRE / “Prima del bottone”: a Torino accessori e ornamenti del vestiario nell’antichità [FOTO]

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Fibule a doppia spirale

TORINO – Fibule, armille, lacci: quali erano gli affascinanti accessori di moda nell’antichità, prima dell’ingegnosa invenzione dei bottoni e delle asole? È proprio dedicata a questi strumenti la mostra Prima del bottone: accessori e ornamenti del vestiario nell’antichità realizzata dai Musei Reali di Torino presso il Museo di Antichità e in corso fino a domenica 15 novembre 2017.
Un rapporto stretto quello tra moda e arte, che si esprime appieno in questa mostra in cui sono proposte le collezioni di fibule (spille di sicurezza decorate), e di armille (braccialetti) databili all’epoca preromana, indicativamente intorno al X-II secolo a.C., molti dei quali esposti per la prima volta. Si tratta di oggetti di grande pregio in bronzo, argento, osso, pasta vitrea e ambra, provenienti da ogni parte di Italia, e dall’importante valore non solo economico: infatti nel contesto sociale dell’epoca rappresentavano gli elementi di ricchezza e quindi di celebrazione del proprio status, accompagnando i proprietari nei momenti più importanti della loro esistenza, come le cerimonie sacre o funebri.

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Armilla proveniente dalla tomba 40 di Gattinara (VC), V – metà IV sec AC

La fibula viene presentata infatti come elemento del vestiario – prima del bottone, appunto – ma anche nella sua funzione ornamentale, mettendo in evidenza significati identitari, religiosi, magici e sociali. A fianco degli aspetti culturali la mostra approfondisce l’aspetto tecnologico, anche grazie al contributo del restauro e delle analisi diagnostiche, che permettono una dettagliata conoscenza dei processi produttivi antichi.
Ben 406 esemplari proposti arrivano dalla collezione Assi del Museo di Antichità, nata a fine Ottocento con la finalità di costituire una sezione volta a documentare lo sviluppo delle varie industrie preistoriche e protostoriche: la maggior parte degli oggetti provenienti da questa collezione sono databili dall’età dal Bronzo Finale fino al V-IV secolo a.C., in prevalenza da area centro-italica e meridionale. A questi reperti ne sono affiancati in mostra altri che giungono dal territorio piemontese, frutto di scavi negli ultimi anni, offrendo al pubblico la possibilità di vedere come venivano utilizzati nel vestiario e in quali contesti vengono ritrovati dagli archeologi. La necropoli golasecchiana di Gattinara, per esempio, scoperta nel 2016, da cui sono stati recuperati splendidi bronzi di ornamento, tra cui un bellissimo bracciale con 40 pendenti in bronzo, corallo e osso lavorato del V sec. a.C., unico nel suo genere, ed esposto qui in anteprima assoluta.

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Fibula a drago con quattro coppie di bastoncelli, senza molla

La mostra, a cura di Elisa Panero con la collaborazione di Valentina Faudino, è stata realizzata grazie al supporto di Snam Rete Gas, la società che si occupa di trasporto e dispacciamento di gas naturale in Italia, e di TROLLBEADS e con la collaborazione della Scuola Professionale per Orefici “E.G. GHIRARDI” di Torino.
L’esposizione si inserisce perfettamente all’interno della nuova campagna social proposta dal Ministero dei beni e delle attività culturali del turismo per il mese di giugno, dedicata all’antico e sempre attuale legame che unisce l’arte e la moda.
Il biglietto della mostra è inserito nel biglietto d’ingresso dei Musei Reali di Torino.


INFORMAZIONI

Prima del bottone: accessori e ornamenti del vestiario nell’antichità
Musei Reali di Torino – Museo di Antichità
Dal 16 giugno al 15 novembre 2017

 

Al Museo Egizio di Torino “MISSIONE EGITTO 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata”

TORINO – È nella Torino d’inizio Novecento che comincia il racconto: sono i filmati, gli oggetti e i documenti d’epoca ad accogliere i visitatori per avvolgerli nel contesto storico e culturale in cui matura l’ambizione di portare l’Italia a scavare in Egitto con l’obiettivo di “…largamente contribuire alla storia dell’Egitto e all’incremento del materiale archeologico del Museo Egizio.” (da una lettera di Ernesto Schiaparelli al Ministro della Pubblica Istruzione, 29 aprile 1902).

Per la prima volta sono riuniti insieme documenti d’archivio e materiali fotografici – taluni inediti – che raccontano l’attività della Missione Archeologica Italiana in Egitto nei primi decenni del XX secolo, tra successi, imprevisti e difficoltà. Ne emergono anche i profili di numerosi personaggi, più o meno noti, protagonisti delle ricerche archeologiche del Museo Egizio. Le loro biografie e il loro contributo all’arricchimento delle collezioni sono ripercorsi attraverso l’esposizione di oggetti di lavoro e testimonianze dirette: in questo modo, anche uomini e donne vissuti nel secolo scorso sono studiati al pari dei personaggi antichi.

“Dedicare una mostra temporanea alla Missione Archeologica Italiana (M.A.I.)” dichiara il Direttore Christian Greco “e alla figura di Ernesto Schiaparelli che ne fu il fondatore, significa rendere omaggio a uno degli elementi costitutivi dell’identità del Museo Egizio. La costruzione identitaria è un processo complesso in cui è imprescindibile guardare alla propria storia e confrontarsi con essa. Questa esposizione non è dunque un mero approfondimento di un segmento della storia del Museo ma è la sottolineatura di uno degli aspetti che reputiamo fondamentali per la vita dell’Egizio: il lavoro di scavo.”

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Le storie dei singoli protagonisti si intrecciano tra loro e tessono una trama narrativa più ampia e articolata che illustra l’epopea delle avventure archeologiche italiane nella Valle del Nilo. Contemporaneamente agli scavi del Museo Egizio, numerose altre missioni operavano nel Mediterraneo Orientale, dove più si concentravano gli interessi – soprattutto politici – italiani: Federico Halbherr scavava in Cirenaica e nei principali siti di Creta (Festòs, Gortina, Hagia Triada), mentre altre indagini erano in corso a Rodi, nel Dodecaneso e in Turchia. I reperti ritrovati durante queste ricerche sono giunti in prestito dal Museo Pigorini di Roma, dove confluivano le testimonianze preistoriche ed etnografiche di provenienza nazionale ed estera.

I problemi a cui i direttori delle missioni dovevano fare fronte – allora come oggi – consistevano nel reperimento di fondi, nell’organizzazione logistica dei trasporti e della permanenza in loco, nell’approvvigionamento di materiali e di rifornimenti, nell’ingaggio dei lavoratori locali. Alle difficoltà delle fasi preparatorie si aggiungevano anche gli imprevisti più diversi, le dure condizioni di vita e di lavoro sul cantiere, i rapporti con le autorità locali e con i colleghi archeologi, tutte situazioni che rendono ancor più suggestiva e meritoria l’opera svolta in quegli anni.

Le energie profuse erano dirette a incrementare la ricerca archeologica, lo studio e l’esposizione dei reperti; Schiaparelli si spese in prima persona presso gli Enti governativi e la Casa Reale in cerca di fondi adeguati alle esigenze delle indagini sui siti, riuscì a reperire materiale da campo di qualunque genere per allestire gli alloggi tendati, strumenti per la logistica, mezzi e persone con particolari interessi e competenze che potessero risultare utili alla missione. Nonostante le numerose difficoltà operative, la M.A.I. poteva tuttavia contare sull’appoggio dei Frati Francescani, di valenti collaboratori locali e del Direttore del Service des Antiquités Gaston Maspero. L’ingente mole di reperti portati in Italia testimonia l’intensa attività di scavo, documentazione, studio e catalogazione svolta sia sul sito sia dopo l’arrivo dei materiali a Torino. Scritti e oggetti presenti in esposizione permettono di contestualizzare la complessità delle variabili di cui si doveva tenere conto, considerando anche le condizioni climatiche, geografiche e socio-politiche dell’Egitto dell’epoca.

“Credo che sia molto importante valorizzare il rapporto che lega il Museo Egizio a Torino.” dichiara la Presidente Evelina Christillin “Il contesto storico generale in cui si colloca l’avventura archeologica del Museo Egizio è ricostruito all’inizio del percorso, inquadrando gli eventi principali nella più ampia cornice politica e culturale dell’inizio del Novecento, quando gli studiosi intrattenevano rapporti professionali e personali con i più eminenti ricercatori italiani e stranieri, mentre le innovazioni tecnologiche iniziavano a condizionare il lavoro e la vita di tutti i giorni. Infatti, in quegli anni Torino si connotava come polo industriale e creativo, brulicante di movimento e fiducia nel progresso.”

È in questo fermento che Schiaparelli è chiamato a dirigere il Regio Museo di Antichità nel 1894, lavorando in un ufficio molto simile a quello ricostruito in mostra. Oltre al suo fondamentale ruolo nella storia del Museo, sono messi in evidenza anche gli altri ambiti in cui dispiegò le sue forze: come filantropo, come Soprintendente ai beni archeologici di Piemonte, Liguria e Lombardia e infine come Senatore del Regno d’Italia.

L’arricchimento delle collezioni del Museo Egizio restò sempre il fine ultimo dei suoi sforzi, che si tradusse nell’esaltazione del valore storico delle scoperte, nell’attenzione al contesto archeologico e alle relazioni fra gli oggetti, nella valorizzazione dei frammenti anche più modesti e nella cura verso il loro stato di conservazione, che passò attraverso interventi di restauro realizzati già sul cantiere. Ogni operazione è stata documentata con appunti, descrizioni, disegni e soprattutto con una massiccia battitura fotografica, di cui emerge ora con chiarezza la basilare rilevanza nella ricostruzione di vicende, luoghi e volti.

L’esposizione mira perciò a sottolineare la centralità della ricerca nella valorizzazione della collezione, basata sulla lettura contestuale di oggetti e materiali d’archivio, che sono anche rivelatori del profondo legame fra politica e archeologia esistente in quegli anni. Contenuti multimediali, mappe, fotografie di grande formato, ricostruzioni di ambienti fisici e virtuali regalano al pubblico un’ esperienza immersiva e coinvolgente.

Per arricchire l’esperienza di visita, il Museo Egizio ha collaborato con la Scuola Holden per lo storytelling della mostra. Tramite l’audioguida, si affidano idealmente al visitatore la colonna sonora e i dialoghi di un film, le cui immagini sono create dagli oggetti in mostra. Ed è proprio Ernesto Schiaparelli ad accompagnare il pubblico in questo viaggio, che parte dal suo ufficio di Torino per arrivare in Egitto attraverso una narrazione appassionata, scritta da Alessandro Avataneo e interpretata dall’attore Gianluca Ferrato.

MISSIONE EGITTO 1903-1920 pone al centro la ricerca sul materiale d’archivio, luogo in un cui un museo contemporaneo deve “scavare” per illuminare e ampliare la prospettiva sulle proprie collezioni museali. In questo modo non solo la cultura materiale, ma anche la metastoria e la ricezione dell’antico diventano campi fondamentali di indagine.

Info: www.museoegizio.it

MOSTRE – TORINO / A Palazzo Madama arriva lo scrigno gotico di Guala Bicchieri [FOTO]

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Orafo limosino, scrigno del cardinale Guala Bicchieri con medaglioni, 1220-25

TORINO – Dopo la tappa parigina al Musée de Cluny (13 aprile – 24 settembre 2016), e a novecento anni esatti dalla riconferma della Magna Charta, siglata a Bristol l’11 novembre 1216 su iniziativa del cardinale Guala Bicchieri approda a Palazzo Madama la mostra “Lo scrigno del Cardinale. Guala Bicchieri collezionista di arte gotica tra Vercelli, Limoges, Parigi e Londra” (dall’11 novembre 2015 al 6 febbraio 2017). La rassegna celebra la figura del prelato vercellese, appassionato collezionista di arte gotica all’inizio del 1200.
image5Guala Bicchieri, nato a Vercelli (1150 circa – 1227), divenne prima canonico nella cattedrale di Sant’Eusebio, poi cardinale nel 1205, e iniziò da questa data un’importante carriera di diplomatico e “ministro degli esteri” del pontefice Innocenzo III. Le legazioni a Parigi, Limoges e presso le abbazie di Corbie e Clairvaux in Francia (1208), quindi la lunga permanenza in Inghilterra (1216-1218) come reggente del regno insieme a William conte di Pembroke – dopo la morte di Giovanni Senza Terra e durante la minore età di Enrico III Plantageneto -, impegnato a fronteggiare le mire espansionistiche di Luigi VIII di Francia, gli permisero di venire a contatto con i principali centri dell’arte gotica dell’Europa settentrionale e di costituire una collezione straordinaria di oreficerie, smalti di Limoges, paramenti sacri, reliquiari e codici miniati in maggioranza di produzione nordica: un tesoro poi donato per legato testamentario all’abbazia di canonici agostiniani di Sant’Andrea di Vercelli, fondata da Guala Bicchieri stesso nel 1219, un cantiere ambizioso – la prima fabbrica gotica edificata in Italia – nella quale vennero coinvolte maestranze emiliane formatesi con Benedetto Antelami e maestranze francesi, legata strettamente all’abbazia di Saint-Victor a Parigi, da cui provenne anche il primo abate, il teologo francese Tommaso Gallo.

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La mostra è articolata in diverse sezioni con un focus didattico sulla vita di Guala Bicchieri, i suoi viaggi attraverso l’Europa settentrionale, le committenze a Vercelli e a Roma nella chiesa di San Martino ai Monti, arricchito da alcuni documenti duecenteschi che descrivono la consistenza delle raccolte del prelato.

Quindi, il percorso illustra le principali opere sopravvissute di questa raccolta preziosa: oltre agli smalti di Limoges – in tutto una ventina (tra cui il grande cofano di Palazzo Madama – capolavoro acquistato da Città di Torino e Regione Piemonte nel 2004 -, il cofanetto del Museo Camillo Leone di Vercelli e un gruppo di dodici medaglioni con animali e creature fantastiche, già decoranti uno degli scrigni del cardinale, poi reimpiegati sul coro rinascimentale di Biella) – anche un manoscritto miniato di area renana, testimonianza della ricca biblioteca del cardinale che contava 118 codici, e un rarissimo coltello eucaristico-reliquiario, il cui manico è decorato con le raffigurazioni dei lavori dei Mesi.

Una vetrina sarà dedicata alle opere del Musée de Cluny: placchette in metallo traforato, medaglioni con animali e scene cortesi, tutte prodotte a Limoges nel corso del Duecento, a documentare il contesto in cui vanno inseriti il cofano di Guala Bicchieri di Palazzo Madama e il cofanetto di Vercelli, e il grande successo dei soggetti iconografici profani nell’Europa medievale. Una terza sezione sarà dedicata al tema della diffusione dell’oreficeria di Limoges, sacra e profana, in Piemonte e Valle d’Aosta: con opere del Museo Civico e alcuni importanti prestiti di collezionisti privati.

L’ultima sezione racconterà la fortuna degli smalti di Guala Bicchieri nell’Ottocento presso collezionisti, studiosi e architetti, in linea con la riscoperta del Medioevo che caratterizzò la cultura piemontese, ma anche nazionale ed europea, nella seconda metà del XIX secolo. E quindi il tema dei falsi, oreficerie in stile di Limoges realizzate da restauratori e docenti delle Scuole Professionali del territorio. Attraverso l’esposizione di disegni, lettere e fotografie riguardanti il cofano di Guala Bicchieri; accanto a calchi in gesso e copie in ottone degli esemplari originali del XIII secolo.
La mostra si inserisce tra le iniziative della Rete europea dei musei di arte medievale, un network nato nel 2014 e che riunisce, oltre a Palazzo Madama, il Musée de Cluny di Parigi – museo fondatore -, il Bargello di Firenze, lo Schnütgen Museum di Colonia, il Museo Diocesano di Vic in Catalogna, il Musée Mayer van den Bergh di Anversa e il Catharijnconvent di Utrecht.


Informazioni

LO SCRIGNO DEL CARDINALE.
Guala Bicchieri collezionista di arte gotica tra Vercelli, Limoges, Parigi e Londra
da 11 Novembre 2016 al 6 Febbraio 2017
Torino, Palazzo Madama
Aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00
CHIUSO IL MARTEDI’

 

Pubblicato in digitale il “De re diplomatica” del Mabillon

TORINO – (via Bibliostoria) Dall’Archivio di Stato di Torino, segnaliamo la versione digitale dell’opera De re diplomatica di Jean Mabillon.

Pubblicato nel 1681 (prima edizione, con un Supplemento nel 1704) il De re Diplomatica – opera in sei volumi del monaco benedettino della congregazione di San Mauro Jean Mabillon (1632-1707) – è ritenuto il testo fondante della paleografia e della diplomatica o, perlomeno, il testo in cui venne definito e sistematizzato l’assetto metodologico di tale disciplina.

In biblioteca sono presenti il vol. VI (edizione 1681 e 1709) e i supplementi in versione cartacea, con collocazione:
10L. E.P.PAL. 0021
10L. E.P.PAL. 0021 A
10L. E.P.F.RIZZI. A.0029

Sorgente: De re diplomatica – Bibliostoria

Bibliostoria

Ritratto di Jean Mabillon Ritratto di Jean Mabillon

Dall’Archivio di Stato di Torino, segnaliamo la versione digitale dell’opera De re diplomatica di Jean Mabillon.

Pubblicato nel 1681 (prima edizione, con un Supplemento nel 1704) il De re Diplomatica – opera in sei volumi del monaco benedettino della congregazione di San Mauro Jean Mabillon (1632-1707) – è ritenuto il testo fondante della paleografia e della diplomatica o, perlomeno, il testo in cui venne definito e sistematizzato l’assetto metodologico di tale disciplina.

In biblioteca sono presenti il vol. VI (edizione 1681 e 1709) e i supplementi in versione cartacea, con collocazione:
10L. E.P.PAL. 0021
10L. E.P.PAL. 0021 A

10L. E.P.F.RIZZI. A.0029

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MOSTRE / “Più splendon le carte”: alla Biblioteca Reale di Torino un omaggio a Dante

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TORINO – Ben 65 documenti danteschi, tra cui alcuni tra i più importanti manoscritti trecenteschi della Commedia, dall’antichissimo del 1334, al Laurenziano Santa Croce di Filippo Villani, al Riccardiano autografo di Boccaccio, sono esposti fino al 31 luglio alla Biblioteca Reale di Torino (Piazza Castello, 19). La mostra, intitolata “Più splendon le carte”. Manoscritti, libri, documenti, biblioteche: Dante “dal tempo all’eterno”,  è stata organizzata dalla Biblioteca Reale di Torino e dalla cattedra di Filologia e Critica dantesca dell’Università degli Studi di Torino (Dipartimento di Studi umanistici), con la collaborazione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e dell’Associazione Culturale MetaMorfosi e  si inserisce nell’ambito delle iniziative promosse in Italia e nel Mondo per ricordare Dante Alighieri: essa  rientra nel programma dei Centenari Danteschi (1265-2015 ~ 1321-2021), aperti solennemente il 4 maggio 2015 nell’aula del Senato della Repubblica Italiana alla presenza del Presidente della Repubblica.

La mostra – articolata in sezioni – intende offrire al visitatore la possibilità di vedere dal vivo alcuni tesori librari che in sette secoli di storia hanno contribuito alla fortuna di Dante e di capire il ruolo che hanno tuttora le biblioteche per la tutela di questo straordinario patrimonio librario. Perse tutte le sue carte – di Dante infatti non è rimasto alcun manoscritto autografo –, la fortuna del poeta è legata a quanti nel tempo hanno ammirato e amato le sue opere, copiandole, stampandole, studiandole. Il visitatore avrà inizialmente la possibilità di entrare idealmente in uno scriptorium trecentesco, ammirando attraverso pregevoli codici le modalità di trascrivere, illustrare e commentare la Divina Commedia nel secolo XIV. Le sezioni successive guideranno il visitatore alla scoperta di quei libri a stampa, dagli incunaboli alle moderne edizioni, che hanno segnato la fortuna non solo della Divina Commedia, ma anche di altre opere dantesche, e alla scoperta di alcuni insigni studiosi del passato che hanno letto e commentato Dante: in questa sezione verranno in particolare esposti documenti di archivio dell’Università di Torino relativi a ricerche e lezioni universitarie del primo Novecento. L’ultima sezione intende illustrare la fortuna planetaria del poeta, attraverso l’esposizione di alcune edizioni della Divina Commedia in altre lingue.

Pompei, riapre la palestra grande con la tappa della mostra “Egitto Pompei”

 

Agli Scavi di Pompei la seconda tappa del progetto espositivo “Egitto Pompei”, inaugurato il 5 marzo scorso al Museo Egizio di Torino. La prossima da giugno a Napoli.

z2POMPEI – Arriva agli Scavi di Pompei la seconda tappa del grande progetto espositivo “Egitto Pompei”, inaugurato il 5 marzo scorso al Museo Egizio di TorinoPer l’occasione di riaprono gli spazi recentemente restaurati della Palestra Grande e accolgono, esaltate dallo scenografico allestimento di Francesco Venezia, sette monumentali statue raffiguranti Sekhmet, la divinità egizia dalla testa leonina, e la magnifica statua seduta del faraone Thutmosi I, tutte appartenenti ad uno dei periodi di massimo splendore della storia dell’antico Egitto: la XVIII dinastia (XVI-XIV sec. a.C.).

Gli eccezionali prestiti, provenienti dalla collezione permanente del Museo Egizio, suggellano e ribadiscono l’unità di intenti e di collaborazione tra il Museo torinese, la Soprintendenza Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, per una mostra che vuole raccontare – in tre diverse sedi – culti e mode originati nella terra del Nilo e diffusi a Pompei, inserendoli in un’ampia riflessione sulle interrelazioni tra le civiltà del mondo antico che si affacciavano sul Mediterraneo.

Le imponenti sculture in granito, oltre a rappresentare il potere faraonico al tempo della XVIII dinastia, sono una testimonianza straordinaria del mondo della mitologia egizia. Sekhmet, come altre divinità femminili, ha una natura ambivalente, contraddistinta da forze contrapposte. Figlia del sole, propaga sulla terra calore, distruzione e malattie, ma allo stesso tempo, se placata con rituali e preghiere, è in grado di garantire la pace e la prosperità.

La mostra, curata da Massimo Osanna e Marco Fabbri con Simon Connor, continua fino al 2 novembre con un’emozionante video installazione originale di Studio Azzurro che evoca gli scambi culturali, religiosi ed economici intercorsi tra Pompei e l’Egitto dalla fine del II sec. a.C.

Il percorso espositivo si arricchisce inoltre di un “itinerario egizio”: dal Tempio di Iside, tra i maggiori e meglio conservati edifici pompeiani – oggetto per l’occasione di un intervento di riallestimento con postazioni multimediali di realtà immersiva – alle numerose domus decorate con motivi egittizzanti, come quella di Loreio Tiburtino tornata di recente a risplendere e quella dei Pigmei riaperta in occasione della mostra.

Il 28 giugno, al Museo Archeologico di Napoli, la terza tappa del progetto con l’inaugurazione di una nuova sezione del percorso di visita delle collezioni permanenti con reperti archeologici, affreschi e capolavori di artigianato ispirati alla cultura egizia.

Sito ufficiale: www.mostraegittopompei.it