ARCHEOLOGIA / Ad Arsago Seprio (Va) un seminario sul vetro nell’Alto Medioevo

VARESE, 8 novembre 2017 – Il 24 novembre 2018 si terrà ad Arsago Seprio (Va), presso il Civico Museo Archeologico (via Vanoni), il IV seminario “L’alto Medioevo. Artigiani, tecniche produttive e organizzazione manifatturiera”. I relatori si confronteranno in particolare sul vetro: materie prime, tecniche di produzione, contesti d’uso e circolazione dei manufatti tra il VI e il IX secolo. Il seminario si svolge in collaborazione con la Soprintendenza e con AREDAT – Associació per la Recerca, Estudi i Difusió en Antiguitat Tardana, con il coordinamento di M.Beghetti e P.M.De Marchi.   L’inizio dei lavori è fissato per le ore 15.

Di seguito la locandina con il programma:

 

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CONVEGNI / A San Severo (Fg) studiosi a confronto sulla storia della Daunia

dauniaFOGGIA, 27 ottobre 2018 – Vedrà la partecipazione di studiosi da tutta Italia  il Convegno Nazionale di Preistoria, Protostoria e storia della Daunia, giunto alla 39ma edizione,  che si terrà a San Severo (Foggia), presso l’Hotel Cicolella,  il 17 e 18 novembre prossimi.  Le due giornate di studio sono organizzate dall’Archeoclub di San Severo  con il patrocinio del Comune di San Severo, dell’Università di Foggia e della Società di Storia Patria della Puglia e con il contributo dello stesso Comune, di Mibac e Rotary Club San Severo.

Ricco il programma degli interventi, selezionati dal Comitato scientifico composto da Pasquale Corsi (Presidente Società di Storia Patria per la Puglia),  Giuseppe Poli (Università di Bari, Ordinario di Storia Moderna e Contemporanea),  Giuliano Volpe (Università degli Studi di Foggia),  Alberto Cazzella (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Ordinario di Paletnologia), Maria Stella Calò (Prof. Emerito Univerità degli Studi di Bari),  Italo Maria Muntoni (Soprintendenza BAT e FG) e  Armando Gravina (Presidente Archeoclub di San Severo).

Il Convegno Nazionale sulla Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia è dal 1979 un appuntamento annuale che costituisce l’occasione per tutti gli studiosi e specialisti di confrontarsi con un’ottica multidisciplinare e diacronica sulle vicende di questo distretto storico-geografico della Puglia settentrionale che comprende il Tavoliere, il Gargano e il Subappennino dauno. Importante è anche la spiccata autonomia culturale che contraddistingue questa iniziativa, nata fuori dagli ambiti accademici con lo scopo di promuovere il libero confronto fra le scuole di pensiero che caratterizzano le varie istituzioni di ricerca: una caratteristiche che consente di far emergere la complessa realtà storica della Daunia, indagata nei suoi più diversi aspetti, da quello archeologico a quello storico, e nelle relazioni  sociali, economiche, religiose, artistiche, istituzionali.

Altra caratteristica importante è che gli atti di tutti i convegni, presentati dall’Archeoclub di San Severo con regolare puntualità, sono scaricabili gratuitamente in formato pdf  a questo link.

SCARICA IL PROGRAMMA.

 

 

Pisa, al via l’VIII Convegno Internazionale delle Cattedrali europee

PISA, 17 ottobre 2018 –  Il 18 e il 19 ottobre 2018 a Pisa si terrà il Convegno Internazionale delle Cattedrali Europee, ideato e organizzato dall’Opera della Primaziale Pisana. Il tema per questa VIII edizione è “Musealizzazione, conservazione, sostituzione delle opere d’arte”. Si confronteranno sul tema i rappresentanti degli enti che gestiscono alcune importanti cattedrali europee e i complessi monumentali annessi, dialogando anche con i più importanti istituti di restauro e con alcune associazioni che operano nel mondo dei musei a livello nazionale e internazionale.

Già a partire dalla fine dell’Ottocento si pone la questione di sostituire e musealizzare opere d’arte provenienti da complessi monumentali. Da allora le esigenze di conservazione e di valorizzazione definiscono le linee guida di fronte a questa scelta e oggi è universalmente riconosciuto che le opere d’arte possono assumere un significato diverso a seconda del contesto in cui sono inserite, perdendo così la propria funzione primaria. La musealizzazione può portare ad uno straniamento delle opere d’arte che, prelevate per necessità conservative, trovano una nuova collocazione all’interno degli edifici museali.

Tutti questi aspetti saranno trattati nel convegno che vedrà l’introduzione alla prima giornata di lavori del Professor Antonio Paolucci, storico dell’arte che è stato Ministro per i beni e le attività culturali, Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino ed ex Direttore dei Musei Vaticani.

Interverranno dall’Italia: la Cattedrale di Pisa, il Duomo di Milano, la Basilica di Venezia, il Duomo di Firenze, il Duomo di Siena, la Basilica di San Pietro a Roma e la Cattedrale di Fidenza. Dall’estero: il Duomo di Colonia, la Cattedrale di Friburgo (Germania), l’Abbazia di Westminster (Regno Unito), la Cattedrale di Santiago di Compostela, la Cattedrale di Toledo, la Cattedrale di Burgos (Spagna), la Cattedrale di Praga (Repubblica Ceca), la Cattedrale di Vienna (Austria), la Cattedrale di Albi (Francia) e la Cattedrale di Berna (Svizzera).

Prenderanno parte al convegno i rappresentanti degli istituti di restauro più importanti del territorio italiano quali l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Ospiti anche l’Associazione Dombaumeister E.V. (Capimastri delle fabbricerie), l’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani e l’Associazione Living Stones.

L’Opificio delle Pietre Dure di Firenze è un istituto del Ministero per i beni e le attività culturali, che si occupa di restauro delle opere d’arte. Nato per volere di Ferdinando I de’ Medici, come manifattura per la lavorazione di arredi in pietre dure, l’Opificio venne trasformando la sua attività lavorativa, negli ultimi decenni del secolo XIX, in attività di restauro, prima dei materiali prodotti durante la sua plurisecolare storia, per poi ampliare la propria competenza verso materiali affini.

L’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro è organo del Ministero per i beni e le attività culturali, specializzato nel campo del restauro e della conservazione delle opere d’arte e del patrimonio culturale. E’ stato fondato nel 1939 su suggerimento di Giulio Carlo Argan e diretto dai suoi inizi fino al 1959 da Cesare Brandi. I compiti attuali sono pressoché identici a quelli identificati fin dalla sua origine. Al suo interno convivono storici dell’arte, architetti, archeologi, fisici ed esperti nei controlli ambientali, chimici, biologi, restauratori delle diverse tipologie di materiali costitutivi dei manufatti di interesse storico e culturale. Dal 20 agosto 2018 è diretto dal dott. Luigi Ficacci.

Nel 1998 a Colonia in Germania, 44 Capimastri di fabbricerie di varie paesi europei (architetti, ingegneri, scultori, scalpellini e restauratori), hanno fondato l’associazione europea Dombaumeister E.V., vale a dire i Capimastri delle Fabbricerie. Attualmente l’associazione conta 123 membri di 12 paesi europei, che si scambiano idee ed esperienze e cercano di tramandare anche il sapere di antichi mestieri come lo scalpellino, il fabbro, il muratore, il carpentiere, il vetraio, fondamentali per il mantenimento dei complessi monumentali.

L’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani (AMEI) nasce nel 1996 allo scopo di stabilire un coordinamento tra le molte realtà museali ecclesiastiche, grandi e piccole, presenti in Italia. I musei ecclesiastici, fondati in funzione essenzialmente conservativa, stanno lentamente cambiando pelle: percepiti a lungo quasi esclusivamente come “luoghi sicuri” o “depositi attrezzati” nei quali custodire opere dismesse o in pericolo, si caratterizzano oggi come avamposti territoriali impegnati nella tutela attiva del patrimonio, al servizio della collettività. AMEI svolge dunque un’azione di tutoraggio, collegamento e supporto per musei ecclesiastici e religiosi e accompagna il percorso dei propri associati fornendo strumenti di crescita, occasioni di formazione e di confronto.

L’associazione Living Stones, nata nel 2008, è costituita da comunità giovanili raccolte intorno all’idea che l’arte cristiana è una preghiera consegnata agli occhi, una preghiera resa accessibile. Contemplare l’opera d’arte è come entrare nella preghiera dell’artista e nella storia che racconta, e permette un momento di comunione spirituale attraverso i secoli, dove il visitatore della chiesa diventa pellegrino e protagonista.

L’idea di un Convegno delle Cattedrali europee nasce proprio nelle stanze dell’Opera della Primaziale Pisana, che dopo l’esperienza dell’Associazione delle Fabbricerie italiane, ha ritenuto opportuno allargare il tavolo di confronto alle organizzazioni che gestiscono i complessi monumentali più importanti d’Europa, ogni anno su un tema diverso.

Anche quest’anno il Convegno offrirà crediti formativi per gli iscritti all’Ordine degli Architetti e degli Ingegneri.


INFORMAZIONI
Convegno Internazionale delle Cattedrali europee. 
Musealizzazione, conservazione, sostituzione delle opere d’arte
18/19 ottobre 2018, Auditorium G.Toniolo, Piazza Arcivescovado, Pisa

 Per informazioni

Opera della Primaziale Pisana
tel 050 835044/11 mail d.debonis@opapisa.it –  www.opapisa.it

SCOPERTE / Una ricerca conferma: Ötzi usava materiale litico dal Norditalia [FOTO]

Foto: (c) Museo Archeologico dell’Alto Adige/ South Tyrol Museum of Archaeology

Bolzano – Un uomo in fuga che non deve lottare solo con gli avversari ma anche con la scarsità di materiale. Così si potrebbe descrivere la situazione di Ötzi poco prima della morte. Un team di ricercatori coordinato dall’archeologa altoatesina Ursula Wierer ha analizzato gli utensili in selce della famosa mummia dei ghiacci nell’ambito di un progetto di ricerca interdisciplinare su vasta scala. I risultati pubblicati  nei giorni scorsi  sulla rivista scientifica PLOS ONE rivelano il modo in cui Ötzi utilizzava il proprio equipaggiamento personale e consentono di acquisire ulteriori informazioni sulle relazioni commerciali a lungo raggio di un clan dell’età del Rame stanziato nell’arco alpino meridionale, nel territorio dell’odierno Alto Adige. Anche la domanda, ancora senza risposta, su cosa sia accaduto negli ultimi giorni di vita di Ötzi, è stata integrata con nuovi elementi.

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Ursula Wierer (c) South Tyrol Museum of Archaeology/Foto-dpi.com

L’Uomo venuto dal ghiaccio si incamminò verso il Giogo di Tisa, situato a 3210 m s.l.m., portando con sé un equipaggiamento in selce essenziale: del suo kit di sopravvivenza facevano parte un pugnale con una lama molto corta e apice spezzato e soltanto due punte di freccia per le 14 asticciole. Nel marsupio si trovavano un grattatoio e un perforatore, entrambi fortemente usurati, una piccola scheggia in selce e, unico al mondo nel suo genere, il ritoccatore utilizzato per lavorare la selce. Per un confronto è stato analizzato anche l’immagine CT della freccia mortale che si trova ancora in situ nella spalla di Ötzi.

Esperte ed esperti provenienti da Alto Adige, Italia e Francia hanno esaminato la materia prima e la tecnologia della produzione degli utensili a livello macroscopico, microscopico e mediante analisi CT, hanno determinato le tracce d’uso, anche sulla base di prove sperimentali, e confrontato la tipologia degli utensili con quella di culture affini.

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origin of the chert raw material Iceman (c) UWiererPLOS_ONE2018

La provenienza della selce usata per gli strumenti di Ötzi ha potuto essere documentata in dettaglio per la prima volta sulla base di comparazioni geologiche e localizzata topograficamente mediante la litoteca dell’Università di Ferrara: la selce di cinque dei sei strumenti proviene dalla cosiddetta Piattaforma di Trento, che comprende una vasta area tra il Trentino e il Veneto. Per una delle punte di freccia è stato possibile circoscrivere la provenienza alla Val di Non (Trentino, linea d’’aria ca. 70 km dal punto di ritrovamento allo giogo di Tisa). La selce del pugnale proviene invece sorprendentemente dal versante tra la Piattaforma di Trento e il Bacino Lombardo, che corrisponde al Trentino occidentale e alla Lombardia orientale. La comunità di Ötzi – come già per la provenienza della lama di rame dell’ascia dalla Toscana – per rifornirsi della selce necessaria coltivava dunque relazioni commerciali con aree differenti e lontane.



La forma delle punte di freccia di Ötzi (sopra) corrisponde alla tipologia dei rinvenimenti dell’Italia settentrionale. L’influenza della Cultura di Horgen (Svizzera) si nota nel grattatoio. Ciò non è tuttavia motivo di sorpresa dal momento che, verso la fine del IV millennio a.C., tra le valli altoatesine e le regioni transalpine intercorreva un vivace scambio di merci e di idee.

Mediante la nuova analisi sono state messe in evidenza anche le tecniche di lavorazione per mezzo delle quali Ötzi e i suoi contemporanei producevano utensili in selce e in caso di bisogno, mediante la tecnica a pressione, li riaffilavano. Quasi tutti gli strumenti dell’Uomo venuto dal ghiaccio presentano forti tracce di usura sui bordi, esaminando le quali si possono dedurre la direzione di lavoro e i materiali lavorati: Ötzi utilizzava gli strumenti soprattutto per tagliare materiali vegetali tra cui piante che contengono silice come per esempio, frumento ed altre erbe spontanee.

Sulla base delle tracce di utilizzo sul grattatoio e sul ritoccatore il team di ricerca ha anche potuto dimostrare che Ötzi era destrorso. Pertanto si può supporre che la freccia finita, con il filo che fissa il piumaggio radiale avvolto verso sinistra, non sia stata realizzata da Ötzi bensì da un’altra persona.

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chert tools of the Iceman (c) South Tyrol Museum of Archaeology/wisthaler.com

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Iceman retoucher for resharpening chert tools (c) South Tyrol Museum of Archaeology/wisthaler.com

L’Uomo venuto dal ghiaccio non era uno scheggiatore professionale, ma era perfettamente in grado di riaffilare i propri utensili con il ritoccatore, prolungandone così la durata. A quanto pare Ötzi da parecchio tempo non aveva più accesso a nuova materia prima. Questa circostanza significò una grande limitazione nei suoi ultimi frenetici giorni di vita, segnati dalla fuga e dall’inseguimento, perché gli impedì di riparare i suoi utensili e di integrare le punte di freccia.

Due strumenti laminari, appena affilati, indicano un’accurata manutenzione, sebbene fossero arrivati quasi al limite della loro utilizzabilità. Al tempo stesso lasciano presumere che Ötzi avesse previsto di usarli per dei lavori che alla fine non riuscì a compiere: a causa della già documentata profonda ferita da taglio alla mano? O per via della frettolosa partenza per l’alta montagna? Lì fu assassinato da un arciere, che utilizzò una punta di freccia in selce di fattura sudalpina, come quelle che erano in uso anche nel suo ambiente di vita. La punta di freccia, unico indizio dell’assassino, è rimasta conficcata nella spalla di Ötzi.

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arrow tips drawing (c) UWiererPLOS_ONE2018

Il progetto di ricerca è stato promosso e finanziato dal Museo Archeologico dell’Alto Adige, Bolzano. Nel team di ricerca interdisciplinare, coordinato da Ursula Wierer (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Firenze, Pistoia e Prato), hanno collaborato Simona Arrighi (Università di Siena), Stefano Bertola (Università di Ferrara/ Università di Innsbruck), Günther Kaufmann (Museo Archeologico dell’Alto Adige), Benno Baumgarten (Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige), Annaluisa Pedrotti (Università di Trento), Patrizia Pernter (Ospedale Centrale di Bolzano) e Jacques Pelegrin (Università di Paris Nanterre).

Nuovo studio su Ötzi svela: aveva tre calcificazioni al cuore

BOLZANO –  Alla presunta età di 46 anni, l’Uomo venuto dal ghiaccio aveva tre calcificazioni coronariche. A questa diagnosi è giunta un’équipe guidata dalla radiologa bolzanina Patrizia Pernter. I risultati dell’esame sono stati pubblicati nel numero di gennaio 2018 della rivista scientifica specializzata “RöFo – Fortschritte auf dem Gebiet der Röntgenstrahlen”*. La quantità di calcio rilevata è paragonabile a quella che si può riscontrare in un uomo di carnagione chiara dei giorni nostri di età compresa tra i 40 e i 50 anni. Dal momento che Ötzi non aveva uno stile di vita sedentario, gli autori concludono che la predisposizione genetica è un fattore scatenante significativo per l’arteriosclerosi.
A causa della nota posizione del braccio di Ötzi, fino al 2013 non è stato possibile eseguire una scansione tomografica computerizzata continua. Solo quando l’Ospedale di Bolzano si è dotato di nuove apparecchiature TC per i pazienti provviste di un’apertura più ampia, è stato possibile effettuare per la prima volta la scansione di tutta la mummia in un unico passaggio. Le immagini complete dell’area toracica così ottenute sono state successivamente esaminate da Patrizia Pernter, Beatrice Pedrinolla e Paul Gostner, ex primario del reparto di radiologia dell’Ospedale di Bolzano.

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il tavolo luminoso con foto dell’Uomo venuto dal ghiaccio © Museo Archeologico dell’Alto Adige/O. Verant

Nel corso dell’analisi sono state subito notate tre calcificazioni nella zona del cuore. Un confronto effettuato dall’équipe medica con altre aree del corpo nelle quali si rileva frequentemente la presenza di depositi di calcio – ad esempio, come nel caso di Ötzi, la zona della carotide e le arterie alla base del cranio – ha confermato il risultato.
La prova delle calcificazioni viene stabilita quantitativamente con un sistema di misurazione che si basa sulla loro densità e il loro volume. A questo proposito vi sono differenze tra etnie, per sesso e per età. Per Ötzi i valori di paragone utilizzati sono quelli dei caucasici (quindi di persone di carnagione chiara), come definiti da Agatston, che ha sviluppato questo metodo.
“Se è presente calcare, significa che vi sono placche arteriosclerotiche. Se si trasferissero le calcificazioni sul cuore di un uomo in vita, il valore misurato in Ötzi corrisponderebbe a quello di un essere umano di sesso maschile di ca. 45 anni di età,” così Patrizia Pernter spiega i risultati delle analisi mediche sull’Uomo venuto dal ghiaccio. E illustra anche cosa ciò avrebbe significato per la vita successiva di Ötzi o per persone di oggi della stessa età: “La presenza o l’assenza di depositi di calcio può avere un valore nel calcolo del rischio cardiovascolare di un paziente; cioè, accanto ad altri fattori di rischio (grassi nel sangue, fumo, pressione sanguigna elevata, diabete, …), la presenza di calcificazioni delle coronarie può costituire un’indicazione aggiuntiva di un accresciuto rischio di avere o di sviluppare in futuro una malattia cardiaca coronarica.”

Nel 2012 è stato pubblicato il genoma dell’Uomo venuto dal ghiaccio ed è stata rilevata una predisposizione genetica a patologie cardiovascolari. Per Patrizia Pernter è dunque evidente che la mummia non costituisce solo uno dei più antichi casi di calcificazione vascolare, ma anche “un esempio medico del fatto che una predisposizione genetica è forse il principale fattore scatenante per l’arteriosclerosi e la sclerosi coronarica”.

*RöFo Fortschritte auf dem Gebiet der Röntgenstrahlen und der bildgebenden Verfahren 2018; 190:61-64

Un coltello al posto della mano: dal Veneto ecco il “Capitan Uncino” longobardo [#Foto]

VERONA – [E.P.] Aveva un’età compresa, al momento del decesso, tra i 40 e i 50 anni e un coltello a mo’ di protesi al posto dell’avambraccio destro, proprio come una specie di “Capitan Uncino”: l’uomo, sepolto nella vasta necropoli (164 tombe) di Povegliano Veronese (VI e l’VIII secolo d.C.) era già ben nota ai cultori in quanto scavata in due campagne tra il 1985-86 e il 1992-93. Ma ora un’èquipe di ricercatori delle Università La Sapienza di Roma e Cattolica di Milano, insieme ai loro colleghi della  Scuola di Paleoantropologia di Perugia e del Policlinico Umberto I, ha pubblicato sul “Journal of Anthropological Sciences” (Vol. 96 – 2018) un dettagliato studio che esamina lo scheletro dell’uomo, trovato con un coltello posizionato in orizzontale all’altezza del bacino, mentre di solito armi di questo tipo sono dislocate in verticale e sul fianco del cadavere. La tesi degli studiosi è che si trattasse di una protesi. In linea con il coltello si trovava infatti ciò che restava del braccio destro, amputato con un’incisione netta –  ben cicatrizzata e senza tracce di infezioni, segno che la medicazione dopo il trauma era stata realizzata in maniera molto accurata -,  piegato a 90° tanto che il coltello ne sembra costituire la “naturale” prosecuzione.

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La sepoltura: le frecce indicano la posizione del braccio e del coltello (da  JAS, 96-2018, p. 4).

 

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I particolari delle ossa del braccio con i segni dell’amputazione (da  JAS, 96-2018, p. 5).

Le ossa conservavano inoltre ancora tracce organiche di pelle e cuoio che molto probabilmente facevano parte del sistema con cui la protesi era fissata all’avambraccio. Ad avvalorare ulteriormente la tesi dei ricercatori c’è anche l’esame dei denti dello scheletro,  che presentavano segni  notevolissimi di usura soprattutto nella parte destra: lesioni compatibili, secondo gli studiosi, con l’impiego della dentatura per stringere e tirare le stringhe di cuoio che tenevano legata la protesi. L’uomo, evidentemente,  se la legava egli stesso al braccio, aiutandosi con la mano sinistra.

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I segni di usura dei denti ( da  JAS, 96-2018, p. 9).

Le cause dell’amputazione non sono note: l’uomo potrebbe essersela procurata durante un combattimento, oppure gli potrebbe essere stata inflitta come pena a seguito di qualche delitto  – l’Editto di Rotari (643) prevedeva ad esempio l’amputazione della mano per i falsari -, o ancora, potrebbe esser il risultato di un intervento chirurgico.
Alcuni dei ritrovamenti di Povegliano Veronese (a cominciare dalla fossa contenente un cavallo decapitato e due cani integri, di recente esposta  anche alla mostra di Pavia e Napoli “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”) sono già stati pubblicati e sono ben noti agli studiosi. Ora arriva questo studio a fornire nuovi e interessanti dettagli sulla storia della comunità longobarda che abitava la zona quasi un millennio e mezzo fa.

Elena Percivaldi

Fonte: Ileana Micarelli, Robert Paine, Caterina Giostra, Mary Anne Tafuri,
Antonio Profico, Marco Boggioni, Fabio Di Vincenzo, Danilo Massani,
Andrea Papini & Giorgio Manzi, Survival to amputation in pre-antibiotic era: a case study from a Longobard necropolis (6th-8th centuries AD), in “Journal of  Anthropological Sciences”, Vol. 96 (2018), pp. 1-16.

“Ricostruzione storica per il racconto della quotidianità”: un nuovo seminario a Siena

Dopo il recente  (7 aprile) seminario dedicato al Reenactment,  il 10 maggio  l’Auditorium Santa Chiara Lab dell’Università degli Studi di Siena ospiterà la giornata di studi “Ricostruzione storica per il racconto della quotidianità: dalle fonti alla narrazione. Contesti archeologici e loro rappresentazione”.
L’incontro, a cura di Stefano Ricci Cortili e Marco Valenti, è inserito come il precedente nelle celebrazioni del decennale della scomparsa del grande archeologo Riccardo Francovich (1946-2007) . Nato dalla collaborazione tra Santa Chiara Lab,  Università degli Studi di Siena e Archeodromo del Parco di Poggio Imperiale a Poggibonsi (Si), si svolge all’interno del Progetto PRIN 2015 – Archeologia al futuro. Teoria e prassi dell’archeologia pubblica per la conoscenza, tutela e valorizzazione, la partecipazione, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile.
Sarà presente per la copertura social in diretta Let’s Dig Again (la prima web radio archeologica in Italia).


PROGRAMMA

Inizio ore 9,30
– Marco Valenti e Stefano Cortili Ricci – Introduzione ai lavori.

– Stefano Ricci Cortili – Dipartimento Scienze fisiche, della Terra e dell’ambiente, Università di Siena.
Il volto degli antichi: l’importanza della ricostruzione fisiognomica per una divulgazione scientifica corretta.

– Giulia Capecchi – Dipartimento Scienze fisiche, della Terra e dell’ambiente, Università di Siena
La ricostruzione facciale; tecniche di modellazione plastica e restituzione 3D.

– Floriano Cavanna – Presidente Arkè. Archeologia Sperimentale
Dai dati di scavo alla restituzione in plastico: esperienze pratiche.

– Vittorio Fronza – Archeotipo s.r.l.
Dai dati di scavo alla ricostruzione di capanne: il caso dell’Archeodromo di Poggibonsi.

Interverranno alla discussione Franco Cambi, Vasco La Salvia, Pierluigi Giroldini, Enrico Zanini, Roberto Farinelli.

Termine seminario: ore 14. Prevista diretta streaming.

 

QUI SOTTO, IL PRECEDENTE SEMINARIO

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CONVEGNI / A Ravenna “Le Mummie di Roccapelago 3.0: la rinascita degli antichi abitanti attraverso cinque anni di studi”

17350036_10210539670422088_9211293581209785121_oRAVENNA – Il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna, presenta il convegno “Le Mummie di Roccapelago 3.0: la rinascita degli antichi abitanti
attraverso cinque anni di studi” a cura di Stefano Benazzi, Giorgio Gruppioni, Mirko Traversari, con il patrocinio dell’Ausl Romagna e la collaborazione del gruppo Ausl Romagna Cultura, che si terrà a Ravenna venerdì 24 marzo, nella Sala delle Conferenze in via Ariani 1.
Si tratta di una scoperta che ha fatto il giro del mondo e che il 24 marzo vedrà la presentazione di cinque anni di studi, che porteranno sicuramente a risultati scientifici davvero importanti per archeologi, antropologi e studiosi di svariate discipline che, insieme, potranno ricostruire vita, attività e condizioni di salute di un’intera comunità tra XVII e XVIII secolo.
300 MUMMIE NATURALI INTERAMENTE ABBIGLIATE – La cripta sotto la Chiesa della Conversione di S. Paolo di Roccapelago ha restituito circa 300 inumati fra infanti, subadulti e adulti. Un numero rilevante di corpi, conservati in connessione anatomica parzialmente scheletrizzati, che erano stati deposti vestiti con camicie e calze pesanti, entro un sacco o un sudario, diverse decine di corpi conservano parti cospicue di tessuti molli mummificati.
Il rinvenimento si è dimostrato subito eccezionale, sia per il numero di individui riferibili ad una piccola comunità montana, sia per il loro stato di conservazione, e soprattutto per lo stato di parziale mummificazione, dovuto non ad interventi artificiali (spesso riservati a personaggi importanti del ceto religioso o a membri di famiglie illustri) ma alle particolari condizioni microclimatiche dell’ambiente di inumazione.
In particolare, ciò che attira maggiormente i ricercatori a indagare su questi territori è lo studio delle malattie multifattoriali (malattie ostearticolari e malattie metaboliche), quelle malattie cioè che hanno una dipendenza parziale da molti geni diversi, da fattori ambientali e dalle interazioni tra i due: è proprio negli isolati genetici, con le loro popolazioni così omogenee e con caratteristiche ambientali e sociali rimaste inalterate nel corso del tempo, che risulta più facile identificare i frammenti di Dna responsabili di alcune patologie.

UN UNICUM STORICO  –  Roccapelago si distingue in quanto la comunità è un unicum storico e attuale. Il ritrovamento delle mummie ha reso possibile l’individuazione durante lo scavo di un numero considerevole di caratteri epigenetici che hanno confermato l’appartenenza degli individui a stessi gruppi famigliari. Inoltre l’identificazione (già effettuata) di patologie degenerative e/o con eziologia infettiva spinge il caso in oggetto ad essere considerato una fonte importantissima.

Per approfondimenti: www.museomummieroccapelago.com


Le Mummie di Roccapelago 3.0: la rinascita degli antichi abitanti attraverso cinque anni di studi

Convegno a cura di Stefano Benazzi, Giorgio Gruppioni, Mirko Traversari

24/03/2017 DALLE 10:30 ALLE 17:00

Dove Sala Conferenze, via degli Ariani 1, Ravenna

10.30-10.40
Luigi Tomassini (Università di Bologna)
Saluti

10.40-10.50
Giorgio Gruppioni (Università di Bologna)
Apertura del convegno

10.50-11.10
Donato Labate (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara)
Introduzione

PRIMA SESSIONE
Moderatore: Stefano Benazzi

11.10-11.30
Carla Figus (Università di Bologna)
Mortalità infantile a Roccapelago: tra analisi antropologiche ed archivi storici

11.30-11.50
Mirko Traversari (Università di Bologna)
Nozze a Roccapelago, tra endogamia, esogamia ed isonimia

11.50-12.00 Pausa

12.00-12.20
Elisabetta Cilli (Università di Bologna)
Paleogenetica e paleodemografia degli antichi abitanti di Roccapelago

12.20-12.40
Federico Lugli (Università di Modena e Reggio Emilia)
Dieta e pratiche di foraggiamento a Roccapelago: primi risultati dalle analisi degli isotopi stabili ed elementi in traccia

12.40-13.00
Donata Luiselli (Università di Bologna)
Variabilità del microbiota e dieta nelle mummie di Roccapelago

13.00-14.30 Pranzo

SECONDA SESSIONE
Moderatore: Stefano Benazzi

14.30-14.50
Maria Grazia Bridelli (Università di Parma)
Resistere al tempo: analisi fisicochimiche sui tessuti biologici delle mummie di Roccapelago

14.50-15.10
Stefano Vanin (University of Huddersfield)
Indagine morfologica e molecolare sui reperti entomologici di Roccapelago

15.10-15.30
Thessy Schoenholzer Nichols (Storica del tessuto e del costume antico)
“Uso e abuso di indumenti”, camicie e calze delle mummie

15.30-15.50
Sara Piciucchi, Enrico Petrella (Azienda USL della Romagna sede operativa di Forlì)
L’impiego dell’imaging radiologico mediante Tomografia Computerizzata per indagare le condizioni di vita ed i segni di malattia su 13 mummie naturali di Roccapelago

16.10-16.30
Discussione e considerazioni finali
Intervengono: Luigi Tommassini, Donato Labate, Giorgio Gruppioni, Stefano Benazzi, Carla Figus, Mirko Traversari, Elisabetta Cilli, Federico Lugli, Donata Luiselli, Maria Grazia Bridelli, Stefano Vanin, Thessy Schoenolzer Nichols, Sara Piciucchi, Enrico Petrella, Antonino Vazzana, Laura Buti, Rita Sorrentino, Gregorio Oxilia, Patrizia Serventi, Marta Ciucani.

16.30 Chiusura dei lavori

Segreteria del Convegno: Mirko Traversari, Antonino Vazzana

Il Convegno è patrocinato da Azienda USL della Romagna e Gruppo AUSL Romagna Cultura con protocollo n. 2017/0046640/P del 03/03/2017

 

Dalla Preistoria al Medioevo: nasce a Firenze il nuovo polo di documentazione

Inaugurata la sede della biblioteca dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, primo lotto del nuovo polo interdisciplinare che riunirà oltre 100 mila volumi

845431bc-30ab-4224-95ad-c0b9ddf2aea7Nasce a Firenze un polo di documentazione archeologica unico in Italia, dotato di una biblioteca specialistica con un patrimonio librario di oltre 100.000 volumi dedicati ai diversi temi dell’archeologia, della preistoria, dell’arte e dell’antropologia culturale, unica in Italia per la sua consistenza e per la sua completezza disciplinare. Una volta completato, coprirà infatti un arco cronologico davvero ampio: dalla Preistoria al Medioevo. Il progetto è stato realizzato dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana in collaborazione col Museo Archeologico Nazionale e con il contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Nella sede del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, è stata presentata la conclusione del primo lotto dei lavori con l’inaugurazione della sede della biblioteca dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria e della nuova Sala di Lettura per tutti gli istituti.  Una volta conclusi i lavori, previsti per la fine del prossimo anno, la biblioteca riunirà i volumi oggi custoditi nelle biblioteche della Soprintendenza Archeologia della Toscana, dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici e dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. La spesa complessiva dell’operazione è indicativamente di 450.000 euro.

La biblioteca della Soprintendenza è nata nel 1871 come biblioteca del Museo Archeologico e dispone di circa 50.000 volumi tra monografie, cataloghi, periodici ed estratti. Il fondo più rilevante è il cosiddetto “Fondo Antico” costituito dai volumi originariamente appartenenti alle Collezioni dei Medici e dei Lorena, qui trasferiti nel 1915 dalla Galleria degli Uffizi. Annessa alla biblioteca della Soprintendenza vi è quella dell’Istituto di Studi Etruschi e Italici che dispone di circa 20.000 volumi.

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Il Primo Lotto, finanziato da Ente Cr Firenze, ha consentito di unire a queste due raccolte quella dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (IIPP) costituita da circa 30.000 volumi tra monografie e periodici, una delle più importanti del settore in Italia, dichiarata di interesse culturale dalla Regione Toscana nel 2013. Essa costituisce l’espressione dell’intensa attività scientifica svolta dall’Istituto nell’arco di oltre 60 anni: dalla sua fondazione (1954) da parte di Paolo Graziosi (nella foto: in Libia ritratto davanti ad incisioni preistoriche di elefanti) fino ad oggi. Le sue collezioni costituiscono una raccolta unica nel suo insieme, con particolare riferimento alle sezioni riguardanti l’arte e l’archeologia preistoriche. Di particolare rilevanza sono il fondo librario “Paolo Graziosi” che contiene opere ormai rare e introvabili e la ricchissima Emeroteca che conserva periodici provenienti da tutte le aree geografiche del pianeta.

La Sala di lettura è stata realizzata nella cosiddetta “Loggia di Luni” collocata al piano terra del Palazzo della Crocetta e con uno splendido affaccio sul giardino storico del museo. Questo ambiente offre al pubblico non solo un incantevole spazio per lo studio, ma anche la possibilità di conoscere il Giardino mediceo del palazzo, detto “Giardino Ameno”, luogo di grande bellezza e notevole interesse storico, ancora poco noto al grande pubblico. Fu realizzato dal giardiniere di Boboli Francesco Romoli a completamento del Convento della Crocetta nel quale andò a vivere la Principessa Maria Maddalena de’ Medici, sorella di Cosimo II, che vi trascorse il resto della sua breve vita (1600-1633). Questa area verde, abbellita da alberi secolari (come uno splendido tasso pluricentenario), antichi roseti e azalee dalle sfumature più disparate, accolse, tra il 1900 e il 1903, grandi tombe e monumenti etruschi smontati dalle loro sedi originarie e qui ricostruiti con lo scopo di creare un percorso museale didattico, parallelo e collegato a quello che si svolge all’interno del museo. Il giardino rappresenta oggi un unicum in Italia e, con l’apertura della nuova sala di lettura, diviene ora un luogo suggestivo anche per lo studio e la ricerca.

A lavori ultimati la Sala di lettura sarà in relazione con gli Archivi della Soprintendenza e del Museo Archeologico Nazionale e gli studiosi avranno a disposizione strumenti informatici per la consultazione bibliografica, la ricerca di documenti, di disegni e immagini nei fondi storici e, con l’avvio del secondo lotto, potrà essere consultato dal pubblico anche via web l’Archivio Storico della Soprintendenza che custodisce decine di migliaia di immagini fotografiche e di disegni che documentano gli scavi e le ricerche condotte aFirenze e in Toscana dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri. Nell’ambito del progetto è stato già restaurato e aperto al pubblico, sempre con fondi dell’Ente Cassa, il Cortile maggiore dei Fiorentini ed è previsto a breve il recupero anche di quello minore.

 

Link utili: ISTITUTO ITALIANO DI PREISTORIA E PROTOSTORIAISTITUTO ITALIANIO DI PREISTORIA E PROTOSTORIA