Palermo, un convegno analizza la Battaglia delle Egadi

10 marzo del 241 a.C. la Sicilia diventa terra “occidentale”: Giornata di Studi sulla Battaglia delle Egadi a Palermo

PALERMO – Dopo oltre vent’anni di scontri navali e terrestri, la Battaglia delle Isole Egadi segna il momento conclusivo della prima guerra punica: Cartagine è costretta a chiedere la pace e abbandonare definitivamente la Sicilia. E’ il 10 marzo del 241 a.C., un giorno epocale per la Sicilia, il momento in cui l’isola diventa terra “occidentale”,  entrando definitivamente nella sfera di influenza di Roma. Di tutto questo si discuterà venerdì 4 maggio 2018 alle ore 16,00, presso l’Arsenale della Marina Regia in via dell’Arsenale, 144 a Palermo, nel corso della Giornata di studi organizzata dalla Soprintendenza del Mare.

Diversi gli interventi previsti. Si inizia con la relazione di  Sebastiano Tusa, Assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, che parlerà su “La Battaglia delle Egadi ritrovata”, a cui farà seguito quella di Francesca Oliveri, della Soprintendenza del Mare, che affronterà  il tema “Minima Aegatium. Considerazioni iconografiche, epigrafiche, etc.”. Il convegno continua con l’intervento di Roberto La Rocca, sempre della Soprintendenza del Mare, che relazionerà su “La battaglia delle Egadi: aspetti tecnici e metodologici delle ricerche”, inoltre Cecilia Buccellato, dell’Assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana parlerà su “La manifattura dei rostri delle Egadi”, e infine Stefano Zangara, del Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, affronterà il tema “La Prima Guerra Punica: la supremazia militare e commerciale romana nel Mediterraneo attraverso le nuove sperimentazioni applicate alle ricerche marine”. Coordinano i lavori Alessandra De Caro e Alfonso Lo Cascio della Soprintendenza del Mare.

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Uno dei rostri ritrovati sul sito della battaglia. Foto Soprintendenza del Mare

UNA BATTAGLIA DECISIVA –  La battaglia delle Egadi è uno di quegli eventi che, da Polibio in poi, hanno alimentato il dibattito sulle guerre puniche, sulle loro cause e sulla svolta geopolitica che ne conseguì, ed hanno acceso l’immaginazione soprattutto sulla spettacolarità delle vicende belliche.

I Cartaginesi di Amilcare erano assediati sulle balze nord-orientali del monte Erice che sovrasta la città di Trapani (l’antica Drepanum). I Romani ne tenevano saldamente le pendici occidentali e la vetta, lasciando in mano nemica soltanto un corridoio che dava accesso al mare nei pressi dell’odierna baia di Bonagia. La situazione si aggrava con l’arrivo della flotta romana che occupa le acque antistanti Drepanum e le rade di Lilibeo. L’intera costa occidentale dell’isola resta quindi tagliata fuori da ogni collegamento con Cartagine; Lilibeo, fondamentale snodo marittimo e terrestre della Sicilia punica, rimane senza sbocchi a causa del blocco romano.

I Cartaginesi tentano di tutto pur di soccorrere Amilcare chiuso sul monte. A tal proposito approntano una forza navale al comando dell’ammiraglio Annone che, partita da Cartagine, raggiunge Marettimo (Hiera) dove attese vento e mare favorevoli per l’ultimo balzo verso la Sicilia per soccorrere i propri connazionali.

Lutazio Catulo intuisce la rotta delle navi puniche che, da Hierà, evitando naturalmente la costa pattugliata tra Drepana e Lilibeo, avrebbero puntato su Erice, ampliando il raggio di navigazione verso l’accesso nord-orientale dell’attuale Torre di Bonagia: occorreva tagliarne la rotta, volgendo a favore dei Romani quel forte libeccio che, pur propizio alle vele nemiche, non le avrebbe comunque alleggerite del pesante carico di vettovaglie in caso di un attacco a sorpresa.

Lo scontro avvenne a Nord di Levanzo laddove le ricerche archeologiche effettuate dalla Soprintendenza del Mare, in collaborazione con Fondazione private, hanno messo in evidenza le prove che ormai fugano ogni dubbio sulla reale cinetica della battaglia.

Lutazio Catulo si nascose dietro l’alta mole di Capo Grosso di Levanzo e, quando vide sopraggiungere il nemico a vele spiegate diede ordine di tagliare le cime d’ormeggio e salpare in fretta in modo da colpire le navi nemiche al traverso. Ci volle poco a scatenare la confusione e lo sgomento tra i marinai cartaginesi. In preda al panico parte della flotta rientrò verso Cartagine, parte fu distrutta o catturata da Lutazio Catulo, ponendo fine alla Prima Guerra Punica.

 

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Elmi e lingotti, tra i tesori dal mare di Gela anche l'”Oro di Atlantide”

Presentati al Museo di Gela i reperti subacquei recuperati dalla Soprintendenza del Mare. Esposti anche i lingotti di Oricalco, il mitico “Oro di Atlantide”
FOTO ©Soprintendenza del Mare

GELA (CL) – Due elmi corinzi e una serie di lingotti di  “oricalco”,   definito anche l’Oro di Atlantide perché composto di una lega di rame e zinco simile al nostro ottone e considerato, nell’antichità,  al terzo posto per valore commerciale dopo l’oro e l’argento. Sono questi alcuni dei più importanti tesori presentati ieri al Museo archeologico regionale di Gela (Cl),  recuperati dalla Soprintendenza del Mare nel corso delle campagne di indagine che hanno interessato, negli ultimi anni, le acque davanti alla cittadina della provincia di Caltanissetta. Gli interventi sono stati effettuati  in collaborazione con la Guardia di Finanza ROAN di Palermo, la Capitaneria di Porto di Gela e il subacqueo gelese Francesco Cassarino.

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FOTO ©Soprintendenza del Mare

REPERTI UNICI E RARI – I lingotti facevano parte di un prezioso carico trasportato da un’antica nave naufragata a qualche centinaio di metri dalla costa gelese, ad una profondità di circa cinque metri.  La scoperta dei lingotti di oricalco è tra le più importanti di questi ultimi anni sia perché costituisce un unicum come ritrovamento, sia perché i reperti  finora conosciuti forgiati con questa lega di rame e zinco sono molto rari. I due elmi corinzi provengono invece dai fondali di contrada Bulala: molto simili tra di loro, presentano un’ampia calotta con paranaso rettangolare allungato e due ampie paragnatidi. Una fila di piccoli fori presenti lungo tutto il bordo serviva per il fissaggio di fodere in cuoio all’interno. Gli elmi  sono inquadrabili nella tipologia diffusa in Grecia tra il 650 e il 450 a.C.

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I lingotti di oricalco. FOTO ©Soprintendenza del Mare

Fra i reperti più significativi c’è anche una coppa  exaleiptron (cothon) di importazione corinzia con decorazione geometrica databile dalla seconda metà alla fine del VI secolo a.C. (questo tipo di recipienti era destinato a contenere liquidi profumati per uso sia personale che rituale), una macina in pietra lavica con inserto in legno e un’ancora in piombo e legno. Tutti i ritrovamenti, il cui restauro è stato effettuato grazie al supporto del Club per l’Unesco di Gela, saranno esposti in mostra presso lo stesso Museo di Gela Ennio Turco.

 

PALERMO / Un convegno sul Mediterraneo al tempo di al-Idrīsī

PALERMO –  La Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia e l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana presentano il convegno “Il Mediterraneo al tempo di al-Idrīsī. Relazioni tra Nord e Sud, Oriente e Occidente”, che si terrà  lunedì 4 settembre 2017 dalle ore 16,30 presso la Soprintendenza del Mare, Palazzetto Mirto, Palermo.

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I relatori: Rossana Barcellona, docente Cristianesimo e culture del Mediterraneo, Università degli Studi di Catania; Ferdinando Maurici, storico medievista, direttore del Museo Regionale di Terrasini; Carlo Ruta, saggista e studioso del mondo mediterraneo; Teresa Sardella, docente di Storia medievale, Università degli Studi di Catania; Sebastiano Tusa, archeologo e soprintendente del Mare della Regione Sicilia; Francesco Vergara Caffarelli, storico della Sicilia moderna, già direttore della Biblioteca Centrale della Regione Siciliana; Fernando Villada Paredes, archeologo e storico medievista. Coordina il dibattito Alessandra De Caro, dirigente della Soprintendenza del Mare.

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Le relazioni: Rossana Barcellona, Agiografia e geografia al tempo di al-Idrīsī. I viaggi di san Placido; Ferdinando Maurici, Le coste siciliane al tempo di al-Idrīsī; Carlo Ruta,Gherardo da Verona e le traduzioni di Toledo. La diffusione e lo scambio dei saperi nel XII secolo; Teresa Sardella, Imperatori e papi al tempo di al-Idrīsī; Sebastiano Tusa. Il qanat. Il sistema di canalizzazione delle acque dalla Sicilia araba  alla Sicilia normanna; Francesco Vergara Caffarelli, I viaggi di un pellegrino islamico e di un mercante ebreo.Ibn Jubayr e Benjamin de Tudela; Fernando Villada Paredes, La città di Ceuta nell’epoca di al-Idrīsī.

ARCHEOLOGIA / Egadi, recuperato il 12mo rostro di bronzo della battaglia

Recuperato il dodicesimo rostro in bronzo della battaglia delle Egadi combattuta nel 241 a.C. tra Romani e Cartaginesi. La scoperta è stata comunicata dalla Soprintendenza del Mare – Regione Siciliana: l’importante reperto sarà presentato in una conferenza stampa

Il dodicesimo rostro in bronzo è stato trovato laddove, da anni, si ritiene fosse avvenuta la battaglia delle Egadi tra Romani e Cartaginese, a 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo (Trapani). Questa importante scoperta conferma la veridicità dell’ipotesi e aggiunge un tassello importante al patrimonio culturale della Sicilia. Il suo recupero, si legge nel comunicato diramato, è stato possibile grazie alla fruttuosa collaborazione tra la Soprintendenza del Mare e la RPM Nautical Foundation statunitense.

Il reperto presenta la novità assoluta, tra i 12 finora identificati, di avere la parte lignea della prua della nave all’interno. La sua estrazione e conseguente studio darà preziose informazioni sulla tecnologia navale adoperata per costruire le navi da guerra in quel periodo. Si notano le parti finali della chiglia, del dritto di prua, delle due cinte laterali e della trave di speronamento.

Fonte: comunicato ufficiale
Foto: © Soprintendenza del Mare

Ritrovato il 12° Rostro della Battaglia delle Egadi, emerso anche un elmo di tipo Montefortino / FOTO

TRAPANI – A 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, è stato ritrovato il 12° rostro pertinente la Battaglia delle Egadi. Ad annunciarlo  la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, che ha realizzato il recupero grazie a una collaborazione internazionale con la GUE – Global Underwater Explorer, con cui ha effettuato immersioni nell’area già oggetto di ritrovamenti negli scorsi anni da parte della RPM Nautical Foundation.

Il team della GUE, sotto il coordinamento scientifico della Soprintendenza del Mare, ha effettuato con due squadre di subacquei immersioni esplorative su batimetriche che vanno dai 75 ai 90 metri. Dopo avere documentato il rostro “Egadi 9” già individuato nel 2012  e in attesa di recupero, la ricerca è continuata in maniera sistematica sullo stesso areale dove è stato rinvenuto il nuovo rostro.

Il ritrovamento dell'elmo Montefortino_photo Jarrod Jablonski_GUE

Il ritrovamento dell’elmo Montefortino . photo Jarrod Jablonski_GUE

Il reperto in bronzo, si trova adagiato sul fondo e si presenta integro e in ottime condizioni. A pochi metri è stato individuato un elmo in bronzo del tipo Montefortino che si va ad aggiungere agli altri otto ritrovati e recuperati nelle precedenti campagne di ricerca. E’ stato quindi effettuato dai subacquei il posizionamento dei reperti e la documentazione video fotografica. Inoltre per la prima volta i fotografi della Global Underwater Explorer hanno realizzato una fotogrammetria tridimensionale del rostro nel luogo di ritrovamento. Si è ottenuto quindi un modello 3D ad alta risoluzione di grande impatto scenografico ma di notevole utilità per le prime analisi scientifiche.

Il recupero dei reperti è stato già programmato per il mese di Ottobre 2017.

La perfetta sinergia tra la Soprintendenza del Mare e la GUE – Global Underwater Explorer continua a dare risultati eccellenti. Già nel 2014 e nel 2015 da questa collaborazione sono arrivati notevoli risultati dalle esplorazioni effettuate alle Isole Eolie dove sono stati indagati relitti antichi profondi nei fondali di Panarea e di Lipari.

“E’ un risultato eccezionale – commenta il Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa –  sia sotto il profilo scientifico poiché aggiunge altri reperti a quelli già noti e recuperati che certamente potranno apportare nuovi dati tipologici, tecnici e epigrafici decifrando le iscrizioni che certamente si trovano sui nuovi rostri. E’ anche un ulteriore rafforzamento dei dispositivo di tutela localizzando i nuovi reperti e, infine, ci gratifica poiché rende più incisiva e fruttuosa quella collaborazione internazionale che da sempre costituisce uno dei punti di forza più coltivati dalla nostra Soprintendenza. C’è anche da sottolineare che ancora una volta si ribadisce la correttezza del percorso metodologico adottato che vede un eccellente esempio di giusto equilibrio fra ricerca strumentale e intervento diretto dell’uomo”.

Sede logistica del team_photo Salvo Emma_Soprintendenza del Mare

Sede logistica del team_photo Salvo Emma_Soprintendenza del Mare

Queste ultime scoperte si aggiungono alle tante effettuate nel passato in questo tratto di mare tra Levanzo e Marettimo che hanno permesso di localizzare esattamente il sito in cui si combatté una delle più grandi battaglie navali dell’antichità per numero di partecipanti, circa 200 mila, tra i Romani, guidati da Gaio Lutazio Catulo, e i Cartaginesi, capeggiati da Annone, e che, oltre a chiudere a favore dei primi la lunga e lacerante Prima Guerra Punica, sancì la supremazia di Roma su Cartagine. Sono tornati alla luce autentici frammenti di storia antica in forma di dodici rostri bronzei di antiche navi da guerra, nove elmi bronzei, centinaia di anfore e reperti di uso comune.

Fonte: Soprintendenza del Mare.

ARCHEOLOGIA – MOSTRE / “Meraviglie del mare”, la Sicilia riscopre i suoi tesori sommersi

unnamedPALERMO –  Aprirà al pubblico il 6 novembre a Palermo, nelle Sale Duca di Montalto di Palazzo Reale, la  mostra “Mirabilia Maris, tesori dai mari di Sicilia”. Curata da Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Siciliana,   è dedicata alle testimonianze storico-archeologiche subacquee provenienti dai fondali siciliani dalla preistoria fino alle epoche più recenti con il proposito di promuovere e valorizzare il patrimonio storico archeologico subacqueo recuperato in Sicilia. Un enorme patrimonio, fino ad oggi, solo parzialmente fruibile nei diversi musei di pertinenza del territorio siciliano.

La mostra, già ospitata ad Amsterdam e Oxford, ripercorrerà 2.500 anni di storia della Sicilia fino al XVI secolo, sottolineando l’intenso lavoro degli archeologi subacquei e i nuovi mezzi di indagine e di recupero in alto fondale grazie all’avvento delle nuove tecnologie.

Divisa in sette sezioni, mette insieme reperti (la maggior parte dei quali mai finora esposto in Sicilia) e pannelli relativi alla storia dell’isola attraverso i suoi reperti subacquei che illustrano le ultime scoperte della Soprintendenza del Marre, e anche quelle più antiche dei primordi dell’archeologia subacquea siciliana (Frost, Kaptain, etc.) con filmati storici, video-installazioni, ricostruzioni virtuali dei siti e relitti, l’edizione completa di un catalogo illustrato della mostra e dei reperti in lingua italiana ed inglese.

La mostra, aperta fino al 6 marzo 2017,  nasce dalla collaborazione tra i direttori dei musei che l’hanno, precedentemente ospitata e con i quali si è dato vita al Consorzio COBBRA, acronimo che indica i 5 musei a partire dall’Allard Pierson di Amsterdam e Ashmolean di Oxford, e di quelli che l’ospiteranno in futuro, la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen e il Landesmuseum di Bonn.

Informazioni

 

Un enorme carico di anfore: ecco le prime immagini del relitto romano di Acitrezza

#ARCHEOLOGIA SUBACQUEA Ecco le prime immagini del #relitto #romano  di #Acitrezza @sopmare

acitrezza_luglio_2016_02ACITREZZA (CT) – Prime spettacolari immagini e primi risultati (tra cui un rilievo in 3D propedeutico allo studio scientifico) per la ricerca in corso sul relitto di Acitrezza, la nave romana del II secolo a.C. che giace  tra i 65 e gli 80 metri di profondità sul fondale di Aci Castello, in Sicilia. Il rilievo è stato realizzato con la collaborazione tecnica del diving “Oceano Mare” di Massimo Ardizzoni che ha realizzato le riprese fotografiche, e con il supporto logistico del diving DNA Shock di Catania. Sotto la direzione del Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa, l’archeologo responsabile di zona Philippe Tisseyre ha coordinato le operazioni di rilievo e documentazione, mentre l’elaborazione dei dati in 3D è stata realizzata da Salvo Emma.

GRANDE CARICO DI ANFORE – Secondo quanto comunicato dalla Soprintendenza del Mare, il carico della nave è complesso, con anfore di almeno cinque tipi ed è molto interessante per quanto riguarda le nuove problematiche della navigazione segmentaria nell’antichità e della redistribuzione dei carichi anforistici. Almeno due tipi di anfore rinvenute su questo relitto non sono state finora documentate in un carico (anfore globulari e di piccolo modulo).  E’ prevista a breve una ricerca sugli impasti per determinare – se possibile  – il tipo di argilla e la localizzazione delle fornaci di produzione.
Il relitto è stato segnalato per la prima volta nel 2011 da G. Camaggi e G. Tomasello; successivamente il gruppo di esploratori subacquei  del team “Rebreather Sicilia”, in collaborazione con la Soprintendenza del Mare, ha effettuato la prima documentazione video fotografica dando vita al progetto “Ombre dal fondo”. Dopo i primi rilievi tecnici effettuati nel 2015, la Soprintendenza del Mare sta effettuando adesso lo studio di dettaglio del relitto e del suo carico. All’inizio del mese di luglio 2016, in collaborazione con Oceano Mare di Massimo Ardizzoni, DNA Shock di Catania e con la locale Capitaneria di Porto, è stato effettuato il recupero di due anfore al di fuori del carico principale: un’anfora Dressel 1C e un’anfora di piccolo modulo appartenente alla morfologia delle anfore greco-italiche.

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Rielaborazione 3d del relitto (c) Soprintendenza del Mare

Il carico più consistente è composto da anfore greco italiche “di transizione” provenienti dalla Campania o dall’Etruria e di alcune anfore Dressel 1C, mentre il rilievo 3D ha messo in evidenza alcune anfore del tipo lamboglia 2/greco-italica, già trovate in associazione su altri relitti nel Mediterraneo. Ciò potrebbe suggerire anche vari scali adriatici ma anche la presenza nelle vicinanze di un “hub” di ridistribuzione delle anfore. La datazione complessa, inerente le problematiche ancora aperte su queste tipo di anfore, è da situare intorno al II secolo a.C., probabilmente metà-fine del secolo.

LUNGO LE ROTTE DEL MEDITERRANEO ANTICO – Per effettuare la ricostruzione 3D sono state scattate dal fotografo subacqueo Massimo Ardizzoni oltre 1500 fotografie che consentiranno la realizzazione di un modello tridimensionale. Da una prima elaborazione si è notata la presenza di tre zone dove non sono presenti reperti, ma ciò che in un primo tempo sembra segnalare qualche furto ad opera di tombaroli, potrebbe invece risultare la presenza di elementi del carico deperibili (casse di vimini, ecc.), interpretazione rafforzata dalla pluralità del carico.
Oltre alle anfore, sono state già individuate le due ancore in piombo con ceppo e contromarra dell’imbarcazione ancora in situ, alcune tegole e un lungo tubo di sentina sopra le anfore, sottolineando il processo formativo del relitto probabilmente rovesciato di tre quarti sul fondale.  Lo studio in corso permetterà di ricostruire oltre al carico, la sua disposizione e le caratteristiche della nave (ca. 15 metri di lunghezza e 4 di larghezza), aggiungendo un tassello alla la rotta delle imbarcazioni commerciali lungo la costa catanese e alla sua interportualità, sottolineando la notevole importanza di scali come quello delle Isole dei Ciclopi, citato anche nell’Eneide, probabilmente legata anche a motivi cultuali.

A SETTEMBRE I RISULTATI DEGLI STUDI – Nelle prossime settimane, con l’appoggio della Capitaneria di Porto, un robot sottomarino a controllo remoto (ROV) perlustrerà ulteriormente l’area intorno al relitto, verificando l’eventuale presenza di altre parti del suo carico. I risultati degli studi che la  Soprintendenza del Mare sta effettuando verranno presentati e discussi durante il V Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea che si terrà a Udine nel prossimo mese di settembre. La campagna di ricognizioni sul relitto proseguirà per tutto il mese di luglio 2016. Il sito, regolato dall’ordinanza dalla Capitaneria di Porto di Catania 121/2011, è tuttora visitabile, a condizione di essere in possesso di brevetti tecnici e sotto la guida dei diving center autorizzati dalla Soprintendenza del Mare.