MOSTRE / “In loco ubi dicitur Vicolongo”: la lunga storia di un villaggio modenese

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Nella foto: placchetta circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale con un rivetto ancora inserito in posizione centrale. Lega di rame, dal XIII secolo (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)

Da villaggio rurale a castello: l’evoluzione di un insediamento altomedievale raccontata per reperti e immagini. Venticinque anni di ricerche storiche e archeologiche e un importante intervento di tutela spalancano le porte del castrum di Santo Stefano

MODENA –  “Nel luogo chiamato Vicolongo”. Quante volte nei formulari notarili medievali o negli atti ecclesiastici antichi ci si imbatte nella dicitura tanto promettente quanto misteriosa “in loco ubi dicitur” seguita dal toponimo. La ricerca di questi luoghi indicati solo dalle fonti, quasi sempre lunga ed estenuante, si rivela spesso infruttuosa.  Ma non a Novi di Modena. Qui il caparbio lavoro del Gruppo Archeologico Carpigiano, del Gruppo Archeologico Bassa Modenese e del Circolo Storico Novese, coordinato dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, è riuscito a trovare ciò che cercava. E anche di più, ne ha ricostruito la storia.

L’individuazione del sito archeologico di Vicolongo, a metà strada tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia, è figlio di una ricerca durata più di 25 anni. Nessuna strada, nessun corso d’acqua, edificio o consuetudine orale indiziavano nel nome l’antico Vicus Longus. Solo i documenti d’archivio ubicavano in quest’area prima unvicus, menzionato a partire dall’841 nei pressi della pieve di Santo Stefano, e poi un castrum.

Ricerche di superficie e sondaggi più recenti hanno portato prima al recupero di centinaia di reperti tra cui armi, monete e ornamenti anche di grande pregio, e poi al ritrovamento di una porzione del sistema difensivo del castrum e di un manufatto della fase precedente, una fornace, riferibile al vicus citato dalle fonti.

 UN CASTELLO E LA SUA STORIA – La mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena” racconta con reperti e immagini la storia di questo sito, posto in un territorio ininterrottamente occupato dall’età augustea alla tarda Antichità, poi trasformato nel castello altomedievale più volte menzionato dai documenti d’archivio.

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Allestita fino al 25 aprile nel Polo Artistico Culturale, la mostra è curata dagli archeologi Sara Campagnari, della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, e Mauro Librenti, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ed è corredata da una guida breve e un catalogo scientifico editi dal Gruppo Studi Bassa Modenese.

L’esposizione offre una visione complessiva dell’insediamento, ricostruendo l’assetto del castello e presentando una selezione di oltre 200 reperti che illustrano la vita nel castrum fin dalle sue fasi più antiche.

Grazie al lavoro congiunto di associazioni locali e Soprintendenza la mostra mette a sistema tutti i dati ricavabili dalle fonti, dai vecchi e nuovi dati archeologici, dalle recenti indagini stratigrafiche e analisi archeobiologiche, riuscendo infine a ricostruire natura e assetto del castrum, le attività che vi si svolgevano e il suo inserimento nella rete di traffici commerciali che facevano capo all’area del Delta del Po.

Le fonti scritte ubicano il vicus nelle vicinanze della pieve di Santo Stefano, menzionata a partire dall’841 e nota fino al 1188. Pieve e villaggio vengono di nuovo citati in un documento di compravendita dell’878.

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Disegno ricostruttivo del castrum di Vicolongo come doveva apparire tra XIII e XIV secolo

Nel 911 l’abitato è trasformato in un castrum fortificato per volontà del vescovo di Reggio Emilia, su autorizzazione di re Berengario I. Questa evoluzione è riconducibile al fenomeno dell’incastellamento -che in area padana si sviluppa a partire dalla fine del IX secolo- cioè quel processo di accentramento della popolazione all’interno di insediamenti rurali fortificati (castra), circondati da fossati e difese in terra e legno (terrapieni e palizzate) per fronteggiare situazioni di grave insicurezza, come le nuove ondate di invasioni.

Il castrum risulta distrutto nel 1288 da Alberto della Scala e successivamente ricostruito. Menzionato ancora nel 1361, incontra un rapido declino, tanto da essere definito come villa nel 1387. Questo secondo le carte. Da lì sono partite ricerche, sondaggi e studi che, come dimostrano i manufatti in esposizione, hanno dato esiti piuttosto inconsueti.

DAI DOCUMENTI AGLI SCAVI  – Se i manufatti più antichi sono in linea con quelli tipici dei siti incastellati in area padana, a partire dal XIII secolo la situazione sembra cambiare radicalmente. L’insolita presenza di materiali di pregio importati dal Veneto o dall’area bizantina (maiolica arcaica, graffita bizantina e ceramiche da mensa) testimoniano l’inserimento dell’area in un circuito commerciale di livello europeo, che transitava lungo il Po verso le regioni padane nord-occidentali e di cui pare rimasta traccia anche nella tappa intermedia di Santo Stefano di Vicolongo. Al tempo stesso, la densità di monete, armi e ornamenti databili tra il XIII e il XIV secolo attestano il carattere elitario dei suoi occupanti, oltre a riflettere un elevato livello di militarizzazione dell’insediamento che nella sua fase comunale subisce una notevole trasformazione in piazzaforte signorile (con annessa torre) perdendo le caratteristiche di centro di popolamento.

La mostra di Novi di Modena dà conto anche del lungo e complesso processo che ha condotto alla recente emissione del vincolo archeologico. La prime ricognizioni di superficie, poi periodicamente ripetute, iniziano nel 1991, recuperando decine di reperti ceramici, metallici (strumenti da lavoro, oggetti d’uso quotidiano, ornamenti e armi), numismatici, laterizi e lapidei, e individuando un areale di circa un ettaro perfettamente visibile anche dalle foto aeree. Ma è solo con il progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana che nel 2011 vengono avviati sondaggi più approfonditi: il tracciato prevede il passaggio sul sedime del castrum di Santo Stefano e la Soprintendenza dispone la realizzazione di saggi archeologici preventivi per verificare la compatibilità dell’opera pubblica con la tutela dei depositi presenti nel sottosuolo.

Seppur scontato, l’esito dei sondaggi è superiore alle aspettative e conferma non solo l’altissima potenzialità archeologica del sito ma anche una stratigrafia ottimamente conservata.

Alla luce di questi ritrovamenti ogni soluzione progettuale appare incompatibile con la tutela archeologica e la Soprintendenza non solo chiede e ottiene la variante del tracciato autostradale ma avvia contestualmente la pratica di dichiarazione dell’interesse culturale (il vincolo sarà emesso il 18 gennaio 2016) che mette definitivamente al riparo il castrum di Novi di Modena da eventuali futuri interventi che non siano legati alla ricerca archeologica.

 


 

INFORMAZIONI

In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena

Novi di Modena (MO) – Sala EXPO presso il PAC – Polo Artistico Culturale, Viale G. Di Vittorio, 30.

Durata: 24 febbraio 2018 – 25 aprile 2018

ORARI giovedì ore 10-12,30; sabato e festivi ore 10-12,30 e 15-18

INFO 059 6789220 (Lunedì e Giovedì 15-19; Martedì e Mercoledì 9-12.30; 15-19; Venerdì e Sabato 9-12.30) – biblioteca1@comune.novi.mo.it

http://www.archeobologna.beniculturali.it/mostre/novi_mo_2018.htm

Mostra a cura di: Sara Campagnari (SABAP-BO), Mauro Librenti (Università Ca’ Foscari)

Promossa da: Gruppo Archeologico Carpigiano, Circolo Storico Novese, Circolo Naturalistico Novese, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

In collaborazione con: Gruppo Studi Bassa Modenese, Dipartimento di Scienze della Vita – UNIMORE

Patrocinata da: Comune di Novi di Modena e Pro Loco “Adriano Boccaletti” di Novi di Modena

Con il finanziamento di Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e il sostegno di Auser risorsAnziani – Sezione di Novi, Coop Alleanza 3.0, Caseificio Razionale Novese, Tecnofiliere S.R.L., AUTOMAC Engineering

Catalogo a cura di: Sara Campagnari (SABAP-BO), Mauro Librenti (Università Ca’ Foscari), Francesca Foroni (Gruppo Studi Bassa Modenese) edito nella collana “Biblioteca” del Gruppo Studi Bassa Modenese

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BOLOGNA / Claterna, nuove eclatanti scoperte dagli scavi: emerge il teatro romano

OZZANO NELL’EMILIA (BOLOGNA) – La campagna di scavo 2017 ha inaugurato un nuovo progetto triennale di ricerca focalizzato su due precisi settori dell’antica città di Claterna: la già nota ‘casa del fabbro’ e l’area centrale destinata in antico agli edifici pubblici.
Per la ‘casa del fabbro’ è proseguita sia l’attività di scavo iniziata nel 2005 (scoprendo nuovi ambienti della domus) che quella di archeologia sperimentale (ricostruendo in scala reale e in situ nuovi muri e stanze).
Per quanto riguarda l’area centrale degli edifici pubblici –un’assoluta novità degli scavi 2017- è finalmente iniziata l’attività di ricerca in uno dei settori più importanti e al tempo stesso meno conosciuti della città romana, intercettando subito parti del teatro e alcune fondazioni perimetrali di un altro grande edificio pubblico.
Gli scavi 2017 sono stati presentati nel corso di una visita guidata che si è tenuta stamani, martedì 31 ottobre, con interventi di Renata Curina, archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, Luca Lelli, Sindaco del Comune di Ozzano dell’Emilia, Annarita Muzzarelli, Assessore del Comune di Castel San Pietro Terme, Saura Sermenghi, Presidente dell’Associazione Culturale “Centro studi Claterna – Giorgio Bardella, Aureliano Dondi”, Maurizio Liuti, Direttore Comunicazione CRIF (Azienda sostenitrice), Daniele Vacchi, Direttore Corporate Communications Gruppo IMA (Azienda sponsor) e Alessandro Golova Nevsky, Rotary Club Bologna (Coordinamento progetto di alternanza scuola-lavoro). La visita guidata è stata condotta da Renata Curina e da Claudio Negrelli e Maurizio Molinari, referenti scientifici dell’Associazione Culturale “Centro studi Claterna – Giorgio Bardella, Aureliano Dondi”.

La presentazione degli scavi di Claterna martedì 31 ottobre 2017
31 ottobre 2017, presentazione degli scavi. Da sinistra: Maurizio Liuti, Daniele Vacchi, Annarita Muzzarelli,  Saura Sermenghi, Luca Lelli, Alessandro Golova Nevsky, Renata Curina, Claudio Negrelli e Maurizio Molinari

LO SCAVO E LA RICOSTRUZIONE DELLA ‘CASA DEL FABBRO’ (SETTORE 11)
Le ricerche nel settore 11 sono iniziate nel mese di giugno. Quest’anno l’attività di scavo ha visto l’apporto degli studenti di alcuni istituti superiori di Bologna nell’ambito del progetto alternanza scuola–lavoro. È stata scoperta un’altra importante serie di ambienti della domus ‘del fabbro’ che si sviluppavano verso nord, probabilmente attorno a un cortile, mentre si è proseguito con l’attività di archeologia sperimentale, ricostruendo (in scala reale e in situ) uno dei muri perimetrali dell’edificio (quello verso ovest, cioè verso lo Stradello Maggio) con base in laterizi romani e alzato in terra cruda.
Gli studenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno eseguito i disegni delle strutture e delle stratificazioni emerse nella fase precedente, impostando le basi topografiche (picchettatura) per i successivi rilievi.

Veduta dall'altro dell'area di scavo 2017 nella "Casa del fabbro"
Veduta dall’altro dell’area di scavo 2017 nella “Casa del fabbro” (foto Paolo Nanni)

Lo scavo della domus del settore 11 è iniziato con l’asportazione dei riempimenti delle spoliazioni, cioè le trincee lasciate da coloro che nel Medioevo cavarono fino alle fondamenta gli antichi materiali costruttivi della città -ormai da tempo abbandonata- per reimpiegarli evidentemente altrove.
Nella parte est della nuova area di scavo è venuto alla luce quello che parrebbe essere una sorta di piccolo settore termale privato pertinente alla domus: è stato infatti individuato un vano con suspensurae, i tipici mattoni circolari in genere associati agli ipocausti dei calidari termali. Tra il materiale di crollo sono stati trovati interessanti frammenti di un mosaico che forse decorava il pavimento soprastante.
Più a sud, è stata scoperta un’altra pavimentazione in cocciopesto (battuto cementizio a base fittile), particolarmente ben conservata nonostante la scarsa profondità dal piano di campagna attuale, e un’altra pavimentazione ribassata, funzionale a sua volta alla presenza di un pozzo.
La possibilità di scavare in profondità ha rivelato una serie di strati che descrivono con precisione le varie fasi di vita della domus durante un lunghissimo periodo di tempo. Poiché in archeologia si procede a ritroso (dal più recente al più antico man mano che si scava) si sono subito trovate strutture murarie e pavimenti in terra battuta databili al V–VI secolo, cioè coeve alle ultime fasi di rioccupazione dell’edificio: sappiamo infatti che in questo luogo, dopo l’abbandono della domus, si stabilirono degli artigiani che lavoravano il ferro (da cui la denominazione di ‘domus del fabbro’), dei quali abbiamo ritrovato l’officina e gli ambienti in cui risiedevano con le proprie famiglie.
Proseguendo lo scavo, è stato individuato uno strato di crollo più antico (III-IV secolo) per lo più riferibile a un tetto vista l’ampia presenza di tegole e coppi.
Sotto questo crollo sono stati individuati almeno tre ambientiIl primo dotato di pozzo realizzato con mattoni ‘puteali’ disposti in circolo. Si tratta di un rinvenimento molto importante perché potrebbe raccontare molte cose sulla vita quotidiana della domus: i pozzi sono fondamentali in primis per studiare il tema dell’approvvigionamento idrico della città e poi perché dentro i pozzi venivano spesso gettati oggetti d’uso (sia in fase di utilizzo che in fase di abbandono) spesso in ottimo stato di conservazione.
Il secondo ambiente, quello più a nord, ha restituito due piani pavimentali sovrapposti: uno più antico in battuto cementizio (cocciopesto) e uno più recente, realizzato con un sottile riporto di argilla e calce.
Il terzo ambiente, centrale, ha invece restituito un focolare a terra, oltre a resti di ceramiche, carboncini e cenere: è quindi probabile che si trattasse della cucina.
Lo scavo di quest’anno ha dunque individuato una nuova ala della casa ‘del fabbro’ in grado di raccontarci molte cose sulla vita quotidiana: un piccolo ambiente riscaldato e una serie di ambienti di carattere funzionale, con pozzi e cucina.

LO SCAVO DEL SETTORE PUBBLICO DELLA CITTÀ DI CLATERNA: IL TEATRO (SETTORE 16)
Tra luglio e ottobre è stato aperto un nuovo settore di scavo (settore 16) nell’area ‘pubblica’ della città e cioè in quel comparto a nord della via Emilia occupato da una serie di grandi edifici già individuati da foto aeree e satellitari.

La foto aerea mostra le chiare tracce dei manufatti antichi
La foto aerea mostra con impressionante chiarezza le tracce del teatro romano e di altri edifici pubblici (Foto Maurizio Molinari, 2015)

È stata un’esplorazione di capitale importanza perché non si scavava in questo settore dalla fine del XIX secolo cioè da quando Edoardo Brizio aveva fatto eseguire alcuni saggi che avevano individuato, tra l’altro, lo spiazzo forense.
In anni più recenti, foto satellitari e riprese aeree oblique avevano evidenziato come, oltre alla supposta area del foro (inteso come piazza aperta), esistesse tutta una serie di edifici sepolti, organizzati con cura al centro della città, che per planimetria e ampiezza potevano ben figurare come i monumenti del comparto pubblico claternate.
Gli scavi si sono concentrati nell’area dove le foto aeree mostravano le evidenti tracce di un edificio teatrale e sono stati progettati in modo da intercettare una porzione della cavea, dell’orchestra e dell’edificio scenico, per la ragguardevole estensione di circa m 40 x 10, poi ulteriormente ampliata.

Foto dal drone delle strutture di fondazione in pietra arenaria della cavea del teatro (Paolo Nanni)
Foto dal drone delle strutture di fondazione in pietra arenaria della cavea del teatro (foto Paolo Nanni)

Dopo un primo strato di distruzione, sono venute in luce le inequivocabili tracce del teatro, in particolare delle fondazioni e di parte degli alzati della cavea. Una scoperta francamente inaspettata perché i più ritenevano che, nel migliore dei casi, si sarebbero trovate solo labili tracce, comprensibili solo agli specialisti. La realtà archeologica si è invece rivelata ben diversa restituendo enormi blocchi squadrati di pietra arenaria (probabilmente da cave locali), sapientemente connessi a formare possenti muri dall’andamento circolare.
Questi resti, che coincidono perfettamente con le tracce evidenziate dalle foto aeree, sono i muri di sostegno della summa cavea cioè delle gradinate del settore più alto su cui sedevano gli spettatori. Più verso nord sono state rilevate altre tracce che ci fanno ritenere che la parte inferiore delle gradinate (ima cavea) e l’orchestra possano trovarsi a una quota sensibilmente inferiore rispetto al piano di campagna coevo, ancora tutta da scoprire perché coperta da un potente strato di terra.

Disegno ricostruttivo di un teatro romano
Disegno ricostruttivo di un teatro romano

A nord il teatro confinava con l’asse stradale di uno dei decumani principali della città mentre verso sud alcune tracce parrebbero indicare le fondazioni della parte più esterna della cavea, costruita probabilmente su portico. Ancora più a sud, cioè verso il foro, un piano di ciottoli separava il teatro da un altro grande edificio pubblico, di cui sono state intercettate alcune fondazioni perimetrali.

Lo scavo 2017 è stato dunque particolarmente fortunato. La scoperta dell’area pubblica di Claterna e delle strutture imponenti di alcuni dei suoi più insigni edifici sono destinate a gettare nuova luce sulla storia della città e a imprimere una svolta alla ricerca archeologica e al progetto di valorizzazione del centro antico.
Certo rimane molto da fare. Il saggio nel settore 16 è servito soltanto a valutare le caratteristiche principali dell’edificio teatrale e del suo stato di conservazione. L’area esplorata corrisponde infatti solo a una piccola frazione della reale estensione del teatro e qualsiasi futuro progetto di ricerca dovrà tenere conto della sua grande ampiezza e profondità (per dare un’idea, si calcola che dovesse essere largo circa 60 metri).
Ma se tanti sono gli interrogativi, resta l’entusiasmo per quella che si preannuncia come una ricerca in grado di aggiungere qualcosa di veramente inestimabile al patrimonio culturale del territorio ozzanese. Dalla datazione dei primi materiali raccolti (monete, ceramiche) e dalle caratteristiche dei resti della decorazione architettonica (frammenti di decori vegetali in pietre calcaree e di rivestimenti in marmo) sembrerebbe plausibile una cronologia relativa alla prima età imperiale, da ricondurre quindi all’epoca di Augusto (che morì nel 14 d.C.) anche se è prematura qualsiasi considerazione al riguardo.
Fu veramente M. Vipsanio Agrippa, il famoso genero e generale di Augusto, che come patronus della città di Claterna si fece promotore della sua costruzione? E fu questo l’edificio nel quale il contemporaneo P. Camurius Nicephorus, un magistrato locale nominato in una sintetica iscrizione funeraria ritrovata non lontano da Claterna, organizzò ludi (giochi scenici?) per cinque giorni? Persone e volti che prendono lentamente forma attraverso le memorie materiali lasciate dalla città di Claterna.

Campagna di scavo 2017
Scavi condotti dall’Associazione culturale “Centro Studi Claterna – Giorgio Bardella e Aureliano Dondi”, formata da volontari e archeologi professionisti, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e in sinergia con i Comuni di Ozzano dell’Emilia e di Castel San Pietro Terme.
Grazie all’apporto organizzativo dei Rotary Club di Bologna, all’attività di ricerca hanno collaborato gli studenti delle scuole secondarie superiori che hanno aderito al progetto di ‘alternanza scuola lavoro’. L’Università Ca’ Foscari di Venezia e la Scuola di Specializzazione in Archeologia delle Università di Trieste, Udine e Venezia (SISBA) hanno partecipato alla campagna di scavo sia per la ricerca archeologica stratigrafica che per la formazione sul campo dei futuri archeologi.
La realizzazione del progetto è possibile grazie al fondamentale finanziamento di CRIF Spa, con il contributo di Gruppo IMA, che da sempre sostiene e incoraggia la valorizzazione di Claterna, e di numerosi altri sponsor privati.

Fonte:  Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

ARCHEOLOGIA / “Sulla sponda del Panaro 4.000 anni fa”, in mostra le asce della Lovara

Tornano a Savignano, dopo oltre 150 anni dal ritrovamento, le asce del ripostiglio della Lovara

MODENA – A più di 150 anni dal ritrovamento, tornano a Savignano sul Panaro (Mo) le asce del ripostiglio della Lovara. Per l’occasione il Comune di Savignano, il Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara promuovono la  mostra “Sulla sponda del Panaro 4000 anni fa”, realizzata con il contributo della Fondazione di Vignola, che si terrà al Museo dell’Elefante e della Venere dal 22 ottobre 2016 all’ 8 gennaio 2017.  INAUGURAZIONE SABATO 22 OTTOBRE 2016, ALLE ORE 15
Fulcro della mostra, le 96 asce del ripostiglio -in gran parte conservate presso il Museo Civico di Modena- fortunosamente ritrovate nel 1864 in un piccolo appezzamento nel Podere Mambrina, al tempo noto con il nome di Lovara.
La spada in bronzo di Castiglione di Marano. Media età del bronzo (circa 1500 – 1400 a.C.)Il rinvenimento, che il famoso archeologo savignanese Arsenio Crespellani descrisse dettagliatamente, è attribuibile all’antica età del bronzo ed è databile tra il 2000 e il 1900 a.C.
I ripostigli sono accumuli di oggetti generalmente metallici (soprattutto in bronzo) interi o frammentati, riposti intenzionalmente nel sottosuolo o comunque in situazioni che ne rendono complesso e talvolta impossibile il recupero. In antico il metallo era un bene prezioso e l’occultamento di significative quantità di manufatti in bronzo può essere spiegato come una forma di tesaurizzazione o il risultato di un atto votivo, in relazione a qualche tipo di culto.
Nel caso del ripostiglio della Lovara si tratta di un consistente numero di oggetti, tutti della stessa classe, cioè asce, alcune apparentemente mai usate, altre con evidenti tracce di utilizzo. Il peso complessivo del ripostiglio supera i 39 chilogrammi, una quantità corrispondente all’epoca a un rilevante valore economico: un tesoro arrivato fino a noi e di cui la mostra illustra il significato e le possibili motivazioni che indussero a seppellirlo quattro millenni or sono.
Oltre alle asce del ripostiglio, la mostra espone altri rinvenimenti dell’area savignanese e del territorio limitrofo databili al periodo delle terramare, che si colloca tra il 1650 e il 1150 a.C.: in particolare sono visibili i materiali dei villaggi dell’età del bronzo di S. Anastasio, di Castiglione (da cui proviene anche una splendida spada in bronzo, nella foto a sinistra), di Trinità e di Bazzano.
La mostra, affidata alla direzione scientifica del Prof. Andrea Cardarelli dell’Università Sapienza di Roma, è accompagnata da un ciclo di quattro conferenze (la prima delle quali tenuta proprio dal Prof. Andrea Cardarelli in concomitanza dell’inaugurazione che si terrà il giorno 22 ottobre presso il Museo dell’Elefante e della Venere alle ore 15) e da alcune dimostrazioni di metallurgia sperimentale, durante le quali saranno riproposte le tecniche originali di fusione e di lavorazione di alcuni degli oggetti in bronzo esposti nella mostra.

Iniziative collegate all’esposizione:

DOMENICA 23 OTTOBRE, ORE 15, 16 e 17
Visite guidate alla mostra e dimostrazioni di fusione del bronzo

DOMENICA 6 NOVEMBRE, ORE 15
Visita guidata alla mostra e laboratorio per bambini e adulti “Metallurghi si nasce o si diventa?”

DOMENICA 20 NOVEMBRE, ORE 15
Visita guidata alla mostra e laboratorio per bambini e adulti “Braccialetti di 4000 anni fa”


Informazioni

INAUGURAZIONE SABATO 22 OTTOBRE 2016, ALLE ORE 15

Museo dell’Elefante e della Venere
c/o Centro Civico di Savignano sul Panaro (MO)
Via Doccia, 72

La mostra è aperta dal 22 ottobre 2016 all’8 gennaio 2017
dal lunedì al sabato 9-12 • domenica e festivi 14.30 – 18.30

Ingresso gratuito

Info: Museo 059.73.14.39 • Urp 059.75.99.11
La mostra è realizzata
con il contributo di Fondazione di Vignola

MOSTRE / La Stele delle Spade e le altre: a Castenaso (Bo) le sculture orientalizzanti dell’Etruria padana

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Castenaso (BO) – I cippi e le stele antropomorfe villanoviane, spesso finemente decorate, sono una peculiarità di Bologna e del suo territorio. Dalla stele di San Giovanni in Persiceto e quella di via Augusto Righi, dalla stele delle Spade a quella della Tomba 1 di Castenaso, dal cippo antropomorfo della necropoli di Ca’ Fiorita alla Testa Gozzadini di via San Petronio Vecchio, queste pietre dalla sagoma inconfondibile (un rettangolo sormontato da un disco) richiamavano l’immagine della figura umana.

Dal 15 ottobre la sala Gozzadini del MUV ospita la mostra “La Stele delle Spade e le altre” dedicata ai primi esempi di queste sculture prodotte in Etruria padana tra la fine dell’VIII secolo a.C. e i primi decenni del VI sec. a.C.

Le curatrici hanno selezionato una serie di cippi e stele particolarmente significative della produzione bolognese in età orientalizzante, integrandole con foto di altri esemplari a grandezza naturale e corredando il tutto con pannelli descrittivi e una breve guida.

Il risultato è una suggestiva mostra archeologica che racchiude in un’unica sala reperti delle collezioni stabili del Museo della Civiltà Villanoviana e del Museo Civico Archeologico di Bologna e altri provenienti dai depositi della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bologna.

Accanto alla cosiddetta Stele delle Spade, rinvenuta 10 anni fa nel sepolcreto di Marano di Castenaso e punta di diamante del MUV, sono esposti manufatti con raffinate sculture a rilievo. Le decorazioni di queste stele riprendono motivi come la sfinge, l’albero della vita o il signore degli animali che, pur derivando da modelli dell’Etruria meridionale, sono anche direttamente influenzati da rapporti con artisti del Vicino Oriente.

Non a caso la strepitosa stele scelta come testimonial della mostra (quella rinvenuta a Saletto di Bentivoglio nel territorio di San Giorgio di Piano, datata alla metà del VII secolo a.C., nella foto) è decorata sul disco da una sfinge e sul corpo da capri rampanti ai lati dell’albero della vita, motivi prediletti in ambito bolognese probabilmente anche per il loro significato simbolico legato forse a un’idea di rinascita.

La rarità di queste stele rispetto al grande numero delle sepolture conosciute, spesso sormontate da semplici ciottoli di arenaria, fa pensare che questi segnacoli fossero riservati a tombe di personaggi di alto rango, come confermano i pochi casi in cui sono stati rinvenuti nella loro posizione originaria.

UN MUSEO D’ECCELLENZA – Il MUV – Museo della civiltà Villanoviana ha sede nei luoghi in cui il conte Giovanni Gozzadini a metà dell’Ottocento scoprì i primi resti di una delle principali culture della prima età del ferro italiana, a cui attribuì il nome internazionalmente noto di “Villanoviano”. Il museo ospita la necropoli villanoviana del VII sec. a.C. scoperta nel 2006 a Marano di Castenaso, che per la ricchezza e la complessità delle tombe rappresenta un caso emblematico di sepolture villanoviane aristocratiche di area bolognese in fase orientalizzante.

Accanto alle monumentali stele funerarie in pietra arenaria e calcare, fra cui spicca la cosiddetta e ormai famosa “Stele delle Spade”, caratterizzata da una complessa decorazione a bassorilievo, si possono ammirare i rispettivi corredi funerari.

Alla monumentalità esterna delle sepolture, rappresentata dalle stele in pietra lavorata, corrisponde una monumentalità interna, che si concretizza nella quantità e nella qualità degli elementi del corredo funerario.

Alla raffinatezza delle sculture esterne fa riscontro la ricercatezza nella lavorazione del bronzo, dell’argento e dell’oro che, assieme all’ambra, all’osso e alla pasta vitrea, componevano preziose parures di gioielli.

Il tema del banchetto, rito sociale tipico dell’aristocrazia del tempo, resta centrale nei corredi funerari. Pregevoli vasi in bronzo per contenere bevande, si affiancano ai tanti recipienti in ceramica usati per bere – come le tazze – o per presentare e consumare i cibi -come i piatti e le scodelle- formando servizi imponenti, che dovevano ribadire, durante il rito, il rango elevato dei titolari di queste sontuose sepolture.

La mostra  è dunque un’occasione imperdibile per passare in rassegna il meglio di questa specifica produzione artistica e approfondire la conoscenza della civiltà villanoviana.   Con questa esposizione il MUV di Castenaso si pone ancora una volta come autentico punto di riferimento sul Villanoviano, fondato proprio sulle ricchissime testimonianze emerse nel suo comprensorio dall’Ottocento ai giorni nostri.

 


MUV – Museo della civiltà Villanoviana | via Tosarelli 191 – Villanova di Castenaso (BO)

tel. 051- 780021 | e-mail: muv@comune.castenaso.bo.it

INAUGURAZIONE MOSTRA sabato 15 ottobre 2016,  ore 16.30 (aperta a tutti)

Sono presenti:

Stefano Sermenghi, Sindaco del Comune di Castenaso

Giorgio Tonelli, Assessore alla Cultura del Comune di Castenaso

Paola Giovetti, Responsabile del Museo Civico Archeologico Bologna

Luigi Malnati, Soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

Fiamma Lenzi, Funzionario dell’lstituto Beni Culturali della Regione Emilia Rornagna

A seguire, visita guidata alla mostra a cura di Marinella Marchesi (MCABo) e Paola Poli (MUV) e buffet offerto dal Centro sociale Villanova

DOMENICA 16 OTTOBRE 2016, ore 16.30: visita guidata gratuita

 

 

ARCHEOLOGIA / A Spilamberto (Mo) “Romani e Longobardi” in mostra con nuovi reperti appena restaurati

spilamberto_logo_mostra_ridottoSPILAMBERTO (MO) –  Una villa rustica a Spilamberto, una struttura che si evolve nel tempo ospitando popoli di cultura e origine diversa che hanno dominato il territorio, Romani e Longobardi al confine tra tardoantico e altomedioevo.  A Spilamberto rivive questo passaggio di testimone in una esposizione temporanea che mette in mostra i reperti ritrovati nell’area di Cava Ponte del Rio, esplorando nuove possibilità e nuove dinamiche fra i due mondi, forse non così distanti come si può pensare. La mostra “Romani e Longobardi inquilini in una villa rustica“, allestita all’interno del Museo Antiquarium di Spilamberto , esporrà i corredi di quattro tombe e si potranno scoprire alcuni reperti mai visti, appena restaurati.
Il progetto espositivo, curato da Paolo De Vingo dell’Università di Torino, presenta una selezione di materiali provenienti dalla cava di Ponte del Rio, nel territorio di Spilamberto, a seguito degli scavi archeologici preventivi effettuati dalla Soprintendenza che hanno riguardato, in particolare, le strutture di una villa rustica romana e un contesto cimiteriale longobardo, non molto distante.
I materiali dall’edificio rustico consistono in una selezione di oggetti in ferro e in bronzo di tradizione romana (congegno di serratura, chiave domestica, utensili agricoli e da cucina, una fibbia ed una armilla decorata) volta a ricostruire il quadro economico-sociale in cui si inseriva la vita di questa comunità, con particolare attenzione per gli attrezzi agricoli (una falce messoria, due tipi distinti di zappe per dissodare il terreno). Una serie di lame in ferro verranno poste in relazione sia con tutte le attività della cucina finalizzate alla preparazione del cibo, sia ad un loro impiego pratico nella vita quotidiana. Una semplice armilla in bronzo, a capi aperti e decorati alle due estremità, in associazione con una fibbia con ardiglione in ferro offrono un ulteriore scorcio della cultura materiale degli individui maschili e femminili della comunità. Una testa di ascia “barbuta” in ferro, di tradizione tardoantica-altomedievale, in ottime condizioni di conservazione, rappresenta un elemento-ponte che collega due culture: la componente agricola originaria e le consuetudini del nuovo gruppo demografico, facilmente distinguibile dal substrato autoctono, identificabile come ‘longobardo’ e cioè con i nuovi dominatori della parte centro-settentrionale della penisola italiana dopo la seconda metà del VI secolo. A questa nuova fase si ricollega una selezione dei materiali presenti in quattro tombe della necropoli longobarda Particolarmente significativi in riferimento al ruolo rivestito all’interno della comunità.

Dopo l’inaugurazione, che avverrà sabato 1 ottobre 2016 alle ore 16 con l’intervento della Soprintendenza Archeologia, Paesaggio e Belle Arti per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dell’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali dell’Emilia Romagna, seguirà breve visita guidata alla mostra con il curatore e infine  presso la Corte d’Onore di Rocca Rangoni, conferenza su “Culture alimentari del Medioevo: qualche assaggio” con la prof.ssa Antonella Campanini – Università degli Studi di Scienze Gastronomiche.


Orari
sabato 15,30-18,30 / 20,30-22,30
domenica 10,00-13,00 / 15,30-18,30
visite su prenotazione scrivendo a antiquarium.spilamberto@gmail.com
Per informazioni Comune di Spilamberto,  Struttura Cultura, Turismo, Sport e Biblioteca
tel. 059 789965 / 059 789969
michela.santagata@comune.spilamberto.mo.it
Eventi collegati
9 ottobre 2016
Terre longobarde: in bicicletta alla loro scoperta nel territorio tra Modena e Spilamberto.
ore 9,30 visita guidata ai reperti longobardi esposti presso i Musei Civici di Modena a cura della direttrice Francesca Piccinini
ore 10,15 partenza in bicicletta per Spilamberto con itinerario guidato da FIAB – Sezione di Modena
ore 11,30 breve sosta al punto ristoro e a seguire: osservazione guidata dell’area archeologica di Ponte del Rio, visita guidata all’Antiquarium di Spilamberto e alla mostra “Romani e Longobardi inquilini in una villa rustica”
ore 16,00 rientro a Modena in bicicletta, arrivo previsto per le 18,30
Info: Coordinamento Sito Unesco tel. 059/2033119 (lun-ven 9-13) coordinamento@comune.modena.it
10 novembre 2016 – ore 21,00
SPAZIO EVENTI L. FAMIGLI – VIALE RIMEMBRANZE, 19
Romani e Longobardi a Ponte del Rio: indagini archeologiche e studi bioarcheologici di una comunità tardoantica e altomedievale.
Relatori: prof. Paolo De Vingo, dott. Maurizio Marinato, dott. Alessandro Canci, dott.ssa Enrica Sgarzi
24 novembre 2016 – ore 21,00
SPAZIO EVENTI L. FAMIGLI – VIALE RIMEMBRANZE, 19
Il turismo culturale: valorizzazione delle emergenze locali
Conferenza con il dott. Vittorio Cavani

MOSTRE / Villa Vicus Via: Archeologia e storia a San Pietro in Casale (Bo)

SAN PIETRO IN CASALE (BO) – Negli ultimi decenni il territorio di San Pietro in Casale ha restituito numerose, significative testimonianze archeologiche, frutto delle indagini dirette dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Si è trattato per lo più di rinvenimenti fortuiti collegati alla realizzazione di edifici, infrastrutture o servizi, e più raramente di scavi programmati e campagne di ricognizione di superficie condotti con l’apporto del Gruppo Archeologico Il Saltopiano, da anni impegnato con Comune e Soprintendenza nel promuovere questo significativo patrimonio.

La mostra archeologica Villa Vicus Via. Archeologia e storia a San Pietro in Casale si iscrive a pieno titolo in questo percorso di valorizzazione.

Curata da Tiziano Trocchi, Raffaella Raimondi ed Eleonora Rossetti e promossa dall’Unione Reno Galliera e dal Comune di San Pietro in Casale in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, la mostra presenta l’importante patrimonio di età romana proveniente da questa porzione di pianura bolognese e ricucendo dati e testimonianze archeologiche riesce a restituire un’immagine a tutto tondo di questo territorio nel periodo compreso tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del IV sec. d.C.

Cuore di questo racconto è il Vicus di Maccaretolo, un abitato inserito in un tessuto insediativo antico esteso anche ai territori limitrofi e caratterizzato dalla presenza di un’importante Via di traffico e di numerosi impianti produttivi, come la Villa rustica rinvenuta presso il Centro Sportivo di San Pietro in Casale. Esponendo i reperti in sezioni tematiche, la mostra racconta alcuni degli aspetti più significativi della vita della civiltà romana in un contesto rurale, dall’ambito sacro a quello funerario, dagli aspetti produttivi e commerciali alla vita quotidiana.

Tra gli oggetti più eclatanti si segnalano un puteale in pietra con dedica ad Apollo e al Genio di Augusto, un’ara votiva con dedica a Liber pater e Libera, un sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo d.C., un’applique in bronzo con il ratto di Europa e due commoventi gemme con decorazione a intaglio, un diaspro verde con figura di donna e una corniola rossa con un insetto a otto zampe, forse uno scorpione.

Il percorso espositivo è arricchito dalla mostra fotografica “Il tempo e la luce” che documenta i reperti monumentali conservati in collezioni museali civiche e private provenienti in particolare dal territorio di Maccaretolo.

Completano l’esposizione un dettagliato catalogo e un ricco calendario di incontri di approfondimento.

Il panorama insediativo antico di questa fascia di territorio bolognese si presenta quanto mai ricco e denso di testimonianze soprattutto a partire dalla romanizzazione della Pianura Padana e in particolare in corrispondenza delle fasi di maggior fioritura di questo lungo e articolato processo storico che ha interessato tutto il territorio regionale, ovvero tra la tarda Repubblica ed i primi due secoli dell’Impero. In questa fase il territorio della regione venne stabilmente organizzato e sistematicamente messo a coltura tramite il tracciamento e la messa in opera della centuriazione che, grazie a strade e canali irrigui, ha costituito uno straordinario strumento di gestione ambientale, economica e politica al tempo stesso di questa grande e fertile pianura. Qui sono stati progressivamente insediati coloni, molto spesso veterani provenienti dalle fila delle legioni che formavano l’esercito romano, fenomeno che prese proporzioni importanti soprattutto dall’età triumvirale in poi e particolarmente in età augustea.
Capisaldi di questa espansione territoriale furono ovviamente le colonie –le città- che si dislocarono nella maggior parte dei casi lungo il tracciato della Via Emilia e funsero da centri di gestione e organizzazione del territorio sia dal punto di vista economico che politico. Bologna (Bononia), che già era stata importante città etrusca e poi occupata da genti celtiche, fu certamente il principale di questi centri e il territorio che la mostra prende in esame faceva parte a pieno titolo dell’agro di questa città.
Sappiamo che questo comparto territoriale in specifico rivestì una particolare importanza, per la presenza di un percorso viario, solo parzialmente rimesso in luce dall’archeologia e citato dalle fonti storiche: l’antica Via Emilia Altinate (o Via Annia) che congiungeva Bologna all’attuale territorio padovano. La presenza di quest’asse stradale dovette fungere da elemento catalizzatore, sia per una capillare occupazione territoriale agricola, che pure si mantenne grosso modo entro gli schemi determinati dalla suddivisione centuriale, sia per lo sviluppo di altre attività economiche che potevano essere funzionali alle città che la via metteva in comunicazione tra loro.
In questo contesto storico non stupisce la presenza a San Pietro in Casale, in località Maccaretolo, di un centro abitato (vicus), probabilmente di notevoli proporzioni, che è stato oggetto di rinvenimenti di altissimo valore storico-testimoniale sin dai primi recuperi del XVI secolo: un puteale in pietra con dedica ad Apollo e al Genio di Augusto, la stele dei Cornelii, la stele di Quinto Manilio Cordo, vari resti architettonici e scultorei, tra cui una statua di togato, appartenenti a imponenti monumenti sepolcrali del tipo a edicola cuspidata, tutti reperti oggi esposti presso il Museo Civico Archeologico di Bologna. A questi si è aggiunto nel 1988 il ritrovamento di un sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo d.C. oggi esposto nel percorso della mostra, in un allestimento appositamente realizzato e destinato a rimanere permanente.

Sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo (foto Circolo fotografico Punti di Vista, Artistigando)
Sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo d.C.

Le campagne di ricognizione di superficie e gli scavi programmati anche in anni recenti hanno senz’altro confermato l’importanza di questo centro, mettendone in luce la vocazione fortemente produttiva, con molta probabilità legata alla lavorazione dei metalli, ma forse anche di altri materiali di pregio, da destinare ad un bacino commerciale di dimensione certamente sovra-regionale. Le testimonianze dell’epigrafia confermano l’importanza del centro che, in particolar modo in età augustea, dovette conoscere una fioritura notevolissima, così come tutto il territorio circostante.
Ed è proprio di questo che la mostra vuole occuparsi: attraverso una ricucitura dei dati sinora noti e delle testimonianze disponibili, sia di ambito rurale che legate al centro abitato, si vuole restituire un’immagine complessiva di questo territorio così ricco di fermenti e presenze tra loro differenziate durante il periodo romano, tanto da poter offrire una complessità e molteplicità di punti di vista, che pochi altri settori della nostra pianura possono proporre per lo stesso periodo.
Il centro del “racconto” sarà quindi l’abitato di Maccaretolo con le sue eccezionali testimonianze, inserito in un tessuto insediativo complessivo, che, includendo le realtà agricole, come ad esempio la grande villa rustica rinvenuta presso il Centro sportivo “E. Faccioli” di San Pietro in Casale, darà conto dell’interazione e dell’integrazione tra i vari soggetti economici e politici presenti e operanti nel territorio.
Uno dei reperti più interessanti e significativi proveniente dal settore NW dell’area di scavo dell’abitato di Maccaretolo è rappresentato da un’applique in bronzo raffigurante il profilo sinistro di un toro su cui siede una figura femminile panneggiata. Di questa si conservano le due gambe, la destra scoperta e più in alto rispetto alla sinistra in una posizione di precarietà e sbilanciamento, tale da portare la sua mano destra ad aggrapparsi ad uno dei due corni dell’animale, presumibilmente in movimento e con andamento al trotto visto il dettaglio della zampa alzata, così come della coda attorcigliata.

Applique in bronzo con Il ratto di Europa (da Maccaretolo)
Applique in bronzo con raffigurazione del ratto di Europa (scavi Maccaretolo)

Sebbene il reperto sia in parte lacunoso, la composizione iconografica porta ad identificare i protagonisti della rappresentazione come Europa (la giovane seduta sull’animale) e Zeus (in sembianze di toro) nella raffigurazione conosciuta come il “ratto di Europa” riferibile dell’omonimo mito greco.  Questo narra come il dio, invaghitosi della giovane, figlia del re di Tiro Agenore, decise con l’inganno, e attraverso la sua trasformazione in un toro bianco, di rapire la ragazza portandola sull’isola di Creta. Dall’unione dei due, nacquero tre figli tra cui Minosse, futuro re di Creta.
La rappresentazione iconografica di tale soggetto ebbe nel mondo antico una produzione artistica di largo successo sin dal VII sec. a.C., non solo nelle produzioni in metallo ma anche in quelle fittili e lapidee; in età romana particolarmente significativo è la ricorrenza del tema all’interno della produzione musiva. Il medesimo soggetto è riproposto in regione anche per una presumibile applique in metallo, rinvenuta in una tomba della necropoli romana di Pian Di Bezzo di Sarsina, databile tra il I e il II sec. d.C.  L’esemplare di Maccaretolo, benché simile, si distanzia dalla rappresentazione sarsinate per la pregiata lavorazione del metallo, l’attenzione ai dettagli e la delicatezza delle forme e del movimento che, unitamente ai particolari iconografici, portano a datare il manufatto alla seconda metà del I sec. d.C.
Il quadro generale dell’esposizione non è comunque limitato al solo territorio comunale -che pure ne costituisce il focus- ma si dilata con testimonianze a campione, estendendosi anche ad alcuni comuni limitrofi, come Bentivoglio, San Giorgio di Piano e Galliera, per evidenziare la complessità dell’assetto territoriale in cui si inquadrano i materiali archeologici esposti in mostra.


Informazioni:

Museo Casa Frabboni

Via Matteotti n. 137

San Pietro in Casale (BO)

dal 1 ottobre 2016 al 31 gennaio 2017

martedì 10-12; giovedì e venerdì 15-19; sabato e domenica 10-12 e 15-19

info 051 8904821 – musei@renogalliera.it   www.renogalliera.it

Aperture straordinarie: 1 novembre, 8 dicembre, 26 dicembre, 6 gennaio dalle 15 alle 19. Chiuso Natale e Capodanno

Ingresso gratuito

Visite guidate con laboratori didattici per le scuole e visite guidate per gruppi: prenotazione obbligatoria al Servizio Musei Unione Reno Galliera tel. 051 8904821 – 366 5267569 musei@renogalliera.it  –  www.renogalliera.it   (info dal lunedì al sabato dalle 10 alle 18)

Il catalogo della mostra, edito per i tipi All’Insegna del Giglio, è in distribuzione presso il Museo Casa Frabboni


Eventi collegati alla mostra

Sabato 24 settembre 2016, ore 19.00
San Pietro in Casale | Centro sociale ricreativo culturale “E. Faccioli” (via Massarenti 19)
Cibus: a tavola con i Romani. Cena a base di piatti della cucina classica romana a cura di Federica Badiali
Prenotazione obbligatoria entro il 21/9 al Servizio Musei Unione Reno Galliera | Costo € 15,00

Domenica 25 settembre 2016, ore 20.30
Bentivoglio | Centro culturale TeZe (via Berlinguer 7)
We love archaeology. Archeologia partecipata e volontariato. Altre radici, stessa passione
Relatori Caterina Cornelio Cassai, Valentino Nizzo, Tiziano Trocchi, Funzionari SABAP-BO

Giovedì 6 ottobre 2016, ore 20.45
Galliera | Sala consiliare del Municipio (Piazza Eroi della libertà 1, San Venanzio di Galliera)
Morte nell’arena. L’arte gladiatoria tra storia e leggenda
Relatrice Federica Guidi, funzionaria del Museo Civico Archeologico di Bologna

Mercoledì 19 ottobre 2016, ore 20.45
Castel Maggiore | Sala dei Cento, presso il Distretto sanitario (Piazza 2 Agosto 1980, 2)
Misurare la terra. Viabilità e centuriazione nell’agro bononiense
Relatrice Renata Curina, funzionaria SABAP-BO

Lunedì 24 ottobre 2016, ore 20.45
San Giorgio di Piano | Sala consiliare del Municipio (via Libertà 35)
Divinità e culto. Aree ed edifici sacri nel territorio di Bologna romana
Relatrice Daniela Rigato, docente al corso di Storia antica Università di Bologna

Mercoledì 9 novembre 2016, ore 20.45
Bentivoglio | Centro culturale TeZe (via Berlinguer 7)
In agro pedes. Necropoli e ritualità funeraria
Relatore Tiziano Trocchi, funzionario SABAP-BO

Martedì 15 novembre 2016, ore 20.45
Argelato | Emil Banca, Sala Enzo Spaltro (via Argelati 10)
La donna e la moda al tempo dei Romani
Relatrice Francesca Cenerini, docente di storia sociale e di epigrafia, corso Storia antica Università di Bologna

Mercoledì 30 novembre 2016, ore 20.45
Castello d’Argile | Sala polifunzionale (via del Mincio 1)
La storia delle acque di pianura, dai Romani all’attualità
Relatrice Alessandra Furlani, responsabile comunicazione Bonifica Renana

Sabato 14 gennaio 2017, ore 20.45
Pieve di Cento | Teatro A. Zeppilli (Piazza A. Costa 17)
Anfitrione, commedia di Plauto
a cura della compagnia teatrale Fil di ferro, regia di Ferruccio Fava

Mercoledì 18 gennaio 2017, ore 20.45
San Pietro in Casale | Sala consiliare “Nilde Iotti” del Municipio (via Matteotti 154)
Villa Vicus Via. Archeologia e storia a San Pietro in Casale. Bilancio e prospettive
Relatrice Raffaella Raimondi, archeologa e curatrice della mostra

#ARCHEOLOGIA #BOLOGNA Terramara di Ponticelli, tutte le scoperte sull’abitato dell’Età del Bronzo

BOLOGNA –  Tra il 2015 e il 2016, durante i lavori SNAM per la posa di un metanodotto, gli scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna su un’area di 400 mq hanno portato in luce a Ponticelli di Malalbergo un abitato dell’età del Bronzo databile tra il XIV e il XIII sec. a.C.  Questo tipo di insediamento, chiamato Terramara, ha dato vita a una delle civiltà più complesse dell’Europa del II millennio a.C., un fenomeno economico e sociale di una portata storica senza precedenti. I risultato degli scavi saranno presentati, in prima assoluta, domenica 4 settembre alle 10 presso Palazzo Marescalchi a Malalbergo (BO). Intervengono il sindaco Monia Giovannini, Tiziano Trocchi (Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara), Marco Destro e Niccolò Morandi di Ante Quem S.r.l.

La Terramara di Ponticelli rappresenta una novità assoluta per questo territorio e colma un vuoto in un’area dove gli unici abitati noti erano Pilastri di Bondeno e Coccanile. Il villaggio era circondato da un fossato e da un piccolo terrapieno che racchiudevano le capanne realizzate su piattaforme lignee sia sopraelevate che impostate direttamente al suolo. Abbondanti e ben conservati sono i materiali archeologici rinvenuti: vasi idonei a consumo e conservazione dei cibi, fornelli, alari, oggetti per filare e tessere, manufatti in corno animale, utensili e ornamenti in bronzo, ambra e scarti di cibo. Tutti elementi che studiati anche con l’ausilio di idonee tecnologie, contribuiranno a definire le caratteristiche della comunità che sul finire del II millennio a.C. occupava questa porzione di territorio.

L’iniziativa è promossa da Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, Comune di Malalbergo, Associazione Amici dell’Ortica e Proloco di Malalbergo.

Ingresso libero

Per info: Tel.  051 6620230  –  sociali@comune.malalbergo.bo.it

Fonte: Comunicato ufficiale.