Tra Celti e Longobardi: a Parma e Modena un corso sulla miniatura insulare [#Foto #Video]

PARMA – Appuntamento fra storia e arte il 21 e 22 aprile presso l’Istituto dei Missionari Saveriani a Parma e il 28 e 29 aprile presso il Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini a Modena, dove si scopriranno i segreti della miniatura insulare.
Nel laboratorio dal titolo “Tra Celti e Longobardi – La miniatura insulare” organizzato da Università Popolare San Francesco, si toccheranno i misteri dell’arte della miniatura alto medievale delle isole britanniche, espressi negli stili dei libri di Durrow, Lindisfarne e Kells.
Un’esperienza artigianale che va dalla preparazione della pergamena alla realizzazione del disegno a grafite, dall’applicazione delle foglie d’oro alla stesura dei pigmenti naturali. 
TRAILER DEL CORSO
 
“Organizzando i nostri corsi – dice Maurizio Parascandolo, presidente di Upsf – teniamo in grande considerazione non solo gli aspetti didattici e artigianali, ma anche i luoghi in cui le attività prendono vita.  Prediligiamo monasteri e conventi in cui convivono storia, arte e spiritualità, perché sono un patrimonio culturale vivente. I corsi sono ospitati da diversi ordini religiosi, gioiosi di accogliere attività che un tempo erano parte integrante della propria quotidianità, come l’arte della miniatura libraria. A Parma saremo ospiti dell’Istituto dei Missionari Saveriani e a Modena del Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini. I partecipanti quindi, oltre ad apprendere un’arte antica, avranno la possibilità di conoscere un luogo storico della propria città e di avvicinarsi alla vita monastica di un miniatore alto medievale”.
ALCUNE IMMAGINI  DEL CORSO

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Università Popolare San Francesco è un istituto di arte sacra con sede a Reggio Emilia che promuove il lifelong learning come obiettivo della propria mission. 

INFORMAZIONI

Corso di miniatura medievale
– all’Istituto dei Missionari Saveriani il 21 e 22 aprile 2018 a Parma
– al Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini il 28 e 29 aprile 2018 a Modena – Università Popolare San Francesco
 
Corso di miniatura medievale: “Tra Celti e Longobardi – La miniatura insulare”
Sabato 21 e domenica 22 aprile 2018, dalle 09:00 alle 18:00.
Missionari Saveriani, viale S. Martino 8, 43123 Parma 
Contributo: 190€
 
Corso di miniatura medievale: “Tra Celti e Longobardi – La miniatura insulare”
Sabato 28 e domenica 29 aprile 2018, dalle 09:00 alle 18:00.
Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini, via San Pietro 1, 41121 Modena
Contributo: 190€
 
Ente promotore: Università Popolare San Francesco
Infoline: 3393674135
Web: www.upsf.it/ 

 

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MOSTRE / A Comacchio (Fe) “Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura”

COMACCHIO (Fe) – A Palazzo Bellini di Comacchio (Fe) è in corso fino al 2 maggio una mostra che raccoglie alcuni preziosi reperti dell’immenso patrimonio proveniente dagli scavi di Pompei ed Ercolano. Un affascinante viaggio alla scoperta dell’evoluzione del linguaggio e degli strumenti della comunicazione che, partendo dal valore dei tesori pompeiani – vero apice delle forme di comunicazione relative al mondo antico – ripercorre la storia della scrittura attraverso i secoli.
Il progetto di allestimento della mostra si configura come il primo atto concreto che certifica il Protocollo d’intesa siglato lo scorso luglio tra il Comune di Comacchio e il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Il protocollo prevede un impegno alla reciproca promozione dei musei cittadini, allo scambio di reperti per la realizzazione di eventi espositivi, alla condivisione di esperienze e pratiche virtuose in ambito scientifico e nella gestione di strutture museali.
Si tratta di un accordo strategico che inaugura un nuovo modello di collaborazione tra grandi musei e piccole realtà espositive; un modello virtuoso di disseminazione sul territorio nazionale di beni culturali, che vede Comacchio, con i suoi oltre 4 milioni di presenze turistiche ogni anno, nella veste di apripista. La prestigiosa partnership con il MANN, il più importante museo al mondo d’antichità romane, richiama connessioni reali: anche Comacchio si connota per un ricchissimo patrimonio di emergenze archeologiche che gli eventi naturali hanno cristallizzato e difeso nel tempo (un po’ come successe con le vestigia di Pompei sommerse dall’eruzione del Vesuvio).

Così a Palazzo Bellini di Comacchio, storica sede culturale del centro lagunare, a partire dal 17 dicembre si potranno ammirare 19 reperti provenienti dai depositi del MANN. Piccoli tesori nascosti, che per questioni di spazio e scelte museali non trovano spazio nelle sale di esposizione nel Museo di Napoli – alcuni dei quali assolutamente inediti – e che grazie alla mostra comacchiese avranno ora una appropriata vetrina.
I reperti di Pompei ed Ercolano, tra i quali spiccano strumenti per la scrittura come tavolette di cera, un sigillo e un calamaio, un piccolo busto in bronzo e soprattutto diversi frammenti di affreschi (uno di essi, Polifemo che riceve una lettera da Amorino, è diventato l’immagine ufficiale della mostra) saranno suddivisi in quattro sale, nelle quali sono state ricreate le atmosfere degli ambienti pompeiani. Questi oggetti permetteranno di sviluppare le diverse tematiche legate alla storia della comunicazione: la diffusione dell’arte scrittoria, l’esibizione della cultura, l’aspetto evocativo di segni e immagini, il potere della parola nella propaganda politica e religiosa.
A partire dal potere figurativo di un’antichità conosciuta in tutto il mondo, il racconto dell’evoluzione storica dei modi della comunicazione porterà il visitatore fino alle esperienze contemporanee dei simboli iconici e del fenomeno della street art. All’interno del discorso troverà spazio anche un riferimento legato alla storia culturale di Comacchio: nell’ultima sala verrà esposto un dipinto che ritrae il martirio di San Cassiano, il patrono di Comacchio, insegnante presso una schola scriptoria e caduto sotto colpi di stilo per mano dei propri allievi.
La mostra di Palazzo Bellini, a cura di Lorenzo Zamboni e Carla Buoite, rappresenta per Comacchio la prima tappa di un più ampio progetto di valorizzazione archeologica del territorio, che troverà la sua massima espressione nella primavera del 2017 con l’apertura del Museo del Delta Antico presso il palazzo settecentesco restaurato già sede dell’Ospedale degli Infermi. Una mostra che dà ulteriore concretezza e solidità alla corsa al titolo di Capitale Italiana della Cultura 2018, per cui Comacchio è attualmente tra le città finaliste.

 


Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura
Dal 17 Dicembre 2016 al 02 Maggio 2017

COMACCHIO (FE), Palazzo Bellini
Orario:

Tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18. Chiuso 25 dicembre 2016, 1 gennaio 2017
Informazioni: http://www.comune.comacchio.fe.it

MOSTRE / A Venezia un viaggio nella Mesopotamia alle origini della scrittura [fotogallery]

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VENEZIA – “Scripta manent”, ammonivano gli antichi romani a conferma dell’autorevolezza e del valore nel tempo di un testo scritto, e Maktub, “è scritto”, dicono gli arabi. La nascita della scrittura, avvenuta quasi contemporaneamente in Egitto e in Mesopotamia verso il 3200 a.C., segna uno dei capitoli più affascinanti e rivoluzionari della storia della civiltà, fondamentale per le dinamiche di trasmissione del sapere e per la conoscenza dell’antichità. La mostra che si tiene a Palazzo Loredan a Venezia, dal 20 gennaio al 25 aprile 2017 in una delle sedi dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti – promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue e curata dal professore Frederick Mario Fales (Università degli Studi di Udine), uno tra i più noti assirologi e studiosi del Vicino Oriente Antico – ci conduce quasi 6000 anni or sono nella Terra dei Due Fiumi, in un universo di segni, simboli, incisioni ma anche di immagini e racconti visivi che testimoniano la nascita e la diffusione travolgente della scrittura cuneiforme, rivelandoci nel contempo l’ambiente sociale, economico e religioso dell’Antica Mesopotamia.

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Calco di cilindro d’argilla Iscrizione reale di Ciro II di Persia (559-529 a.C.), in cui il sovrano legittima la propria conquista di Babilonia nel 539 a. Cristo. Ciro si presenta come prescelto dal dio babilonese Marduk per restaurare la pace in Mesopotamia. Infine il re chiede a Marduk protezione e aiuto anche per il figlio Cambise. Achemenide Calco di cilindro d’argilla (originale al British Museum) riprodotto in gesso Venezia Collezione Ligabue 2,5 x 10 cm

TRA TAVOLETTE E SIGILLI – Bisogna ricordare che il cuneiforme è durato 3500 anni, mentre i segni alfabetici che si usano anche in questo comunicato, in fondo, ne hanno solo 2500. Culla di civiltà straordinarie, oggi martoriata e saccheggiata dalla guerra e dal terrorismo che hanno reso inaccessibile il suo patrimonio di bellezza e conoscenza, la terra di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi ci viene raccontata e svelata grazie all’esposizione per la prima volta al pubblico, di quasi 200 preziose opere della Collezione Ligabue. Si tratta soprattutto di tavolette cuneiformi e di numerosi sigilli cilindrici o a stampo ma anche sculture, placchette, armi, bassorilievi, vasi e intarsi provenienti da quell’antico mondo.

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Tavoletta con busta Busta d’argilla con tavoletta racchiusa all’interno. La busta contiene un promemoria relativo ad un quantitativo di rame raffinato, certificato da più individui, di cui è altresì fornito il patronimico. Provenienza Kanesh Paleo-assira (XIX sec. a.C.) Argilla 5,1 x 6 x 2,9 cm Venezia Collezione Ligabue

A questi oggetti si affiancano importanti prestiti del Museo archeologico di Venezia e del Museo di Antichità di Torino: dal primo, bellissimi frammenti di bassorilievi rinvenuti dallo scopritore della mitica Ninive, Austen Henry Layard, che nell’ultimo periodo della sua vita si era ritirato proprio a Venezia, a Palazzo Cappello Layard (donò i suoi oggetti alla città nel 1875); dal secondo un frammento di bassorilievo assiro fortemente iconico raffigurante il re Sargon II, scoperto nel 1842 da Paul Emile Botta – console di Francia a Mosul – e da lui donato al re Carlo Alberto.

Una collezione di altri tempi, come ama sottolineare F. Mario Fales, quella messa insieme da Giancarlo Ligabue, imprenditore ma anche archeologo, paleontologo e grande  esploratore scomparso nel gennaio 2015. Collezione straordinaria non solo per entità, qualità e per l’importanza storica di questi e altri materiali,  ma in quanto testimonianza di un collezionismo slow, rispettoso dei luoghi che pure Giancarlo studiava e delle istituzioni, della ricerca e del sapere; un collezionismo appassionato, diretto a preservare la memoria e non a defraudare le culture con altri fini.

ARCHIVI D’ARGILLA – Dai primi pittogrammi del cosiddetto proto-cuneiforme, rinvenuti a Uruk – annotazioni a sostegno di un sistema amministrativo e contabile già strutturato – all’introduzione della fonetizzazione (dai “segni-parola” ai “segni-sillaba”) la scrittura cuneiforme, con le sue evoluzioni, si sviluppò e si diffuse con estrema rapidità anche in aree lontane: dalla città di Mari sul medio Eufrate a Ebla nella Siria occidentale, a Tell Beydar e Tell Brak nella steppa siro-mesopotamica settentrionale. Abili scribi verranno formati per redigere documenti grazie a segni ormai classificati e vere e proprie scuole saranno istituite nei diversi centri,  per insegnare a nuovi funzionari a leggere e scrivere.

Centinaia di migliaia di tavolette di argilla – la materia prima della terra mesopotamica – hanno dato vita ad autentici archivi e biblioteche, in un mondo che aveva compreso il valore e il potere della scrittura: tavolette con funzioni contabili-amministrative, tavolette giuridiche, storiografiche, religiose e celebrative, o addirittura letterarie, racchiudono le storie, i lavori, i pensieri e i ritratti di uomini e re vissuti tremila anni prima di Cristo; miti e leggende di dei ed eroi. Fino ad allora – fino alle decifrazioni di Grotefend (1775 – 1853) e all’impresa di Rawlinson (1810 – 1895), che sospeso a 70 metri dal suolo copiò l’iscrizione trilingue di Dario I sulla parete rocciosa di Bisutun – furono soprattutto la Bibbia, debitrice di tanti racconti e suggestioni dell’antica Mesopotamia, e gli storici greci, latini e bizantini a tramandare in una luce più o meno leggendaria i nomi di luoghi come “il Giardino dell’Eden” o le maestose città di Ninive e Babele e quelli di personaggi come Nabucodonosor II, che distrusse Gerusalemme, o la regina Semiramide.

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Sigillo cilindrico montato su anello in metallo Due capridi in posizione accovacciata sono sormontati da due creature ibride alate rampanti. Una di esse viene afferrata per la coda da un demone con corpo umano e testa animale. Un elemento decorativo arboriforme astratto chiude la scena. Mittanico Ematite; metallo 2,8 x 1,2 cm Venezia Collezione Ligabue

In mostra – alla quale hanno contribuito per i testi del catalogo edito da Giunti anche Roswitha Del Fabbro, Stefano de Martino, Paolo Matthiae, Piergiorgio Odifreddi e David I. Owen, con il coordinamento editoriale di Adriano Favaro – le preziose tavolette raccontano di commerci di legname o di animali (pecore, capre, montoni o buoi), di coltivazioni di datteri e di orzo per la birra, di traffici carovanieri tra Assur e l’Anatolia, di acquisti di terreni e di case con i relativi contratti e le cause giuridiche; celebrano Gudea signore possente, principe di Lagash, promotore di grandi imprese urbanistiche e architettoniche; prescrivono le cure per una partoriente afflitta da coliche, con incluso l’incantesimo da recitare al momento del parto, o testimoniano l’adozione di un bimbo ittita da parte di una coppia o, ancora, le missive tra prefetti di diverse città-stato.

Accanto alle tavolette, placchette e intarsi, in osso, in conchiglia, in oro o in avorio, bassorilievi e piccole figure, raffinati oggetti artistici e d’uso comune,
ma soprattutto – straordinari per le figurazioni e le narrazioni, per il pregio artistico delle incisioni realizzate da abili sfragisti (bur-gul) e i diversi materiali usati –
tanti, importanti sigilli.
SIGILLI: UN UNICUM DI INESTIMABILE VALORE – Creati per registrare diritti di proprietà e apposti fin dal periodo Neolitico sulle cerule – sorta di ceralacca a garanzia della chiusura di merci e stoccaggi – i sigilli, con l’avvento della scrittura, vengono apposti sulle tavolette o sulle buste di argilla (utilizzate fino al I millennio) per autenticare il documento, garantendo la proprietà di un individuo, il suo coinvolgimento in una transazione, la legalità della stessa. Come spiegato dall’archeologa Roswitha Del Fabbro nel catalogo, essi prima indicavano l’amministrazione, come oggi il timbro di un Comune, e col tempo vennero a rappresentare il singolo individuo, riportandone il nome, giungendo magari a presentare l’iscrizione di una preghiera.

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Sigillo cilindrico con bevitori di birra e Imdugud La scena è suddivisa in due registri: nel registro superiore alcuni personaggi seduti bevono da una giara con lunghe cannucce; in quello inferiore l’aquila leontocefala Imdugud afferra con i suoi artigli due animali. Protodinastico III Lapislazzuli 5 x 1,2 cm Venezia Collezione Ligabue

Ma il valore intrinseco dei sigilli cilindrici, già sostitutivi di quelli a stampo intorno alla metà del IV millennio, è dato dal fatto che essi erano generalmente realizzati in pietre semipreziose provenienti da luoghi molto lontani: i lapislazzuli – importati dal lontano Badakhshan, nell’odierno Afghanistan nord orientale, celebre per le miniere descritte anche da Marco Polo – l’ematite, la cornalina, il calcedonio; ma anche agata, serpentino, diaspro rosso o verde, cristallo di rocca.  Per questo i sigilli furono spesso riutilizzati, diffondendosi anche come amuleti con valore apotropaico, ornamenti, oggetti votivi:
veri status symbol talvolta indossati dai proprietari con una catenina o montati su spilloni.

Nei sigilli cilindrici, in pochi centimetri, accanto alle iscrizioni venivano realizzati motivi iconografici sempre più raffinati, differenziati per periodi e aree geografiche. Già l’idea di adattare un disegno a una superficie curva, in modo da ripeterlo ad libitum, era rivoluzionaria.  Sfilate di prigionieri davanti al re, scene di lotta tra eroi e animali, processioni verso il tempio, raffigurazioni di guerra e di vita quotidiana, donne-artigiane accovacciate, grandi banchetti, racconti mitologici: l’evoluzione stilistica, la raffinatezza delle incisioni diventano nel tempo sempre più evidenti. In epoca accadica gli intagliatori di sigilli prestano attenzione alla resa naturalistica del corpo umano e di quello animale, curano la narrazione, la simmetria, l’equilibrio, la drammatizzazione. Si individuano e si susseguono nel tempo stili e tecniche anche con l’introduzione del trapano e della ruota tagliente, a scapito della manualità. I sigilli rappresentano insomma un unicum artistico, prima delle gemme greche e romane.
La glittica per altro – una delle produzioni più caratteristiche delle culture del Vicino Oriente antico – presenta una serie di immagini e raffigurazioni che non troviamo in altre forme artistiche, costituendo anche una fonte d’informazione unica, di stili e costumi.

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Vaso in clorite a destinazione funeraria Vaso a doppio corpo in clorite la cui decorazione ricorda le capanne che ancora oggi sono osservabili nel basso alluvio mesopotamico. La lavorazione è tipica di Jirof t (Iran sud-orientale ). Protodinastico III Clorite 4,3 x 13 x 6,2 cm Venezia Collezione Ligabue

UN TUFFO “MULTIMEDIALE” NELLA STORIA DELL’ORIENTE – Esposti negli ambienti particolarmente suggestivi dell’antica biblioteca dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ad Arti – perfetto scenario di questa mostra –  troveremo, della Collezione Ligabue, sigilli inestimabili per valore storico e artistico, raffiguranti uomini, eroi e animali, ma anche divinità come il dio solare Samash, quello della tempesta Adad, il dio delle acque dolci Ea, oppure Enlil che assegnava la regalità, massima autorità del pantheon mesopotamico, definito dio del cielo e degli inferi e soppiantato con l’affermarsi della dinastia babilonese da Marduk; ma anche la complessa Inanna (in sumerico) Isthar (in semitico), “costantemente a cavallo della barriera tra donna e uomo, adulto e bambino, tra bene e male, tra vergine e prostituta”: dea della fertilità, dell’amore e della guerra ad un tempo.  Quindi scene mitologiche – il mito di Etana, tredicesimo re della prima dinastia di Kish alla ricerca della “pianta della nascita”, trasportato in cielo da un’aquila – o singolari, come la raffigurazione (in un sigillo del periodo protodinastico III, in lapislazzuli) di personaggi seduti che bevono la birra da un giara, con lunghe cannucce. Attraverso una didattica attenta, apparati multimediali innovativi e interattivi di notevole suggestione e riproduzioni tattili, il pubblico potrà godere della bellezza di questi oggetti e leggere e comprendere le storie ivi narrate, riscoprendo i simboli e i miti di una civiltà sulla quale si è fondata la cultura occidentale e di cui siamo debitori e che pure oggi appare così lontana e inaccessibile.


Informazioni

PRIMA DELL’ALFABETO. Viaggio in Mesopotamia  all’origine della scrittura
Venezia, Palazzo Loredan, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti
Campo Santo Stefano
tel. +39 041 2705616
info@fondazioneligabue.it

Orari: da martedì a domenica, 10.00 – 17.00
Chiuso il lunedì

Biglietti: Intero 5 Euro; Ridotto 3 Euro

tel. +39 041 2705616
info@fondazioneligabue.it

INCONTRI / MEDIOEVALIA: “Medioevo” e “Medioevi” in Guarneriana

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SAN DANIELE DEL FRIULI (UD) – Sabato 22 ottobre con inizio alle h. 18 presso la Civica Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli (UD) si terrà la giornata di studi MEDIOEVALIA: “Medioevo” e “Medioevi” in Guarneriana. La giornata, che si tiene nel mese delle celebrazioni in occasione del 550° anniversario della fondazione della Biblioteca, si aprirà con un incontro con il dott. Andreas M.Steiner, Direttore della rivista Medioevo,  che presenterà il numero di ottobre 2016 del mensile che contiene lo speciale sul manoscritto Fontaniniano 200, il cosiddetto “Dante Guarneriano”. Seguirà un convegno sul tema “LE EDIZIONI FACSIMILARI: un’opera tra storia e memoria”. Interverranno la dott.ssa  Elena Percivaldi, storica e saggista, parlando de”L’Editto di Rotari e Paolo Diacono storico dei Longobardi. La conoscenza storica che precede le edizioni facsimilari”; poi  l’editore Enrico Chigioni presenterà  “Le edizioni dell’Historia Langobardorum e delle Leges Langobardorum” in corso di pubblicazione per  CAPSA Ars Scriptoria. Lo scrigno del Tempo, I Longobardi; infine  l’editore  Roberto Vattori illustrerà  “L’edizione del ms. 200 “Dante Guarneriano”” da lui pubblicata. Introduce il conservatore della Biblioteca Guarneriana, dott. Angelo Floramo. Ingresso gratuito fino a esaurimento posti.

Per informazioni: www.guarneriana.it, info@guarneriana.it


GALLERY DEL PROGETTO EDITORIALE  CAPSA ARS SCRIPTORIA

FB Capsa Ars Scriptoria – Lo Scrigno del Tempo, i Longobardi

EVENTI / Guarneriana, compie 550 anni una delle biblioteche più antiche d’Italia

SAN DANIELE DEL FRIULI (UD) – Il 10 ottobre 1466, morendo, l’umanista Guarnerio d’Artegna lasciava alla Città di San Daniele del Friuli l’intera sua collezione di manoscritti, con l’impegno per la comunità di renderli disponibili per lo studio di chiunque lo desiderasse: nasceva così la Guarneriana, una delle più antiche biblioteche pubbliche d’Italia. Sabato 15 ottobre la Biblioteca festeggia il 550mo anniversario della fondazione con un grande evento in cui si ricorderà il grande erudito Guarnerio e si presenterà il progetto di digitalizzazione di alcuni dei codici più preziosi della Guarneriana, finalmente consultabili online. La Sala consiliare ospiterà invece le grafiche ideate dal Collettivo di illustratori friulani Spicelapis, ispirate alla inarrivabile bellezza dei codici custoditi dalla Biblioteca, il più celebre dei quali è sicuramente il cosiddetto “Dante Guarneriano”, una delle copie più antiche al mondo dell’Inferno di Dante Alighieri, di recente pubblicata in edizione facsimile per i tipi di Roberto Vattori.

La manifestazione “Guarneriana550” parte alle 18.00 con i saluti delle autorità, che saranno portati dal Sindaco, dal Vicesindaco e Assessore alla Cultura di San Daniele, e dall’Assessore regionale alla Cultura Gianni Torrenti.  Angelo Floramo racconterà, con la sua appassionante capacità narrativa, la figura di Guarnerio e i 550 anni della nostra biblioteca. La direttrice Elisa Nervi, con i referenti del Servizio Beni Culturali della Regione Paola Mansi e Dino Barattin, e con l’aiuto tecnico del responsabile della CG Soluzioni Informatiche, presenteranno il progetto e la realizzazione della TECA DIGITALE della Guarneriana, che raccoglie la digitalizzazione di alcuni dei codici più preziosi della Guarneriana e consentirà di sfogliarli integralmente online. Chiude la giornata la presentazione del ‘concept’ del nuovo logo che è stato pensato per la Guarneriana di oggi, con l’aiuto di Ilaria Comello che ne è stata l’ideatrice e con le parole della direttrice Elisa Nervi e di Angelo Floramo. Al termine, brindisi sotto la Loggia.

Informazioni: Biblioteca Guarneriana

Scoperti i primi testi scritti a mano a Londra: sono tavolette romane del I secolo, tra loro la prima menzione conosciuta di Londinium

#SCOPERTE #ARCHEOLOGIA #LONDRA  Trovati i primi manoscritti di Londra: sono tavolette romane del I secolo. Tra loro la prima menzione conosciuta di #Londinium

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Foto © MOLA

LONDRA – Eccezionale scoperta a Londra: le tavolette  di età romana trovate durante gli scavi in corso a Londra nel nuovo quartier generale di Bloomberg contengono i documenti più antichi scritti a mano finora emersi in territorio britannico.  Gli archeologi del Museum of London Archaeology (MOLA), come riporta BBC News,  hanno annunciato di aver decifrato 87 delle circa 400 tavolette finora ritrovate. Si tratta di testi incisi su tavolette di legno un tempo ricoperte da uno strato di cera: lo strato è ovviamente andato perduto, ma i segni impressi dello stilo si sono conservati sul supporto ligneo e sono ancora perfettamente leggibili dopo quasi duemila anni. La loro conservazione, spiegano gli archeologi, è stata possibile grazie alle particolari condizioni della zona, che si trova nei pressi del fiume Walbrook, da secoli interrato: gli oggetti sono rimasti intrappolati nel fango e grazie alla mancanza di ossigeno il supporto organico è rimasto intatto. 

Tra i reperti più importanti c’è quello che si ritiene essere il primo riferimento in assoluto alla città di Londra: è contenuto in una tavoletta di legno (foto sotto) datata 65/70-80 d.C., quindi circa cinquant’anni prima rispetto alla finora più antica menzione nota di Londra che si deve a Tacito nei suoi Annali.  Il testo che vi si legge  è “Londinio Mogontio”, ossia “In Londra, a (o per) Mogontius”.

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Il  documento più antico in assoluto finora decifrato è  datato all’8 gennaio 57 d.C.:  vi si legge che un uomo di nome Tibullo, liberto di Venusto, si impegna a saldare il debito di 105 denari che ha contratto con Grato, liberto di Spurio,  per certe merci da lui vendute e spedite. Come di consueto, il documento contiene il riferimento  ai consolati: “nel secondo consolato di Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico e in quello di Lucio Calpurnio Pisone, il sesto giorno prima delle Idi di gennaio”, quindi 8 gennaio 57 d.C.

Un’altra tavoletta contiene la sequenza di lettere ABCDIIFGHIKLMNOPQRST (foto sotto): con ogni probabilità si trattava di una sorta di “quaderno” per le esercitazioni nella scrittura, oppure un modello da seguire magari creato apposta  per gli scolari che dovevano imparare a tracciare le lettere: se così fosse, si tratterebbe della prima testimonianza relativa all’esistenza della scolarizzazione in Gran Bretagna.

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Le tavolette saranno esposte insieme agli oltre 700 reperti riemersi dallo scavo nella grande mostra “The London Mithraeum exhibition” che inaugurerà nell’autunno 2017 .

Via BBC News. 

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La stele di Rök? Un monumento alla scrittura. Nuova interpretazione della celebre iscrizione runica

GÖTEBORG – Nuova interpretazione per la celebre stele di Rök (Ög 136),  primo esempio conosciuto di iscrizione runica in pietra. A formularla è il prof. Per Homberg, ricercatore dell’Università di Göteborg, secondo il quale non si tratterebbe di un testo epico o funebre ma di una esaltazione quasi “magica” della scrittura.

Conservata nella chiesa svedese di Rök, in Östergötland, la stele contiene tra gli altri i nomi del re goto Teodorico e del dio Thor e fu incisa verso la  fine del IX secolo.  Dalla sua scoperta, avvenuta negli anni Quaranta del ‘900, gli studiosi hanno proposto svariate letture e interpretazioni. Tra le più accreditate finora è la teoria che si tratti di una stele funeraria fatta scolpire da un certo Varinn, forse un capotribù,  in memoria del figlio Vémóðr/Vámóðr morto in battaglia (la battaglia del Brávellir?) o sacrificato agli dei dopo la conversione della moglie al Cristianesimo ad opera di sant’Oscar. Nessuna delle interpretazioni finora formulate, però, è stata considerata definitiva.

Secondo il prof. Homberg, che ha pubblicato i risultati della sua ricerca sulla rivista Futhark: The International Journal of Runic Studiesla pietra avrebbe poco o nulla a che fare con la celebrazione dinastica di eroi e divinità e con l’esaltazione di gesta e battaglie ma sarebbe un vero e proprio monumento eretto al potere della scrittura runica, capace di tramandare la memoria e onorare i morti. Anche quando si fa riferimento alle battaglie, sostiene il prof. Homberg, si allude in realtà ad azioni propriamente linguistiche: gli stessi  24 “re” cui si fa riferimento alla fine dell’iscrizione non sarebbero affatto sovrani ma le rune stesse.

Secondo lo Swedish National Heritage Board sono circa 7mila le iscrizioni runiche sparse nel mondo, la metà delle quali furono realizzate in Età vichinga. Le più antiche risalgono al III secolo d. C., ma la maggior parte fu eretta tra il X e l’XI.

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Gli Etruschi a Cortona, maestri di scrittura

CORTONA (AR) – Continua fino al  31 luglio presso il MAEC, il Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona  ospitato nel duecentesco Palazzo Casali,  la grande mostra “Etruschi maestri di scrittura. Cultura e società nell’Italia antica”.  La rassegna è allestita da marzo in un Museo che, a sua volta, ha aperto i battenti nel settembre del 2005 con un progetto ambizioso: ospitare esposizioni dedicate all’importantissimo retaggio etrusco ma anche all’arte contemporanea, dando vita a un mix di contaminazioni culturali sicuramente di tendenza (nel dialogo, attualissimo, tra antico e moderno), meglio ancora se foriero di riflessioni su quanto il patrimonio del passato possa essere effettivamente essere parte, non solo come memoria ma anche come azione, del nostro essere oggi.

Come è noto gli Etruschi, la loro stessa origine e in particolare la loro lingua sono sempre stati un enigma per gli studiosi. La loro civiltà fiorì in Italia e nel bacino del Mediterraneo fra il VII  e il I secolo a.C. per mezzo di conquiste, contatti commerciali, scambi di idee. Ma nonostante le molte scoperte, alcune importantissime come la Tavola di Cortona di cui parleremo fra breve, resta da chiarire molto nei significati specifici delle parole. Anche se fa uso di un alfabeto di tipo greco e quindi si legge facilmente, le parole non presentano parentele comuni con lingue antiche più note (specialmente quelle indoeuropee come il greco e il latino) e quindi rimane difficile stabilirne l’esatto significato. Non aiuta, inoltre, la penuria di testi lunghi: la letteratura etrusca, pure importante e fiorente in antico, è infatti andata del tutto perduta. Ciò che resta della lingua etrusca sono quindi per lo più testi contenuti in iscrizioni brevi, ripetitivi e quasi sempre di natura funeraria, giuridica o commerciale.
La mostra di Cortona è quindi l’occasione per fare il punto su quanto (ancora troppo poco) si sa alla luce delle recenti scoperte, una per tutte le epigrafi etrusche emerse non lontano da Montpellier, in Francia, che testimoniano la presenza stabile di probabili mercanti etruschi in zona. Oltre alla Tavola di Cortona sono esposti alcuni documenti capitali come la Mummia di Zagabria e le lamine di Pyrgi, inserite nel contesto della pratica della scrittura nel Mediterraneo antico, in modo da illustrare la diversità dei supporti e delle tecniche della scrittura.

GLI SCARSI REPERTI LINGUISTICI

La “Mummia di Zagabria” ha una storia molto interessante. Si tratta di un “liber linteus” (dal latino: libro in lino) eseguito a inchiostro con un pennello su di un drappo di lino. E’ suddiviso in dodici riquadri rettangolari ognuno con 34 righe della scrittura. Il drappo veniva ripiegato “a fisarmonica” seguendo le linee verticali dei riquadri che funzionavano come le pagine di un libro. Il manoscritto è conservato al Museo Archeologico di Zagabria, in Croazia, ma è stato ritrovato in Egitto, dove era stato “riciclato” tagliandolo orizzontalmente in lunghe strisce, che furono utilizzate come bende per la mummia di una donna del periodo Tolemaico. Solo alcune delle strisce sono conservate, quindi purtroppo  il manoscritto ha grosse lacune. Il testo, comunque,  è in assoluto il più lungo tra quelli etruschi rimasti, forte delle sue 230 righe e circa 1350 parole. Verso la metà dell’Ottocento un collezionista croato, Mihail de Brariæ, scrittore della Regia cancelleria ungherese, aveva riportato in patria dall’Egitto alcuni oggetti antichi, fra i quali una mummia. Qualche tempo dopo ci si accorse che le bende del reperto erano coperte da un testo scritto con l’inchiostro nero. Solo nel 1892 questo testo venne studiato dall’egittologo Brugsch e identificato come etrusco. Dal 1947 mummia e bende vennero trasferite al Museo di Zagabria. L’ultimo restauro è stato curato da un’équipe italiana nel 1997. Si tratta di un calendario rituale che specifica le cerimonie da compiere nei giorni prestabiliti in onore di varie divinità. Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell’area tra Perugia, Cortona e Lago Trasimeno. La scrittura, molto precisa e accurata, è quella in uso nell’ Etruria settentrionale tra il III e il II secolo a. C. Quindi per questa mostra è un po’ come se questo testo tornasse momentaneamente a casa.

tabua-cortonensis

L’altra superstar della mostra è  la famosa Tabula Cortonensis (Tavola di Cortona), che rappresenta il terzo testo etrusco più lungo al mondo dopo quello della citata Mummia di Zagabria e un altro contenuto nella cosiddetta Tavola capuana. Il reperto cortonese è una tavola di bronzo che reca incisa sui due lati un atto notarile che riguarda una proprietà terriera collocata nel territorio del lago Trasimeno a est di Cortona. Risale all’inizio del II secolo a.C. ed è stata ritrovata nella vicina località Le Piagge nel 1992. La faccia A presenta 32 righe di testo, mentre la faccia B solo 8. La tavola, allo stato del rinvenimento, si presentava rotta in 8 pezzi (di cui uno non è stato mai trovato): forse faceva parte di un archivio notarile privato e fu spezzata per essere fusa e riutilizzata.  Accompagna la mostra in corso un interessante catalogo che presenta le ultime acquisizioni e il progredire degli studi nella sintassi e nella grammatica.

 

UN MUSEO  (E UN PERCORSO) ALL’AVANGUARDIA

Il progetto del MAEC era alla nascita ambizioso e in questi undici anni ha dato ottimi risultati. L’inaugurazione del 2005 avveniva a coronamento di decenni di studi e restauri di materiali importantissimi: come noto infatti il territorio di Cortona e l’Aretino in generale hanno nel tempo restituito scoperte eccezionali che erano in parte già musealizzate nella collezione, di origine settecentesca, dell’Accademia Etrusca. Ma era necessario mettere questi reperti in dialogo, virtuoso e moderno, con quelli, altrettanto importanti, emersi dalla successiva storia romana della città. Il progetto scientifico fu dunque affidato a Mario Torelli, uno dei massimi esperti di Etruschi, ed è nato così il MAEC che riunisce in un unico percorso espositivo le due sezioni, allestite secondo criteri all’avanguardia che non pongono più al centro dell’attenzione solo il singolo oggetto ma privilegiano il racconto complessivo della storia di Cortona e del territorio grazie anche ai numerosi supporti multimediali, alle ricostruzioni e ad un percorso tattile per non vedenti.

Nell’esposizione permanente sono esposte importanti ricostruzioni, come quella del tetto del tempietto funerario del Tumulo II del Sodo (VI secolo a.C.), e anche i materiali dei corredi arcaici rinvenuti nelle tombe principesche del Tumulo I e del Tumulo II sempre del Sodo – buccheri, ceramiche attiche, monili in oro. Di grande interesse sono anche gli spettacolari bronzi provenienti dalle tombe come quella di Fabbrecce oltre alla più volte citata Tavola di Cortina e ai reperti della grandiosa villa imperiale della Tufa in località Ossaia con i loro tre bellissimi mosaici a decorazioni geometrica e figurata, uno dei quali presenta un motivo dionisiaco con due pantere.

introduzione

Dal MAEC parte inoltre il Parco Archeologico di Cortona, che si estende in città e nel territorio con 20 percorsi che coinvolgono 11 importanti siti archeologici e quindi permettono intelligentemente di fruire tutto assieme un patrimonio archeologico, storico, artistico e culturale veramente unico.

© Elena Percivaldi – © Perceval Archeostoria All rights reserved


 

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