EVENTI / Spilamberto dall’Età del Rame ai Longobardi: un ciclo di conferenze racconta 40 anni di scoperte

SPILAMBERTO (MO), 12 novembre 2018 – Inizia il 14 novembre il ciclo di sei conferenze promosse dal Comune di Spilamberto (Modena) in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna e le Università Sapienza di Roma e di Torino per celebrare i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche nel territorio di Spilamberto. Gli incontri passeranno in rassegna i ritrovamenti spesso eccezionali avvenuti nell’area spilambertese: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni. Quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione che saranno illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019.

Mercoledì 14 novembre si parte con i saluti istituzionali di Umberto Costantini, Sindaco Comune di Spilamberto e Cristina Ambrosini, Soprintendente Archeologia, Belle Arti, paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Dopo la presentazione del progetto “Archeo40: i tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” da parte di Simonetta Munari, Assessore alla Cultura del Comune di Spilamberto, l’archeologa della Soprintendenza Monica Miari parlerà de “L’Età del Rame e il periodo Eneolitico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

“Nell’alveo del fiume Panaro -spiega Monica MiariArcheologa della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara- nei territori di Spilamberto e di S. Cesario sono venute alla luce dal 1977 ad oggi testimonianze di numerosi siti preistorici, oggetto di scavi sistematici.

È stato possibile individuare tre fasi principali d’insediamento: la prima riferibile a un aspetto piuttosto antico della cultura dei vasi a bocca quadrata (pieno Neolitico, metà del V millennio a.C.), una seconda che documenta la successione di più momenti della Cultura di Chassey-Lagozza (Neolitico recente, fine del V, prima metà del IV millennio a.C.) e una terza con la necropoli eneolitica che ha dato il nome al relativo Gruppo di Spilamberto (databile fra la metà del IV e gli esordi della seconda metà del III millennio a.C). La necropoli assume particolare rilevanza per le implicazioni sociali e rituali: di essa sono esposte in museo otto sepolture (su 39 recuperate) e la totalità dei corredi funerari. I riti di sepoltura appaiono fortemente standardizzati: inumazioni in giacitura primaria singola (un solo caso di deposizione bisoma), supina, con orientamento prevalente Est-Ovest e capo a Ovest e corredo ceramico costituito generalmente da un singolo vaso posto ai piedi dell’inumato. Tra questi si evidenzia la netta prevalenza di recipienti a squame caratteristici del Gruppo di Spilamberto anche se in sette tombe è sostituito da una brocca/boccale, di tradizione peninsulare. Tra le armi figurano cuspidi di freccia, pugnali e un’alabarda. Al momento si conoscono in Emilia occidentale tre/quattro sepolcreti di questo gruppo, non privi di significativi rapporti con le altre principali necropoli eneolitiche dell’Italia padana, quali Remedello nel Bresciano e Celletta dei Passeri a Forlì”.

Gli incontri proseguono lunedì 3 dicembre con “L’Età del Bronzo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” a cura di Andrea Cardarelli, Docente di Preistoria e Protostoria all’Università Sapienza di Roma.

Mercoledì 16 gennaio 2019 sarà la volta degli archeologi Sara Campagnari (Soprintendenza) e Donato Labate parlare di “L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”

Il 12 febbraio Maria Grazia Maioli, Archeologa Emerita della Soprintendenza, approfondirà il tema “Il Tardo Antico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” mentre mercoledì 13 marzo il Docente di Archeologia Cristiana e Medievale dell’Università di Torino, Paolo De Vingo, parlerà di “I Goti e i Longobardi nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

Il ciclo si chiude mercoledì 17 aprile con l’archeologo Donato Labate che illustra il tema de “L’Ospitale di San Bartolomeo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

Tutte le iniziative si svolgono allo Spazio Eventi L. Famigli, in viale Rimembranze 19, alle 20.30.

Ingresso libero e gratuito.

Per informazioni cultura@comune.spilamberto.mo.it

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SCOPERTE / Pompei, tutto il dramma dell’eruzione nella “stanza degli scheletri” [FOTO]

FOTO: (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

POMPEI (NA), 27 ottobre 2018 – I loro resti giacevano confusi sul pavimento, trascinati senza riguardo da tombaroli alla ricerca di quegli oggetti preziosi messi insieme negli ultimi, drammatici istanti dell’eruzione nel disperato tentativo di fuggire. Non è bastata l’orrenda fine riservatagli dalla tragedia,  ma le vittime di Pompei hanno dovuto subire anche la profanazione di saccheggiatori che già in epoca moderna si addentravano attraverso cunicoli e passaggi nella cenere e nel lapillo che aveva seppellito nel 79 d.C.  la città antica, per rintracciare oggetti di valore in domus inesplorate.

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Riaffiorano così, in una stanza della “Casa del giardino” in corso di scavo, i resti scheletrici di almeno 5 individui, ammucchiati e sparpagliati in più punti dell’ambiente. Si tratterebbe di due donne e tre bambini, che si erano rifugiati  nella stanza più interna della casa, che, a differenza delle altre, aveva resistito alla prima fase dell’eruzione, ossia la pioggia dei lapilli. Erano stati poi colti da una delle correnti piroclastiche che travolse gli ambienti della casa, provocando il crollo del tetto e della parte superiore del muro e trovando la morte.

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I ritrovamenti documentano il dramma vissuto dai pompeiani non solo nel 79 d.C., ma anche secoli dopo la loro morte. Così ad esempio il cranio di una delle vittime, schiacciato dalle tegole del tetto, giaceva accanto agli arti inferiori e superiori di un altro individuo, mentre resti di un anello indossato al dito e altri piccoli oggetti stretti tra le mani, sfuggiti miracolosamente al saccheggio del luogo, riaffiorano lontani e non in connessione con il resto del corpo.

L’azione dei tombaroli sembra dimostrata anche dalla presenza di fori sulle pareti e di uno o più cunicoli di scavi  quasi sicuramente precedenti all’inizio delle ricerche ufficiali sul sito (avviate nel 1748): è stata infatti trovata una moneta di Filippo d’Asburgo risalente agli anni ’30 del Seicento, con ogni probabilità persa da uno dei saccheggiatori in azione.   “Tali rilevamenti – spiega una nota diffusa dagli archeologi impegnati sul sito – stanno consentendo, grazie agli interventi in corso, di documentare con grande dettaglio la storia di un’epoca di scavo, (da quelli clandestini a quelli di epoca borbonica) completamente differente da quella attuale, tanto nell’approccio metodologico che nelle finalità stesse”.

La casa dove sono stati ritrovati i resti è la stessa dove pochi giorni fa è stata rinvenuta l’epigrafe a carboncino che posticipa di due mesi, da agosto a ottobre, la data dell’eruzione di Pompei, e di cui avevamo parlato qui.

 

FONTE: COMUNICATO UFFICIALE, FOTO (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

ARCHEOLOGIA / Claterna, la città romana svela i suoi segreti

[FONTE: COMUNICATO E FOTO UFFICIALI della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara]

BOLOGNA, 26 ottobre 2018 –  Il foro, il teatro, le domus private, le officine artigianali e ora quasi certamente l’impianto termale. L’antica città romana di Claterna definisce ogni anno di più la sua forma urbis svelando i propri segreti e confermando le ipotesi ricostruttive proposte nel corso dei vari scavi.   Le ricerche e i sondaggi sistematici dell’ultimo decennio hanno permesso di disegnare un quadro pressoché completo della città romana che giace ‘sepolta’ a pochi centimetri di profondità lungo la Via Emilia, nel territorio di Ozzano dell’Emilia, tra Bologna e Imola. I risultati della campagna di scavo 2018 sono stati presentati nel corso di una visita guidata che si è tenuta stamattina.

SNODO E MERCATO – Claterna nasce nel II secolo a.C. con una duplice funzione: da un lato è un importante snodo viario all’incrocio fra via Emilia, torrente Quaderna e una via transappenninica, forse la Flaminia minor, dall’altra come centro di mercato e servizi. Nel I secolo a.C. Claterna, come tante altre città italiche, diventa un municipium con competenza sul vasto territorio compreso fra i torrenti Idice e Sillaro. Dopo il periodo di massimo splendore collocabile nella prima età imperiale, la città sopravvive fino alla tarda antichità (V-VI secolo d.C.), seppure notevolmente ridimensionata, per poi venire totalmente abbandonata fino al completo oblio.
Fin dall’Ottocento, l’antica città è stata un campo d’indagine privilegiato per l’archeologia emiliano-romagnola. L’unicità di Claterna è dovuta al fatto di non aver avuto una continuità storica analoga a quella degli altri centri sorti lungo la via Emilia (da Rimini a Piacenza) e questa assenza di stratificazione ha offerto la possibilità di indagare la città nella sua estensione e configurazione originale, senza le modifiche intervenute nel tempo. A partire dagli anni 80, la Soprintendenza ha intrapreso la progressiva acquisizione dell’ampia superficie su cui si estende l’antica città romana e dal 2005 si è dato vita a un grande progetto di studio e valorizzazione con enti locali e associazioni culturali. L’obiettivo delle ricerche e dei sondaggi sistematici intrapresi nell’ultimo decennio è di chiarire alcuni aspetti topografici (i suoi limiti, l’articolazione interna, gli spazi pubblici e sacri quali foro, basilica, edifici templari e teatro) e cronologici (dalla fondazione e dall’eventuale origine preromana al declino) dell’antica città e di valorizzare alcuni spazi per consentire al pubblico di visitare le evidenze archeologiche più suggestive, come la Casa del fabbro e la Domus dei mosaici.

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La ricostruzione delle strutture della domus del fabbro, riutilizzando materiali e tecniche antiche (foto di Paolo Nanni)

NUOVE SCOPERTE  – Ogni campagna di scavo porta con sé nuove sfide e prove. Quella appena conclusa ha operato su tre fronti: la domus del fabbro e il teatro, in prosecuzione al progetto 2017-2019, e la ricerca geomagnetica su tutta la pianta della città, una novità assoluta. Docenti e studenti dell’Università di Venezia Ca’ Foscari e dell’Università di Siena e ragazzi impegnati in esperienze di alternanza Scuola Lavoro hanno lavorato da giugno a settembre sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e con il coordinamento dell’Associazione Culturale ‘Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi’. Molte e interessanti le novità emerse dalle ricerche 2018. Nella Domus del fabbro, sono proseguite le ricerche nella nuova area aperta verso nord, operando più in profondità per raggiungere le fasi imperiali di I – III secolo d.C. La scoperta più importante è stata quella di un secondo peristilio, un’area cortiliva porticata dotata di pozzo sulla quale affacciava una cucina. Sono stati anche scoperti un altro cortile e altri ambienti, questi ultimi intonacati. La domus insomma sta prendendo sempre più forma, confermandosi come un grande e complesso organismo architettonico.

RICOSTRUZIONE – Anche quest’anno è continuato il progetto di ricostruzione delle strutture antiche, aggiungendo nuovi ambienti e riedificando uno dei pozzi ritrovati negli anni scorsi. La sperimentazione continua con materiali e tecniche differenti, sempre però ispirate al sapere costruttivo degli antichi romani. Le ricerche sono poi proseguite nel settore del Teatro, aprendo un’area molto vasta di fianco a quella dell’anno scorso. Le indagini sono ancora in corso ma va segnalato il ritrovamento di strutture di fondazione della cavea, in grandi blocchi di arenaria, che si stanno rivelando molto più profonde e ben conservate di quanto non fosse emerso l’anno scorso. L’esplorazione della parte bassa della cavea ha restituito anche materiali lapidei lavorati, come un grosso frammento di cornice, mentre sono iniziate quest’anno le indagini nella zona dell’orchestra e degli ingressi laterali che si trovano a profondità elevate in quanto parte della struttura è stata parzialmente costruita sotto il livello di calpestio antico. Queste scoperte stanno definendo la forma architettonica di un grande teatro, consentendo in futuro di proporne una ricostruzione sempre più dettagliata.

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Una delle ipotesi ricostruttive possibili per l’edificio teatrale di Claterna.(grafica 3D di Paolo Nanni)

MAPPATURA AEREA –  La campagna di scavo 2018  ha consentito di avviare un progetto sognato da tempo: l’esplorazione estensiva della città attraverso le più moderne tecnologie geofisiche.  I risultati non si sono fatti attenderel’integrazione tra le nuove prospezioni geomagnetiche condotte dall’Università di Siena (ben 16 ettari sui 18 del totale urbano) e la mappatura delle tracce aerofotografiche portata avanti in lunghi anni di ricerche ha prodotto un quadro quasi completo dell’area urbana e di parte del suburbio. Questi nuovi dati ci permettono ora di individuare meglio, tra le tante altre particolarità, tutto il comparto pubblico (compresi alcuni edifici mai individuati prima) e la scansione interna del tessuto urbano. Un materiale di assoluto interesse che stiamo studiando nei particolari e che sarà oggetto di analisi nei prossimi mesi.

UN GRANDE MOSAICO – Ultima ma non meno importante novità di quest’anno è la scoperta legata alla realizzazione della pista ciclabile che collegherà San Lazzaro di Savena e Castel San Pietro Terme: le ricerche dirette dalla Soprintendenza hanno intercettato un grande mosaico e potenti strutture proprio nel luogo dove le prospezioni e le foto aeree inducevano a ritenere che esistesse un grande edificio pubblico, probabilmente termale. Scavi e indagini future confermeranno o chiariranno la natura di questa costruzione.

Le indagini archeologiche a Claterna sono promosse dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dall’Associazione Culturale ‘Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi’ con il finanziamento di CRIF SpA e il contributo Gruppo IMA SpA e RENNER Italia SpA. Il progetto di alternanza scuola-lavoro è coordinato dal Rotary Club Bologna. Le ricerche geomagnetiche sono state eseguite dall’Università degli Studi di Siena (Prof. Stefano Campana); le indagini sul campo sono eseguite dall’Università di Venezia Ca’ Foscari.

[FONTE: COMUNICATO E FOTO UFFICIALI della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara]

SCOPERTE / Pompei, dalla Regio V altre due splendide dimore ricche di affreschi e mosaici. E un’iscrizione che sembra confermare la data di ottobre (e non agosto) per l’eruzione del 79 d.C. [#FOTO]

FOTO: (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

POMPEI,  16 ottobre 2018 (aggiornamento 27 ottobre) –  Due dimore di pregio con preziose decorazioni vengono alla luce e ridefiniscono lo spazio urbano nella Regio V di Pompei, grazie agli interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo previsti dal Grande Progetto Pompei. Riaffiorano integre dai lapilli, con diverse suppellettili, la Casa con giardino, con il bel portico affrescato e gli ambienti decorati da vivaci megalografie, e la Casa di Giove, con le pitture in I stile e gli eccezionali mosaici pavimentali dalle raffigurazioni senza
precedenti. Iscrizioni e ulteriori resti delle vittime aggiungono, inoltre, dettagli alla storia
dell’eruzione e della città antica. Un’iscrizione a carboncino, in particolare, traccia tangibile di un momento di vita quotidiana, supporta la teoria che la data dell’eruzione fosse a ottobre e non ad agosto: un’ipotesi già avanzata dagli studiosi da tempo. “La data dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. – scriveva ad esempio la nostra Elena Percivaldi  in un  articolo uscito ad agosto sul bimestrale Civiltà Romana – è attestata da una delle due lettere scritte da Plinio il Giovane a Tacito. Nella variante del manoscritto ritenuta più attendibile si legge “nonum kal. Septembres”, cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, giorno che corrisponde al 24 agosto. Tuttavia alcuni dati archeologici hanno fatto sollevare dei dubbi: la frutta secca carbonizzata e il mosto in fase di invecchiamento, trovato sigillato nei contenitori, suggerirebbero che l’evento sia avvenuto in autunno, così come la presenza di bracieri, usati di solito per il riscaldamento. Inoltre, una moneta emersa a Pompei è datata alla quindicesima acclamazione di Tito a imperatore, avvenuta dopo l’8 settembre del 79. È quindi probabile che il giorno dell’eruzione sia stato il 24 ottobre, e che l’indicazione contenuta nel manoscritto sia frutto di un errore del copista”.

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L’iscrizione che sembra confermare la data “ottobrina” dell’eruzione. Vi si legge: “XVI (ante) K(alendas) Nov(embres) in[d]ulsit pro masumis esurit[ioni]”, ossia “Il 17 ottobre lui indulse al cibo in modo smodato”.

La scritta è, infatti, datata al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, corrispondente al 17 ottobre. Vi si legge “XVI (ante) K(alendas) Nov(embres) in[d]ulsit
pro masumis esurit[ioni]”, ovvero: “Il 17 ottobre lui indulse al cibo in modo smodato”: un testo ovviamente slegato dal contesto dell’eruzione, ma interessante come testimonianza di vita quotidiana (in questo caso, parrebbe trattarsi della presa in giro di un pompeiano molto amante della buona tavola).  Secondo la docente di Paleografia Latina presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, Giulia Ammannati, però, l’epigrafe: “IN OLEARIA / PROMA SUMSERUNT […]”, vale a dire “hanno preso nella dispensa olearia […]”. Comunque sia, l’iscrizione appare in un ambiente della casa in corso di ristrutturazione, a differenza del resto della stanze già completamente rinnovate; si dovevano essere, pertanto, lavori in corso nell’anno dell’eruzione. Inoltre, trattandosi di carboncino, fragile e evanescente, che non avrebbe potuto resistere a lungo nel tempo, è più che probabile che si tratti dell’ottobre del 79 d.C., una settimana prima della grande catastrofe che sarebbe, secondo questa ipotesi, avvenuta il 24 ottobre.

Il grande intervento che sta interessando gli oltre 3km di fronti che costeggiano i 22 ettari di area non scavata ha lo scopo di riprofilare i fronti, rimodulandone la
pendenza e mettendoli in sicurezza, al fine di evitare la minacciosa pressione dei terreni
sulle strutture già in luce. Nell’area del cosiddetto “cuneo”, in  particolare, si è reso necessario, al fine di proteggere gli edifici emersi già nell’800, procedere a un vero e proprio scavo di oltre 1000mq che consentisse di arretrare il fronte e garantisse la sicurezza delle strutture in luce.

LA CASA DI GIOVE
La casa di Giove prende il nome dall’affresco del larario posto in giardino, nel quale è raffigurata la divinità. Il larario fu rinvenuto già nel corso degli scavi dell’ Ottocento, durante i quali la casa era stata solo in parte indagata.
Al momento dell’eruzione del 79 d.C. l’abitazione era in corso di ristrutturazione.
Gli scavi attuali hanno consentito di individuare diversi cunicoli, praticati in passato prima degli scavi ufficiali, allo scopo di recuperare oggetti preziosi, che hanno purtroppo compromesso in più punti la struttura della casa.

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Ciò nonostante si sono conservati, in ottimo stato, sia i pavimenti musivi, sia gli affreschi, sia, in alcuni ambienti, la ricca suppellettile fittile e metallica.
L’intervento di scavo odierno ha restituito la struttura di una dimora con atrio centrale, circondato da stanze decorate, ingresso lungo il vicolo dei balconi, e sul fondo uno spazio aperto colonnato su cui si affacciano altri tre ambienti.

Le pitture di I stile
L’atrio e gli ambienti circostanti hanno svelato una ricca decorazione in primo stile (II sec a. C) con riquadri in stucco imitanti lastre (crustae) marmoree dipinte di vivaci colori (rosso, nero, giallo, verde) e cornici con modanature dentellate.
L’atrio che mantiene, nella parte conservata, la decorazione in primo stile, era probabilmente completato, nella parte superiore, da un fregio dorico in stucco, con rifiniture in blu e rosso, attestato dai numerosi frammenti rinvenuti in crollo.
È molto probabile che il proprietario di casa abbia volutamente mantenuto, in tali spazi, questa più antica decorazione in primo stile che, in altre dimore pompeiane, era stata frequentemente sostituita da decorazioni più moderne.

I Pavimenti e i Mosaici figurati
I pavimenti della domus sono, in gran parte, semplici cementizi a base fittile (cd. “signino” o “cocciopesto”), a volte con tessere marmoree bianche disposte a intervalli regolari o con scaglie di marmo collocate irregolarmente.

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In due ambienti, tuttavia, la parte centrale del pavimento è decorata da eccezionali riquadri a mosaico rettangolari di grande qualità artistica e con raffigurazioni straordinarie, prive, finora, di precisi confronti e che, a un primo esame, sembrano riferirsi a miti poco rappresentati, probabilmente di carattere astrologico.
Tracce di un incendio, infine, sono state ritrovate in un ambiente della domus confinante con la casa delle Nozze d’Argento, già in buona parte indagato in passato. L’incendio aveva annerito la parete affrescata coinvolgendo elementi di arredo, tra cui probabilmente un letto, come sembrerebbe dimostrato dai frammenti di legno e di stoffa carbonizzati. Un rinvenimento straordinario considerato la rarità dei ritrovamenti di tessuti a Pompei.
LA CASA CON GIARDINO
La casa con giardino, prende nome dall’ampio spazio aperto con portico, all’interno del quale sono state condotte analisi paleobotaniche sulle tracce vegetali rinvenute, che stanno fornendo un quadro completo delle specie di piante ivi presenti al momento dell’eruzione.

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La casa, sebbene anch’essa compromessa da cunicoli, ha fortunatamente conservato in buone condizioni la maggior parte degli apparati decorativi, che presentano tracce di lavori in corso al momento dell’eruzione.
Ingresso dal Vicolo dei Balconi
Il complesso abitativo aveva il suo accesso principale dal vicolo dei Balconi, attraverso una porta monumentalizzata da due capitelli “a dado” e da una cornice in muratura; lo stretto ingresso immetteva in un atrio, a sua volta comunicante con un portico aperto sul giardino e sostenuto da colonne in muratura, poggianti su una zoccolatura decorata da affreschi su fondo nero raffiguranti piante fiorite.
La stanza degli scheletri
Una delle stanze che si affacciavano sul portico, e che, a differenza delle altre, ha resistito alla prima fase dell’eruzione (la caduta dei lapilli), è poi stata distrutta e riempita dal flusso piroclastico, all’interno del quale sono stati rinvenuti i resti scheletrici di almeno cinque individui, che evidentemente avevano cercato rifugio nella stanza più interna della casa, trovandovi la morte. L’indagine di questa stanza, ancora in corso, ha rivelato la presenza, indiziata anche da fori nelle pareti, di uno o più cunicoli di scavi precedenti (forse anteriori all’inizio delle ricerche ufficiali del 1748), che hanno causato uno sconvolgimento degli scheletri intercettati, le cui ossa sono state dislocate in vari punti dell’ambiente.
Gli affreschi del Portico e delle stanze
Sia il portico, sia le stanze che vi si affacciavano, presentano una ricca decorazione ad affresco. In particolare, una stanza ha restituito, al centro di una parete con finta decorazione architettonica, un quadretto idillico-sacrale, con scene di culto in un ambiente boschivo. Quadretti analoghi, ma in peggiori condizioni di conservazione, decoravano altre due pareti della stessa stanza.
LE MEGALOGRAFIE
L’ambiente adiacente era, invece, decorato con scene di maggiori dimensioni, quasi vere e proprie megalografie. In una si riconoscono Venere con una figura maschile (forse Adone o Paride) e con Eros, mentre in un altro riquadro è Venere raffigurata in atto di pescare con Eros. Sempre in questo ambiente è un raffinatissimo ritratto femminile, forse raffigurante la domina.

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Nelle due stanze appena citate, e in un’altra stanza con una semplice decorazione parietale, sono stati rinvenuti, in posizione di crollo sul pavimento, i resti dei soffitti affrescati, con tracce dell’incannucciata su cui l’intonaco era fatto aderire; sebbene, naturalmente, in condizioni molto frammentarie, il recupero integrale dei pezzi conservati potrà permettere la ricostruzione dei motivi decorativi, offrendo un notevole contributo alla conoscenza della pittura romana dato che, com’è noto, i soffitti affrescati ricostruibili in estensione sono piuttosto rari.
La casa, come già osservato, era in corso di ristrutturazione al momento dell’eruzione; ciò può spiegare come mai, accanto a stanze con pareti e soffitti affrescati, e con pavimenti cementizi in alcuni casi con tessere o con lastre marmoree, vi fossero alcuni ambienti con pareti semplicemente intonacate e addirittura privi di pavimento, come in particolare l’atrio e il corridoio di ingresso.
Graffiti e iscrizioni a carboncino
Le pareti dell’atrio e del corridoio di ingresso hanno conservato una notevole quantità di graffiti, in corso di studio, con frasi, in alcuni casi di carattere osceno, e con disegni (tra cui alcuni volti stilizzati).
In maniera insolita, si sono conservati in buone condizioni, disegni tracciati con calce o gesso, tra cui uno raffigurante un volto umano caricaturale di profilo, e con carbone, anche in questo caso volti umani. Tra quest’ultimi anche l’iscrizione a carboncino, che supporterebbe l’ipotesi che l’eruzione del 79 d.C. possa essere avvenuta il 24 ottobre, piuttosto che il 24 agosto.
LE SUPPELLETTILI
In entrambe le dimore sono state ritrovate diverse suppellettili, oggetti di uso quotidiano, testimonianza della vita che scorreva ignara della imminente tragedia, ma anche oggetti di particolare pregio.


Dalla Casa con Giardino provengono due brocche in bronzo (oinochoai) con anse figurate e arricchite di piccoli inserti in argento, nonché un braciere in ferro rinvenuto nel portico insieme ad un contenitore biconico in terracotta. Più ricca la suppellettile ritrovata all’interno della Casa di Giove, concentrata essenzialmente in due stanze. In particolare, il piano pavimentale dell’ambiente decorato in I stile era completamente coperto di vasi fittili e bronzei, di varia tipologia, che con ogni probabilità erano stati accuratamente riposti in quel vano a causa dei lavori di ristrutturazione in corso all’interno della domus.

 

Sull’eruzione, leggi l’articolo di Elena Percivaldi pubblicato sul numero 1 del bimestrale “Civiltà Romana”, pubblicato da Sprea Editori

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SCOPERTE / A Calvatone (Cremona) torna alla luce un tesoro di monete romane [FOTO]

(C) FOTO: UNIMI

CREMONA, 8 ottobre –  Gli archeologi dell’Università degli Studi di Milano, guidati dalla professoressa Maria Teresa Grassi del Dipartimento di Beni culturali e ambientali, hanno scoperto, sul sito romano di Bedriacum – nei pressi di Calvatone (Cremona) – un ripostiglio in cui erano nascoste 140 monete databili all’età di Gallieno, imperatore tra il 253 e il 268 d.C. La scoperta, nell’ambito della campagna di scavi 2018, ha fornito anche importanti informazioni sulla storia e il declino dell’antico insediamento.

TESORO NASCOSTO –  Le circa 140 monete che compongono il “tesoro” erano state nascoste sul fondo di un vaso in ceramica, e mai più recuperate dal suo proprietario, in
un momento di gravissima crisi, politica e militare, dell’Impero Romano. Il tesoro, dall’alto valore storico e archeologico, consiste, in particolare, in un gruzzolo di
“antoniniani”, moneta introdotta dall’imperatore Caracalla, all’inizio del III sec. d.C., del valore di un doppio denario, ufficialmente moneta d’argento, ma spesso soltanto rivestita del metallo prezioso. Le monete sono attualmente in corso di restauro, a cura dell’Università degli Studi di Milano, presso un laboratorio specializzato, secondo le indicazioni della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Cremona, Lodi e Mantova.

TESTIMONIANZA DELLA CRISI – Non meno significative le informazioni che gli archeologi della Statale sono riusciti a recuperare riguardo al luogo del ritrovamento. Le monete, infatti, sono state rinvenute in un quartiere residenziale di Bedriacum, mai indagato prima d’ora, in cui sono state scoperte le tracce di alcuni edifici in forte stato di degrado. Secondo gli archeologi, la posizione in cui è stato trovato il ripostiglio – al cui interno si trovava il “tesoro” – indica chiaramente che, all’epoca del suo seppellimento, alla metà del III sec. d.C., questo settore dell’antico vicus romano era già caduto in rovina, era stato abbandonato e aveva già subìto consistenti spoliazioni. Un dato storico assolutamente nuovo – sottolineano gli archeologi – dal momento che finora si era ipotizzato che la crisi dell’abitato romano e il suo abbandono fossero avvenuti soltanto nel IV-V sec. d.C.
Altri ripostigli furono trovati a Calvatone, nel 1911 e nel 1942, databili tra II e I sec. a.C., ma andarono quasi completamente dispersi. Non si sa con precisione da dove provengano né da quante monete erano composti. Sono quindi muti per la storia di Bedriacum, al contrario del ripostiglio Calvatone 2018, che ne ha svelato un aspetto finora totalmente sconosciuto.

La campagna di scavi 2018 della Statale è realizzata grazie ai finanziamenti, oltre che della stessa Università, del Comune di Calvatone e di Regione Lombardia. Sul sito archeologico di Bedriacum, conosciuto per le battaglie combattute nel 69 d.C. per la conquista del potere imperiale in seguito alla morte di Nerone, l’Università degli Studi di Milano opera nel sito archeologico dal 1986.

 

SCOPERTE / Pompei, riemerge uno spettacolare affresco di Priapo [FOTO / VIDEO]

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Veduta degli scavi

POMPEI (NA) –  Un dimora di pregio su via del Vesuvio con stanze elegantemente decorate e all’ingresso un  Priapo affrescato, in atto di pesare il membro su una bilancia, sono emersi nel corso dei lavori di riprofilatura dei versanti della Regio V che affacciano sulla via di Vesuvio, nell’ambito del cantiere dei nuovi scavi.

Le operazioni in corso rientrano nel più ampio intervento di messa in sicurezza dei  fronti di scavo, che delimitano i 22 ettari di  area non scavata di Pompei, previsto dal Grande Progetto Pompei e che interesserà circa 3 km di fronti.

La figura di Priapo, a Pompei ben conosciuto per la raffigurazione che campeggia all’ingresso della casa dei Vettii (sotto), oggi appare per la seconda volta in questa domus poco distante. Dio della mitologia greca e romana, era secondo buona parte delle fonti, figlio di Afrodite e di Dionisio. (Leggende minori lo vogliono invece figlio di Afrodite e di Ermes o Ares, o Adone o Zeus). Era, gelosa del rapporto adulterino di Zeus con Afrodite, si vendicò con Priapo e gli diede un aspetto grottesco, con enormi organi genitali.

Casa dei Vettii Priapo

Il Priapo della casa dei Vettii

Il fallo, così spesso raffigurato in affreschi e mosaici dell’epoca, era ritenuto origine della vita, e per gli antichi romani un simbolo apotropaico, utilizzato contro il malocchio o per auspicare fertilità, benessere, buon commercio e ricchezza. Non è un caso, difatti, che poco oltre un altro fallo in tufo grigio dipinto è emerso, lungo la strada, su una parete del vicolo dei balconi.

UN VOLTO DI DONNA – La domus lungo via del Vesuvio che sta venendo alla luce, sta rivelando oltre all’affresco del Priapo posto all’ingresso (fauces),  anche  diversi ambienti dalla decorazione pregiata, tra i quali  una parete con un volto di donna entro un clipeo e una stanza da letto (cubicolo) decorata con una raffinatissima cornice superiore e con  due quadretti (pinakes) nella parte mediana, l’ uno con paesaggio marino, l’altro con una natura morta, affiancati da animaletti miniaturistici.

Ambiente volto donna

Volto di donna

La parete con il volto di donna

Ambiente con pinakes (3)

L’ambiente con i pinakes nella Regio V

LA FONTANA – Sempre lungo la via del Vesuvio, procedendo verso sud è stata, invece, messa in luce la parte superiore di una fontana/ninfeo, con la facciata rivolta verso l’interno dell’insula, dove probabilmente si apriva un giardino. La superficie finora esposta (parte superiore delle colonne, parte superiore della nicchia e frontone) è rivestita di tessere vitree e conchiglie, che formano complessi motivi decorativi. Al di sopra di una delle colonne è raffigurato un volatile.

Fontana via del vesuvio

La Fontana- Ninfeo della Regio V

La tutela a Pompei, condotta correttamente e sistematicamente porta a straordinari rinvenimenti.- dichiara il Direttore Generale, Massimo Osanna – “ Ricerca, conoscenza (e dunque scavo), tutela e conservazione sono aspetti tutti strettamente connessi e non si possono portare avanti se non in maniera sistemica. Via di Vesuvio (da cui provengono i nuovi affreschi ), via delle nozze d’argento e via dei balconi, dove in questo momento si concentrano i lavori di messa in sicurezza, sono stati in passato oggetto di crolli ripetuti e perdita di materia archeologica (come il volto di Priapo). Interventi non sistematici fatti a posteriori, quando ormai il danno era avvenuto, hanno tamponato momentaneamente le criticità senza risolverle. Il progetto attuale è invece un imponente intervento caratterizzato da sistematicità e rigore metodologico che risolverà le criticità nel complesso, riprofilando i fronti di scavo per tutta la loro estensione. Le forze messe in campo annoverano per la prima volta a Pompei una nutrita equipè interdisciplinare di professionisti, che vede all’azione quotidianamente archeologi, architetti, ingegneri, geologi e vulcanologi, restauratori. Il team di archeologi inoltre è composto da specialisti nello scavo stratigrafico, paleobotanici, archeozoologi, antropologi fisici, insomma tutte le professionalità che permettono di portare avanti un cantiere di archeologia globale. Per gli affreschi inoltre sono stati coinvolti i professionisti dell’ISCR”.

Foto e video: ©Parco Archeologico di Pompei

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ARCHEOLOGIA / Ucraina, scoperta una sepoltura anomala del IV secolo: era forse una “stregona”?

Foto:© Державний історико-культурний заповідник “Трипільська культура”
© Elena Percivaldi – Perceval Archeostoria – All rights reserved. Nessuna parte di questo blog può essere copiata, riprodotta o rielaborata senza citare la fonte

 

Era sepolta prona e con le mani legate dietro la schiena, un chiaro segno che in vita doveva essere stata, o aver fatto, qualcosa di “speciale”. La donna, i cui resti sono stati trovati in un campo nei pressi di  Legezino, nel distretto di Talnovsky in Ucraina, aveva circa 25 anni ed era stata deposta in questo modo circa 1.600 anni fa. Il contesto storico è quello della cosiddetta Cultura di Černjachov,  fiorita tra il II ed il V secolo d.C. tra le odierne Ucraina, Bielorussia e Romania e “culla” delle popolazioni di stirpe gota.

Gli archeologi del Museo Nazionale di Storia Ucraina ritengono si tratti di una “sepoltura anomala”, tipologia ben nota agli esperti e diffusa in diversi contesti storici e geografici che prevede l’inumazione, da parte della comunità, di individui ritenuti “particolari” secondo modalità differenti rispetto al resto dei defunti: di solito, la deposizione avviene in contesti relativamente isolati e la salma viene sistemata nella tomba in posizione prona o comunque differente rispetto alla prassi ordinaria; lo scheletro inoltre  appare spesso legato, inchiodato a terra oppure presenta mutilazioni inflitte post mortem, con molta probabilità allo scopo di impedire al defunto di “tornare” in qualche modo a turbare il mondo dei vivi.

Le sepolture non convenzionali di “Revenants” (letteralmente “ritornanti”) appaiono diffuse sia nell’Antichità che nel Medioevo, sono citate dalle fonti (un esempio: la Historia Danorum, di Saxo Grammaticus) e sono state  studiate dal mondo scientifico (vedi bibliografia in fondo all’articolo). Si ipotizza che il trattamento  peculiare riservato a questi defunti risentisse di credenze ancestrali (alcune delle quali sopravvivono per secoli nel folklore: si pensi al fenomeno del vampirismo) legate alla paura dei morti e al loro possibile ritorno nel mondo dei vivi; per scongiurare questo timore, dunque, si agiva sulla salma con una serie di azioni che andavano dalla decapitazione all’infissione di oggetti nel corpo (defixio), dalla mutilazione alla sepoltura in posizione prona.

 

La tomba femminile ritrovata in Ucraina era priva del corredo, presente di norma nelle deposizioni afferenti alla Cultura di Černjachov e composto solitamente di monili e ceramiche: una circostanza che supporta ulteriormente la tesi che la defunta fosse una donna ritenuta “particolare” dalla comunità, forse per via dello status sociale (una straniera? una mendicante?),  della professione (una prostituta?) o del particolare “legame” con il mondo soprannaturale. In altre parole, poteva essere percepita come una sorta di “stregona”. Con tutta la complessità che, nella ricerca storica e antropologica, questo termine sottende. 

 (e.p.)

Foto:© Державний історико-культурний заповідник “Трипільська культура”
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Fonte notizia: RT / Archaeology News Network

Breve bibliografia: 

Maria Giovanna Belcastro – Jacopo Ortalli (a cura di), Sepolture anomale. Indagini archeologiche e antropologiche dall’epoca classica al Medioevo in Emilia Romagna. Giornata di Studi (Castelfranco Emilia, 19 dicembre 2009), Quaderni di Archeologia dell’Emilia Romagna 28, All’Insegna del Giglio, Firenze 2010.

Tommaso Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro, Il Mulino, Bologna 2011.

Francesca Ceci, L’interpretazione di monete e chiodi in contesti funerari: esempi dal suburbio romano, in Culto dei morti e costumi funerari romani, atti del convegno Roma 1998 (Palilia 11), Wiesbaden 2001, pp. 87-95.

Alessandro Costantini, Sepolture “anomale” di età romana: alcuni esempi da Pisa, in Milliarium, n. 10,  pp. 114-117.

Scoperto a Pavia un antifonario del XII secolo

PAVIA – Un antifonario dell’XI-XII secolo è riemerso quasi per caso nella Biblioteca Universitaria di Pavia durante il restauro, finanziato con Art Bonus del MiBACad,  di tre libri della prima metà del Seicento conservati in Salone Teresiano. La scoperta è stata fatta da Alessandra Furlotti, incaricata dalla Biblioteca, durante il distacco della legatura di pregio del libro di Giovanni De Deis, In Ecclesia Mediolanensi (Milano, Melchiorre Malatesta, 1628): nella controguardia era nascosto un foglio in pergamena manoscritta contenente un testo e una notazione musicale antica. Grazie alla consulenza di Dominique Gatté, specialista di musica medievale e fondatore del principale database online di musica dell’Alto Medioevo, Musicologie Médiévale , è arrivata la conferma: si trattava di un foglio di un antifonario, databile intorno al 1100 e prodotto in area novarese.

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Non si tratta certo – come pure si legge nel comunicato stampa diffuso dal Ministero e come ha ripreso gran parte della stampa non specializzata –  del “più antico antifonario finora conosciuto” . Gli antifonari noti sono parecchi e  i più antichi – stavolta per davvero – risalgono almeno al VII-VIII secolo: basti citare il celeberrimo Antifonario di Bangor, prodotto nell’omonimo monastero insulare intorno al 680/690, che  un tempo apparteneva al monastero di Bobbio (Piacenza); fu scoperto dal grande erudito Ludovico Antonio Muratori nel 1695 e dall’inizio del XVII secolo è conservato nelle collezioni della Biblioteca Ambrosiana, dove giunse per iniziativa del suo fondatore, il cardinale Federico Borromeo.

La scoperta è comunque interessante. “Il ritrovamento di questo prezioso documento – dichiara il Ministro Alberto Bonisoli – conferma quanto sia importante il lavoro di tutela e di ricerca nei confronti del patrimonio librario del Paese. Fondamentale si rivela anche la collaborazione con il mondo universitario e il suo sistema bibliotecario”.

Il direttore generale Biblioteche e Istituti culturali del MiBAC – Paola Passarelli, ha così commentato: “Questa scoperta è il frutto di diverse sinergie capaci di utilizzare gli strumenti del presente per ritrovare le parole e, in questo caso, le “note” del passato. L’antico antifonario è un ritorno alle origini, un frammento del passato che continua a rimanere nel presente, alimentando l’inesauribile dialogo con la nostra memoria culturale. Perché i libri, e con essi le Biblioteche, sono questo: scrigni del sapere, custodi narrativi della conoscenza per lanciare la sfida al nostro futuro. La pergamena ritrovata è già stata inserita in un passe-partout che ne consente la lettura recto-verso, pronta per essere studiata”.

Il progetto completo “RinnoviAMO la Bellezza” è finanziato attraverso Art Bonus ed è stato avviato dalla Biblioteca lo scorso anno, in occasione del tricentenario della nascita di Maria Teresa d’Austria; esso comprende il restauro delle legature di pregio di trenta opere edite tra il XVI e il XIX secolo di area italiana e austriaca, con copertine rare e preziose.

Fonte della notizia: Biblioteca Universitaria di Pavia / Direzione Generale Biblioteche e istituti culturali

(e.p.)

SCOPERTE / Nelle Marche riemerge la tomba monumentale di un capo piceno

CORINALDO (AN) – Una tomba monumentale picena con i resti di un personaggio d’alto rango è stata scoperta a Nevola nei pressi di Corinaldo, in provincia di Ancona, dagli archeologi del Dipartimento di Storia Culture Civiltà (DiSCi) dell’Università di Bologna durante una campagna di scavi. La sepoltura monumentale, forse un tumulo, risale al VII secolo a.C ed era circondata da un fossato anulare di circa 30 metri di diametro; al centro si trovava una grande fossa colma di offerte funebri tra cui un carro da parata, armi, oggetti di bronzo e molti vasi di ceramica, che costituivano il ricco corredo del personaggio sepolto, con ogni probabilità un membro dell’élite locale. La scoperta permette di gettare ulteriore luce sugli antichi Piceni e, in generale, sulle popolazioni italiche preromane nelle Marche.

La campagna di scavi rientra nell’ambito del multidisciplinare e innovativo progetto ArcheoNevola, diretto da Federica Boschi del del Dipartimento di Storia Culture Civiltà – DiSCi dell’Alma Mater. Nato dalla collaborazione fra DiSCi, Comune di Corinaldo, Consorzio Città Romana di Suasa e la Fondazione Flaminia di Ravenna, il progetto ha un’impronta metodologica che punta sulla programmazione e strategia archeologica consapevole e si pone il triplice obiettivo di realizzare attività di studio, formazione e ricerca attorno all’area archeologica di recente scoperta a Corinaldo.

Il rinvenimento acquisisce un’importanza ancora maggiore in considerazione del luogo della scoperta, lungo il torrente Nevola, ovvero in un settore delle Marche compreso tra i fiumi Cesano ed Esino, finora molto lacunoso dal punto di vista della storia del popolamento di età picena. La recente acquisizione offre alla comunità scientifica una nuova chiave di lettura, che connota la valle del Nevola come un luogo nevralgico per la conoscenza della storia più antica del territorio marchigiano, dall’età pre-protostorica fino alla prima romanizzazione.

Fonte: Magazine Unibo

Positano, riapre la Villa Romana con i suoi eccezionali affreschi

POSITANO (SA) – La Villa Romana di Positano (Salerno), uno dei più suggestivi spazi archeologici ipogei di età romana rinvenuti negli ultimi anni in Italia meridionale apre finalmente al grande pubblico. L’inaugurazione del sito avverrà mercoledì 18 luglio 2018 alle 18; dal 19 al 31 luglio sono in programma visite gratuite per i residenti a Positano, mentre da mercoledì primo agosto il sito aprirà definitivamente al pubblico.
Dopo due importanti campagne di scavo (2003/2006 e 2015/2016) il sito, di cui si conoscono le origini sin dal 1758, è pronto a mostrare i suoi tesori. I dettagli del restauro e della conseguente valorizzazione e fruizione del sito sono stati illustrati in una conferenza tenutasi a Palazzo “Ruggi D’Aragona” presso la Soprintendenza ABAP di Salerno. All’incontro, coordinato da Michele Faiella, Funzionario per la Promozione e Comunicazione – Responsabile dell’Ufficio Stampa della Soprintendenza, hanno partecipato Francesca Casule, soprintendente ABAP di Salerno e Avellino; Michele De Lucia, sindaco di Positano; Silvia Pacifico, funzionario archeologo; Diego Guarino, architetto e direttore dei lavori e Walter Tuccino, restauratore del Mibact.

OZI CAMPANI – La villa romana di Positano si trova al di sotto della chiesa di Santa Maria Assunta. Essa, spiega Maria Antonietta Iannelli, funzionario archeologo della Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino – fu costruita alla fine del I secolo a.C. In quell’epoca l’élite romana aveva scelto le coste del Golfo di  Napoli e della Penisola Sorrentina per edificarvi lussuose residenze ove trascorrere il tempo libero tra giardini e ricchi ambienti affrescati con spettacolari vedute sul paesaggio costiero. L’esistenza della villa era nota già da tempo. Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, descrive nel 1758 strutture con affreschi e mosaici al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo della Corte pensò di aver individuato la villa di Posides Claudi Caesaris, potente liberto dell’imperatore Claudio, da cui deriverebbe lo stesso nome di Positano. Intorno alla metà del I secolo,  la villa era in corso di restauro per i danni prodotti dal sisma del 62 e per un probabile passaggio di proprietà intervenuto nel  frattempo. Il terremoto divenne occasione per riproporre una nuova e ricca veste agli ambienti di rappresentanza, come testimonia una delle sale da pranzo della villa, il lussuoso triclinium venuto alla luce nella cripta. Sulle pareti, ricoperte con motivi del Quarto stile pompeiano  (metà del I secolo d.C.), sono visibili architetture a più piani. Nella parte superiore la scenografia architettonica è parzialmente celata da una tenda con mostri marini, delfini guizzanti e amorini in stucco. Di grande effetto è lo scorcio di un palazzo con porta socchiusa e loggiato con elegante balcone. La zona mediana è decorata da pannelli a sfondo monocromo ornati da eleganti ghirlande. Una serie di medaglioni conteneva ritratti e scene mitologiche, come la raffigurazione del centauro Chirone che impartisce lezioni di musica al giovane Achille; quadretti con nature morte e un paesaggio marino, con una baia attorniata da edifici porticati e da scogli, arricchivano l’insieme. Un paesaggio non dissimile si doveva godeva da questa sala triclinare aperta sulla baia di Positano.

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Particolare degli affreschi della Villa (da www.amalficoast.it)

IL TERREMOTO DEL 79 – La lussuosa residenza fu danneggiata in modo irreversibile dall’eruzione vesuviana che distrusse Pompei. La colonna eruttiva si innalzò nell’atmosfera per oltre venti chilometri, superando l’alta dorsale dei monti Lattari e ricadendo verso sud. Le forti piogge, che sempre si associano alle eruzioni, attivarono valanghe di fango che si ingrossarono verso il fondovalle e si consolidarono rapidamente. I tetti spioventi favorirono lo scivolamento delle pomici verso l’esterno, solo piccoli quantitativi entrarono da porte e finestre. Poco dopo valanghe di fango raggiunsero la villa con una velocità rilevante, riempiendone gli ambienti e facendo crollare, sotto l’enorme spinta, tetti e solai. Le colonne in stucco del portico furono abbattute e trascinate all’interno del triclinio, mentre contro la parete nord si accumulava il materiale ligneo del soffitto, dei tramezzi e delle stesse impalcature dei restauri in corso. Questo accumulo ha protetto i resti di un armadio che conservava il vasellame bronzeo. La parte mediana della parete est subì uno spostamento di circa quaranta centimetri verso valle, testimoniato da un’ampia frattura, la prova più spettacolare della violenza dell’evento.

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Particolare degli affreschi della Villa (da www.amalficoast.it)

DUE CRIPTE INTERESSANTI  – Nei secoli seguenti l’area dove sorgeva la Villa divenne sede di edifici religiosi.  Gli scavi hanno riportato alla luce due cripte diverse, una superiore risalente al Settecento,  e una inferiore, più antica.  La cripta superiore, più recente, è formata da  due spazi longitudinali; lungo il perimetro della sala principale – sotto cui sono emersi i resti della Villa stessa – e sulle pareti degli anditi di passaggio, sono allineati 69 sedili in muratura per l’essiccazione dei defunti: come scrive in una nota Lina Sabino, funzionario storico del’arte della Soprintendenza ABAP di Salerno, sono “di ragguardevole fattura nella finitura plastica degli stucchi dalla morbida stesura, priva di riscontro nell’intero territorio amalfitano”. I fondi delle pareti sono ricoperti da una leggera velatura di calce bianca su cui sono tracciate rapide pennellate di colore rosso a formare fasce oblique parallele e rombi nei sottarchi: “un’insolita ricchezza decorativa per ambienti di questo tipo, presumibilmente voluta e commissionata, nel primo trentennio del Settecento, dai laici appartenenti alla Confraternita del Monte dei Morti, che aveva sede nel soprastante Oratorio”.
La cripta più antica, che si trova al disotto del presbiterio della chiesa superiore, dedicata alla Vergine Maria nel 1159, è di età medievale: non è chiaro se in origine fosse a sua volta una vera e propria chiesa, oppure se fungesse da cripta all’edificio soprastante. Il corpo principale si compone di due navate, coperte da volte a botte e separate da archi che scaricano su colonne di marmo. Due di esse, inglobate nei pilastri innalzati agli inizi del Seicento per sostenere la grande cupola della chiesa superiore, sono state messe in luce dall’ultimo restauro. La pianta mette la costruzione in relazione con altre cripte romaniche campane e in particolare con quelle delle cattedrali di Salerno, di Amalfi, di Ravello e di Scala. All’interno vi era un altare – citato più volte nei documenti – intitolato alla Natività. Più tardi lo spazio absidale fu confinato, rispetto
alle navate, da una parete divisoria; al suo interno furono realizzati scolatoi funebri a seduta mentre, tra le volte a crociera soprastanti, fu praticata un’apertura (corrispondente alla collocazione attuale dell’altare maggiore della chiesa) attraverso la quale venivano calati i corpi dei defunti. Ciò fa supporre che a seguito dei lavori seicenteschi, la cripta avesse perso la sua prima destinazione liturgica e che da allora svolgesse una funzione esclusivamente cimiteriale. Delle antiche decorazioni resta solo una labile traccia pittorica sulla parete settentrionale, in prossimità della scalinata di accesso alla chiesa superiore, ed una colonnina tortile in stucco incassata in un piccolo vano a lato dell’attuale ingresso.

IL SITO DIVENTA MUSEO – Nel corso degli ultimi dieci anni, due successive campagne (compiute nel 2003/2006 e nel  2015/2016) hanno dunque messo in luce  una porzione di inestimabile interesse archeologico della villa romana di Positano. La musealizzazione  degli ambienti, come spiega il direttore dei lavori Diego Guarino, è avvenuta a conclusione dei meticolosi lavori di scavo, degli interventi di consolidamento delle strutture e delle accurate opere di restauro delle superfici affrescate e delle suppellettili: l’ambiente ipogeo è ora accessibile ai visitatori grazie a percorsi aerei (passerelle e scale in vetro e acciaio); il percorso di visita rende leggibili i risultati dei restauri con la stratigrafia delle trasformazioni, che la storia degli eventi umani e naturali, ha lasciato sulle strutture messe in luce. Per garantire il mantenimento dei valori microclimatici dell’ipogeo e quindi la conservazione degli affreschi, è stata inoltre adottata la regolamentazione degli ingressi, con soglie massime di visitatori per visita mai superiore a 10.
(e.p.)
© Elena Percivaldi – Perceval Archeostoria  – All rights reserved. Nessuna parte di questo blog può essere copiata, riprodotta o rielaborata senza citare la fonte.


INFORMAZIONI

Villa Romana di Positano
Inaugurazione 18 luglio 2018, ore 18
Dal 19 al 31 luglio visite gratuite per residenti a Positano
La villa aprirà al pubblico dal 1 agosto.
Orari di visita: tutti i giorni, dal lunedì alla domenica, dalle  9 alle 21
Ingresso: 15 euro.
Sito web: www.ambientesa.beniculturali.it/BAP