Pompei, riaprono due spettacolari domus: la Casa dei Ceii e i Praedia di Giulia Felice [FOTO]

NAPOLI, 31 ottobre 2018  – Da domani, primo novembre, riaprono al pubblico due importanti dimore pompeiane, la Casa dei Ceii, celebre per le pitture che si dispiegano sugli alti muri del giardino con scene di ispirazione egizia e animali selvaggi e i Praedia di Giulia Felice, grande complesso residenziale con ampi spazi verdi, ricche decorazioni e il lussuoso quartiere termale privato.

Casa di Giulia felice

La casa di Giulia Felice

Dei due edifici, la Domus dei Ceii era chiusa da diversi anni, mentre i Praedia di Giulia Felice erano stati in parte riaperti dopo il restauro degli apparati decorativi effettuato tra il 2015-2016 nell’ambito del Grande Progetto Pompei. I due complessi sono, di recente, stati oggetto di interventi di riqualificazione, regimentazione delle acque meteoriche e manutenzione delle coperture, resisi necessari a causa di una progressiva perdita di funzionalità delle stesse, che negli anni stava esponendo ad un serio rischio degrado gli ambienti sottostanti, caratterizzati da intonaci decorati e pavimenti di grande pregio. Gli interventi realizzati fanno parte del progetto “Italia per Pompei” finanziato con fondi della Comunità Europea POR-FESR 2007 -2013, che già aveva interessato altre case delle Regiones I e II, tra cui la Domus del Larario Fiorito e la Domus del Triclinio all’aperto, riaperte lo scorso anno.

LA CASA DEI CEII E IL GUSTO EGIZIO – Torna, dunque, nuovamente visibile la grande scena di caccia con animali selvatici che orna la parete di fondo del giardino della Casa dei Ceii, nonché i paesaggi egittizzanti popolati di Pigmei e di animali tipici del Delta del Nilo raffigurati sulle pareti laterali attigue. Si tratta di soggetti che spesso ricorrono nella decorazione dei muri perimetrali dei giardini pompeiani, al fine di ampliare illusionisticamente le dimensioni di tali spazi ed evocare all’interno degli stessi un’atmosfera idilliaca e suggestiva. In questo caso, con ogni probabilità, il tema delle pitture testimoniava anche un legame e un interesse specifico che il proprietario della domus aveva per il mondo egizio e per il culto di Iside, particolarmente diffuso a Pompei negli ultimi anni di vita della città. Il grande affresco sarà presto oggetto di uno specifico restauro, che sarà realizzato “a vista” del pubblico.

GALLERY: LA CASA DEI CEII

Casa dei Ceii particolare parete del giardinoCasa dei Ceii dettaglio parete giardinoCasa dei Ceii 4

Nella casa sarà riproposto parte dell’allestimento originario della dimora, con la ricollocazione del tavolo in marmo e della vera di pozzo nell’atrio, dove è anche visibile il calco di un armadio e il calco della porta di accesso della casa. Mentre nella cucina è visibile una piccola macina domestica.

La proprietà della domus è stata attribuita al magistrato Lucius Ceius Secundus, sulla base di una iscrizione elettorale dipinta sul prospetto esterno della casa. La facciata della domus, con il suo rivestimento a riquadri in stucco bianco e l’alto portale coronato da capitelli cubici, è esemplificativa dell’aspetto severo che doveva avere una casa di livello medio d’età tardo sannitica (II secolo a.C.). Al centro dell’atrio tetrastilo peculiare è la vasca dell’impluvio, realizzata con frammenti di anfore posti di taglio, secondo una tecnica diffusa in Grecia ma che Pompei trova solo un altro confronto nella casa della Caccia Antica.

I PRAEDIA DI GIULIA FELICE – Il grande complesso dei Praedia di Giulia Felice, sorto alla fine del I sec. a.C. dall’accorpamento di costruzioni preesistenti, si presenta invece come una sorta  di “villa urbana”, provvista di ampi spazi verdi e articolata in quattro diversi nuclei con ingressi indipendenti: una casa ad atrio, un grande giardino su cui si aprono gli ambienti residenziali, un quartiere termale riccamente decorato  e un vasto parco. Il complesso deve il suo nome ad un’iscrizione dipinta in facciata (ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), in cui l’ultima proprietaria, Giulia Felice,  dopo il disastroso terremoto del 62 d.C., annunciava la locazione di parte della sua proprietà. Al periodo post- sisma risale un unitario rinnovamento decorativo che interessò gran parte degli ambienti, tra i quali spicca il triclinio (sala da pranzo) estivo, rivestito a mo’ di grotta, con giochi d’acqua attorno ai letti conviviali e aperto sul portico scandito da pilastri marmorei. Il giardino munito di un euripo centrale (lungo canale) ricreava nel suo allestimento originario uno spazio idillico-sacrale. La casa, scavata e poi ricoperta al termine delle esplorazioni di età borbonica, è stata interamente portata alla luce negli anni ’50 del Novecento.

GALLERY: I PRAEDIA DI GIULIA FELICE

Terme di Giulia FeliceTerme di Giulia Felice 2praedia giulia felicePraedia Giulia Felice (7)Praedia Giulia Felice (4)Praedia Giulia Felice (3)Casa di Giulia felice

 

Dal 1 novembre al 31 marzo l’orario di apertura dei siti archeologici vesuviani sarà il seguente:

Pompei 9,00-17,00 (ultimo ingresso 15,30) sabato e domenica apertura ore 8,30

Oplontis, Stabia 8,30 -17,00 (ultimo ingresso 15,30)

Antiquarium di Boscoreale 8.30 – 18.30 (ultimo ingresso 17.00)

 

FONTE: COMUNICATO UFFICIALE. FOTO (c) PARCO ARCHEOLOGICO POMPEI

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SCOPERTE / Pompei, tutto il dramma dell’eruzione nella “stanza degli scheletri” [FOTO]

FOTO: (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

POMPEI (NA), 27 ottobre 2018 – I loro resti giacevano confusi sul pavimento, trascinati senza riguardo da tombaroli alla ricerca di quegli oggetti preziosi messi insieme negli ultimi, drammatici istanti dell’eruzione nel disperato tentativo di fuggire. Non è bastata l’orrenda fine riservatagli dalla tragedia,  ma le vittime di Pompei hanno dovuto subire anche la profanazione di saccheggiatori che già in epoca moderna si addentravano attraverso cunicoli e passaggi nella cenere e nel lapillo che aveva seppellito nel 79 d.C.  la città antica, per rintracciare oggetti di valore in domus inesplorate.

Stanza degli scheletri 3

Riaffiorano così, in una stanza della “Casa del giardino” in corso di scavo, i resti scheletrici di almeno 5 individui, ammucchiati e sparpagliati in più punti dell’ambiente. Si tratterebbe di due donne e tre bambini, che si erano rifugiati  nella stanza più interna della casa, che, a differenza delle altre, aveva resistito alla prima fase dell’eruzione, ossia la pioggia dei lapilli. Erano stati poi colti da una delle correnti piroclastiche che travolse gli ambienti della casa, provocando il crollo del tetto e della parte superiore del muro e trovando la morte.

Stanza degli scheletri 2

I ritrovamenti documentano il dramma vissuto dai pompeiani non solo nel 79 d.C., ma anche secoli dopo la loro morte. Così ad esempio il cranio di una delle vittime, schiacciato dalle tegole del tetto, giaceva accanto agli arti inferiori e superiori di un altro individuo, mentre resti di un anello indossato al dito e altri piccoli oggetti stretti tra le mani, sfuggiti miracolosamente al saccheggio del luogo, riaffiorano lontani e non in connessione con il resto del corpo.

L’azione dei tombaroli sembra dimostrata anche dalla presenza di fori sulle pareti e di uno o più cunicoli di scavi  quasi sicuramente precedenti all’inizio delle ricerche ufficiali sul sito (avviate nel 1748): è stata infatti trovata una moneta di Filippo d’Asburgo risalente agli anni ’30 del Seicento, con ogni probabilità persa da uno dei saccheggiatori in azione.   “Tali rilevamenti – spiega una nota diffusa dagli archeologi impegnati sul sito – stanno consentendo, grazie agli interventi in corso, di documentare con grande dettaglio la storia di un’epoca di scavo, (da quelli clandestini a quelli di epoca borbonica) completamente differente da quella attuale, tanto nell’approccio metodologico che nelle finalità stesse”.

La casa dove sono stati ritrovati i resti è la stessa dove pochi giorni fa è stata rinvenuta l’epigrafe a carboncino che posticipa di due mesi, da agosto a ottobre, la data dell’eruzione di Pompei, e di cui avevamo parlato qui.

 

FONTE: COMUNICATO UFFICIALE, FOTO (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

SCOPERTE / Pompei, dalla Regio V altre due splendide dimore ricche di affreschi e mosaici. E un’iscrizione che sembra confermare la data di ottobre (e non agosto) per l’eruzione del 79 d.C. [#FOTO]

FOTO: (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

POMPEI,  16 ottobre 2018 (aggiornamento 27 ottobre) –  Due dimore di pregio con preziose decorazioni vengono alla luce e ridefiniscono lo spazio urbano nella Regio V di Pompei, grazie agli interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo previsti dal Grande Progetto Pompei. Riaffiorano integre dai lapilli, con diverse suppellettili, la Casa con giardino, con il bel portico affrescato e gli ambienti decorati da vivaci megalografie, e la Casa di Giove, con le pitture in I stile e gli eccezionali mosaici pavimentali dalle raffigurazioni senza
precedenti. Iscrizioni e ulteriori resti delle vittime aggiungono, inoltre, dettagli alla storia
dell’eruzione e della città antica. Un’iscrizione a carboncino, in particolare, traccia tangibile di un momento di vita quotidiana, supporta la teoria che la data dell’eruzione fosse a ottobre e non ad agosto: un’ipotesi già avanzata dagli studiosi da tempo. “La data dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. – scriveva ad esempio la nostra Elena Percivaldi  in un  articolo uscito ad agosto sul bimestrale Civiltà Romana – è attestata da una delle due lettere scritte da Plinio il Giovane a Tacito. Nella variante del manoscritto ritenuta più attendibile si legge “nonum kal. Septembres”, cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, giorno che corrisponde al 24 agosto. Tuttavia alcuni dati archeologici hanno fatto sollevare dei dubbi: la frutta secca carbonizzata e il mosto in fase di invecchiamento, trovato sigillato nei contenitori, suggerirebbero che l’evento sia avvenuto in autunno, così come la presenza di bracieri, usati di solito per il riscaldamento. Inoltre, una moneta emersa a Pompei è datata alla quindicesima acclamazione di Tito a imperatore, avvenuta dopo l’8 settembre del 79. È quindi probabile che il giorno dell’eruzione sia stato il 24 ottobre, e che l’indicazione contenuta nel manoscritto sia frutto di un errore del copista”.

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L’iscrizione che sembra confermare la data “ottobrina” dell’eruzione. Vi si legge: “XVI (ante) K(alendas) Nov(embres) in[d]ulsit pro masumis esurit[ioni]”, ossia “Il 17 ottobre lui indulse al cibo in modo smodato”.

La scritta è, infatti, datata al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, corrispondente al 17 ottobre. Vi si legge “XVI (ante) K(alendas) Nov(embres) in[d]ulsit
pro masumis esurit[ioni]”, ovvero: “Il 17 ottobre lui indulse al cibo in modo smodato”: un testo ovviamente slegato dal contesto dell’eruzione, ma interessante come testimonianza di vita quotidiana (in questo caso, parrebbe trattarsi della presa in giro di un pompeiano molto amante della buona tavola).  Secondo la docente di Paleografia Latina presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, Giulia Ammannati, però, l’epigrafe: “IN OLEARIA / PROMA SUMSERUNT […]”, vale a dire “hanno preso nella dispensa olearia […]”. Comunque sia, l’iscrizione appare in un ambiente della casa in corso di ristrutturazione, a differenza del resto della stanze già completamente rinnovate; si dovevano essere, pertanto, lavori in corso nell’anno dell’eruzione. Inoltre, trattandosi di carboncino, fragile e evanescente, che non avrebbe potuto resistere a lungo nel tempo, è più che probabile che si tratti dell’ottobre del 79 d.C., una settimana prima della grande catastrofe che sarebbe, secondo questa ipotesi, avvenuta il 24 ottobre.

Il grande intervento che sta interessando gli oltre 3km di fronti che costeggiano i 22 ettari di area non scavata ha lo scopo di riprofilare i fronti, rimodulandone la
pendenza e mettendoli in sicurezza, al fine di evitare la minacciosa pressione dei terreni
sulle strutture già in luce. Nell’area del cosiddetto “cuneo”, in  particolare, si è reso necessario, al fine di proteggere gli edifici emersi già nell’800, procedere a un vero e proprio scavo di oltre 1000mq che consentisse di arretrare il fronte e garantisse la sicurezza delle strutture in luce.

LA CASA DI GIOVE
La casa di Giove prende il nome dall’affresco del larario posto in giardino, nel quale è raffigurata la divinità. Il larario fu rinvenuto già nel corso degli scavi dell’ Ottocento, durante i quali la casa era stata solo in parte indagata.
Al momento dell’eruzione del 79 d.C. l’abitazione era in corso di ristrutturazione.
Gli scavi attuali hanno consentito di individuare diversi cunicoli, praticati in passato prima degli scavi ufficiali, allo scopo di recuperare oggetti preziosi, che hanno purtroppo compromesso in più punti la struttura della casa.

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Ciò nonostante si sono conservati, in ottimo stato, sia i pavimenti musivi, sia gli affreschi, sia, in alcuni ambienti, la ricca suppellettile fittile e metallica.
L’intervento di scavo odierno ha restituito la struttura di una dimora con atrio centrale, circondato da stanze decorate, ingresso lungo il vicolo dei balconi, e sul fondo uno spazio aperto colonnato su cui si affacciano altri tre ambienti.

Le pitture di I stile
L’atrio e gli ambienti circostanti hanno svelato una ricca decorazione in primo stile (II sec a. C) con riquadri in stucco imitanti lastre (crustae) marmoree dipinte di vivaci colori (rosso, nero, giallo, verde) e cornici con modanature dentellate.
L’atrio che mantiene, nella parte conservata, la decorazione in primo stile, era probabilmente completato, nella parte superiore, da un fregio dorico in stucco, con rifiniture in blu e rosso, attestato dai numerosi frammenti rinvenuti in crollo.
È molto probabile che il proprietario di casa abbia volutamente mantenuto, in tali spazi, questa più antica decorazione in primo stile che, in altre dimore pompeiane, era stata frequentemente sostituita da decorazioni più moderne.

I Pavimenti e i Mosaici figurati
I pavimenti della domus sono, in gran parte, semplici cementizi a base fittile (cd. “signino” o “cocciopesto”), a volte con tessere marmoree bianche disposte a intervalli regolari o con scaglie di marmo collocate irregolarmente.

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In due ambienti, tuttavia, la parte centrale del pavimento è decorata da eccezionali riquadri a mosaico rettangolari di grande qualità artistica e con raffigurazioni straordinarie, prive, finora, di precisi confronti e che, a un primo esame, sembrano riferirsi a miti poco rappresentati, probabilmente di carattere astrologico.
Tracce di un incendio, infine, sono state ritrovate in un ambiente della domus confinante con la casa delle Nozze d’Argento, già in buona parte indagato in passato. L’incendio aveva annerito la parete affrescata coinvolgendo elementi di arredo, tra cui probabilmente un letto, come sembrerebbe dimostrato dai frammenti di legno e di stoffa carbonizzati. Un rinvenimento straordinario considerato la rarità dei ritrovamenti di tessuti a Pompei.
LA CASA CON GIARDINO
La casa con giardino, prende nome dall’ampio spazio aperto con portico, all’interno del quale sono state condotte analisi paleobotaniche sulle tracce vegetali rinvenute, che stanno fornendo un quadro completo delle specie di piante ivi presenti al momento dell’eruzione.

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La casa, sebbene anch’essa compromessa da cunicoli, ha fortunatamente conservato in buone condizioni la maggior parte degli apparati decorativi, che presentano tracce di lavori in corso al momento dell’eruzione.
Ingresso dal Vicolo dei Balconi
Il complesso abitativo aveva il suo accesso principale dal vicolo dei Balconi, attraverso una porta monumentalizzata da due capitelli “a dado” e da una cornice in muratura; lo stretto ingresso immetteva in un atrio, a sua volta comunicante con un portico aperto sul giardino e sostenuto da colonne in muratura, poggianti su una zoccolatura decorata da affreschi su fondo nero raffiguranti piante fiorite.
La stanza degli scheletri
Una delle stanze che si affacciavano sul portico, e che, a differenza delle altre, ha resistito alla prima fase dell’eruzione (la caduta dei lapilli), è poi stata distrutta e riempita dal flusso piroclastico, all’interno del quale sono stati rinvenuti i resti scheletrici di almeno cinque individui, che evidentemente avevano cercato rifugio nella stanza più interna della casa, trovandovi la morte. L’indagine di questa stanza, ancora in corso, ha rivelato la presenza, indiziata anche da fori nelle pareti, di uno o più cunicoli di scavi precedenti (forse anteriori all’inizio delle ricerche ufficiali del 1748), che hanno causato uno sconvolgimento degli scheletri intercettati, le cui ossa sono state dislocate in vari punti dell’ambiente.
Gli affreschi del Portico e delle stanze
Sia il portico, sia le stanze che vi si affacciavano, presentano una ricca decorazione ad affresco. In particolare, una stanza ha restituito, al centro di una parete con finta decorazione architettonica, un quadretto idillico-sacrale, con scene di culto in un ambiente boschivo. Quadretti analoghi, ma in peggiori condizioni di conservazione, decoravano altre due pareti della stessa stanza.
LE MEGALOGRAFIE
L’ambiente adiacente era, invece, decorato con scene di maggiori dimensioni, quasi vere e proprie megalografie. In una si riconoscono Venere con una figura maschile (forse Adone o Paride) e con Eros, mentre in un altro riquadro è Venere raffigurata in atto di pescare con Eros. Sempre in questo ambiente è un raffinatissimo ritratto femminile, forse raffigurante la domina.

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Nelle due stanze appena citate, e in un’altra stanza con una semplice decorazione parietale, sono stati rinvenuti, in posizione di crollo sul pavimento, i resti dei soffitti affrescati, con tracce dell’incannucciata su cui l’intonaco era fatto aderire; sebbene, naturalmente, in condizioni molto frammentarie, il recupero integrale dei pezzi conservati potrà permettere la ricostruzione dei motivi decorativi, offrendo un notevole contributo alla conoscenza della pittura romana dato che, com’è noto, i soffitti affrescati ricostruibili in estensione sono piuttosto rari.
La casa, come già osservato, era in corso di ristrutturazione al momento dell’eruzione; ciò può spiegare come mai, accanto a stanze con pareti e soffitti affrescati, e con pavimenti cementizi in alcuni casi con tessere o con lastre marmoree, vi fossero alcuni ambienti con pareti semplicemente intonacate e addirittura privi di pavimento, come in particolare l’atrio e il corridoio di ingresso.
Graffiti e iscrizioni a carboncino
Le pareti dell’atrio e del corridoio di ingresso hanno conservato una notevole quantità di graffiti, in corso di studio, con frasi, in alcuni casi di carattere osceno, e con disegni (tra cui alcuni volti stilizzati).
In maniera insolita, si sono conservati in buone condizioni, disegni tracciati con calce o gesso, tra cui uno raffigurante un volto umano caricaturale di profilo, e con carbone, anche in questo caso volti umani. Tra quest’ultimi anche l’iscrizione a carboncino, che supporterebbe l’ipotesi che l’eruzione del 79 d.C. possa essere avvenuta il 24 ottobre, piuttosto che il 24 agosto.
LE SUPPELLETTILI
In entrambe le dimore sono state ritrovate diverse suppellettili, oggetti di uso quotidiano, testimonianza della vita che scorreva ignara della imminente tragedia, ma anche oggetti di particolare pregio.


Dalla Casa con Giardino provengono due brocche in bronzo (oinochoai) con anse figurate e arricchite di piccoli inserti in argento, nonché un braciere in ferro rinvenuto nel portico insieme ad un contenitore biconico in terracotta. Più ricca la suppellettile ritrovata all’interno della Casa di Giove, concentrata essenzialmente in due stanze. In particolare, il piano pavimentale dell’ambiente decorato in I stile era completamente coperto di vasi fittili e bronzei, di varia tipologia, che con ogni probabilità erano stati accuratamente riposti in quel vano a causa dei lavori di ristrutturazione in corso all’interno della domus.

 

Sull’eruzione, leggi l’articolo di Elena Percivaldi pubblicato sul numero 1 del bimestrale “Civiltà Romana”, pubblicato da Sprea Editori

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GALLERY

 

SCOPERTE / Pompei, riemerge uno spettacolare affresco di Priapo [FOTO / VIDEO]

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Veduta degli scavi

POMPEI (NA) –  Un dimora di pregio su via del Vesuvio con stanze elegantemente decorate e all’ingresso un  Priapo affrescato, in atto di pesare il membro su una bilancia, sono emersi nel corso dei lavori di riprofilatura dei versanti della Regio V che affacciano sulla via di Vesuvio, nell’ambito del cantiere dei nuovi scavi.

Le operazioni in corso rientrano nel più ampio intervento di messa in sicurezza dei  fronti di scavo, che delimitano i 22 ettari di  area non scavata di Pompei, previsto dal Grande Progetto Pompei e che interesserà circa 3 km di fronti.

La figura di Priapo, a Pompei ben conosciuto per la raffigurazione che campeggia all’ingresso della casa dei Vettii (sotto), oggi appare per la seconda volta in questa domus poco distante. Dio della mitologia greca e romana, era secondo buona parte delle fonti, figlio di Afrodite e di Dionisio. (Leggende minori lo vogliono invece figlio di Afrodite e di Ermes o Ares, o Adone o Zeus). Era, gelosa del rapporto adulterino di Zeus con Afrodite, si vendicò con Priapo e gli diede un aspetto grottesco, con enormi organi genitali.

Casa dei Vettii Priapo

Il Priapo della casa dei Vettii

Il fallo, così spesso raffigurato in affreschi e mosaici dell’epoca, era ritenuto origine della vita, e per gli antichi romani un simbolo apotropaico, utilizzato contro il malocchio o per auspicare fertilità, benessere, buon commercio e ricchezza. Non è un caso, difatti, che poco oltre un altro fallo in tufo grigio dipinto è emerso, lungo la strada, su una parete del vicolo dei balconi.

UN VOLTO DI DONNA – La domus lungo via del Vesuvio che sta venendo alla luce, sta rivelando oltre all’affresco del Priapo posto all’ingresso (fauces),  anche  diversi ambienti dalla decorazione pregiata, tra i quali  una parete con un volto di donna entro un clipeo e una stanza da letto (cubicolo) decorata con una raffinatissima cornice superiore e con  due quadretti (pinakes) nella parte mediana, l’ uno con paesaggio marino, l’altro con una natura morta, affiancati da animaletti miniaturistici.

Ambiente volto donna

Volto di donna

La parete con il volto di donna

Ambiente con pinakes (3)

L’ambiente con i pinakes nella Regio V

LA FONTANA – Sempre lungo la via del Vesuvio, procedendo verso sud è stata, invece, messa in luce la parte superiore di una fontana/ninfeo, con la facciata rivolta verso l’interno dell’insula, dove probabilmente si apriva un giardino. La superficie finora esposta (parte superiore delle colonne, parte superiore della nicchia e frontone) è rivestita di tessere vitree e conchiglie, che formano complessi motivi decorativi. Al di sopra di una delle colonne è raffigurato un volatile.

Fontana via del vesuvio

La Fontana- Ninfeo della Regio V

La tutela a Pompei, condotta correttamente e sistematicamente porta a straordinari rinvenimenti.- dichiara il Direttore Generale, Massimo Osanna – “ Ricerca, conoscenza (e dunque scavo), tutela e conservazione sono aspetti tutti strettamente connessi e non si possono portare avanti se non in maniera sistemica. Via di Vesuvio (da cui provengono i nuovi affreschi ), via delle nozze d’argento e via dei balconi, dove in questo momento si concentrano i lavori di messa in sicurezza, sono stati in passato oggetto di crolli ripetuti e perdita di materia archeologica (come il volto di Priapo). Interventi non sistematici fatti a posteriori, quando ormai il danno era avvenuto, hanno tamponato momentaneamente le criticità senza risolverle. Il progetto attuale è invece un imponente intervento caratterizzato da sistematicità e rigore metodologico che risolverà le criticità nel complesso, riprofilando i fronti di scavo per tutta la loro estensione. Le forze messe in campo annoverano per la prima volta a Pompei una nutrita equipè interdisciplinare di professionisti, che vede all’azione quotidianamente archeologi, architetti, ingegneri, geologi e vulcanologi, restauratori. Il team di archeologi inoltre è composto da specialisti nello scavo stratigrafico, paleobotanici, archeozoologi, antropologi fisici, insomma tutte le professionalità che permettono di portare avanti un cantiere di archeologia globale. Per gli affreschi inoltre sono stati coinvolti i professionisti dell’ISCR”.

Foto e video: ©Parco Archeologico di Pompei

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MOSTRE / Al MANN di Napoli, Ercolano e Pompei viste con gli occhi dei primi visitatori [#recensione, #foto]

NAPOLI – (di Cristiana Barandoni) – Inaugurata il 28 giugno scorso,  la mostra “Ercolano e Pompei. Visioni di una scoperta” (visitabile al MANN di Napoli fino al 30 settembre 2018) è un vero e proprio viaggio indietro nel tempo, alla scoperta delle emozioni dei primi visitatori dei due celebri siti archeologici campani. 

Artisti, archeologi in erba, avventurieri e tanti, tanti studiosi si commossero alla notizia della scoperta di Ercolano nel 1738 e a quella di Pompei dieci anni dopo. Da quei fatidici momenti nulla fu più come prima, e in Italia cominciò a farsi largo un binomio che connotò da quel momento un preciso orientamento di studi: l’archeologia vesuviana. Da metà Settecento ad oggi, il flusso di studiosi, intellettuali e turisti non si è mai arrestato, trasformando le due famose cittadine campane, sepolte dalla violenza dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., in mete d’eccellenza per conoscere da vicino particolari e aspetti, per la maggior parte sconosciuti all’epoca, della vita degli antichi Romani.

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FIG 1 MANN, Salone della Meridiana

La mostra, allestita nel luminoso salone della Meridiana del MANN (fig. 1), ripercorre questi viaggi culturali offrendo allo spettatore odierno un punto di vista privilegiato: quello delle emozioni dei predecessori. Difatti, alcuni capolavori delle collezioni permanenti del Museo napoletano, come il bracciale d’oro a forma di serpente (fig. 2) proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei (VI 12,2) dialogano con le memorie scritte come acquerelli, incisioni, fotografie, disegni, vivide tracce lasciate ai posteri come ricordo delle straordinarie visite.

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FIG 2 Bracciale dalla Casa del fauno di Pompei

Gli oltre duecento oggetti in mostra contribuiscono a definire un percorso espositivo di alto rigore documentario: si tratta difatti di “un percorso in cui spiccano l’anello di re Carlo di Borbone, il taccuino con disegni acquerellati e annotazioni dell’inglese William Gell, il manoscritto inedito dell’abate Ferdinando Galiani sulle “Pitture antiche che si conservano nella Real Villa di Portici”, la prima raffigurazione dello scavo di Pompei del naturalista-botanico François de Paule Latapie, il corpus di tre piante di Pompei ed Ercolano dell’ingegnere svizzero Karl Jakob Weber.

Furono, gli illustri visitatori, di certo la miglior strategia di comunicazione ante litteram: con i loro appunti, i loro schizzi e disegni, raccolsero sul momento fugaci emozioni, sentendo il bisogno di fermare gli attimi delle scoperte (fig. 3). E questo, la mostra, lo racconta magistralmente, scegliendo ad esempio di coniugare memoria e reperto archeologico: è il caso di alcune pitture ercolanensi le cui didascalie, oltre a riportare i dati di rito, si allargano ai ricordi degli scopritori antichi.

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FIG 3 Antonio Piaggio, Memorie relative alle antichità e Papiri, Napoli 1769

Come quelli di Roque Joaquín de Alcubierre nel 1738 scoprì Ercolano e fin da subito cercò di fissare le sue impressioni redigendo diari in continuo aggiornamento; le sue, come quelle di tutti coloro che si avvicendarono nei siti vesuviani, furono memorie che necessitavano di essere tramandate nel tempo, a memento di coloro i quali avrebbero, in un lontano futuro, solcato quelle antiche strade. Con i suoi diari Alcubierre ci accompagna per mano in un viaggio introspettivo, reso per immagini e descrizioni vivide e puntuali; in calce all’intonaco dipinto con coniglio (fig. 4), leggiamo: 10 pitture delle quali una rappresenta un coniglio che mangia quattro fichi che ha davanti”. Era il 16 novembre del 1785, la gola secca dall’emozione, la mano tremante per la meraviglia, Alcubierre* era ancora lì, dopo quasi 50 anni dalla scoperta, a documentare le meraviglie dal suolo di Ercolano.

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FIG 4 Affresco con coniglio e fichi da Ercolano

Dunque, un vero e proprio viaggio delle e nelle meraviglie archeologiche, fotografiche e letterarie, reso possibile grazie alla collaborazione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli con il centro culturale m.a.x. di Chiasso supportati da numerose istituzioni e privati che hanno prestato le opere presenti nelle loro collezioni in Italia, Svizzera, Francia e Stati Uniti. La sinergia di questa virtuosa rete ha permesso di esporre alla mostra le opere di celebri artisti e letterati da Piranesi, François Mazois, William Gell, Luigi Rossini ai fratelli Alinari; meccanismo virtuoso che permette al visitatore, già attonito dalla bellezza della Sala espositiva, di calarsi ora nel ruolo di viaggiatore del Grand Tour, ora in quello degli archeologi del Novecento.

La seconda tappa della mostra (la prima si è svolta al m.a.x. di Chiasso in primavera) diviene dunque un cammeo di bellezza e ricordi, una pausa contemplatrice di cui fare tesoro se andate in visita al Museo napoletano.  

Per approfondire la figura di Alcubierre e sulle sue scoperte a Ercolano, si consiglia la visione del docufilm “Alcubierre – Scavando tra le carte”, produzione realizzata da “ilCartastorie – Museo dell’Archivio storico del Banco di Napoli” in collaborazione con l’Università Federico II.

(Cristiana Barandoni)


INFORMAZIONI

“Ercolano e Pompei. Visioni di una scoperta”
dal 28 giugno al 30 settembre 2018
Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Salone della Meridiana

Curatori: Nicoletta Ossanna Cavadini (Direttrice del m.a.x. di Chiasso); Pier Giovanni Guzzo (già Soprintendente di Napoli e Pompei); Maria Rosaria Esposito (Responsabile Biblioteca del Museo Archeologico Nazionale di Napoli)
Ingresso: con il biglietto del Museo
Sito web: www.museoarcheologiconapoli.it

 

SCOPERTE / Pompei, le domus della Regio V rivelano i loro segreti [FOTO]

Foto: © Parco Archeologico di Pompei / Cesare Abbate

POMPEI (NA), 3 agosto 2018 –  Continuano le scoperte a Pompei, dove sono in corso gli scavi nella Regio V.  Protagoniste sono le domus, che continuano a delinearsi nella loro struttura completa, con affreschi preziosi, oggetti e tracce di vita quotidiana. Una di queste ricche dimore è la casa di Giove, che sta emergendo con tutti i suoi ambienti decorati.

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Casa di Giove 

La  casa fu già in parte scavata tra Settecento e Ottocento e piuttosto compromessa in più punti da  cunicoli e trincee, tuttora visibili, con i quali era in uso praticare gli scavi in epoca borbonica. Il nome della casa deriva da un quadretto raffigurante Giove rinvenuto già nell’800 su un larario posto nel giardino.

L’intervento odierno sta via via  profilando la pianta di una dimora con atrio centrale, circondato da stanze decorate, ingresso lungo il vicolo dei balconi, anche esso di recente scoperta e sul fondo uno spazio aperto colonnato su cui si affacciano altri tre ambienti.

Gli ambienti di rappresentanza attorno all’atrio hanno svelato una ricca decorazione in primo stile, con riquadri di stucco imitanti lastre (crustae) marmoree dipinte di vivaci colori (rosso, nero, giallo, verde) e conservata in alcuni punti della parte superiore, una ricca cornice di stucco con modanature dentellate. L’atrio stesso era completato probabilmente, da un fregio dorico in stucco, con rifiniture in blu e rosso, attestato dai numerosi frammenti rinvenuti in alcuni punti.

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E’ molto probabile, sostengono gli archeologi che stanno lavorando agli scavi,  che la casa abbia volutamente mantenuto, negli spazi di rappresentanza, questa più antica  decorazione in I stile che, in altre dimore pompeiane, era stata frequentemente sostituita da decorazioni più moderne.

Tracce di un incendio sono state invece ritrovate, in un ambiente della domus confinante con la adiacente casa delle Nozze d’Argento, già in buona parte indagato in passato. L’incendio aveva annerito la  parete affrescata coinvolgendo elementi di arredo, tra cui probabilmente un letto, come sembrerebbe dai frammenti di legno e di stoffa carbonizzati.

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Reperti carbonizzati

Un bel quadretto idillico-sacrale, che raffigura una scena di sacrificio nei pressi di un santuario agreste è emerso, invece,  in un ambiente poco distante dalla casa di Giove, in quella che attualmente è identificata come Casa a Nord del giardino. Si tratta di una tra le prime scene figurate di una certa complessità, assieme al quadro dell’Adone ferito con Venere e amorini,  già emerso in un alcova poco distante.

 

Stabia, restauratori al lavoro sugli splendidi affreschi di Villa Arianna [#FOTO]

Foto: Parco Archeologico di Pompei

POMPEI (NA) – L’Accademia delle Belle Arti di Varsavia è tornata, per il quarto anno, alla villa Arianna di Stabiae per occuparsi del restauro di alcuni ambienti. Fino al 3 agosto, per circa un mese, un gruppo di lavoro coordinato dal vice preside della Facoltà di Conservazione e Restauro dell’Accademia polacca, prof. Krzysztof Chmielewski e dalla professoressa Julia Burdajewicz, è impegnato in interventi di consolidamento e pulitura di due ambienti (il 7 e l’11) entrambi decorati in IV stile.

Nell’ambiente 7, uno dei più belli della villa con affaccio sul mare, è stata realizzata la pulitura delle decorazioni parietali: i sali, la cera usata all’epoca degli scavi di Libero D’Orsi con il trascorrere del tempo avevano offuscato lo splendore delle pitture e reso meno nitidi molti dettagli dei dipinti. Dopo il restauro sono tornati alla luce elementi prima scarsamente percepibili: l’intervento ha rivelato nello zoccolo nero della parete a destra dell’ingresso un cesto sospeso ad un finto soffitto a cassettoni.  Inoltre ha restituito il colore originario alle pareti e alle decorazioni e reso molto più visibili dettagli degli elementi decorativi come le immagini di due maschere o il quadretto che raffigura la natura morta composta di fichi e di funghi, posti nella zona superiore della parete sud.

GALLERY (AMBIENTE 7 IN PULITURA)

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L’ambiente 11, eseguito con una partitura decorativa simile a quella dell’ambiente 7 , si ipotizza eseguito dalla stessa officina pittorica. L’intervento, iniziato quest’anno, ha visto innanzitutto il consolidamento delle pareti che rischiavano di sfaldarsi. Per evitarne il degrado si è proceduto ad un preconsolidamento e poi alla pulitura, sia con impacchi che con l’ausilio di una strumentazione tecnica adeguata, che sta rivelando prime interessanti evidenze pittoriche.

GALLERY (AMBIENTE 11 IN PULITURA)

Il lavoro in villa Arianna da parte dell’Accademia di Varsavia sta producendo interessanti risultati da un punto di vista conservativo e di una maggiore vividezza delle cromie delle pareti (come si può vedere negli ambienti 44 e 45 già restaurati).

Il gruppo di lavoro di una delle più prestigiose accademie di restauro europee è composto oltre che dai professori anche da 5 studenti di livello avanzato che hanno così l’occasione di mettersi alla prova sul campo in un contesto d’eccezione.

 Il progetto, svolto sotto la direzione scientifica del Parco Archeologico di Pompei (ufficio scavi di Stabia) con il coordinamento della Fondazione RAS, ha il supporto del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia. 

MOSTRE / A Pompei la storia di Stabia rivive attraverso i suoi “ex voto” [#FOTO]

Foto: ©Parco Archeologico di Pompei 

POMPEI, 31 luglio 2018 –  Ha aperto i battenti stamattina  all’Antiquarium di Pompei la mostra Alla ricerca di Stabia”,  un percorso di conoscenza della storia dell’antica Stabiae attraverso le testimonianze giunte dai ritrovamenti dalla necropoli di Madonna delle Grazie, con le sue numerose sepolture e dal santuario extraurbano in località Privati connesso, come rivelano i reperti votivi rinvenuti, al mondo femminile, alla protezione della fertilità e delle nascite.

Mostra Alla ricerca di Stabia (23)

Si tratta di due contesti di grande importanza per la ricostruzione delle dinamiche insediative del territorio stabiano e per le sue vicende storiche in epoca preromana. La necropoli di Madonna delle Grazie, con circa 300 tombe distribuite su un’area di circa 15.000 mq, datate tra la seconda metà del VII secolo a.C. e la fine del III secolo a.C., testimonia della più antica occupazione stabile del territorio e rappresenta dunque una fonte preziosa di informazione sugli abitanti degli antichi centri che circondavano Pompei. Il luogo di culto in località Privati documenta invece un aspetto inedito della storia di Stabiae e cioè la presenza di un santuario extra-urbano nella seconda metà del IV secolo a.C.

Mostra Alla ricerca di Stabia (12)

Il deposito votivo, su una terrazza dei Monti Lattari digradante panoramicamente verso il golfo di Stabiae,  segnava anticamente il confine meridionale del territorio stabiano, in una strategica posizione di controllo del percorso che collegava la valle del Sarno e l’area sorrentino-amalfitana. Al centro della terrazza fu individuata una grande fossa con materiale votivo, spesso frammentato intenzionalmente prima di essere depositato, frammisto a terreno bruciato e a offerte di ossa animali. I diversi tipi ex-voto, dalla ceramica alle terrecotte votive alle antefisse, segnalano il forte legame della divinità con la sfera femminile e inseriscono il santuario in una rete di luoghi di culto che costellavano la Penisola sorrentina, dal tempio dorico di Pompei all’Athenaion di Punta della Campanella.

Mostra Alla ricerca di Stabia (24)

Tombe a fossa, a cassa litica o coperte con tegole sono i tipi di sepolture documentati nella necropoli di Madonna delle Grazie. Gli oggetti in mostra delineano l’identità del defunto e attestano l’adozione di forme di consumo del vino legate al mondo greco ed etrusco. I reperti testimoniano, inoltre, la presenza in Campania di nuove genti come gli Etruschi che, tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C., innescano profonde trasformazioni negli assetti territoriali e nelle dinamiche insediative. In questo periodo, sollecitati anche dall’arrivo di genti straniere, le popolazioni locali delle aree più interne della piana del Sarno e dei Monti Lattari si spinsero infatti fino al golfo di Napoli e si aprirono a nuovi contatti. La necropoli di Madonna delle Grazie ci racconta questa complessa fase di trasformazione.

Mostra Alla ricerca di Stabia (18)

L’ingresso alla Mostra, che , aperta fino al 31 gennaio 2019,  è incluso nel biglietto di accesso agli scavi.

SCOPERTE / Pompei, rinvenuta anche la testa del “fuggiasco” nel cantiere dei nuovi scavi [FOTO]

POMPEI –  Ritrovato il cranio del fuggiasco, la prima delle vittime emerse nel cantiere dei nuovi scavi della Regio V, di cui finora era stata rinvenuta solo una parte dello scheletro. In una prima fase dello scavo sembrava che la porzione superiore del torace e il cranio, non ancora identificati, fossero stati tranciati e trascinati verso il basso da un blocco di pietra che aveva travolto la vittima: tale ipotesi preliminare nasceva dall’osservazione della posizione del masso rispetto al vuoto del corpo impresso nella cinerite.

GALLERY (immagini: ©Parco Archeologico di Pompei )

Teschio fuggiasco - 3

 

Il prosieguo delle indagini all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, laddove erano emersi i primi resti scheletrici, ha portato alla luce la parte superiore del corpo, ubicata a quote decisamente più basse rispetto agli arti inferiori.

 

La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico, ancora inserito nella stratigrafia originaria.

 

La morte, sostengono gli esperti, non è stata quindi presumibilmente dovuta all’impatto del blocco litico, come ipotizzato in un primo momento, ma da probabile asfissia dovuta al flusso piroclastico.

I resti scheletrici individuati consistono nella parte superiore del torace, arti superiori , cranio e mandibola. Attualmente in corso di analisi, presentano alcune fratture la cui natura sarà verificata, in modo da poter ricostruire con maggiore accuratezza gli ultimi attimi di vita dell’uomo.

Fonte: Comunicato ufficiale

SCOPERTE / Il “fuggiasco” di Pompei portava con sé un sacco di monete [FOTO]

Foto: Parco Archeologico di Pompei

POMPEI – Nella sua fuga precipitosa dall’eruzione del Vesuvio, il fuggiasco il cui scheletro è stato ritrovato nei giorni scorsi durante i nuovi scavi nella Regio V (vedi articolo qui) portava con sé un piccolo tesoretto di monete che gli avrebbero consentito di continuare a vivere altrove.
Nel prosieguo degli scavi in corso presso il cantiere della Regio V, dove di recente è stato rinvenuto lo scheletro di un fuggiasco  colpito da un blocco di pietra che gli ha tranciato la parte alta del torace e la testa, sono emerse  20 monete d’argento e 2 in bronzo che erano contenute in una piccola borsetta che l’individuo stringeva al petto. Tra le costole del torace erano difatti dapprima emerse 3 monete, via via, rimuovendo  i resti della vittima che saranno portati al Laboratorio di ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei, per il prosieguo delle indagini, è venuto fuori il prezioso bottino.

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Le monete sono allo studio dei numismatici che ne stanno definendo  il taglio e il  valore, mentre  i resti decomposti della piccola borsa contenitore, saranno analizzati in laboratorio per definire il materiale.
Ad un primo esame sembrerebbe trattarsi di 20 denari d’argento e due assi in bronzo per un valore nominale di ottanta sesterzi e mezzo. Una tale quantità di monete poteva all’epoca garantire il mantenimento di una famiglia di tre persone per 14, 16 giorni.
Le monete hanno cronologia molto varia. È stato possibile esaminarne 15 per la maggior parte repubblicane, a partire dalla metà del II secolo a.C. Una delle monete repubblicane più tarde è un denario legionario di Marco Antonio, comune a Pompei, con l’indicazione della XXI legio. Tra le poche monete imperiali individuate, un probabile denario di Ottaviano Augusto e due denari di Vespasiano.

Fonte: Comunicato ufficiale