MOSTRE / Firenze, torna agli Uffizi il Codice Leicester di Leonardo [FOTO]

 FIRENZE, 26 ottobre 2018 (aggiornamento 29 ottobre) – Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci a Firenze come anteprima di assoluta grandezza delle celebrazioni leonardiane che si svolgeranno in tutto il mondo nel 2019 in occasione dei 500 anni dalla morte di una delle figure-icona della storia dell’umanità.  La mostra, L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci, a cura di Paolo Galluzzi  (dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, catalogo Giunti), è frutto di oltre due anni di preparazione, e presenta eccezionali apparati tecnologici per poter consultare il codice così come numerosi altri preziosi fogli vinciani, e non solo.

Il tema centrale dell’esposizione è l’acqua, elemento che affascina Leonardo. L’artista svolge indagini straordinariamente penetranti per comprenderne la natura, sfruttarne l’energia e controllarne i potenziali effetti rovinosi. Il Codice Leicester contiene riflessioni innovative anche su altri temi: soprattutto sulla costituzione materiale della Luna e sulla natura della sua luminosità, e sulla storia del pianeta Terra, nelle sue continue e radicali trasformazioni.

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Un folio del Codice Leicester di Leonardo

Il Codice Leicester è un’opera fitta di annotazioni geniali e di disegni che Leonardo vergò in gran parte tra il 1504 e il 1508: una stagione davvero magica della storia di Firenze, con la presenza contemporanea in città di grandissimi personaggi delle lettere, delle arti e delle scienze, che Benvenuto Cellini la battezzò, genialmente, “La Scuola del Mondo”. Per Leonardo, furono anni di intensa attività artistica e scientifica. In quel periodo effettuava infatti studi di anatomia nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, cercava di mettere l’uomo in condizione di volare, era impegnato nell’impresa, poi non condotta a termine, della pittura murale raffigurante la Battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio, e studiava soluzioni avveniristiche per rendere l’Arno navigabile da Firenze al mare.

Per il Codice Leicester si tratta del secondo ‘viaggio’ a Firenze, in quanto fu esposto nel 1982 (quando era ancora denominato Codice Hammer) nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, ottenendo uno straordinario successo di pubblico (oltre 400.000 visitatori in poco più di tre mesi).  I 72 fogli del Codice saranno esposti nell’Aula Magliabechiana degli Uffizi. Grazie a un innovativo sussidio multimediale, il Codescope, il visitatore potrà sfogliare i singoli fogli su schermi digitali, accedere alla trascrizione dei testi e a molteplici informazioni sui temi trattati. Avrà inoltre a disposizione un vasto corredo di filmati digitali realizzati dal Museo Galileo, i quali, oltre che in mostra, saranno consultabili sui siti web degli Uffizi e del Museo Galileo.

Oltre al Codice Leicester, l’esposizione offre alcuni spettacolari disegni originali di Leonardo e fogli da codici di straordinaria importanza, realizzati in quegli stessi anni: il Del moto et misura dell’acqua dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, (la silloge seicentesca di disegni sulla natura e sui moti dell’acqua tratti dai manoscritti vinciani) che integra le note e gli schizzi vergati sugli stessi temi nel Codice Leicester; il celeberrimo “Codice sul volo degli uccelli”, eccezionalmente concesso in prestito dalla Biblioteca Reale di Torino, compilato negli stessi mesi nei quali Leonardo realizzava il Codice Leicester; quattro spettacolari fogli del Codice Atlantico, prestati dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che illustrano gli studi vinciani sulla Luna, molto attinenti ai temi trattati nel Codice Leicester, e dove è illustrata l’invenzione della gru con cui Leonardo intendeva velocizzare le operazioni di scavo del canale navigabile che doveva collegare Firenze al mare. Infine, due preziosi bifogli del Codice Arundel della British Library, con rilievi del corso dell’Arno nel tratto fiorentino, dove sono indicate puntualmente posizione e misure dei ponti allora esistenti e sottolineate le analogie tra moti dell’acqua e moti dei venti, sulle quali Leonardo insiste nel Codice Leicester.

A questa eccezionale esposizione di fogli originali di Leonardo, si aggiunge la presenza in mostra di numerosi manoscritti di grande bellezza e importanza e di rarissimi incunaboli che contengono testi utilizzati da Leonardo per la compilazione del Codice Leicester. Tra questi merita sottolineare almeno lo splendido codice della Biblioteca Medicea Laurenziana contenente il Trattato di architettura di Francesco di Giorgio Martini, sulle cui carte Leonardo vergò dodici annotazioni che vedono al centro, ancora una volta, i moti dell’elemento acqua.

Complessivamente saranno quindi esposti in mostra oltre 80 fogli e il Codice sul volo degli uccelli di mano di Leonardo, oltre a 10 preziosi volumi tra manoscritti e incunaboli.

SCOPERTE 7000 LASTRE CHE RITRAGGONO I MANOSCRITTI – Alla presentazione della mostra il 29 ottobre è stata inoltre annunciata la scoperta, avvenuta negli archivi della Commissione Vinciana  (ora custoditi al museo Galileo della Scienza a Firenze), di oltre 7000 lastre fotografiche in vetro dei manoscritti di Leonardo, realizzate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso. “Si tratta di una scoperta di grandissima importanza, sia per la storia della fotografia che per gli studi dedicati al genio di Vinci – ha spiegato il curatore della mostra Paolo Galluzzi -.  Queste lastre, infatti, effettuate oltre un secolo fa, offrono importanti informazioni sui cambiamenti dello stato di conservazione dei codici da lui scritti, incluso il Codice  Leicester, avvenuti nel lasso di tempo trascorso dalla loro realizzazione ad oggi”. Le lastre sono già al centro di una ricerca: la loro ricognizione sistematica ed esaustiva è stata avviata, l’acquisizione digitale dei documenti è già in fase avanzata e presto le loro riproduzioni ad altissima
definizione saranno messe a disposizione degli studiosi su internet, “divenendo strumenti fondamentali della ricerca su Leonardo”, ha aggiunto Galluzzi. Già il prossimo anno potrebbero essere resi pubblici i primi risultati delle indagini che le riguardano. Intanto, se la mostra dedicata al Codex Leicester concesso agli Uffizi in prestito da Bill Gates anticipa le celebrazioni per i 500 anni dalla morte del padre della Gioconda, la Galleria ha in serbo anche altre iniziative, diffuse sul territorio toscano per rendere omaggio al grande artista e scienziato. Nel paese natale di Leonardo, Vinci, verrà esposta la tavola con il suo primo paesaggio”conteso” tra Toscana e Umbria, in quanto è ancora oggetto di dibattito se l’opera ritragga uno scorcio dei colli del Valdarno oppure una veduta di terre umbre). Inoltre, la tavola Doria,  raffigurante la parte centrale del capolavoro murale andato perduto, la Battaglia di Anghiari, realizzata nel ‘500 da un autore ignoto, che fino a gennaio è in mostra a Poppi, si sposterà proprio ad Anghiari.

GALLERY

La mostra è un progetto delle Gallerie degli Uffizi e del Museo Galileo realizzato col determinante contributo di Fondazione CR Firenze e si avvale inoltre del patrocinio e del contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci. 

Esposizione dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019. Catalogo in italiano e in inglese, pubblicato da Giunti Editore.


INFORMAZIONI

L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci
Aula Magliabechiana, Uffizi, Firenze
30 ottobre 2018 – 20 gennaio 2019

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MOSTRE / A Pisa un capolavoro ritrovato di Orazio Gentileschi, padre di Artemisia

PISA – Il nome di Orazio Gentileschi (Pisa 1562 – Londra 1639) è noto ai più per essere il padre della celeberrima Artemisia. Egli, tuttavia, fu un artista importante nel Cinquecento: pur partendo dalla lezione di Caravaggio, non si limitò a scimmiottare le novità proposte dal pittore lombardo soprattutto per quanto concerne il trattamento della luce, ma ne sviluppò una lettura autonoma fondendo nella sua opera le luminosità e le forme michelangiolesche del manierismo toscano con quelle romano-lombarde, appunto, del Merisi.

Una mostra nella città natale di Orazio, Pisa,  proverà a riportare su di lui l’attenzione del grande pubblico proponendo un confronto tra tre sue opere, di cui una molto nota –   Santa Cecilia che suona la spinetta della Galleria Nazionale dell’Umbria – e una quasi sconosciuta:  La Madonna in adorazione del Bambino. Il terzo dipinto è  la Madonna con Gesù Bambino addormentato, dipinta da Orazio in collaborazione con l’altro suo figlio, Francesco.

La mostra, intitolata  Un capolavoro ritrovato di Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino, si tiene dal 19 luglio al 19 settembre 2018 al Museo delle Sinopie di Pisa ed è a cura di Pierluigi Carofano  con un comitato scientifico composto da Raymond Ward Bissel e Marco Pierini.

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Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino

Il dipinto “riscoperto” di Orazio Lomi Gentileschi è stato intitolato dalla storiografia come una Madonna con il Bambino Gesù, ma il soggetto a cui l’opera si accosta maggiormente è quello della ‘Madonna in adorazione del Bambino’. Ma anche in questo caso, nonostante esso possa sembrare il titolo più appropriato, è in realtà impreciso poiché nella produzione figurativa del Medioevo e del Rinascimento quel tipo di iconografia prevede che la madre di Gesù sia raffigurata con entrambe le mani aperte (come nel celebre dipinto di Correggio della National Gallery di Londra) o giunte in preghiera (come nell’altrettanto famosa tavola di Filippino Lippi agli Uffizi). Nel caso del dipinto di Orazio Gentileschi la figura della Madonna non corrisponde ad un preciso canone iconografico ma tale gestualità indica la presenza di una forte emozione interiore. Non è quella di una Madonna adorante, ma della Madre che avverte la tragedia che attende il Figlio. E’ facile, infatti, cogliere l’atteggiamento di ‘tragedia’ dell’intera composizione: i due protagonisti sacri presentano uno sguardo mesto, ma non rassegnato, parzialmente riscattato dal gesto del Bambino che, con la mano destra sul petto (con atto speculare rispetto a quello della Madre), indica verso di Lei con l’indice della mano sinistra, a consegnare simbolicamente alla Madonna, ai piedi della croce, la guida dell’intera comunità dei fedeli.

La Madonna in adorazione del Bambino e la Santa Cecilia che suona la spinetta, eseguite intorno al 1618-1620, hanno avuto un percorso simile all’interno degli studi su Orazio: entrambe le opere hanno faticato ad affermarsi presso la comunità scientifica come autografi del maestro pisano, nel primo caso per la scarsa visibilità dell’opera stessa, conservata in una collezione storica italiana; nel secondo caso perché ne esiste un’altra versione (con varianti) nella National Gallery of Art di Washington. Negli ultimi anni, grazie agli studi di Bruno Santi, Raymond Ward Bissell, Claudio Strinati, Pierluigi Carofano, Paola Caretta e Alberto Cottino le due tele sono state riconosciute come autografe di Orazio Gentileschi ed esposte in mostre dedicate al Maestro pisano o ad argomenti caravaggeschi. La terza tela in mostra, la Madonna con Gesù Bambino addormentato, ben dimostra la qualità dei collaboratori di Orazio e in particolare del figlio Francesco.

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Orazio Lomi Gentileschi, Santa Cecilia che suona la spinetta , olio su tela, 90×105

Nel percorso espositivo le tre opere dialogano con le sinopie degli affreschi del Camposanto Monumentale raccolte nel Museo che le ospita. Destinata a rimanere celata sotto l’opera compiuta, la sinopia è la prima fase di realizzazione dell’affresco, è il disegno tracciato sul primo strato di intonaco stendendo a pennello un pigmento rosso, la terra di Sinòpe, mescolato ad acqua. Una collezione unica al mondo quella di Pisa, venuta alla luce in seguito a un disastroso evento, il fuoco divampato nel Camposanto sotto i bombardamenti della II guerra mondiale. Ciò rese necessario il distacco degli affreschi dall’intonaco per poterne recuperare vaste porzioni, quelle risparmiate dall’incendio, e dare inizio al loro restauro. Fu proprio lo ‘strappo’ della pellicola pittorica che permise di svelare le sinopie, la parte occultata dell’affresco che, con la stessa tecnica dello ‘strappo’, fu asportata dalle pareti del Camposanto e dal 1979 ospitata nell’attuale museo.

La mostra è organizzata dall’Opera della Primaziale Pisana in collaborazione con la Galleria Nazionale dell’Umbria e con la Libera Accademia di Studi Caravaggeschi.


INFORMAZIONI

Un capolavoro ritrovato di Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino 
Museo delle Sinopie

Piazza del Duomo, Pisa
Orario: tutti i giorni 8.00 / 19.30
Ingresso: 5 euro
Informazioni: tel +39 050 835011/12 – info@opapisa.it

PUBBLICAZIONI / La preghiera in tasca: alla scoperta dei Libri d’ore

BOLOGNA –  Il 24 aprile 2018, alle ore 17 presso il Museo Medievale di Bologna, sarà presentato il volume “Il Libro d’Ore. Un’introduzione”, a cura di Daniela Villani, Giuseppe Solmi e Alessandro Balistrieri.  Il volume, edito dalla casa editrice Nova Charta nella collana “Cimelia”, costituisce un’introduzione alla conoscenza e allo studio di una delle tipologie librarie più diffuse e amate in Europa tra Medioevo e Rinascimento.

Manoscritti vergati in latino, lingua del culto cristiano e in diverse lingue europee, “insieme alla Bibbia, i Libri d’Ore furono i libri più diffusi – se si pensa che dall’invenzione della stampa (1455), circa alla metà del XV secolo, se ne conoscono più di 700 edizioni, mentre i “testimoni” manoscritti, compresi frammenti, cuttings, fogli sciolti e naturalmente esemplari integri, sono ancora più numerosi delle versioni stampate giunte fino ai nostri giorni, ci rendiamo conto della vastità della loro diffusione”. Questo è quanto spiega Solmi,  libraio antiquario bolognese esperto in manoscritti medievali, co-autore del saggio.

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Libro d’Ore manoscritto su pergamena, Italia, probabilmente Ferrara, fine XV secolo

LA BELLEZZA DEI LIBRI D’ORE – I Libri d’Ore, libri di preghiera contenenti i testi religiosi del Breviario e del Salterio, da recitare nelle diverse ore della giornata, presentavano un ampio ventaglio di soluzioni decorative. L’estensione e la qualità delle miniature, su pergamena o su carta, dipendevano dalle disponibilità finanziarie del committente che, se di alto lignaggio, poteva rivolgersi a un miniatore famoso. La pagina divenne così campo d’espressione artistica, testimone del gusto e del costume del tempo. Accanto agli esemplari riccamente decorati in oro e lapislazzulo, carichi di dipinti a piena pagina, di capilettera istoriati, destinati a principi, sovrani e dignitari di corte, o presentati come dono nuziale, fiorì un’intensa produzione di copie d’uso rubricate in rosso e blu, ornate da illustrazioni miniate di minor estensione o, con l’unica decorazione dei capilettera.

La tecnica di produzione degli esemplari manoscritti, contemplava i fogli di pergamena che venivano tracciati a piombo imprimendovi le righe orizzontali parallele sulle quali lo scriba redigeva il testo, lasciando liberi gli spazi destinati ai capilettera. A questo punto il libro passava a un primo miniatore che rubricava la lettera e decorava le bordure, quindi a un secondo artista che abbozzava a penna il disegno delle miniature, e/o si dedicava a miniare anche i paesaggi o gli sfondi. Da ultimo il Maestro, che spesso era anche il titolare della bottega, dipingeva le figure e i volti, vale a dire gli elementi pittorici e decorativi più delicati dell’intero libro. L’oro poteva essere applicato in foglia su uno strato preparato tramite un bolo, quindi brunito con una pietra d’agata oppure direttamente steso a pennello.

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Messale manoscritto su pergamena, Bologna, XIV secolo; capolettera istoriato di Nicolò di Giacomo.

SIMBOLI E IMMAGINI – Tra le immagini più ricorrenti nelle pagine miniate, la foglia d’acanto, simbolo di resurrezione, e le farfalle che ricordano l’anima che vola verso Dio. La civetta è simbolo di saggezza. L’airone è legato a Giobbe tentato dal diavolo. E ancora: il cane fedele compagno dell’uomo, la lumaca, simbolo di continenza e sobrietà. Ricorrenti anche animali ed esseri fantastici, ibridi tra uomo e animale, mostri, in genere simboli dell’ignoto, del peccato o del “mondo alla rovescia”. Le bordure floreali vanno ricondotte all’iconografia dell’Hortus Conclusus, un giardino immaginario, interpretato dalla teologia medievale nel significato di spazio preservato dal male.

Il saggio ripercorre alcune delle tappe più salienti della storia europea del Libro d’Ore e dedica diverse pagine all’Italia, in particolare alla Lombardia, dove già nella seconda metà del Trecento spicca la notevole presenza di questi libri di preghiera: il più antico esemplare lombardo noto è quello di Bianca di Savoia (1336-1387), madre di Gian Galeazzo Visconti (1351-1402), databile tra il 1350 e il 1378, mentre a Bologna nello stesso periodo accanto agli scriptoria monastici, apparvero i primi atelier laici impegnati anche in quest’arte, oltre che nell’illustrazione di testi giuridici.

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Libro d’Ore all’uso di Roma stampato su pergamena e miniato, Parigi, Germain Hardouin, circa 1520.

Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, accanto al Libro d’Ore manoscritto, che continuò a essere prodotto per i clienti più esigenti, vennero immessi sul mercato quelli prodotti in tipografia; i primi furono stampati a Venezia tra il 1473 e il 1474. Una produzione che va divisa in diverse tipologie: stampa su pergamena con capilettera, bordure e illustrazioni miniate (pressoché indistinguibili dagli analoghi esemplari manoscritti); stampa su pergamena con i soli capilettera miniati; stampa su carta con illustrazioni impresse in bianco e nero.

Attraverso un avvincente racconto storico e l’analisi iconografica dell’apparato decorativo dei Libri d’Ore, lo studio di Solmi, Villani e Balistrieri restituisce al lettore gli aspetti sociali, di costume e di vita quotidiana di epoche nelle quali il magistero dell’arte, la riflessione sulla realtà e il sentimento della fede si fusero in un’unica percezione del mondo.

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Pubblicato nella collana “Cimelia”, Il Libro d’Ore (Nova Charta, 2018, pp.150, € 19,00 isbn 9788895047348) è disponibile anche on line sul sito www.novacharta.it

ROMA / I Fori dopo i Fori: una mostra racconta la vita dell’area archeologica dopo l’Antichità (FOTO)

 

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Medaglione d’oro di fattura moderna con cammeo del III secolo dopo Cristo raffigurante una coppia di sposi (dal Tesoro di Via Alessandrina)

ROMA –  Gli scavi archeologici effettuati nell’area dei Fori Imperiali negli ultimi venticinque anni hanno portato alla luce una straordinaria quantità di dati e novità, che riguardano non solo le vicende di epoca antica di questa parte di Roma – sicuramente le più note – ma anche quelle di età medievale e moderna.
Mille anni di storia che la mostra “I Fori dopo i Fori” vuole illustrare in un viaggio a ritroso nel tempo, articolato in 4 sezioni, spaziando dalle trasformazioni dell’area dall’antichità ai diversi nuclei di abitato e piccole chiese già prima del fatidico Anno Mille, dalla nascita del Quartiere Alessandrino, fino alle demolizioni dell’epoca fascista e i successivi scavi del Grande Giubileo.  La mostra è ospitata nella suggestiva cornice dei Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali da domani, 30 marzo, al 10 settembre 2017.

A raccontare la vita quotidiana, insieme alle vicende dei luoghi e delle persone, anche illustri, che hanno dimorato in questa zona  sarà un’eccezionale varietà di  reperti (oltre 300), in alcuni casi unici, rinvenuti durante quegli scavi ed oggi finalmente presentati al grande pubblico.

La prima sezione è dedicata a “Gli oggetti della vita quotidiana” dove, tra gli oggetti d’uso comune si alternano vasi, ampolline, occhiali  e strumenti di artigiani (per realizzare, ad esempio, bottoni o pedine da gioco). “I vasai del Rinascimento” sono i protagonisti della seconda sezione: tra il XV e il XVI secolo l’area dei Fori fu scelta da diversi artigiani della ceramica. Qui, la fornace perfettamente conservata di  Giovanni Boni da Brescia invita a curiosare tra strumenti per infornare e forme mal cotte. Nella terza sezione riflettori accesi su “Gli abitanti famosi”, quei protagonisti celebri della vita culturale e artistica che hanno dimorato in questa zona. Come Giotto, Michelangelo, i Fontana, fino a Mario Mafai e Antonietta Raphaël.  Infine, la storia dei numerosi complessi religiosi nell’area si snoda attraverso “Chiese e conventi”: il racconto scorre attraverso l’esposizione di notevoli esempi di decorazione marmorea altomedievale provenienti dagli edifici più antichi, insieme a numerosi oggetti che ci raccontano la vita quotidiana delle comunità religiose ( rosari, spille e corredi per il cucito, usati dalle monache).

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Insegna di pellegrinaggio con San Nicola da Bari. XIII-XIV secolo, (dal Convento di Sant’Urbano ai Pantani)

Tra i ritrovamenti eccezionali: una rarissima placchetta di pellegrinaggio raffigurante San Nicola di Bari, due tesoretti di monete sotterrati e il celebre Tesoro di Via Alessandrina, ritrovato nei muri della casa di Francesco Martinetti, noto antiquario e falsario dell’Ottocento,  conservato nel Medagliere Capitolino e adesso in parte esposto.

VIAGGIO NEL TEMPO – Come in un viaggio a ritroso nel tempo, gli scavi archeologici hanno riportato alla luce ricchi depositi stratigrafici che si sono accumulati nel corso dei secoli al di sopra dei maestosi resti dei Fori. Qui, già prima del fatidico Anno Mille, erano sorti diversi nuclei di abitato e alcune piccole chiese. Il paesaggio urbano cambiò nuovamente alla fine del XVI secolo, quando nella zona furono avviate operazioni di bonifica dei terreni seguite dalla nascita di un tessuto urbano ordinato: il Quartiere Alessandrino, chiamato così dal soprannome del cardinal Michele Bonelli, che ne promosse la realizzazione. Negli Anni Trenta del secolo scorso il Quartiere, con le sue abitazioni e le sue chiese, fu raso al suolo per l’apertura di via dei Fori Imperiali e la “liberazione” delle strutture di epoca classica. Furono così cancellati, d’un colpo, secoli di storia, di vita, di arte.

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Forma in pietra per realizzare placchette o spille in materiale prezioso con figura di cavaliere. XIII secolo, (dall’area del Foro di Traiano)

LE SEZIONI –  Dopo una parte introduttiva sulle trasformazioni dell’area dei Fori Imperiali dall’antichità alle demolizioni dell’epoca fascista, fino agli scavi del Grande Giubileo, corredata da pannelli didattici e da un video con immagini storiche, inizia il percorso della mostra, sviluppato in 4 sezioni.

La prima, dedicata a Gli oggetti della vita quotidiana, si articola in diverse sottosezioni. In apertura è possibile ammirare una varietà di contenitori in ceramica la cui evoluzione, nella forma e nella decorazione, segue il gusto e la moda dei tempi. A seguire alcuni oggetti di grande interesse rinvenuti all’interno dei pozzi annessi alle abitazioni, tra cui una coppia di brocche del X secolo e una carrucola con il suo secchio, entrambi in legno, utilizzati per attingere acqua da un pozzo addossato alla chiesa di Sant’Urbano al Foro di Traiano e databili all’inizio del Cinquecento.

Particolarmente suggestivi sono due tesoretti, probabilmente sotterrati dai loro proprietari, rimasti anonimi: il più antico è stato rinvenuto nel Foro di Nerva e risale al XII-XIII secolo; l’altro, databile al 1550 circa, è stato ritrovato nell’area del Foro di Traiano, con le monete ancora nascoste dentro tre brocche in ceramica. Non mancano le testimonianze degli ultimi abitanti del Quartiere Alessandrino che, allontanati dalle loro case destinate alla demolizione, qui lasciarono, o persero, oggetti minuti come occhiali, bottoni, posate, rasoi e utensili, ritrovati negli strati più superficiali e nei riempimenti delle case rase al suolo.

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Denaro arcivescovile di Ravenna (dal 1232)

In una vetrina sono conservate memorie del lavoro del Medioevo: resti di ossami animali per realizzare bottoni o pedine da gioco e il raro frammento di uno stampo da orafo, risalente al Duecento e utilizzato per produrre placchette o fibbie in metallo, con la doppia immagine incisa, sui due lati, di un cavaliere e di una figura con tunica, forse un angelo.

Tra XV e XVI secolo almeno tre botteghe di vasai si insediarono nell’area del Foro di Traiano. All’ampio panorama produttivo di questa categoria è dedicata la seconda sezione della mostra: I vasai del Rinascimento.

Appartenevano a uno di questi artigiani – il cui nome è stato svelato dalle ricerche archivistiche: Giovanni Boni da Brescia – l’abitazione e la fornace per maioliche, ben conservate. Si tratta senz’altro di un ritrovamento eccezionale: lo studio della fornace e della gran quantità di scarti di fabbricazione – che Giovanni aveva sepolto in più punti dell’area e che gli archeologi hanno recuperato dopo cinque secoli – ha restituito numerosi dettagli sul percorso produttivo. Si può dunque curiosare tra strumenti per infornare e forme mal cotte o scartate insieme a prove di disegno su ceramiche non finite e a conti di bottega incisi o dipinti sui recipienti ancora freschi.

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Oliera in maiolica. XVI secolo (dalla bottega di un vasaio rinascimentale presso il Convento di Sant’Urbano ai Pantani)

La terza sezione propone una prospettiva inedita e curiosa per gli appassionati di arte e storia di Roma, spaziando sul tema de Gli abitanti famosi. Illustri protagonisti della vita culturale e artistica hanno prediletto questa zona e vi hanno fissato la propria residenza, abitando in dimore che le vicende urbanistiche dei tempi più recenti hanno cancellato.  Raccontati attraverso pannelli esplicativi e immagini, ecco alcuni di questi: Giotto presso Tor de’ Conti, Michelangelo e Giulio Romano a Macel de’ Corvi, i Longhi e Flaminio Ponzio su Via Alessandrina, i Fontana ancora su Via Alessandrina e presso la Colonna di Traiano, fino a Mario Mafai e Antonietta Raphaël, animatori della Scuola di Via Cavour nel loro attico di Palazzo Nicolini accanto – quasi a chiudere il cerchio – ancora a Tor de’ Conti. E, ancora, quest’area ospitava il giardino di antichità di Joahnn Goritz, prelato e raffinato intellettuale della Roma rinascimentale. A poca distanza, verso la fine del XVI secolo il cardinale Alessandrino fece realizzare la sua ricca residenza, oggi Palazzo Valentini. Ed è su Via Alessandrina che l’antiquario Francesco Martinetti dimorava: in fase di demolizione, nel 1933, gli operai rinvennero, nascosta in un muro della sua casa, una quantità straordinaria di monete e di gioielli antichi, il celebre Tesoro di Via Alessandrina, conservato nel Medagliere Capitolino e adesso in parte esposto nel Museo dei Fori Imperiali, eccezionalmente, proprio in occasione di questa mostra.

A chiusura del percorso, la storia dei numerosi complessi religiosi presenti nell’area: la quarta e ultima sezione è dedicata a Chiese e conventi. Il racconto scorre attraverso l’esposizione di notevoli esempi di decorazione marmorea altomedievale contrapposti alla semplicità delle ceramiche conventuali e degli oggetti di vita quotidiana ritrovati in corrispondenza degli edifici sacri.

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Denaro aureo di Prisco Attalo (409 d.C.)

Dal Complesso di Sant’Eufemia provengono, ad esempio, numerose medagliette devozionali, che un’ipotesi suggestiva propone di identificare in segni di riconoscimento applicati alle bambine lasciate nella ruota del Conservatorio delle Zitelle. Questo sorgeva annesso alla chiesa e arrivò a ospitare nel XVII secolo fino a 400 orfanelle: le zitelle, le piccole zite, come erano chiamate le bambine nel dialetto romano del tempo.

Dal giardino di Sant’Urbano proviene uno degli oggetti più particolari: una rarissima placchetta di pellegrinaggio raffigurante San Nicola di Bari (XII-XIV secolo). Qui sono state recuperate anche statuine di terracotta che, già nel Seicento e nel Settecento, impreziosivano i presepi delle religiose e oggetti di vita quotidiana come rosari, spille e corredi per il cucito, usati dalle monache.

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Spilla metallica in forma di insetto (età moderna)

Infine, esemplificativi della decorazione scultorea delle chiese più antiche della zona sono tre interessanti bassorilievi scolpiti con le decorazioni tipiche dell’epoca. A essi si affianca una lastra funeraria frammentaria di ignoto, del principio del XV secolo.

L’esposizione, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è ideata da Claudio Parisi Presicce e Roberto Meneghini e curata da Roberto Meneghini e Nicoletta Bernacchio, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.


INFORMAZIONI
I Fori dopo i Fori.  La vita quotidiana nell’area dei Fori Imperiali dopo l’Antichità
Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali
Via Quattro Novembre 94 – 00187 Roma
30 marzo – 10 settembre 2017
Orari: Tutti i giorni 9.30 – 19.30 (La biglietteria chiude un’ora prima)
www.mercatiditraiano.it

 

PAVIA / La moda del Tre e Quattrocento in mostra al Castello Visconteo

rev166429(1)-oriPAVIA – Come si vestivano nel 1300 e nel 1400 gli abitanti e i frequentatori del Castello Visconteo di Pavia? Quali abiti, calzature e copricapi, quali accessori e tessuti indossavano i cavalieri e gli umanisti, le dame di corte e i castellani, i duchi e i loro ospiti illustri? Sono domande che sorgono spontanee percorrendo i loggiati e le immense sale del trecentesco castello.

La mostra Haveria carissimo vedervi in questo habito – dettagli di moda alla corte dei Visconti e degli Sforza prova a rispondere a queste domande, proponendo al visitatore un itinerario attraverso tre sezioni dei Musei Civici di Pavia: Bibliothec@ di corte, Pinacoteca Malaspina e Quadreria dell’Ottocento.

Questa mostra, che si disloca in tre sezioni dei  Musei Civici, si presenta come un percorso per suggestioni, dove lo spettatore è guidato alla scoperta di oggetti, provenienti direttamente da un passato affascinante e remoto, quali dipinti, miniature, incisioni, illustrazioni e carte da gioco, che descrivono abitudini e occasioni della vita di corte, racconti di un mondo di sfarzo e attenzione al dettaglio pregiato. Tra gli oggetti, spicca una minuscola scarpetta ritrovata durante i lavori di ristrutturazione del Castello, preziosa per la rarità del reperto, molto ben conservato, e documenti solo apparentemente aridi, come i lunghi elenchi di capi d’abbigliamento e biancheria registrati nei corredi nuziali delle spose legate alla famiglia ducale, dichiara Giacomo Galazzo, Assessore alla Cultura del Comune di Pavia.

Le tre sezioni museali corrispondono alle tre parti in cui è suddivisa la mostra.
– Tesori raccoglie, nell’antica sala che ospitò per più di un secolo la ricchissima Biblioteca visconteo-sforzesca, una minuscola scarpetta ritrovata durante i lavori di ristrutturazione del Castello, preziosa per la rarità del reperto, molto ben conservato, e insieme, alcuni pezzi notevoli come un tessuto con il celebre emblema del biscione visconteo, miniature francesi e un esempio dei Tarocchi cosiddetti del Mantegna.
– Fonti presenta dettagli di moda come le pale d’altare, i dipinti, gli affreschi della Pinacoteca Malaspina e, oltre le opere della collezione permanente, esemplari di pregio come una copia quattrocentesca delle Cronache di Norimberga.
– Visioni illustra, nella Quadreria dell’Ottocento, come i miti, le vicende, i protagonisti della storia milanese e pavese rivivano attraverso il recupero romantico, intriso di implicazioni risorgimentali. Pittori come Hayez, Faruffini, Massacra si misurano con il passato medievale e rinascimentale e ricostruiscono l’apparenza di un mondo fatto di architetture, gesti, fogge di abiti e accessori. La messa in scena richiede una regia efficace e un’attenta resa dei costumi, attraverso un linguaggio, che migra anche sulle pagine dei libri, nelle illustrazioni di romanzi storici e fiabe, e che va ad arricchire il nostro immaginario.

In occasione della mostra sono previste iniziative collaterali, quali itinerari guidati, conferenze e visite guidate gratuite per le scolaresche, che si possono prenotare presso Decumano Est decumanoest@yahoo.it tel. 3480624218.


INFORMAZIONI
Musei Civici – Castello Visconteo
Dal 18 marzo al 18 giugno 2017
Orari: da martedì a domenica 10-17.50
Ingresso:
€ 4, gratuito under 26 e over 70
Tel.  +39 0382.399770
SITO UFFICIALE: http://www.museicivici.pavia.it

MOSTRE / A Firenze l’Umanesimo tardogotico di Giovanni dal Ponte

FIRENZE –  La Galleria dell’Accademia di Firenze ospita la prima mostra monografica, con circa cinquanta opere, dedicata al pittore Giovanni dal Ponte(1385-1437/8) – a cura di Angelo Tartuferi e Lorenzo Sbaraglio – che viene a colmare una carenza di studi e conoscenza avvertita da tempo nell’ambito degli studi storico artistici.

Finalità principali della mostra sono quelle di favorire una classificazione critica più adeguata di questa forte personalità artistica del primo Quattrocento, che occupò un ruolo non marginale negli sviluppi della pittura fiorentina del primo Rinascimento e di presentarlo al vasto pubblico affinché ne scopra e apprezzi il linguaggio assai individuale ed al tempo stesso estroso, nonché aggiornato sull’attività dei maggiori artisti operanti nel capoluogo toscano nel primo trentennio del XV secolo: da Gherardo Starnina a Lorenzo Monaco e Lorenzo Ghiberti fino a Masaccio, Masolino e Beato Angelico.

La formazione artistica del pittore si svolse probabilmente in una bottega di tradizione trecentesca,  anche se un’influenza fondamentale la esercitò ben presto Gherardo Starnina, che – al suo ritorno dalla Spagna nei primissimi anni del Quattrocento – introdusse a Firenze un’interpretazione esuberante e profana della pittura tardogotica, risultata decisiva per Giovanni e per la formazione del suo stile.

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Giovanni dal Ponte (Giovanni di Marco di Giovanni, detto) Firenze 1385-1437/1438 Madonna dell’umiltà 1415 circa Tempera su tavola, cm 89 x 57 Collezione privata

Giovanni di Marco – ricordato come Giovanni dal Ponte nelle Vite del Vasari per il fatto di essere abitante e aver avuto bottega a Firenze nella parrocchia di Santo Stefano al Ponte  – si rivelò subito partecipe del panorama culturale fiorentino agli albori del Quattrocento, caratterizzato, com’è noto, da una straordinaria vitalità creativa.

L’opera più importante della sua fase più antica giunta fino a noi è il trittico del Museo di San Donnino a Campi Bisenzio, in origine nella chiesa di Sant’Andrea a Brozzi. Il dipinto è stato per lungo tempo riferito a un ipotetico “Maestro dell’Annunciazione di Brozzi”, ma ai giorni nostri si ritiene che esso documenti gli esordi di Giovanni dal Ponte intorno al 1410, con riflessi assai spiccati dell’attività di Gherardo Starnina.

Nel corso del terzo decennio del Quattrocento Giovanni di Marco dimostra una crescente attenzione nell’interpretare gli spunti della nascente cultura rinascimentale, in pittura di fonte soprattutto masaccesca, come si può notare nel polittico che aveva al centro la Madonna col Bambino in trono (Fitzwilliam Museum, Cambridge) e ai lati i santi Giovanni Battista e Pietro a sinistra, e a destra i santi Paolo e Francesco d’Assisi (Museo Bandini, Fiesole) e con la predella raffigurante la Liberazione di San Pietro dal carcere; San Pietro in cattedra e i santi Ludovico e Prospero; Martirio di San Pietro; San Tommaso e San Giacomo maggiore,Luca e Giacomo minore, Andrea e Giovanni evangelista, Matteo e Filippo (Uffizi, Firenze).

Dal 1427 circa Giovanni dal Ponte fu in società con il pittore Smeraldo di Giovanni, insieme al quale si specializzò nella fornitura di cassoni dipinti, un genere che incontrava un grandissimo successo nella Firenze di quegli anni. Tra gli esemplari più belli di questa produzione si annovera il fronte di cassone del Museo Civico “Amedeo Lia” di La Spezia.

Il grande trittico con l’ Incoronazione della Vergine e quattro santi della Galleria dell’Accademia ha beneficiato – come un buon numero di altri dipinti – di un restauro appositamente eseguito per la mostra, recuperando splendidamente i suoi valori disegnativi e pittorici. Il bellissimo tappeto su cui poggiano i sacri personaggi, che era di un colore scuro, è stato rivelato dalla pulitura di un verde assai brillante, su cui campeggiano i ricchi racemi dorati. Anche il gradino di base era stato nei secoli completamente ricoperto dalla sporcizia e dalle ripassature pittoriche: grande è stata pertanto la sorpresa di constatare che l’artista aveva dipinto accuratamente anche questa parte, utilizzandola, anzi, per offrire dei brani bellissimi di naturalismo pittorico.

Incoronazione della Vergine fra quattro santi

Giovanni dal Ponte (Giovanni di Marco di Giovanni, detto) Firenze 1385-1437/1438 Incoronazione della Vergine (scomparto centrale); nella cuspide, Cristo nel Limbo; San Francesco d’Assisi, San Giovanni battista (scomparto sinistro); nella cuspide, Angelo annunziante Sant’Ivo, San Domenico (scomparto destro); nella cuspide, Vergine annunciata 1430 circa Tempera su tavola, cm 194 x 215,7 Firenze, Galleria dell’Accademia di Firenze

In occasione dell’esposizione entrerà definitivamente nelle collezioni del museo un’altra opera di Giovanni dal Ponte, la tenera e luminosa Madonna col Bambino in trono, proveniente dalla chiesa di Badia nel cuore di Firenze, ma conservata per moltissimi anni presso la Certosa del Galluzzo, recuperata anch’essa da un ottimo intervento di restauro. Nella tavola l’artista giunge ad interpretare in maniera assai originale i modi di Masolino, celebre compagno di lavoro di Masaccio.

L’ultima fase dell’attività del pittore è documentata in mostra da una serie di opere datate che testimoniano il raggiungimento di un linguaggio molto personale, caratterizzato da forme ampie e solenni, che sembrano coniugare la grande tradizione trecentesca fiorentina con le forme e i moduli rinascimentali ormai pienamente affermati. Si possono ricordare qui il luminoso e ‘neo-trecentesco’ trittico della Badia di Rosano (Firenze) con l’Annunciazione e quattro santi, commissionatogli dalla badessa Caterina da Castiglionchio nel 1434; la grandiosa pala della chiesa di San Salvatore al Monte di Firenze (post 1434) raffigurante la Madonna col Bambino, sei santi e una donatrice.

Giovanni dal Ponte fu attivo anche come frescante: riflettono  in parte il suo stile i frammenti recuperati nella Cappella del Giudizio nel Duomo di Pistoia, mentre intorno al 1430 egli dipinse certamente gli affreschi per la Cappella di San Pietro nella chiesa di Santa Trinita a Firenze, andati in buona parte perduti, e tra il settembre 1434 e l’ottobre dell’anno seguente affrescò le Storie di san Bartolomeo nella Cappella Scali della stessa chiesa.

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Il 19 novembre 1437 Giovanni di Marco dettò il suo testamento, da cui emerge una notevole agiatezza economica, e dovette morire poco tempo dopo.

 

Tra le prestigiose istituzioni museali che hanno offerto la loro collaborazione alla mostra prestando opere di grande rilievo figurano la National Gallery di Londra, il Museo Nacional del Prado di Madrid, il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, il Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford (Connecticut), il Minneapolis Institute of Arts, i  Musees Royaux des Beaux-Arts de Belgique di Bruxelles, il Museo di Baltimora (Maryland), il Fogg Art Museum di Cambridge (Massachusetts), il Philadelphia Museum of Art a Filadelfia (Pennsylvania), il   Musee Jacquemart-André dell’ Institut de France di Parigi, il Musee des Beaux-Arts a Digione.

L’allestimento della mostra, progettato dall’architetto Piero Guicciardini, dello Studio Guicciardini-Magni, si caratterizza per la sapiente evocazione scenica delle architetture della Firenze di Giovanni dal Ponte e per la cura delle luci sui fondi oro, che insieme creano effetti di grande suggestione.

La mostra a cura di Angelo Tartuferi e Lorenzo Sbaraglio, è promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con la Galleria dell’Accademia di Firenze.


INFORMAZIONI
Giovanni dal Ponte (1385-1437)
Protagonista dell’Umanesimo tardogotico  fiorentino

Firenze , Galleria dell’Accademia
22 novembre 2016 – 12 marzo 2017

MOSTRE / A Urbino i giochi dal Rinascimento al Barocco [GALLERY]

aURBINO – Dal 27 ottobre 2016 al 5 febbraio 2017 la Galleria Nazionale della Marche di Urbino apre le porte a grandi e piccini per un viaggio a ritroso nel tempo con la mostra Giochiamo! Giochi e giocattoli dal Rinascimento al Barocco.  Organizzata dalla Galleria Nazionale di Urbino con la prestigiosa collaborazione del Kunsthistorisches Museum e curata da Valentina Catalucci, la mostra racconta i due importanti periodi storici del Rinascimento e del Barocco attraverso un percorso inconsueto e originale di giochi, giocattoli e passatempi che si diffusero dal Quattrocento al Seicento in tutta Europa.

L’esposizione, realizzata da Arthemisia Group, comprende carte da gioco, scacchiere, libri, giocattoli, dipinti ed incisioni provenienti da prestigiose collezioni austriache, tedesche e italiane. Insieme a rappresentazioni di scene di gioco come il quadro con la Partita a scacchi di Giulio Campi di Palazzo Madama a Torino, alcune opere molto rare trasportano il visitatore in un mondo “ludico” che fin dall’inizio sorprende per la sua preziosità: sono per esempio di grande impatto la Scacchiera cinquecentesca con figure di scacchi tuffate nell’oro e nell’argento dello Schloss Ambras di Innsbruck oppure la scatolina intarsiata in avorio contenente giocattoli in miniatura conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna (Kunstkammer), solo per menzionare alcune delle opere più interessanti.

GALLERY

 

DIVERTIMENTI “SERI” – Nel 1500 Montaigne (1533-92) sosteneva che “i giochi dei fanciulli non sono giochi e bisogna giudicarli come le loro azioni più serie”.
Considerato come la prima forma di espressione della creatività, il gioco è stato da sempre argomento di interesse da parte dei più illustri pensatori che ne hanno affermato il ruolo educativo nelle diverse epoche.
Fin dall’antichità i bambini avevano a disposizione numerose opportunità di gioco legate alla vita all’aperto e all’utilizzo di materiali facilmente reperibili in natura. Nel Rinascimento si afferma la convinzione che il gioco non sia soltanto svago ma un impegno serio, con traguardi da raggiungere e uno strumento educativo che permetta al bambino di diventare grande. Nelle case della nobiltà ai giovani erano riservati determinati giochi utili alla costruzione del proprio avvenire: alle ragazze bambole di stoffa e piccoli utensili per la casa, ai ragazzi figurine di legno, di ceramica e di piombo, riproducenti cavalieri e fanti. Giochi di tattica come scacchi, dama e filetto aiutavano a elaborare strategie poi applicabili in campo militare. Nel pieno spirito del Rinascimento, nelle cosiddette “camere delle meraviglie” di palazzi e castelli si ospitavano sempre più spesso giochi realizzati con grande maestria e ingegno, compresi mazzi di carte dipinti a mano o curiosità.

La mostra racconta attraverso le opere esposte come da sempre per i bambini esista un confine sottile tra realtà e fantasia e come giocando ci si alleni a diventar grandi.


Informazioni

Biglietto d’ingresso
€ 6,50 Intero
€ 4,50 Ridotto
€ 1,00 Prenotazione

Orario di apertura
Da martedì a domenica: dalle 8:30 alle 19:15 con chiusura biglietteria alle ore 18:15
Lunedì: dalle 8:30 alle 14:00 con chiusura biglietteria alle ore 13:00
Giorni di chiusura: 25 dicembre, 1 gennaio

Biglietteria e prenotazioni
T: +39 0722 322625
Mail: ducale@gebart.it

Sito web:
www.gallerianazionalemarche.it

ANTICIPAZIONI / Restauri-rivelazione per Giovanni dal Ponte: in autunno la mostra a Firenze

@ARTE #MOSTRE #ANTICIPAZIONI / Restauri-rivelazione per Giovanni dal Ponte: in autunno a #Firenze la mostra tra #Gotico e #Rinascimento con nuove #acquisizioni

FIRENZE – Sarà sicuramente una mostra tutta da vedere quella che si annuncia a Firenze quest’autunno e che sarà dedicata a Giovanni dal Ponte (1385-1437). Protagonista dell’Umanesimo tardogotico.  La rassegna inaugurerà il 22 novembre alla Galleria dell’Accademia e al Museo degli strumenti musicali e sarà esposta fino al 12 marzo 2017. E si tratterà della prima monografica in assoluto dedicata al pittore fiorentino che colse e trasferì nelle sue opere il passaggio tra arte gotica e primo Rinascimento.

Il suo vero nome era Giovanni di Marco, ma è più noto con il soprannome di Giovanni dal Ponte perché la sua bottega era collocata proprio in Piazza di Santo Stefano al Ponte. La mostra si segnala anche perché esporrà  una “Madonna col Bambino in trono” appena acquisita  e restaurata insieme ad altre importanti opere.

La “Madonna col Bambino in trono” proviene  dalla chiesa di Badia ed è stata a lungo conservata presso la Certosa del Galluzzo, alle porte della città. Il dipinto fu riconosciuto come di Giovanni dal Ponte già al principio del secolo scorso dal conte Carlo Gamba, ed è di particolare importanza nell’ambito del percorso dell’artista fiorentino perché documenta la fortissima ed originale adesione del pittore ai primi fermenti di pittura rinnovata in senso rinascimentale, riscontrabile nella spazialità del trono e nelle possenti masse plastiche del gruppo divino, riflesso dell’arte di Masaccio e Masolino da Panicale. Il restauro è iniziato da poco e restituirà sicuramente la brillantezza dei colori e del fondo dorato.

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Madonna con Bambino in Trono

Ma ad accogliere i visitatori alla mostra sarà il grande trittico con l’ Incoronazione della Vergine e quattro santi  riportato anch’esso al suo originario splendore grazie al restauro attualmente in corso, che stando ad alcune anticipazioni diffuse dall’Opera Laboratori Fiorentini   sta offrendo risultati sorprendenti. Dalle prime note si apprende che “Il bellissimo tappeto su cui poggiano i sacri personaggi, che era di un colore scuro, è stato rivelato dalla pulitura di un verde assai  brillante, su cui campeggiano i ricchi racemi dorati. Anche il gradino di base era stato nei secoli completamente ricoperto dalla sporcizia e dalle ripassature: grande è stata pertanto la sorpresa di constatare che l’artista aveva dipinto accuratamente anche questa parte, utilizzandola, anzi, per offrire dei brani bellissimi di naturalismo pittorico”.

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Incoronazione della Vergine di Giovanni dal Ponte della Galleria dell’Accademia di Firenze, particolare (restauro).

Davvero emozionante risulta la trovata di dipingere in piano le stole degli angeli musicanti ai piedi della Vergine e del Cristo, con un effetto illusionistico e spaziale di grande interesse, che conferma l’intensa partecipazione del pittore ai fermenti rinascimentali che si andavano diffondendo verso il 1430 nella pittura fiorentina.

Un altro importante risultato del restauro è dato, inoltre, dal recupero del modellato della cappa di San Domenico, figura all’estremità destra (fig. 6), che prima della pulitura appariva assolutamente piatta.

L’intervento di restauro conferma quest’opera nel nucleo dei capolavori dell’estroso artista fiorentino, che la dipinse molto probabilmente per l’altare di una cappella della chiesa di Santa Maria della Pieve ad Arezzo.

La mostra di quest’autunno è attesa nell’ambito degli studi sulla pittura fiorentina del cruciale momento di passaggio tra la cultura tardogotica e quella rinascimentale: essa potrà infatti offrire un bilancio critico aggiornato sull’attività di questo protagonista di primo piano nel panorama artistico fiorentino del primo quarto del secolo XV.

Giovanni dal Ponte fu dotato di un linguaggio al tempo stesso assai individuale ed estroso, nonché aggiornato sull’attività dei maggiori artisti operanti in quel tempo nel capoluogo toscano: da Lorenzo Ghiberti, Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina, a Masolino e al Beato Angelico e Paolo Uccello,  a Masaccio.   Tutti questi artisti di altissimo livello saranno presenti in mostra (tanti i prestiti nazionali e internazionali) per illustrare l’ambiente artistico in cui si svolse la formazione del pittore.  La produzione di Giovanni dal Ponte sarà accuratamente  documentata in ogni fase del suo percorso artistico non soltanto grazie ai prestiti ottenuti dall’Italia, ma in particolare per le numerose opere che giungeranno dall’estero.
Il progetto scientifico, così come la cura della mostra e del catalogo a corredo, si devono ad Angelo Tartuferi, responsabile del settore dipinti dal Duecento al Quattrocento della Galleria dell’Accademia di Firenze, e a Lorenzo Sbaraglio del Polo museale regionale della Toscana.
Il catalogo della mostra, edito da Giunti,  offrirà, tra l’altro, un repertorio completo dei dipinti oggi riferibili al pittore e un regesto di tutti i documenti sin qui noti che lo riguardano. Grazie agli studi e alle indagini di archivio svolte per l’occasione emergeranno numerose e importanti novità rispetto alla provenienza originale di alcune opere-chiave dell’artista, con riflessi importanti anche sulle datazioni.

Morgante e gli altri: Buffoni, villani e giocatori alla corte dei Medici

FIRENZE – Buffoni, villani e giocatori alla corte dei Medici: la mostra, che si apre oggi nell’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti a Firenze (fino all’11 settembre 2016), presenta alcuni dei più bizzarri e inaspettati soggetti figurativi ricorrenti nelle collezioni medicee che, tra Cinquecento e Settecento, trovarono significative, e talvolta curiose, rappresentazioni artistiche. Si tratta di scene cosiddette ‘di genere’, un universo figurativo che nella acclarata gerarchia della pittura barocca, permetteva di illustrare, spesso anche con intenti morali o didascalici, diversi aspetti comici della vita sociale e di corte, quei temi ritenuti, cioè, altrimenti bassi e privi di decoro, indegni di una pittura alta, di soggetto sacro, mitologico o storico.

Le opere selezionate, circa una trentina, provengono per la massima parte dai depositi della Galleria Palatina e dalla Galleria delle Statue e delle Pitture (entrambe facenti parte del complesso delle Gallerie degli Uffizi creato dalla recente riforma), e presentano al visitatore personaggi marginali e devianti come buffoni, contadini ignoranti o grotteschi, nani e praticanti di giochi tanto leciti che illeciti. Nella società apparentemente immobile dell’antico regime, cui danno volto nelle sale di Pitti i ritratti dei granduchi e dei gentiluomini della corte, la pittura ‘di genere’ diviene lo strumento critico che permette di attingere, attraverso l’arte, alla più variegata realtà del mondo.

Un campionario variopinto, quanto inaspettato, di personaggi della corte medicea, incarna l’ambivalente mondo della buffoneria, della rusticitas e del gioco. Sono spesso personaggi realmente vissuti, cui erano demandati l’intrattenimento e lo svago dei signori, antidoto alla noia sempre in agguato tra le maglie del rigido cerimoniale spagnolesco. Così dimostrano il grottesco più sgradevole del Nano Morgante del Bronzino e, all’opposto, la leziosità cortigiana dei Servitori di Cosimo III de’ Medici.

La comicità di questi soggetti, non esente nel profondo anche da risvolti drammatici o almeno malinconici, si declina nei buffoni di professione, qui rappresentati nei tre tipi: della parola – abilissimi nelle acrobazie verbali e nelle improvvisazioni di spirito -; del fisico – l’anomalia degli acondroplasici e dei deformi -; e, infine, della devianza mentale come il Meo Matto di Giusto Suttermans.

“Considerati alla stregua di giocattoli viventi, di meraviglie della natura degne di una Wunderkammer, ma anche accorti consiglieri dotati di speciali licenze rispetto all’etichetta  della corte, questi buffoni, nani, giocolieri spuntano dai documenti d’archivio con un’identità definita: vengono infatti ricordati per imprese (e talvolta misfatti) che li inseriscono come persone reali nella vita della corte, la cui biografia può esser tratteggiata con sapidi dettagli, e di molti si può chiarire l’alto spessore umano e culturale. La posizione dei buffoni, a metà strada tra il divertimento e la coscienza parlante  del signore, li eleva  a protagonisti di un’arte giocosa  e bizzarra, che permette anche all’artista felicissime libertà espressive: e valgano da esempio i ritratti del nano Morgante di Bronzino e Valerio Cioli, i caramogi nelle Stagioni di Faustino Bocchi, il Meo Matto di Suttermans e tanti altri presenti in questa mostra, oltre alle figure silvane e occupate in strane attività che spuntano inaspettate tra le siepi del Giardino di Boboli” (E. D. Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi).

Partecipano inoltre alle buffonerie alcuni rustici, come la vecchia in abito di nozze, patetica corteggiatrice di un giovane garzone, smascherata da un nano impietosamente arguto in un quadro bellissimo della fine del Seicento, ma di incerta attribuzione, o come la contadina Domenica dalle Cascine, raffigurata dal Suttermans – ritrattista ufficiale dei granduchi – nel quadro omonimo, che risulta saltuariamente stipendiata dalla corte per prestazioni da “buffone”.

Appartengono invece al mondo della buffoneria di mestiere Alberto Tortelli e Giuliano Baldassarini raffigurati da Niccolò Cassana in veste venatoria, sospesi dunque tra il piano figurativo dell’ambientazione arcadica, non altrimenti qualificati di segni allusivi al ruolo svolto a corte, e quello della verità biografica che ce li restituisce al mestiere di addetti al divertimento del gran principe Ferdinando. Della serie dei servitori fa parte anche il magnifico quadruplice ritratto di Servi della corte medicea con cui Anton Domenico Gabbiani offre una sorta di regesto di forme e temi, qui antologizzati nel bizzarro campionario di personaggi – tra cui un nano, un gobbo, un moro – tutti realmente documentati come ‘prestatori d’opera’, servile o buffonesca, a palazzo.

Tra gli svaghi un posto non meno trascurabile di quello occupato dai suscitatori del riso avevano i giochi, nelle molteplici fattispecie di quelli di parola, da tavolo – in particolare le carte -, e quelli propriamente fisici. Non mancano testimonianze pittoriche, oltre che letterarie, di svariati personaggi di corte intenti all’esercizio di un gioco ginnico, come l’enigmatico Ritratto di giocatore con palla.  Lo scenario meno lecito ed aulico dello svago, l’equivoca taverna ai margini dei ‘regolari’ confini della società, esercita una fascinazione sulla corte che ne ricerca e ne acquisisce le rappresentazioni alle proprie collezioni, come nel Suonatore di chitarra, riconducibile al Maestro dell’Incredulità di San Tommaso (alias Jean Ducamps?), in cui il giocatore/musico squaderna senza pudore sul tavolo, cui si appoggia, i proibitissimi dadi e un mazzo di carte. Similmente intriganti, nella loro dimensione di personaggi ‘irregolari’, e per questo ‘attirati’ all’occasione della presente esposizione, i protagonisti della movimentata Scena di gioco e chiromante in atto di leggere la mano di Nicolas Regnier o l’umanità errante e cenciosa dei Due cantastorie vagabondi, o quella appena più rassicurante dei Venditori ambulanti di Monsù Bernardo.

Le forme del comico si costruiscono dunque, nel percorso che si propone, per via del contrappunto tra norma e difformità, regola e sproporzioni, registro alto e sregolatezza. In questo gioco di (s)proporzioni, il brulicante e frenetico affollarsi di affaccendatissimi pigmei in alcune opere di Faustino Bocchi, tra cui il corteo de La mascherata di gnomi (Il gatto Mammone) e le minuscole nudità de I Nani al bagno immerse nella vacuità d’abisso notturno della lavagna su cui sono dipinte, rappresenta l’esito estremo della grammatica delle   distorsioni, in cui il bresciano fu maestro. Non manca nemmeno il lampo demoniaco che la società attribuiva spesso, con enorme crudeltà, alla natura deforme nell’inquietante Banchetto grottesco di creature più o meno umane e fornite di corna e nello straordinario musical infernale di Orfeo nell’Ade di Joseph Heintz il giovane, dove caramogi e nani ballano su uno scalone da fare invidia ai migliori palcoscenici di Broadway. Assieme ai dipinti in mostra troviamo le sculture in marmo del Nano musicante di Agostino Ubaldini e del Nano con sonagli di Andrea di Michelangelo Ferrucci, oltre al bronzetto del Giambologna raffigurante l’Uccellatore, proveniente dal Museo Nazionale del Bargello. L’incisione col Ritratto di Bernardino Ricci detto il Tedeschino, a cui Stefano della Bella ha affidato il racconto di una delle personalità più interessanti della buffoneria di professione al servizio dei Medici nel primo Seicento, completa – in termini di confronto e completamento – le tematiche rappresentate dai dipinti.

A corredo della mostra è stato predisposto un itinerario nel Giardino di Boboli dove tutti questi personaggi, villani, contadini e nani, giocatori e caramogi si animano, pur pietrificati, e si nascondono nei boschetti e nelle radure come sfuggiti dall’universo pittorico che li ha creati, ad attendere i visitatori con calembour figurativi e comicissime espressioni. In occasione dell’esposizione sono stati effettuati i restauri di 14 dipinti, 2 sculture e diverse cornici recuperate dai depositi.

La mostra a cura, come il catalogo edito da Sillabe, di Anna Bisceglia, Matteo Ceriana e Simona Mammana, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con le Gallerie degli Uffizi e Firenze Musei.

Le lettere di Michelangelo e Vasari per la prima volta esposte a Firenze

FIRENZE –  Il restauro di un significativo nucleo di lettere di Michelangelo Buonarroti indirizzate a Giorgio Vasari e la digitalizzazione dell’intero archivio, interventi promossi e diretti dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana, rappresentano l’occasione per esporre per la prima volta a Firenze i documenti più rilevanti di questo fondo, conservato ad Arezzo presso il Museo Casa Vasari. L’esposizione, MICHELANGELO e VASARI. Preziose lettere all’«amico caro» dall’archivio Vasari, a cura di Elena Capretti e Sergio Risaliti,  si svolge a Firenze, in Palazzo Medici Riccardi, dal 12 maggio al 24 luglio 2016. 

MICHELANGELO e VASARI permette di ammirare questo importante corpus documentario, “un lembo del secolo d’oro” come lo definì il giornalista e scrittore Ugo Ojetti sulle pagine del “Corriere della Sera” nel 1908 quando Giovanni Poggi, allora Direttore del Museo Nazionale del Bargello, lo rinvenne nell’archivio Spinelli di Arezzo. A queste carte, così come alla sua opera artistica e letteraria, Vasari affidò il compito di conservar memoria di sé, di “lasciar fama” e di combattere la “voracità del tempo”. La stessa ansia di eternità che l’artista volle esprimere nella sua casa di Arezzo, a cui le Carte sono oggi vincolate. Esse costituiscono una testimonianza diretta della vicenda umana e della formazione artistica di Giorgio Vasari (1511 -1574), della sua personalità poliedrica, della sua vasta produzione, dei suoi rapporti con i committenti (tra cui Cosimo I de’ Medici) e con i maggiori artisti e letterati del suo tempo, in particolare con Michelangelo. Il percorso espositivo ha il suo fulcro proprio nelle lettere inviate fra il 1550 e il 1557 da Michelangelo a Roma a “Messer Giorgio amico caro” in Firenze, segno vivo del profondo rapporto tra i due artisti, carte private che ci consentono di avvicinare un Buonarroti anziano, prossimo alla morte, che si confronta con le proprie debolezze, gli affetti e le ultime meditazioni sull’arte e l’architettura. In queste carte troviamo anche tre sonetti autografi di Michelangelo, tra i suoi più celebri componimenti lirici.

La mostra si apre con una prima sezione dedicata alla storia dell’eredità di Giorgio Vasari, del suo archivio e, più in generale, della sua memoria come si esprime nella complessa relazione tra il corpus documentario, la biografia vasariana e le vicende ereditarie.

Oltre a costituire fonti preziose per la storia dell’arte e della cultura del Rinascimento, queste carte  rappresentano un apparato memoriale e autocelebrativo a cui Vasari consapevolmente affida la propria effigie d’artista destinato ad una fama imperitura. Svolgono la stessa funzione le disposizioni testamentarie con le quali Vasari cerca di assicurare la trasmissione ai posteri del suo patrimonio e delle sue carte. La successiva, complessa, storia della memoria vasariana viene ripercorsa nelle sue tappe fondamentali, fino agli sviluppi recenti.

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La sezione seguente espone le lettere che documentano il rapporto privilegiato che Giorgio Vasari intrattiene con il suo principale committente Cosimo I de’ Medici, ma anche i sodalizi instaurati con letterati ed eruditi del tempo come Paolo Giovio, Annibal Caro, Vincenzo Borghini, Cosimo Bartoli, Pietro Bembo e Pietro Aretino. Proprio intellettuali come il Borghini, iconologo ufficiale del duca Medici, accompagnano la sua produzione artistica, suggerendogli “invenzioni”, allegorie, genealogie illustri, rievocazioni mitologiche con effetti profondi, evidenti anche nelle pitture che l’artista realizza in Palazzo Vecchio.

Il percorso espositivo prosegue raccontando come nasce l’idea e la storia de Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, che Vasari pubblica a Firenze in due edizioni, entrambe con una dedica al duca Cosimo I de’ Medici: la prima uscita nel 1550 nei tipi di Lorenzo Torrentino e la seconda, ampliata e corredata dei ritratti incisi degli artisti, edita dai Giunti.  Le Vite sono di fatto la prima storia dell’arte moderna, il cui culmine – formale, morale e spirituale – è rappresento da Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564) di cui il Vasari, in forza del rapporto speciale con l’artista, si ritiene erede e discepolo privilegiato.

L’ultima sezione della mostra focalizza, attraverso una narrazione intima e coinvolgente, proprio questo rapporto personale e ravvicinato tra i due artisti, una relazione amicale che intorno al 1550, anno della pubblicazione dell’edizione Torrentiniana delle Vite, si intensifica fino a diventare familiare. A documentare questa amicizia ci sono le lettere autografe inviate tra il 1550 e il 1557 da Michelangelo all’amico caro messer Giorgio. Sono anni di gloria e di sconforto, quando l’anziano Buonarroti riceve la notizia della nascita del nipote, deve affrontare la morte del fedele assistente Urbino, si vergogna degli errori commessi nel cantiere di San Pietro, immagina ancora soluzioni architettoniche audaci, si rammarica di non poter tornare a Firenze, come vorrebbero l’amico Vasari e lo stesso Cosimo I. Le lettere contengono anche tre sonetti, considerati il testamento spirituale dell’artista, tra i quali “Giunto è già il corso della vita mia”, del 19 settembre del 1554, in cui  Michelangelo si fa interprete dei suoi amati maestri, Dante e Petrarca, e traduce in versi una sorta di confessione: come artista e come uomo avverte di essere giunto quale “fragil barca” al “comune porto” scampando al mare tempestoso della vita. Si aggrappa al legno della Croce, su cui il figlio di Dio è stato sacrificato per redimere l’umanità. Queste tarde carte michelangiolesche, nelle quali troviamo anche alcuni disegni originali, sono un documento di eccezionale valore morale e di altissimo significato spirituale.


L’Archivio Vasari

I manoscritti esposti nella mostra provengono dall’archivio della famiglia Vasari, a tutt’oggi conservato nella casa aretina dell’artista, acquistata dallo Stato italiano nel 1911 in occasione del IV centenario della nascita, e trasformata in Casa Museo Vasari.

Le complesse e travagliate vicende della trasmissione di queste carte iniziarono nel 1687, allorché, in occasione dell’esecuzione testamentaria dell’ultimo discendente in linea maschile della famiglia Vasari, Francesco Maria, esse vennero inglobate all’interno dell’archivio di uno degli esecutori testamentari, Bonsignore Spinelli. I preziosi manoscritti rimasero quindi nell’archivio Spinelli (poi Rasponi Spinelli) dove vennero rinvenuti nel 1908 da Giovanni Poggi, allora Direttore del Museo Nazionale del Bargello. Nel 1921 – a seguito delle polemiche insorte per la vendita dei diritti di pubblicazione delle carte di Giorgio Vasari al governo tedesco da parte di Luciano Rasponi Spinelli – venne concordato con la proprietà di depositarle presso la Casa Museo di Arezzo, così da riunirli al resto delle memorie vasariane.

L’archivio Vasari è tutt’ora di proprietà privata e appartiene ai fratelli Festari, in qualità di eredi Rasponi Spinelli. Esso è stato dichiarato di notevole interesse storico fin dai primi decenni del Novecento e nel 1994 è stato riconosciuto il suo intrinseco legame con  la casa aretina dell’artista, a cui è stato vincolato con un decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali.

 


 

Informazioni sulla mostra:

MICHELANGELO e VASARI. Preziose lettere all’«amico caro» dall’archivio Vasari

Palazzo Medici Riccardi

Firenze – via Camillo Cavour, 3

12 maggio – 24 luglio 2016

A cura di Elena Capretti e Sergio Risaliti

Orario: 9.00-19.00 (la biglietteria chiude alle 18.30), chiuso mercoledì

Ingresso comprensivo della visita a palazzo Medici Riccardi euro 12, ridotto 8 euro;

solo per la mostra euro 7 ridotto 4 euro

 

sito web www.michelangeloevasari.it