FLASH / E’ morto lo storico Rosario Villari

E’ morto all’età di 92 anni Rosario Villari, storico e politico, docente di storia moderna ed ex parlamentare del Partito Comunista italianoRosario Villari, fratello di Lucio, anch’egli storico, era nato a Bagnara Calabra il 12 luglio del 1925. Tra gli argomenti sui quali si è concentrata la sua attività di storico ci sono il Regno di Napoli nel Settecento, la questione meridionale, la storia dell’Europa contemporanea, il Mezzogiorno e i contadini, il Risorgimento italiano. È stato eletto nel 1990 membro dell’Accademia nazionale dei Lincei. Sui suoi volumi per licei si sono formate intere generazioni di studenti.

 

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Sponsor cercasi per il teschio di Plinio, eroe dell’eruzione di Pompei

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Plinio il Vecchio

[E.P.] Nell’agosto del 79 d.C., la data è stata fissata da una lunga tradizione storiografica, il Vesuvio eruttò cancellando dalla storia Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis. Tra le vittime illustri del tragico evento ci fu anche Plinio il Vecchio, celebre scrittore e naturalista che lasciò ai posteri 35 libri della “Naturalis Historia”, una vera e propria  enciclopedia del sapere scientifico del tempo. Pochi sanno che prima di esalare l’ultimo respiro,  lo scrittore di origine comasca – era nato a Comum intorno al 23 d.C. e aveva fatto carriera e fortuna a Roma –  cercò con ogni mezzo di aiutare i pompeiani a fuggire dalla città colpita dall’eruzione, mettendo a disposizione la flotta militare del Miseno, di cui era ammiraglio (praefectus), perdendo la vita egli stesso.  I suoi resti furono ritrovati ai primi del ‘900: da allora il teschio giace, dimenticato da tutti,  nel Museo Storico dell’Arte sanitaria di Roma, in una vecchia teca, identificato da un semplice cartoncino scritto a mano. Anche se la sciagurata questione è ben nota agli “addetti ai lavori”, oggi Andrea Cionci, firma de “La Stampa”, ha portato la vicenda all’attenzione del grande pubblico con un articolo pubblicato sul quotidiano torinese che annuncia: “Il nostro giornale ha appena proposto agli antropologi che hanno studiato l’Uomo del Similaun [il celeberrimo Oetzi, conservato al Museo Archeologico di Bolzano, ndr] di compiere l’esame definitivo sul reperto, ottenendo la loro piena disponibilità”. Per fornire la prova definitiva dell’identità dello scheletro, e grazie a uno sponsor, garantirgli così la visibilità e l’attenzione, anche mediatica, che merita.

Plinio - IL CRANIO

Il cranio di Plinio il Vecchio al Museo Storico dell’Arte sanitaria di Roma

UN RITROVAMENTO DA ROMANZO – La storia del ritrovamento è affascinante e degna di un romanzo. Ai primi del secolo scorso l’ingegnere napoletano Gennaro Matrone, mentre stava scavando alla foce del Sarno, ritrovò una settantina di scheletri sepolti da uno strato di lava solidificata: si trattava, con ogni evidenza, di un gruppo di fuggiaschi che, da Pompei, attendevano di imbarcarsi per fuggire. Non fecero in tempo e morirono intossicati dai vapori fuoriusciti dal vulcano. Uno di questi, isolato dagli altri, portava con sé vari gioielli d’oro: bracciali a forma di serpente, armille, una collana d’oro, anelli (uno con due teste di leone affrontate) e un gladio dall’elsa d’avorio ornata da conchiglie d’oro.  “Matrone – scrive Cionci -, fin da subito, ventilò alle autorità che potesse trattarsi dello scheletro di Plinio, ma non fu preso sul serio e gli fu concessa libertà di disporre a suo piacimento dei gioielli rinvenuti. Purtroppo, data la mancanza di leggi di tutela, i reperti di maggior valore furono venduti da Matrone forse ai Rotschild, o ad altri ricchi collezionisti stranieri”. L’identificazione fu subito contestata dall’archeologo Giuseppe Cosenza, che considerava poco credibile che un ammiraglio romano potesse mostrarsi addobbato come “una ballerina da avanspettacolo”.  Studi successivi hanno invece dimostrato che gli ornamenti indossati dallo scheletro erano tipiche onorificenze e cariche militari, soprattutto marittime,  in uso fin dall’epoca di Augusto.  “Ciò che appare molto verosimile – spiega Cionci – è che Plinio, prima di intervenire in soccorso della popolazione, avesse indossato le insegne della sua autorità per meglio gestire l’operazione, per infondere fiducia nei cittadini e farsi meglio obbedire dai suoi uomini, forse anche essere più riconoscibile nella cinerea oscurità che avvolgeva le spiagge durante l’eruzione”.  Matrone donò il teschio al Generale Mariano Borgatti che lo portò al Museo dell’Arte Sanitaria di Roma. E da allora lì è rimasto, avvolto da un oblio durato un secolo.

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Karl Pavlovič Brjullov, L’ultimo giorno di Pompei (1830-33)

SPONSOR CERCASI – Cionci, spiega nell’articolo, ha portato la vicenda all’attenzione di Isolina Marota, antropologa dell’Università di Camerino, “che per anni ha seguito, insieme al compianto prof. Franco Rollo, gli studi sull’Uomo del Similaun, la mummia di 5000 anni fa ritrovata in Val Senales”.  Gli esami per l’identificazione definitiva dovrebbero costare poche migliaia di euro (circa 10.000): il problema è però sempre il solito, ossia la mancanza di fondi dell’università pubblica. Serve dunque uno sponsor. E se Oetzi, sottoposto a innumerevoli studi, è diventato una star, perché non potrebbe diventarlo un eroe che, quasi Duemila anni fa, ha sacrificato la sua vita nel tentativo di mettere in salvo quella di tanti altri?
L’intero articolo pubblicato da La Stampa, si può leggere qui.

Nasce la Digital Library italiana, presto online il patrimonio di 101 archivi e 46 biblioteche

ROMA – Una Digital Library Italiana per valorizzare l’immenso patrimonio di immagini conservato nei 101 Archivi di Stato, nelle 46 biblioteche statali e negli archivi fotografici delle soprintendenze. L’iniziativa è stata annunciata dal Ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini, che nel corso della conferenza “Cultura e turismo per la crescita del Paese” che lo ha visto relatore questa mattina all’Accademia dei Lincei ha dichiarato .di aver firmato proprio oggi il relativo provvedimento, “che verrà finanziato con due milioni di euro. Un bene ineguagliabile  – continua il Ministro – di enorme valore culturale che nell’era della rete ha anche un valore economico considerevole”.

L’Istituto Centrale per il catalogo e la Documentazione del MiBACT, in forza del decreto ministeriale del 17 gennaio 2017 registrato dagli organi di controllo e grazie alle risorse che verranno individuate con il provvedimento odierno, verrà dotato dunque del servizio Digital Library che coordinerà i programmi di digitalizzazione del patrimonio culturale, elaborerà il piano nazionale di digitalizzazione e ne curerà l’attuazione, anche in collaborazione con altri enti pubblici o privati.

Fonte: Mibact


AGGIORNAMENTO DEL 18 marzo.

A commento della notizia e come spunto di riflessione, condividiamo volentieri questo articolo di Giulia Barrera pubblicato su “Il Manifesto” del 17.03.2017 e ribloggato da EMERGENZA CULTURA.

Giulia Barrera, Quel pasticcio della «Digital Library Italiana»

BIBLIOTECHE. Arrivano 2 milioni per finanziare la digitalizzazione, affidata però a chi non ha esperienza con archivi e biblioteche

Il 10 marzo, il ministro Dario Franceschini ha annunciato la nascita della «Digital Library Italiana», finanziata con due milioni di euro, che «valorizzerà l’immenso patrimonio di immagini» conservato negli Archivi di Stato, nelle biblioteche pubbliche statali e negli archivi fotografici delle soprintendenze. Finalmente una buona notizia per archivi e biblioteche? Purtroppo, non sembra.

 

UN QUARANTENNIO di esperienza nel campo delle digitalizzazioni ci insegna che non basta lo stanziamento di fondi per produrre servizi per i cittadini e tutela del patrimonio. Negli anni, infatti, di soldi se ne sono spesi e anche tanti; più di un ministro ha infatti voluto cogliere i benefici di immagine che poteva offrire il comparire come colui che digitalizzava il patrimonio culturale italiano. I risultati, però, non sono sempre stati quelli auspicabili.

I più anziani ricorderanno come nel 1986-87 vennero finanziate con 600 miliardi una serie di iniziative di «valorizzazione dei beni culturali (…) attraverso l’utilizzazione delle tecnologie più avanzate».

SI PARLAVA allora di valorizzare i «giacimenti culturali». Qualcosa di utile venne fatto, ma si sprecarono anche molti soldi per la creazione di banche dati inutili ed inutilizzate, destinate ad un lento e solitario deperimento in qualche scantinato ministeriale.
I più giovani, invece, potranno ricordare i fasti del portale «CulturaItalia», costato 1 milione e 300 mila euro, che prometteva di portare il patrimonio culturale a portata di un click, ma che in realtà offre agli internauti pochi frutti in più di quanto essi non possano ottenere mediante una semplice ricerca con Google.

NEL TEMPO, poi, sono stati effettuati molti altri progetti di digitalizzazione, piccoli e grandi, alcuni progettati accuratamente, altri improvvisati o improntati al pressapochismo; alcuni rendono ottimi servizi ai cittadini, altri si sono rivelati solo sprechi di soldi. In breve, digitalizzare è utile solo se fatto nell’ambito di un progetto ben meditato.

Quindi ben vengano, naturalmente, i finanziamenti, ma è necessario capire bene a cosa verranno destinati e da chi e come verranno gestiti. E qui cominciano i problemi. Il ministro infatti ha affidato la creazione della «Digital Library Italiana» all’Istituto per il catalogo e la documentazione (Iccd), un istituto il cui fine istituzionale è la catalogazione del patrimonio culturale, ad eccezione di archivi e biblioteche.

PER LA GESTIONE dei sistemi informativi che descrivono queste altre categorie di beni, infatti, esistono altri due istituti centrali, rispettivamente l’Istituto centrale per gli archivi e l’Istituto per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche. A ognuno il suo mestiere: descrivere un quadro non è la stessa cosa che descrivere un libro; descrivere un archivio è diverso da descrivere un sarcofago; occorrono schede diverse, sistemi informativi diversi, professionalità diverse.

PER DESCRIVERE il patrimonio archivistico e bibliografico esistono già due imponenti sistemi informativi, gestiti dai due istituti centrali sopra ricordati: il Sistema archivistico nazionale, che permette di accedere alla descrizione – più o meno analitica – del patrimonio documentario conservato da oltre 10mila istituti di conservazione e di accedere a più di 55 milioni di documenti digitalizzati; e il Servizio bibliotecario nazionale, che permette di consultare on line il catalogo unificato di circa 6mila biblioteche e accedere a 800 mila testi digitalizzati. Un altro portale, «Internet culturale», è finalizzato a facilitare l’accesso alle copie digitali di libri e periodici antichi e include oltre 10 milioni di oggetti digitali.

Qual è il senso, dunque, di creare un ulteriore portale? Perché non concentrare le risorse per migliorare e potenziare il Servizio archivistico nazionale e il Sistema bibliotecario nazionale? A qual fine creare conflitti di competenze, affidando a un istituto che di archivi e biblioteche non si è mai occupato, il coordinamento delle digitalizzazioni effettuate da archivi e biblioteche? Difficile dare risposta a questi interrogativi. Ma per chi non si accontenta degli annunci, sono domande che contano.

Il Manifesto, 17.03.2017

MOSTRE / A Urbino i giochi dal Rinascimento al Barocco [GALLERY]

aURBINO – Dal 27 ottobre 2016 al 5 febbraio 2017 la Galleria Nazionale della Marche di Urbino apre le porte a grandi e piccini per un viaggio a ritroso nel tempo con la mostra Giochiamo! Giochi e giocattoli dal Rinascimento al Barocco.  Organizzata dalla Galleria Nazionale di Urbino con la prestigiosa collaborazione del Kunsthistorisches Museum e curata da Valentina Catalucci, la mostra racconta i due importanti periodi storici del Rinascimento e del Barocco attraverso un percorso inconsueto e originale di giochi, giocattoli e passatempi che si diffusero dal Quattrocento al Seicento in tutta Europa.

L’esposizione, realizzata da Arthemisia Group, comprende carte da gioco, scacchiere, libri, giocattoli, dipinti ed incisioni provenienti da prestigiose collezioni austriache, tedesche e italiane. Insieme a rappresentazioni di scene di gioco come il quadro con la Partita a scacchi di Giulio Campi di Palazzo Madama a Torino, alcune opere molto rare trasportano il visitatore in un mondo “ludico” che fin dall’inizio sorprende per la sua preziosità: sono per esempio di grande impatto la Scacchiera cinquecentesca con figure di scacchi tuffate nell’oro e nell’argento dello Schloss Ambras di Innsbruck oppure la scatolina intarsiata in avorio contenente giocattoli in miniatura conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna (Kunstkammer), solo per menzionare alcune delle opere più interessanti.

GALLERY

 

DIVERTIMENTI “SERI” – Nel 1500 Montaigne (1533-92) sosteneva che “i giochi dei fanciulli non sono giochi e bisogna giudicarli come le loro azioni più serie”.
Considerato come la prima forma di espressione della creatività, il gioco è stato da sempre argomento di interesse da parte dei più illustri pensatori che ne hanno affermato il ruolo educativo nelle diverse epoche.
Fin dall’antichità i bambini avevano a disposizione numerose opportunità di gioco legate alla vita all’aperto e all’utilizzo di materiali facilmente reperibili in natura. Nel Rinascimento si afferma la convinzione che il gioco non sia soltanto svago ma un impegno serio, con traguardi da raggiungere e uno strumento educativo che permetta al bambino di diventare grande. Nelle case della nobiltà ai giovani erano riservati determinati giochi utili alla costruzione del proprio avvenire: alle ragazze bambole di stoffa e piccoli utensili per la casa, ai ragazzi figurine di legno, di ceramica e di piombo, riproducenti cavalieri e fanti. Giochi di tattica come scacchi, dama e filetto aiutavano a elaborare strategie poi applicabili in campo militare. Nel pieno spirito del Rinascimento, nelle cosiddette “camere delle meraviglie” di palazzi e castelli si ospitavano sempre più spesso giochi realizzati con grande maestria e ingegno, compresi mazzi di carte dipinti a mano o curiosità.

La mostra racconta attraverso le opere esposte come da sempre per i bambini esista un confine sottile tra realtà e fantasia e come giocando ci si alleni a diventar grandi.


Informazioni

Biglietto d’ingresso
€ 6,50 Intero
€ 4,50 Ridotto
€ 1,00 Prenotazione

Orario di apertura
Da martedì a domenica: dalle 8:30 alle 19:15 con chiusura biglietteria alle ore 18:15
Lunedì: dalle 8:30 alle 14:00 con chiusura biglietteria alle ore 13:00
Giorni di chiusura: 25 dicembre, 1 gennaio

Biglietteria e prenotazioni
T: +39 0722 322625
Mail: ducale@gebart.it

Sito web:
www.gallerianazionalemarche.it

PARIGI / I Merovingi, una grande mostra al Museo di Cluny

les-temps-merovingiens_xl© Perceval Archeostoria – All rights reserved. Nessuna parte di questo blog può essere copiata o riprodotta senza citare la fonte.

PARIGI – Apre a Parigi, presso il Museo di Cluny di Parigi, la grande mostra Les Temps mérovingiens (dal 26 ottobre 2016 al 13 febbraio 2017). L’esposizione offre uno sguardo completo sulla produzione artistica e culturale dei tre secoli in cui la Francia vide declinarsi l’epopea merovingia; l’arco cronologico illustrato è quello che va dalla battaglia del Campi Catalaunici (451)  alla deposizione dell’ultimo dei “re fannulloni” nel 751, preludio all’ascesa dei Pipinidi e di Carlo Magno.

La mostra esporrà oltre 150 oggetti preziosi tra sculture, manoscritti miniati,  capolavori di oreficeria, monete, abiti e documenti d’archivio grazie all’accordo di partnership stipulato con la Biblioteca Nazionale di Francia. Tra i pezzi più straordinari, sicuramente il cosiddetto “Tesoro di re Childerico”, il tesoro di Gourdon e il trono di Dagoberto. Il regno merovingio fu uno dei tanti regni che si formarono durante le fasi finali di vita dell’impero romano e testimonia tutto il fascino e le contraddizioni di questa età di transizione tra Antichità e Medioevo. Il suo splendore è la sua profonda originalità sono testimoniate dalla ricchezza dei manufatti e dei corredi, dal numero e dalla bellezza dei manoscritti prodotti nei monasteri e nelle sedi episcopali (in prestito dalla BNF, dagli Archivi Nazionali di Francia e dalle biblioteche di Laon e Autun, la Nazionale di Russia e la Vaticana), da manufatti eccezionali come la Casula della regina Batilde, moglie di Clodoveo II.  expo_temps_merovingiens_cluny_gd

Segnaliamo anche un’altra mostra attualmente in corso in Francia sul periodo merovingio a a Saint-Dizier (ne parliamo qui).

Qui invece relazioniamo sulla  recente, eccezionale scoperta  di una enorme necropoli merovingia, con oltre 600 tombe e ancora intatta.

 

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Info

Musée de Cluny – National Museum of the Middle Ages
6, place Paul Painlevé 75005 Paris
T. + 33 (0)1 53 73 78 16
musee-moyenage.fr

Orari
Tutti i giorni tranne martedì dalle 9:15 alle 17:45. Chiuso 1 Gennaio, 1 Maggio e 25 Dicembre.

INCONTRI / MEDIOEVALIA: “Medioevo” e “Medioevi” in Guarneriana

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SAN DANIELE DEL FRIULI (UD) – Sabato 22 ottobre con inizio alle h. 18 presso la Civica Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli (UD) si terrà la giornata di studi MEDIOEVALIA: “Medioevo” e “Medioevi” in Guarneriana. La giornata, che si tiene nel mese delle celebrazioni in occasione del 550° anniversario della fondazione della Biblioteca, si aprirà con un incontro con il dott. Andreas M.Steiner, Direttore della rivista Medioevo,  che presenterà il numero di ottobre 2016 del mensile che contiene lo speciale sul manoscritto Fontaniniano 200, il cosiddetto “Dante Guarneriano”. Seguirà un convegno sul tema “LE EDIZIONI FACSIMILARI: un’opera tra storia e memoria”. Interverranno la dott.ssa  Elena Percivaldi, storica e saggista, parlando de”L’Editto di Rotari e Paolo Diacono storico dei Longobardi. La conoscenza storica che precede le edizioni facsimilari”; poi  l’editore Enrico Chigioni presenterà  “Le edizioni dell’Historia Langobardorum e delle Leges Langobardorum” in corso di pubblicazione per  CAPSA Ars Scriptoria. Lo scrigno del Tempo, I Longobardi; infine  l’editore  Roberto Vattori illustrerà  “L’edizione del ms. 200 “Dante Guarneriano”” da lui pubblicata. Introduce il conservatore della Biblioteca Guarneriana, dott. Angelo Floramo. Ingresso gratuito fino a esaurimento posti.

Per informazioni: www.guarneriana.it, info@guarneriana.it


GALLERY DEL PROGETTO EDITORIALE  CAPSA ARS SCRIPTORIA

FB Capsa Ars Scriptoria – Lo Scrigno del Tempo, i Longobardi

Sisma, recuperato l’Archivio Storico di Amatrice / GALLERY

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Foto: Archivio di Stato di Rieti.

ROMA – È stato recuperato l’archivio storico del Comune di Amatrice. L’operazione, effettuata dai tecnici delle squadre di rilevamento danni del MiBACT assistiti dai restauratori dell’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario e coadiuvati dai Vigili del Fuoco, dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e da uomini e mezzi del Corpo Forestale dello Stato, ha permesso di salvare 774 faldoni e 318 registri per un totale di 7871 fascicoli.

La ricca documentazione che conserva la memoria storica di Amatrice è stata già trasferita presso l’Archivio di Stato di Rieti dove verrà ricondizionata e, dove necessario, restaurata. Tra i documenti più importanti vi sono i preziosi registri dello stato civile napoleonico e il catasto murattiano, parte dei quali erano già in restauro presso l’Archivio di Stato di Rieti. Tra i tanti è stato recuperato un faldone che contiene le carte riguardanti i progetti di miglioramento del corso Umberto I che oggi offre una delle immagini più emblematiche della devastazione di Amatrice. I primi documenti risalgono al XVIII secolo, dal momento che i terremoti del 1639 e del 1703 avevano a suo tempo provocato la dispersione della documentazione precedente.

“Il tempestivo intervento del MiBACT – ha dichiarato il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – ha permesso di salvare per intero un importante patrimonio documentario, evitando che Amatrice, oltre alla devastazione di un sisma, subisca anche la cancellazione della propria memoria storica, come purtroppo avvenuto in passato. Prosegue così il prezioso lavoro che i tecnici del ministero stanno compiendo insieme ai carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, i vigili del fuoco e la protezione civile per recuperare e mettere in sicurezza opere e beni di valore storico e artistico di grande significato per le comunità cui appartengono e per l’intero Paese”.

Fonte: Comunicato ufficiale Mibact. Foto: Archivio di Stato di Rieti.

Pompei, scoperti scheletri di fuggiaschi e una tomba preromana

POMPEI (NA) – Ad un anno di distanza dalla scoperta nella necropoli di Porta Ercolano di una  tomba di età sannitica, i cantieri di scavo nell’area rivelano nuovi eccezionali ritrovamenti. Una ulteriore tomba a cassa in lastre di calcare del IV sec. a.C.  con corredo funerario completo composto da almeno sei vasi a vernice nera, che si aggiunge alle rare testimonianze funerarie di età preromana. All’interno lo scheletro di un adulto depositato sul dorso, con corredo deposto lati del corpo, al livello delle braccia e dei piedi. Così la nota stampa della Soprintendenza Pompei. Le prime osservazioni – fanno sapere dall’area archeologica – permettono di avanzare l’ipotesi che si tratti di un individuo di sesso maschile. Ma anche in ambienti di botteghe poco distanti dall’area funeraria tre monete d’oro e un pendente di collana ritrovati tra le ossa degli scheletri di alcuni fuggiaschi,  mescolate alla rinfusa dopo i saccheggi degli scavatori clandestini che dopo l’eruzione del 79 d.C. si avventurarono nella città alla ricerca di tesori sepolti sotto la cenere. E ancora la scoperta di un forno,  probabilmente per la fabbricazione di oggetti in bronzo e di una cava utilizzata per l’estrazione di  materiale per costruzioni. Sono le scoperte sorprendenti dell’ultimo cantiere di scavo della Soprintendenza Pompei con l’École française de Rome, le Centre Jean Bérard e il CNRS che stanno conducendo un progetto di ricerca nella zona della necropoli di Porta Ercolano con l’obbiettivo di studiare le trasformazioni di un’ area commerciale fuori le mura di Pompei. La campagna ha avuto inizio il 16 maggio con lo scavo di due botteghe. Durante le attività sono emersi 4 scheletri di pompeiani intrappolati nel retrobottega al momento dell’eruzione.  La scoperta ancora più sorprendente è che le mura della bottega nella quale avevano cercato riparo era stata interessata dal passaggio di fossores, scavatori clandestini alla ricerca di oggetti preziosi e metallo.

Tra le ossa degli scheletri sono stati ritrovati, sfuggiti ai saccheggiatori dell’epoca,  tre monete d’oro (tre aurei datati tra il 74 e il 77/78 d.C.) e un fiore in foglia d’oro, probabilmente un pendente di collana. Gli scheletri spostati durante le ricerche degli scavatori clandestini risultano, ad una prima analisi, appartenere a individui  in giovane età, tra cui una ragazza adolescente. Anche l’altra stanza a fianco è stata “visitata” da scavatori clandestini attirati probabilmente da un tubo di piombo, materiale di cui erano alla ricerca, che alimentava una fontana nel portico antistante. L’approfondimento dello scavo in questo piccolo ambiente, di cui ancora non sono state definite le funzioni nel 79, ha permesso d’identificare una struttura produttiva relativa ad una precedente fase di utilizzo della bottega. La struttura, un forno verticale al quale si accede tramite alcuni scalini, è per ora un unicum a Pompei e può essere messo in relazione molto probabilmente con la fabbricazione di oggetti in bronzo. Le prossime ricerche potranno confermare o smentire queste prime interpretazioni. Questa scoperta è di particolare rilevanza ai fini  della conoscenza delle attività artigianali che si svolgevano in questi ambienti e sulle quali si continuerà a lavorare nelle prossime settimane. L’esplorazione di una seconda bottega, più verso la porta della città, ha anch’essa rivelato una sequenza stratigrafica interessante che racconta le ultime fasi della bottega, quando l’intero edificio era in fase di restauro. Una delle stanze che apre direttamente sulla strada  probabilmente era utilizzata come cava di materiale. Al centro un pozzo circolare scavato nel terreno naturale doveva anch’esso servire per l’estrazione di materiale, anche se la singolare struttura rimane ancora per molti versi misteriosa. La particolarità di questo pozzo, infatti, del diametro di 1,75 m. sta nel fatto che esso era accessibile attraverso una scala a chiocciola, ricavata nello stesso terreno naturale. Sul fondo, uno strato di tufo friabile ha scoraggiato gli scavatori antichi che hanno deciso di abbandonare la struttura prima di riempirla nuovamente. Le ricerche continueranno nelle prossime settimane nelle botteghe vicine e nel portico antistante.

Le ricerche in corso sono svolte su concessione del Ministero per i Beni e le attività culturali, funzionario referente dott.ssa Annalisa Capurso e rientrano in un progetto più ampio diretto da Sandra Zanella (Unversità di Paris I, Collège de France), Laëtitia Cavassa (Centre Camille Jullian, Aix Marseille Univ, CNRS), Nicolas Laubry (Università Paris-Est Créteil/CRHEC) e Nicolas Monteix (Università di Rouen) su “Organizzazione, gestione e trasformazione di una zona suburbana: il settore della Porta Ercolano di Pompei, tra spazio funerario e spazio commerciale”, per conto dell’ École Française di Roma. Sono stati presenti all’anteprima stampa  il Direttore Generale della Soprintendenza Pompei Massimo Osanna,  Laetitia Cavassa, Sandra Zanella co-responsabili del progetto e la Direttrice del Centre Jean Berard Claude Pouzadoux.

Via Il Velino /AGV News

Monte Castelon di Marano di Valpolicella, una storia che sfida i secoli

La SAP pubblica i risultati degli scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologica del Veneto sull’importante sito romano che ha restituito un Tempio di Minerva, e poi divenne castrum medievale.

 

sap59-copertina-1-424x600E’ uscito un nuovo volume della collana “Documenti di Archeologia” della SAP, Società Archeologica, dal titolo: ARCHEOLOGIA E STORIA SUL MONTE CASTELON DI MARANO DI VALPOLICELLA. Il volume (pp. 400, euro 60) è a cura di Brunella Bruno e Giovanna Falezza, della Soprintendenza Archeologica del Veneto.

L’importanza storico-archeologica del Monte Castelon di Marano di Valpolicella era già nota agli studiosi e alla comunità locale, oltre che per l’esistenza di un castello medievale sulla sua sommità, per la scoperta, avvenuta nel 1835, di un tempio romano dedicato a Minerva sulle sue pendici orientali.
Assai più complessa e ricca si è ora rivelata, grazie alle indagini condotte negli ultimi anni dalla Soprintendenza Archeologica del Veneto, la storia insediativa di questo straordinario sito, collocato in posizione strategica e spettacolare, sede prima di un villaggio protostorico con il suo luogo di culto, poi di un importante santuario romano, contraddistinto da più fasi edilizie, ed infine di un insediamento fortificato nel Medioevo.
Ciascuna di queste fasi di frequentazione del Monte ha lasciato tracce strutturali e materiali assai importanti: decine e decine di anelli bronzei offerti alla divinità dai devoti dell’età del Ferro, ampie porzioni della pregevole decorazione parietale nel c.d. I stile pompeiano del primo edificio di culto realizzato in età tardo-repubblicana, cospicui resti del tempio di età imperiale con i suoi elementi architettonici, le iscrizioni votive e i frammenti del simulacro marmoreo della divinità. La storia del luogo di culto si conclude in età tardo-antica, quando le strutture sacre furono deteriorate da un incendio a cui non seguì più alcuna manutenzione, anche se la frequentazione continuò per qualche tempo, prima del definitivo oblio. Una nuova realtà inizia però di lì a poco ad affermarsi sulla sommità dell’altura, dove sorge (forse già nel X secolo) un castello, che gli scavi recenti hanno ritrovato e permesso di conoscere più approfonditamente, mentre sulle pendici meridionali del rilievo fa la sua comparsa, in un momento ancora imprecisato, una chiesa dedicata a Santa Maria, nota con il suggestivo nome di Santa Maria di Minerbe.
Il volume riunisce, riordina e interpreta – dando voce a diversi studiosi – la ricca mole di dati restituiti dagli scavi e dalle fonti, ricostruendo come in una lunga narrazione una storia millenaria, poi lentamente riseppellita nelle viscere del monte, fino al momento della sua nuova riscoperta.

Per informazioni: SAP – Società Archeologica