MOSTRE / Al MANN di Napoli, Ercolano e Pompei viste con gli occhi dei primi visitatori [#recensione, #foto]

NAPOLI – (di Cristiana Barandoni) – Inaugurata il 28 giugno scorso,  la mostra “Ercolano e Pompei. Visioni di una scoperta” (visitabile al MANN di Napoli fino al 30 settembre 2018) è un vero e proprio viaggio indietro nel tempo, alla scoperta delle emozioni dei primi visitatori dei due celebri siti archeologici campani. 

Artisti, archeologi in erba, avventurieri e tanti, tanti studiosi si commossero alla notizia della scoperta di Ercolano nel 1738 e a quella di Pompei dieci anni dopo. Da quei fatidici momenti nulla fu più come prima, e in Italia cominciò a farsi largo un binomio che connotò da quel momento un preciso orientamento di studi: l’archeologia vesuviana. Da metà Settecento ad oggi, il flusso di studiosi, intellettuali e turisti non si è mai arrestato, trasformando le due famose cittadine campane, sepolte dalla violenza dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., in mete d’eccellenza per conoscere da vicino particolari e aspetti, per la maggior parte sconosciuti all’epoca, della vita degli antichi Romani.

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FIG 1 MANN, Salone della Meridiana

La mostra, allestita nel luminoso salone della Meridiana del MANN (fig. 1), ripercorre questi viaggi culturali offrendo allo spettatore odierno un punto di vista privilegiato: quello delle emozioni dei predecessori. Difatti, alcuni capolavori delle collezioni permanenti del Museo napoletano, come il bracciale d’oro a forma di serpente (fig. 2) proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei (VI 12,2) dialogano con le memorie scritte come acquerelli, incisioni, fotografie, disegni, vivide tracce lasciate ai posteri come ricordo delle straordinarie visite.

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FIG 2 Bracciale dalla Casa del fauno di Pompei

Gli oltre duecento oggetti in mostra contribuiscono a definire un percorso espositivo di alto rigore documentario: si tratta difatti di “un percorso in cui spiccano l’anello di re Carlo di Borbone, il taccuino con disegni acquerellati e annotazioni dell’inglese William Gell, il manoscritto inedito dell’abate Ferdinando Galiani sulle “Pitture antiche che si conservano nella Real Villa di Portici”, la prima raffigurazione dello scavo di Pompei del naturalista-botanico François de Paule Latapie, il corpus di tre piante di Pompei ed Ercolano dell’ingegnere svizzero Karl Jakob Weber.

Furono, gli illustri visitatori, di certo la miglior strategia di comunicazione ante litteram: con i loro appunti, i loro schizzi e disegni, raccolsero sul momento fugaci emozioni, sentendo il bisogno di fermare gli attimi delle scoperte (fig. 3). E questo, la mostra, lo racconta magistralmente, scegliendo ad esempio di coniugare memoria e reperto archeologico: è il caso di alcune pitture ercolanensi le cui didascalie, oltre a riportare i dati di rito, si allargano ai ricordi degli scopritori antichi.

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FIG 3 Antonio Piaggio, Memorie relative alle antichità e Papiri, Napoli 1769

Come quelli di Roque Joaquín de Alcubierre nel 1738 scoprì Ercolano e fin da subito cercò di fissare le sue impressioni redigendo diari in continuo aggiornamento; le sue, come quelle di tutti coloro che si avvicendarono nei siti vesuviani, furono memorie che necessitavano di essere tramandate nel tempo, a memento di coloro i quali avrebbero, in un lontano futuro, solcato quelle antiche strade. Con i suoi diari Alcubierre ci accompagna per mano in un viaggio introspettivo, reso per immagini e descrizioni vivide e puntuali; in calce all’intonaco dipinto con coniglio (fig. 4), leggiamo: 10 pitture delle quali una rappresenta un coniglio che mangia quattro fichi che ha davanti”. Era il 16 novembre del 1785, la gola secca dall’emozione, la mano tremante per la meraviglia, Alcubierre* era ancora lì, dopo quasi 50 anni dalla scoperta, a documentare le meraviglie dal suolo di Ercolano.

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FIG 4 Affresco con coniglio e fichi da Ercolano

Dunque, un vero e proprio viaggio delle e nelle meraviglie archeologiche, fotografiche e letterarie, reso possibile grazie alla collaborazione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli con il centro culturale m.a.x. di Chiasso supportati da numerose istituzioni e privati che hanno prestato le opere presenti nelle loro collezioni in Italia, Svizzera, Francia e Stati Uniti. La sinergia di questa virtuosa rete ha permesso di esporre alla mostra le opere di celebri artisti e letterati da Piranesi, François Mazois, William Gell, Luigi Rossini ai fratelli Alinari; meccanismo virtuoso che permette al visitatore, già attonito dalla bellezza della Sala espositiva, di calarsi ora nel ruolo di viaggiatore del Grand Tour, ora in quello degli archeologi del Novecento.

La seconda tappa della mostra (la prima si è svolta al m.a.x. di Chiasso in primavera) diviene dunque un cammeo di bellezza e ricordi, una pausa contemplatrice di cui fare tesoro se andate in visita al Museo napoletano.  

Per approfondire la figura di Alcubierre e sulle sue scoperte a Ercolano, si consiglia la visione del docufilm “Alcubierre – Scavando tra le carte”, produzione realizzata da “ilCartastorie – Museo dell’Archivio storico del Banco di Napoli” in collaborazione con l’Università Federico II.

(Cristiana Barandoni)


INFORMAZIONI

“Ercolano e Pompei. Visioni di una scoperta”
dal 28 giugno al 30 settembre 2018
Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Salone della Meridiana

Curatori: Nicoletta Ossanna Cavadini (Direttrice del m.a.x. di Chiasso); Pier Giovanni Guzzo (già Soprintendente di Napoli e Pompei); Maria Rosaria Esposito (Responsabile Biblioteca del Museo Archeologico Nazionale di Napoli)
Ingresso: con il biglietto del Museo
Sito web: www.museoarcheologiconapoli.it

 

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“Trame longobarde”, al MANN di Napoli si presenta il quaderno didattico

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NAPOLI – La mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” è un percorso composito, che travalica i confini di un tradizionale momento espositivo per divenire focus su diversi ambiti disciplinari: dall’arte all’archeologia medioevale, dalla storia dei costumi a quella dell’economia, dalla didattica alla letteratura.
In questa prospettiva, a ridosso della chiusura della mostra e prima del prosieguo del suo viaggio alla volta di San Pietroburgo, il MANN organizza un incontro dedicato a “Trame Longobarde/Lombard Textiles”, in programma venerdì 23 marzo, a partire dalle 11.30, presso la Sala Conferenze.

L’appuntamento è l’occasione per presentare il “quaderno” realizzato dall’Associazione “Italia Langobardorum” e legato al progetto didattico formativo su “Trame longobarde. Archietetture e tessuti”: il quaderno non soltanto è inerente alla mostra dossier, inserita all’interno del percorso espositivo dell’Archeologico, ma è soprattutto una base, ricca e precisa, per impiantare studi futuri.
All’incontro di venerdì prossimo sono previsti gli interventi di Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Stefano Balloch (Presidente Italia Langobardorum e Sindaco di Cividale del Friuli), Angela Maria Ferroni (Segretariato Generale MIBACT), Antonella Pinna (Dirigente Regione Umbria), Camilla Laureti (Assessore alla Cultura ed al Turismo del Comune di Spoleto), Maria Stovali (responsabile Ufficio UNESCO del Comune di Spoleto), Giorgio Flamini (Architetto), Glenda Giampaoli (Direttrice Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco).

APPUNTAMENTI / Una guida a fumetti per “riscoprire” i Longobardi

x1NAPOLI – [E.P.]  Un originale fumetto per raccontare la mostra  “I Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, in corso al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al 25 marzo: sarà presentata oggi, venerdì 9 marzo, a partire dalle 18, presso la Sala del Toro Farnese , la Guida Kids rivolta ai più piccoli per comprendere pagine importanti della nostra tradizione storico-artistica. La guida kids sarà distribuita ai bimbi partecipanti ai laboratori didattici previsti domenica 11 e lunedì 12 marzo, così come ai piccoli visitatori (6-11 anni) che, con le loro famiglie, godranno gli ultimi dieci giorni dell’esposizione.

All’incontro di presentazione del progetto parteciperanno Paolo Giulierini (Direttore MANN), Rosanna Romano (Direttore Generale per le politiche culturali ed il turismo- Regione Campania), Raffaella Martino (curatrice) e Mario Punzo (direttore Comix).
Nel corso del pomeriggio, interverranno anche Chiara Macor (sceneggiatrice), Carmelo Zagaria (disegnatore), Elpidio Cinquerana (colorista).

La pubblicazione va ad arricchire l’elenco delle pubblicazioni edite in occasione della grande esposizione internazionale dedicata ai Longobardi, che dopo Pavia e Napoli raggiungerà San Pietroburgo (leggi qui il nostro reportage sulla tappa pavese). Oltre al catalogo scientifico dell’esposizione, edito da Skira (pp. 528, euro 45,00), è di prossima pubblicazione, sempre per Skira, la guida “Itinerari longobardi in Campania. Benevento, Capua e Salerno”, a cura di Federico Marazzi e Paolo Peduto.

(e.p.)

 

MOSTRE / “Amori divini”, al MANN di Napoli un raffinato viaggio tra Eros e mito

NAPOLI – (di Cristiana Barandoni) Chi per mestiere o per passione visita i siti archeologici conosce bene la sensazione di cosa vuol dire camminare sulla storia.  Molto più difficile è poter sperimentare questa stessa sensazione in un museo. Difatti, nonostante gli sforzi che si possono fare, siamo pur sempre in un ambiente artefatto dove può accadere che il contesto venga a mancare e il reperto perda un po’ del suo fascino.

Bene, per una volta dimenticate tutto questo perché l’eccezione conferma la regola e la mostra Amori Divini ne è la riprova.  Allestita nelle sale attigue al salone della Meridiana, è una mostra nella mostra, poiché queste sale sono caratterizzate da pregiati pavimenti decorati asectiliamarmi antichi trasformati in motivi geometrici messi in opera nella prima metà dell’800 (alcuni di loro provengono dall’area vesuviana, in particolare dal “belvedere” della Villa dei Papiri di Ercolano). 

Fin dalle prime sale è percepibile la volontà di creare un ambiente dall’atmosfera quasi rarefatta, creata da colori molto scuri alternati alle terre Siena sulle pareti, in netto contrasto col bianco dei soffitti: una scelta vincente grazie alla quale è possibile apprezzare la vivacità dei colori delle opere in mostra (foto 1).

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Foto 1: Progetto di stARTT. Foto: Gabriele Lungarella

Avvolti, quasi ovattati in un mondo parallelo, i visitatori possono affrontare un percorso all’interno del mito, conoscere storie, leggende, amori che sono giunti immortali fino a noi. Colta ed elegante offre al visitatore circa 80 opere tra capolavori dell’arte antica raffiguranti storie di miti, sapientemente intervallati alle loro reinterpretazioni moderne; la scelta dei reperti si è basata su due ideali: seduzione e trasformazione. L’idea di accostare opere d’arte, accomunate dalla medesima iconografia ma realizzate in epoche differenti, offre allo spettatore da parte la visione antica e dall’altra la reinterpretazione degli stessi miti in chiave moderna, suggestione che non smette mai di sollevare curiosità e invita ad una relazione convincente con gli oggetti in mostra. Non è solo il “bello” che colpisce ma la narrazione degli eventi e la trasformazione del mito: un costante osservare con gli occhi di viaggiatori, di studiosi, di letterati, di tutti coloro i quali incontrarono sulla loro strada Paride, Ganimede, Leda, Europa.

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Foto 2: Dettaglio del pavimento

Appena entriamo ci troviamo subito di fronte a due sale nelle quali la fanno da padrone ceramiche a figure rosse di notevolissima fattura, in parte dalla collezione vascolare del MANN (foto 3), sulle cui superfici brillanti i miti raccontano sé stessi in un florilegio di forme e fluttuanti immagini; come quelle disegnate con tratti esuberanti e dal grande rilievo pittorico dell’anfora nolana attica a figure rosse dall’Hermitage di San Pietroburgo in cui leggiamo il mito di Europa che cavalca come una esperta amazzone, un toro.  Il ricchissimo immaginario antico si offre senza veli, narrato sulle meravigliose forme vascolari e dalle Metamorfosi di Ovidio, riportate sulle pareti. Colore e trasporto sono le basi sulle quali il racconto si presenta allo sguardo meravigliato del visitatore: anche non conoscendo nel dettaglio, è impossibile sentirsi disorientati, poiché la scelta delle opere esposte rivela una grande conoscenza del mito e una insolita capacità di raccogliere quelle diverse forme artistiche nelle quali lo troviamo meglio rappresentato.

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Foto 3: Sala 1 (foto: CB)

Il repertorio pompeiano è ideale fonte di ispirazione, specie quando la mitologia affronta temi amorosi, raffigurando amori accomunati da episodi con elementi in comune: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico. Come la storia di Ganimede il cui mito è raccontato su gemme, bronzetti e in maniera magistrale da due sculture, una antica risalente all’epoca antonina (dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 6351) in candido marmo bianco, e da un gesso moderno, armoniosa opera di Bertel Thorvaldsen (foto 4) dalle collezioni dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma (inv.0104). Il mito è raccontato dalle opere nelle sue fasi più significative, dal primo incontro con Zeus, al febbrile volo in cielo con i due protagonisti stretti in un affettuoso abbraccio, magistralmente ritratti nel dipinto di Anton Domenico Gabbiani dalle Gallerie degli Uffizi (inv. 1890 n. 2176), fino alla conclusione della vicenda, con un serafico Ganimede coppiere divino; le opere si completano, declinando con estrema delicatezza un “amore rubato”, nato dalla necessità di possesso ad ogni costo. L’opera antica è esaltata dal contraltare moderno e assieme offrono una visione che si allontana, nell’originale e nella sua riedizione, dal gesto succube della divinità che si fa altro pur di conquistare l’amato. Del resto non dobbiamo mai perdere di vista che la mostra celebra, in tutte le sue accezioni, la seduzione, qui coralmente sublimata dal gioco accattivante degli sguardi, in un dialogo silente ma percepibile visivamente.

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Foto 4: Berthel Thervaldsen, Ganimede abbevera l’aquila

Racconti di dei e interpreti leggendari, le cui storie si fondano da una parte, sulla seduzione delle immagini e degli sguardi, e dall’altra sulla inarrestabile metamorfosi della creatività, generata in epoca moderna specialmente a cavallo fra Sei e Settecento, condizione necessaria per rapportarsi, in maniera dialogica, al mito e al mondo antico in generale; il succedersi degli eventi non affatica bensì coinvolge lo spettatore che sceglie, quasi inconsapevolmente, di procedere nelle sale come se in realtà stesse entrando nel vivo del mito e potesse d’un tratto incontrarne i protagonisti.

Una cornice aurea inquadra le storie appassionate delle divinità, ritratte spesso e volentieri nel loro sanguigno umanesimo, per mezzo del quale si rievoca la bellezza del mondo antico che in quegli stessi miti spesso e volentieri si rispecchiava. Gli affreschi di Pompei sono uno spaccato di vita sociale che racconta attraverso gli occhi degli antichi paure, delusioni, passioni, speranze che ritroviamo tradotte, forse in una chiave più manierata, nelle opere moderne, specialmente nei dipinti. È con questi occhi che è ragionevole interpretare la storia di Diana e Atteone, narrata nello straordinario olio su tela di Giovan Battista Tiepolo (dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, inv. 754) che dialoga senza soluzione di continuità con l’olio su rame di Joseph Heintz il Vecchio (Paesaggio con Diana e Atteone dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Palazzo Barberini  Galleria Corsini, inv. 1252) che a sua volta conversa con un delicatissimo marmo proveniente dal Museo Nazionale del Bargello, opera di Francesco Di Simone Mosca detto Moschino (inv. 310 S).

Se Moschino ha deciso di trasformare la pietra per il suo racconto e puntare l’attenzione sui personaggi protagonisti, Tiepolo e Heintz il Vecchio invece preferiscono raccontare l’episodio che precede la condanna lavorando sui paesaggi, tratteggiati in toni scuri e uniformi, perfetto palcoscenico per figure manieriste, le cui nudità volutamente esibite sono segni inequivocabili di fecondità.    

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Foto 5: Giambattista Tiepolo, Diana e Atteone (Venezia, Gallerie dell’Accademia, olio su tela, 1720-22)

Tiepolo (foto 5) rappresenta la scena all’interno di una grotta dalle atmosfere quasi oniriche, la cui volta ombreggia il laghetto dove la dea è colta di sorpresa in compagnia delle sue ancelle: Atteone da lontano non ha ancora capito probabilmente che la trasformazione è già in atto. Immancabile la versione antica del mito ben evidenziata in due opere: una pinax in terracotta (dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, inv. MRC 731) in cui il protagonista è ritratto mentre viene dilaniato dai cani e nell’intonaco dipinto ad affresco proveniente dall’area vesuviana (dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli).

Per questo e molto altro ci sarebbe da raccontare ma vi priveremmo della sorpresa della visita. Non vi resta che andare a sperimentare di persona quanto la reinterpretazione del mito sia stata uno dei motivi più cari alla storia dell’arte a partire dal Rinascimento. E quanto, ancora oggi, ne restiamo incredibilmente affascinati.

(Cristiana Barandoni)


INFORMAZIONI

AMORI DIVINI
NAPOLI, MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
7 giugno – 16 ottobre 2017
Orari: 
Aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.30 (ultimo ingresso ore 19.00). Martedì chiuso
Biglietti: 
si accede alla mostra con il biglietto di ingresso al Museo
Intero:12 euro, Ridotto:6 euro
Tel.  
081 4422149
man-na@beniculturali.it
www.museoarcheologiconapoli.it
Sito mostra: www.mostraamoridivini.it

La mostra, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, vede la partecipazione di Luigi Gallo e Valeria Sampaolo ed è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con l’organizzazione di Electa.

Napoli, riaperta al MANN la sezione epigrafica: 300 le opere esposte

NAPOLI – A sei anni dalla chiusura, ha riaperto oggi la Sezione Epigrafica del MANN-Museo Nazionale Archeologico di Napoli, dotata di un nuovo allestimento, corredata da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali ripensati per l’occasione
e da un volume-guida edito da Electa. Si tratta di una delle raccolte di iscrizioni greche, italiche e latine, tra le più prestigiose al mondo; documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale.

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Le epigrafi – di qualunque natura – sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo. Nell’insieme si tratta di oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI secolo a. C. al IV secolo d. C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di
norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori, declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono rozzi o sconci disegni.

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Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, professore dell’Università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma e Accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, Capo Conservatore delle Collezioni del MANN. Dopo la Sezione Egiziana e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del MANN dalla fine del 2015 .

 

Info: www.museoarcheologiconapoli.it

 

 

Longobardi, una mostra per un popolo che ha cambiato la storia [FOTO]

unnamedMILANO – Oltre trecento reperti, molti dei quali inediti, trovati in occasione degli scavi degli ultimi anni oppure riemersi da un’approfondita indagine nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e che quindi saranno esposti per la prima volta in assoluto al pubblico. “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”  si annuncia come la più importante mostra mai realizzata sui Longobardi. Presentata oggi a Milano, a Palazzo Litta  (abbiamo partecipato alla conferenza stampa),  sarà ospitata in tre sedi:   dal prossimo primo settembre al Castello di Pavia, dal 15 dicembre al MANN di Napoli  e ad aprile 2018 al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo.

15 ANNI DI RICERCHE – La mostra rappresenta il punto di arrivo di oltre 15 anni di nuove indagini archeologiche, epigrafiche e storico-politiche su siti e necropoli altomedievali, frutto del rinnovato interesse per un periodo cruciale della storia Italiana ed europea. Con l’appoggio scientifico e la collaborazione fattiva del Mibact, la mostra – che a Pavia rientra nel progetto Cult City della Regione Lombardia – si presenta come un vero evento già nei numeri.

OLTRE 300 OPERE ESPOSTE – Oltre 300 le opere esposte; più di 100 i musei e gli enti prestatori; oltre 50 gli studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira, 32 i siti e i centri longobardi rappresentati in mostra, 58 i corredi funerari esposti integralmente, 17 i video originali e le installazioni multimediali (touch screen, oleogrammi, ricostruzioni 3D, ecc.); 4 le cripte longobarde pavesi, appartenenti a Istituzioni diverse, aperte per la prima volta al pubblico in un apposito itinerario; centinaia i materiali dei depositi del MANN vagliati dall’Università Suor Orsola Benincasa, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel museo napoletano.

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Corredo con guarnizioni di cintura in ferro ageminato con decoro a stuoia di tipo merovingio Aosta, Soprintendente per i beni e le attività culturali Regione autonoma Valle d’Aosta

Curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi con Ermanno Arslan, Carlo Bertelli, Caterina Giostra, Saverio Lomartire e Fabio Pagano e con la direzione scientifica di Susanna Zatti, Paolo Giulierini e Yuri Piotrovsky, la mostra organizzata da Villaggio Globale International consentirà – a differenza di precedenti eventi – di dare una visione complessiva e di ampio respiro (dalla metà del VI secolo, dalla presenza gotica in Italia,alla fine del I millennio) del ruolo, dell’identità, delle strategie, della cultura e dell’eredità del popolo longobardo che nel 568, guidato da Alboino, varca le Alpi Giulie e inizia la sua espansione sul suolo italiano: una terra divenuta crocevia strategico tra Occidente e Oriente, un tempo cuore dell’Impero Romano e ora sede della Cristianità, ponte tra Mediterraneo e Nord Europa.

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Borchia oro e decorazione con gemme Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Frutto di una “coproduzione” tra Pavia, capitale del Regno longobardo, e Napoli città bizantina ma punto di riferimento economico e culturale del Ducato di Benevento, “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” ricostruisce dunque le grandi sfide economiche e sociali affrontate dai Longobardi e riflette sulle relazioni e sulle mediazioni culturali che dominarono quei secoli di guerre e scontri, alleanze strategiche e grandi personalità.

Il Ducato di Benevento, rimasto in vita come stato indipendente sin oltre la metà dell’XI secolo, non solo conservò memoria e retaggio del Regno di Pavia abbattuto da Carlo Magno nel 774, ma elaborò un proprio originale ruolo di cinghia di trasmissione fra le culture mediterranee e l’Europa occidentale.  Parlarne oggi, in una fase di cambiamenti altrettanto marcati come quelli che si verificarono nell’Italia longobarda, significa per i curatori sperimentare la possibilità di costruire una visione “dal Mediterraneo” all’intera Europa, e mostrare una prospettiva del nostro continente in cui i legami fra le aree transalpine e quelle meridionali appaiano assai più equilibrati e dialoganti di quanto molta storiografia non abbia da sempre teso a rappresentare.

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Il carattere internazionale dell’evento, promosso insieme ad uno dei più prestigiosi musei al mondo, il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, e presentato – dopo Pavia e Napoli – nel 2018 in Russia, dove per la prima volta verranno accesi i riflettori sulla civiltà longobarda, è il segnale più concreto della consapevolezza che gli incroci di civiltà risultano sempre più evidenti e ineludibili.

LA MOSTRA FRA NOVITÀ E CAPOLAVORI
Con queste premesse e questi obiettivi la mostra – che ha un corpus espositivo unitario per le tre sedi e alcune specifiche varianti legate alle peculiarità dei luoghi e alla necessità di alternare taluni oggetti – si sviluppa in otto sezioni, con un allestimento di grande fascino e di assoluta novità nel campo archeologico, che incrocia creatività, design e multimedialità: dal cupo contesto in cui s’innesta in Italia l’arrivo dei Longobardi ai modelli insediativi ed economici introdotti dalla loro presenza; dalle strutture del potere e della società nel periodo dell’apogeo alle testimonianze della Longobardia Meridonale tra Bizantini e Arabi, principati e nuovi monasteri.
Straordinaria è la testimonianza in mostra di numerose necropoli recentemente indagate con metodi multidisciplinari e mai presentate al pubblico, che consentono una ricostruzione estremamente avanzata della cultura, dei riti, dei sistemi sociali ma anche delle migrazioni delle genti longobarde, provate grazie a sofisticate e innovative analisi di laboratorio del DNA e sugli isotopi stabili (elementi in traccia nelle ossa, lasciate dall’acqua e dall’alimentazione) effettuate per esempio su ritrovamenti recenti in Ungheria.
Innanzitutto si esporranno per la prima volta alcuni contesti goti con la sovrapposizione di gruppi longobardi come il nucleo di tombe di Collegno in provincia di Torino, ove sono stati ritrovati due individui, entrambi esposti, di cui un bambino di 7 anni, con la deformazione artificiale dei crani: una pratica di distinzione sociale diffusa tra gli Unni
e i Germani dell’Europa centro-orientale.

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Fibula a S argento dorato, almandine e pietre dalla Necropoli Cella Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale

Tra le più recenti scoperte, eccezionale, per le sue dimensioni, appare la necropoli cuneese, di Sant’Albano Stura – di cui si dà conto – dove sono state riportate in luce quasi 800 tombe quando nelle altre località si contano in genere tra le 100 e le 300 sepolture. I grandi sepolcreti in campo aperto testimoniano comunque la divisione in clan e lo stadio culturale e religioso dei Longobardi al loro arrivo in Italia, legato ancora a valori pagani e guerrieri come mostrano le armi, il sacrificio del cavallo, offerte alimentari e decori animalistici.

Altre importanti necropoli sono emerse in tante località d’Italia: tra queste quella del Portone di Nocera Umbra (PG) [cui abbiamo dedicato anche un ampio articolo su  Medioevo, il mensile di riferimento del settore, ripreso anche dal sito dell’importante Festival del Medioevo di Gubbio in occasione del Luglio Longobardo,  l’evento che da sei anni curiamo nella cittadina umbra] e Castel Trosino (AP)

Accanto agli scheletri di cavallo e di due cani da Povegliano Veronese, nella Longobardia Minor (Il ducato di Benevento), nelle necropoli di Campochiaro, numerosi cavalieri sono stati sepolti accanto al loro cavallo bardato (nella stessa fossa), a dimostrare quella composizione multietnica di cui parlano le fonti scritte, dotati com’erano di staffe e altri complementi rari per tipologia in Italia, ma diffusi tra le culture nomadiche.

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Tra le più ricche sepolture longobarde vi sono quelle femminili di Torino-Lingotto e Parma-Borgo della Posta con le magnifiche fibule decorate a filigrana o in cloisonné e il guerriero di Lucca-Santa Giulia evidenza di una società fortemente militarizzata
(gli scudi circolari con umbone centrale, lo scramasax, la spada a due tagli, ecc.)
Tipici dell’artigianato germanico e tra le più raffinate manifatture sono i corni potori in vetro – rosa vinaccia da Cividale, verde da Spilamberto, blu da Castel Trosino – con filamenti applicati a onde che imitano i corni animali e che l’aristocrazia usava per bere: prestigioso simbolo di status che rimanda alla convivialità e all’ostentazione sociale del banchetto.

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Lo spaccato di un’economia frammentata e profondamente modificata rispetto all’Italia romana, in ragione anche dei mutamenti climatici, così come l’importanza raggiunta da diversi castelli e dalle città di riferimento dei ducati longobardi, sono ricordati in mostra grazie a oggetti di vario genere: da quelli d’uso comune – anfore, lucerne, pesi – alle monete coniate dai singoli ducati, affiancate a partire dal VII secolo da coniazioni nazionali, fino ad elementi architettonici che, insieme a un’approfondita rassegna di arredi liturgici, mostrano il diffondersi del cattolicesimo in continua alternanza
alla fede ariana.
Tra i materiali esposti spiccano il Pluteo con croci da Castelseprio prestato dal Museo di Gallarate (VA), il Pluteo con leoni e pavoni della Cattedrale di Modena (Capitolo Metropolitano della Cattedrale di Santa Maria Assunta) o quello, sempre con pavoni, da Santa Maria Etiopissa di Polegge (VI) – tutti marmi lunghi quasi due metri; o ancora l’iscrizione funebre di Raginthruda o il bellissimo Pluteo con agnello entrambi dai Musei Civici di Pavia, Capitale del regno.
Dalla cultura animalistica germanica dei primi tempi, che prediligeva la raffigurazione di animali astratti e scomposti, riflesso di una visione formale istintiva e irrazionale, si passò gradualmente ad assumere nuovi contenuti cristiani, linguaggi formali e temi iconografici, recepiti sia dal mondo romano che da quello bizantino. E contò pure il fatto che dal 685 al 752 la sede papale fosse occupata da papi greci o siriaci.
Voci del passato longobardo giungono anche dai manoscritti preziosi che la mostra ci offre accanto alle epigrafi.

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Nei monasteri di Montecassino e San Vincenzo al Volturno fu perfezionata la scrittura cosiddetta beneventana o longobarda, che fiorì in opposizione alla scrittura rotonda dell’Europa carolingia. Eccezionale monumento di questa cultura è il codice delle omelie, qui esposto, eseguito a San Vincenzo al Volturno.
La mostra si conclude con la grande fioritura della Longobardia Minor che prolunga – caduta Pavia ad opera di Carlo Magno – la presenza longobarda in un ducato autonomo in Italia, fino all’XI secolo.
È nel principato di Benevento e poi negli stati di Salerno e Capua – distaccatisi nel corso del IX secolo – che la presenza longobarda produrrà esperienze originali d’incontro con le culture greca e islamica da un lato, e con quella del mondo franco-tedesco dall’altro. È in questi secoli che si forma l’identità peculiare del Meridione, in bilico fra Europa e Mediterraneo, i cui esiti finali saranno rappresentati dall’eredità di tradizioni espresse in età normanna e sveva.

3. CoppiaFibule
Tantissimi i capolavori (oltre ai reperti da San Vincenzo al Volturno ) che testimoniano il valore artistico e la maturità espressiva raggiunta in questi secoli nel Sud Italia e le contaminazioni culturali: la Stele con l’Arcangelo dal Museo di Capua – considerato il santo “nazionale” del popolo longobardo – datata fra IX e X secolo, costituisce un esempio squisito della produzione più matura della scultura figurativa longobarda meridionale; Il Disco aureo con Cristo e gli Angeli dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli è un esempio di altissimo livello dell’oreficeria napoletana di influsso bizantino (o d’importazione bizantina) presente nella città partenopea agli esordi dell’età ducale; la Lastra con grifoni dall’Antiquarium di Cimitile (NA) un esempio eccellente della scultura di arredo liturgico di età tardo longobarda (sec. XI) che attesta stilemi di origine arabo bizantina.

8. CatinoDecorato
La grande epopea longobarda si ripercorre in mostra anche grazie alle suggestioni offerte da un allestimento originalissimo, basato su evocazioni cromatiche e materiche affidato ad Angelo Figus – una delle anime creative più sensibili del momento, capace di incrociare le istanze del design e della moda con quelle della cultura – e grazie a supporti e soluzioni tecnologiche multimediali, virtuali e immersive che offriranno suggestioni e molteplici contenuti.
A Pavia, il percorso non può che concludersi con un ulteriore approfondimento, nella sezione permanente dei Musei Civici nel Castello dedicata alla Pavia Longobarda ricca di alcuni noti capolavori, come il sarcofago di Toedote, introdotto in occasione della mostra – e poi in via definitiva – da una serie di contributi multimediali altamente innovativi a partire dalla ricostruzione a volo d’uccello della città del tempo, di cui non  rimangono tracce in alzato ma molti tesori da scoprire. Il catalogo sarà pubblicato da Skira.

© RIPRODUZIONE RISERVATA – PERCEVAL ARCHEOSTORIA

Fonte: materiali stampa ufficiali

MOSTRE / Presentata “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, da settembre a Pavia, Napoli e in Russia

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LEGGI L’ARTICOLO AGGIORNATO DOPO LA CONFERENZA STAMPA DEL 25/5/2017

 https://percevalasnotizie.wordpress.com/2017/05/25/longobardi-pavia-napoli-russia/

 

Vecchio articolo:

PAVIA – L’hanno annunciata come la più importante mostra mai realizzata sui Longobardi e sarà ospitata in tre sedi: Pavia, Napoli e San Pietroburgo. L’accordo di partnership tra i Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia e il MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli è stato siglato oggi. Ed ora è ufficiale: dal prossimo primo settembre al Castello di Pavia, dal 15 dicembre al MANN di Napoli  e ad aprile 2018 al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo sarà esposta “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”. 

15 ANNI DI RICERCHE – Susanna Zatti direttrice dei Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia e Paolo Giulierini direttore del MANN-Museo Archeologico Nazionale di Napoli hanno siglato questa mattina a Pavia – presenti il Sindaco della città lombarda Massimo Depaoli, l’Assessore alla Cultura Giacomo Galazzo e Maurizio Cecconi Segretario Generale di Ermitage Italia – l’atto ufficiale che definisce la collaborazione per la realizzazione di una mostra che, per gli studi scientifici svolti, l’analisi del contesto storico italiano e più ampiamente mediterraneo ed europeo, per i materiali esposti, quasi totalmente inediti, e per le modalità espositive, definiscono  “epocale” .

Si tratta del punto di arrivo di oltre 15 anni di nuove indagini archeologiche, epigrafiche e storico-politiche su siti e necropoli altomedievali, frutto del rinnovato interesse per un periodo cruciale della storia Italiana ed europea.

Con l’appoggio scientifico e la collaborazione fattiva del Mibact, la mostra – che a Pavia rientra nel progetto Cult City della Regione Lombardia – si presenta come un vero evento già nei numeri.

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Orecchino oro e smalti Napoli, Museo Archeologico Nazionale

OLTRE 300 OPERE ESPOSTE – Oltre 300 le opere esposte; più di 100 i musei e gli enti prestatori; oltre 50 gli studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira, 32 i siti e i centri longobardi rappresentati in mostra, 58 i corredi funerari esposti integralmente, 17 i video originali e le installazioni multimediali (touch screen, oleogrammi, ricostruzioni 3D, ecc.); 4 le cripte longobarde pavesi, appartenenti a Istituzioni diverse, aperte per la prima volta al pubblico in un apposito itinerario; centinaia i materiali dei depositi del MANN vagliati dall’Università Suor Orsola Benincasa, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel museo napoletano.

 

 

 

 

 

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Pluteo con agnello marmo Pavia, Museo Civici

Curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi con Ermanno Arslan, Carlo Bertelli, Caterina Giostra, Saverio Lomartire e Fabio Pagano e con la direzione scientifica di Susanna Zatti, Paolo Giulierini e Yuri Piotrovsky, la mostra organizzata da Villaggio Globale International consentirà – a differenza di precedenti eventi – di dare una visione complessiva e di ampio respiro (dalla metà del VI secolo, dalla presenza gotica in Italia,alla fine del I millennio) del ruolo, dell’identità, delle strategie, della cultura e dell’eredità del popolo longobardo che nel 568, guidato da Alboino, varca le Alpi Giulie e inizia la sua espansione sul suolo italiano: una terra divenuta crocevia strategico tra Occidente e Oriente, un tempo cuore dell’Impero Romano e ora sede della Cristianità, ponte tra Mediterraneo e Nord Europa.

Frutto di una “coproduzione” tra Pavia, capitale del Regno longobardo, e Napoli città bizantina ma punto di riferimento economico e culturale del Ducato di Benevento, “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” ricostruisce dunque le grandi sfide economiche e sociali affrontate dai Longobardi e riflette sulle relazioni e sulle mediazioni culturali che dominarono quei secoli di guerre e scontri, alleanze strategiche e grandi personalità.

Il Ducato di Benevento, rimasto in vita come stato indipendente sin oltre la metà dell’XI secolo, non solo conservò memoria e retaggio del Regno di Pavia abbattuto da Carlo Magno nel 774, ma elaborò un proprio originale ruolo di cinghia di trasmissione fra le culture mediterranee e l’Europa occidentale.  Parlarne oggi, in una fase di cambiamenti altrettanto marcati come quelli che si verificarono nell’Italia longobarda, significa per i curatori sperimentare la possibilità di costruire una visione “dal Mediterraneo” all’intera Europa, e mostrare una prospettiva del nostro continente in cui i legami fra le aree transalpine e quelle meridionali appaiano assai più equilibrati e dialoganti di quanto molta storiografia non abbia da sempre teso a rappresentare.

Il carattere internazionale dell’evento, promosso insieme ad uno dei più prestigiosi musei al mondo, il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, e presentato – dopo Pavia e Napoli – nel 2018 in Russia, dove per la prima volta verranno accesi i riflettori sulla civiltà longobarda, è il segnale più concreto della consapevolezza che gli incroci di civiltà risultano sempre più evidenti e ineludibili.

© RIPRODUZIONE RISERVATA – PERCEVAL ARCHEOSTORIA

MOSTRE / A Comacchio (Fe) “Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura”

COMACCHIO (Fe) – A Palazzo Bellini di Comacchio (Fe) è in corso fino al 2 maggio una mostra che raccoglie alcuni preziosi reperti dell’immenso patrimonio proveniente dagli scavi di Pompei ed Ercolano. Un affascinante viaggio alla scoperta dell’evoluzione del linguaggio e degli strumenti della comunicazione che, partendo dal valore dei tesori pompeiani – vero apice delle forme di comunicazione relative al mondo antico – ripercorre la storia della scrittura attraverso i secoli.
Il progetto di allestimento della mostra si configura come il primo atto concreto che certifica il Protocollo d’intesa siglato lo scorso luglio tra il Comune di Comacchio e il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Il protocollo prevede un impegno alla reciproca promozione dei musei cittadini, allo scambio di reperti per la realizzazione di eventi espositivi, alla condivisione di esperienze e pratiche virtuose in ambito scientifico e nella gestione di strutture museali.
Si tratta di un accordo strategico che inaugura un nuovo modello di collaborazione tra grandi musei e piccole realtà espositive; un modello virtuoso di disseminazione sul territorio nazionale di beni culturali, che vede Comacchio, con i suoi oltre 4 milioni di presenze turistiche ogni anno, nella veste di apripista. La prestigiosa partnership con il MANN, il più importante museo al mondo d’antichità romane, richiama connessioni reali: anche Comacchio si connota per un ricchissimo patrimonio di emergenze archeologiche che gli eventi naturali hanno cristallizzato e difeso nel tempo (un po’ come successe con le vestigia di Pompei sommerse dall’eruzione del Vesuvio).

Così a Palazzo Bellini di Comacchio, storica sede culturale del centro lagunare, a partire dal 17 dicembre si potranno ammirare 19 reperti provenienti dai depositi del MANN. Piccoli tesori nascosti, che per questioni di spazio e scelte museali non trovano spazio nelle sale di esposizione nel Museo di Napoli – alcuni dei quali assolutamente inediti – e che grazie alla mostra comacchiese avranno ora una appropriata vetrina.
I reperti di Pompei ed Ercolano, tra i quali spiccano strumenti per la scrittura come tavolette di cera, un sigillo e un calamaio, un piccolo busto in bronzo e soprattutto diversi frammenti di affreschi (uno di essi, Polifemo che riceve una lettera da Amorino, è diventato l’immagine ufficiale della mostra) saranno suddivisi in quattro sale, nelle quali sono state ricreate le atmosfere degli ambienti pompeiani. Questi oggetti permetteranno di sviluppare le diverse tematiche legate alla storia della comunicazione: la diffusione dell’arte scrittoria, l’esibizione della cultura, l’aspetto evocativo di segni e immagini, il potere della parola nella propaganda politica e religiosa.
A partire dal potere figurativo di un’antichità conosciuta in tutto il mondo, il racconto dell’evoluzione storica dei modi della comunicazione porterà il visitatore fino alle esperienze contemporanee dei simboli iconici e del fenomeno della street art. All’interno del discorso troverà spazio anche un riferimento legato alla storia culturale di Comacchio: nell’ultima sala verrà esposto un dipinto che ritrae il martirio di San Cassiano, il patrono di Comacchio, insegnante presso una schola scriptoria e caduto sotto colpi di stilo per mano dei propri allievi.
La mostra di Palazzo Bellini, a cura di Lorenzo Zamboni e Carla Buoite, rappresenta per Comacchio la prima tappa di un più ampio progetto di valorizzazione archeologica del territorio, che troverà la sua massima espressione nella primavera del 2017 con l’apertura del Museo del Delta Antico presso il palazzo settecentesco restaurato già sede dell’Ospedale degli Infermi. Una mostra che dà ulteriore concretezza e solidità alla corsa al titolo di Capitale Italiana della Cultura 2018, per cui Comacchio è attualmente tra le città finaliste.

 


Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura
Dal 17 Dicembre 2016 al 02 Maggio 2017

COMACCHIO (FE), Palazzo Bellini
Orario:

Tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18. Chiuso 25 dicembre 2016, 1 gennaio 2017
Informazioni: http://www.comune.comacchio.fe.it

ANTEPRIME / Il ritorno dei Faraoni: al MANN di Napoli a ottobre riapre la sezione egizia

NAPOLI – Grandi novità in arrivo per il MANN, il Museo Archeologico di Napoli. Dopo sei anni di chiusura, a ottobre riaprono finalmente  (inaugurazione aperta al pubblico 7 ottobre ore 17.00) la Sezione Egiziana e la Sezione Epigrafica, con oltre 1400 reperti e 10 sale interamente riallestite con un nuovo percorso espositivo e un’ampia offerta didattica.

Si tratta di un’eredità molto importante, quella custodita tra le sale del Museo napoletano. Il “Real Museo Borbonico di Napoli” fu infatti, nell’Ottocento, il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni.  Seguiranno a ruota gli altri Paesi: nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Quella di Napoli è dunque la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino.
La riapertura rientra nel piano strategico annunciato a luglio dal nuovo direttore Paolo Giulierini e segue l’inaugurazione, qualche mese fa, della Sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi gli eventi concludono l’importante progetto “Pompei e l’Egitto”, condotto in collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e appunto il Museo napoletano.

LA PIU’ ANTICA RACCOLTA EGIZIA D’EUROPA – Gli oltre 1200 oggetti fanno parte di una raccolta formatasi in gran parte prima della famosa spedizione napoleonica che contribuì in maniera determinante alla riscoperta, in Europa, dell’Egitto e dell’Oriente: essa è composta da parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta Dama di Napoli, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri. Tutti questi reperti torneranno visibili in un allestimento progettato dal MANN e dall’Università “l’Orientale” di Napoli, completamente ripensato rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta.

UN PERCORSO TUTTO NUOVO – Il percorso nelle sale del seminterrato è stato oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico e ospiterà ora una esposizione suddivisa in grandi temi: “Il faraone e gli uomini”, “la tomba e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenterà – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. Riemergeranno quindi le figure affascinanti, ai più sconosciute, di alcuni importanti collezionisti e avventurieri che con vicende anche rocambolesche contribuirono non poco alla crescita delle collezioni napoletane. E’ il caso, ad esempio, del cardinale Stefano Borgia che, animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789 implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone.
Troveremo anche il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo
per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

I GIOIELLI DELL’EPIGRAFIA LATINA E GRECA – Altra riapertura importante, anch’essa dal prossimo 8 ottobre, sarà quella  della Sezione Epigrafica, che riallestirà  nel riordinamento curato dal dipartimento di Studi umanistici della Università Federico II di Napoli la parte  più significativa delle immense raccolte di iscrizioni del mondo greco-romano (in tutto si tratta di migliaia di pezzi) custodite presso il MANN e provenienti  dal nucleo Farnese, dalle raccolte dei Borgia, da quelle dell’erudito campano Francesco Daniele e di monsignor Carlo Maria Rosini fino ai ritrovamenti effettuati in Campania e nel Mezzogiorno d’Italia, dal Settecento ai giorni nostri. Tra gli oltre 200 documenti spiccano le testimonianze di aspetti della vita pubblica e privata, difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani, quali i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori, i graffiti su intonaco, a volte in versi a volte accompagnati da rozzi disegni.
Dalla documentazione in lingua greca, con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa/Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano. Eccezionale poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico), come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C. o quella sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C.  Tanti i materiali significativi ci sono le cosiddette Tavole di Eraclea, lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, rinvenute nel 1732 in Basilicata nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota; in greco sono le Laminette orfiche di Thurii:
sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica; in osco invece la Meridiana delle Terme Stabiane.
Vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al MANN) della cosiddetta Tavola bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali e – infine – le iscrizioni con i nomi di quanti vinsero i Sebastà in diverse edizioni, in gare atletiche,
ippiche e artistiche, scoperte alla fine del XIX secolo durante i lavori del Risanamento in prossimità di Piazza Nicola Amore a Napoli dove, nel 2003 durante i lavori per la linea 1 della metropolitana, sarebbero stati rimessi in luce il tempio per il culto di Augusto
e il portico di uno dei ginnasi di Napoli con numerosi altri frammenti di analoghe monumentali iscrizioni.

NUOVE GUIDE, FUMETTI E DIDATTICA – Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica e arricchita da contributi multimediali si annuncia  la didattica di entrambe le sezioni. Per quella egizia sarà pubblicata  in un nuovo formato editoriale, una nuova guida (la prima di una serie) a cura di Electa, accompagnata da un albo a fumetti appositamente creato da Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel Museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di: “Nico e l’indissolubile problema…egizio”.  Il fumetto rientra nel progetto OBVIA ideato da Daniela Savy (Università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda Università di Napoli) con il quale il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.

Per informazioni: Sito ufficiale del MANN

MOSTRE / “Pompeii. The Exhibition”: in autunno la città vesuviana in Grand Tour negli Usa

NAPOLI – Si intitola “Pompeii. The Exhibition” e poterà fino a maggio 2018 in tour negli Stati Uniti (Kansas City, Phoenix, Tampa) altre bellezze archeologiche e artistiche che giacciono nei depositi della celeberrima città distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C .  Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) ha presentato oggi l’accordo di collaborazione con la società americana Exhibitions  International che porterà l’esposizione in tour ottenendo così un duplice obiettivo: il museo non si priverà delle opere esposte in collezione permanente e potrà al contempo assolvere alla grande richiesta di interesse per le testimonianze della vita quotidiana delle città vesuviane che arriva da tutto il mondo. L’auspicio è anche quello di rafforzare e consolidare l’immagine del Museo oltreoceano attirandone il pubblico verso la “casa madre” come turisti.

IL MANN, UN MUSEO DIFFUSO – “Il Mann – si legge nella nota stampa diramata dopo la presentazione odierna – è senz’altro Pompei e lo dimostra la sua importante e vasta collezione di antichità vesuviane. Ma il Mann è anche tanto altro e molti sono i progetti che intende sviluppare all’estero”. E’ il museo della capitale del regno dei Borboni, luogo dove si registra la nascita dell’attenzione ai valori della cultura classica occidentale. Qui si concentrano grandissime risorse: il patrimonio più importante al mondo di statuaria classica portato a Napoli dalla famiglia Farnese, che rappresenta l’exemplum di tutta l’evoluzione della scultura occidentale.; il portale della cultura italica e della Magna Grecia, grazie ai ritrovamenti effettuati in tutto il Regno delle Due Sicilie; la seconda più grande sezione egizia – dopo quella di Torino – con la peculiarità di avere un lotto di oggetti entrati in Italia prima della spedizione napoleonica, dove è possibile scoprire il gusto della cultura egizia pre-Napoleone. Considerato uno dei più importanti musei archeologici al mondo, il MANN è tra le poche istituzioni in Italia che possa sostenere una politica di offerta così ampia e costante, grazie alla qualità e quantità di opere di valore straordinario custodite nei depositi. Come sottolinea il direttore Paolo Giulierini “Napoli è l’unico caso in Italia che può sostenere questa politica, ovvero realizzare mostre all’estero senza depotenziare la propria offerta e questa è l’originalità di Napoli. Il MANN nel mondo, attraverso video e documentazioni delle mostre che sono in corso nel mondo, ci permetterà di rendere il Mann, un Museo diffuso”.

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GRAND TOUR A TAPPE – Nel 2013-2015 la mostra itinerante dal titolo “Pompei. The Exhibition”, realizzata dal MANN grazie al supporto e alla competenza scientifica dell’allora Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, aveva  portato negli Stati Uniti un primo progetto di mostra pilota su Pompei. E i dati dei visitatori nelle sedi espositive delle tre città coinvolte negli Stati Uniti confermano la riuscita del progetto: Philadelphia, Franklin Institute (cinque mesi di permanenza, 204.401 visitatori), Los Angeles, California Science Center (otto mesi di permanenza, 298.830 visitatori) e Seattle, Pacific Science Center (tre mesi di permanenza, 180.340 visitatori). Sulla scia dunque del successo, ecco dunque il nuovo accordo per il “Grand tour” negli Stati Uniti da novembre 2016 a maggio 2018. Le tappe previste, saranno Kansas City, Union Station, passando per Phoenix  da giugno ad ottobre 2017 e infine a Tampa presso il Museum of Science and Industry, da novembre 2017 fino a maggio 2018.

UNA NOVITA’: LA DOMUS DEL CITARISTA – La novità del progetto “Pompeii. The Exhibition”, è che mostrerà per la prima volta un importantissimo complesso di affreschi e sculture scoperti nella Domus del Citarista, una delle più complesse ville pompeiane.Scoperta nel 1853 quando fu rinvenuta la statua di Apollo con cetra, da cui prende il nome, la domus era la residenza dei Popidii, una delle più antiche e prestigiose famiglie di Pompei, dove sono stati ritrovati i più grandi quadri di Pompei e un arredo scultoreo in bronzo e in marmo di notevole pregio, e un ricco arredo da giardino che attesta ulteriormente lo status sociale e l’agiatezza dei proprietari. Questi aspetti sono ancora più evidenti negli oggetti di uso quotidiano che delineano la vita nelle antiche città vesuviane, dall’altarino in marmo e la rarissima statuetta di Genius in terracotta argentata e dipinta, agli anelli d’oro, alle lucerne –per la prima volta in prestito – alle ceramiche da tavola e pentole da cucina.

“FERMO IMMAGINE” DI UNA TRAGEDIA –  Le città sepolte all’improvviso nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio hanno restituito un “fermo immagine” della vita che in esse si svolgeva, e attraverso gli oggetti conservati sotto le ceneri e i lapilli, è possibile ricostruire le diverse attività di produzione, commercio, trasporto, svago: dall’agricoltura al commercio, dalla pesca all’allevamento di animali, dalla medicina alla navigazione, al teatro, alla gladiatura. La presenza di calchi in gesso dei corpi dei pompeiani defunti renderà tangibile il dramma degli ultimi momenti di vita della città. Quando i visitatori si addentreranno nella mostra, vivranno un viaggio indietro nel tempo, ritornando a quella fatidica mattina dell’eruzione. Immerso in un’esperienza ricca di supporti multimediali e di reperti archeologici, il pubblico avrà l’opportunità di capire come Pompei fosse un florido porto commerciale e come rappresentasse, per l’impero, un punto nevralgico per il commercio e per la vita militare. Durante questo viaggio, i visitatori incontreranno i residenti dell’antica Pompei e le loro storie li aiuteranno a svelare la complessità della società romana, della religione, e a spiegare le innovazioni tecniche ed ingegneristiche. Queste storie descriveranno un mondo in cui le vite degli abitanti di Roma, degli uomini liberi (liberti) e degli schiavi, erano interconnesse e si intersecavano.

DAL PASSATO AL PRESENTE – Infine Pompei, la Mostra, ci riporterà nel presente per porre una domanda: quanto siamo, ora, preparati ad affrontare un disastro naturale di quella portata? Nell’introduzione alla mostra, la scena prende vita in un video che ricostruisce e descrive drammaticamente Pompei e il vulcano. Al termine delle immagini, lo schermo si solleverà lentamente e le grandi porte sorrette da colonne romane si apriranno a rivelare il foro, il vibrante centro della vita pubblica pompeiana. Entrando attraverso le porte, i visitatori intraprenderanno un viaggio nell’antica città. Tramite l’utilizzo di proiezioni, audio, video, fotografie e riproduzioni grafiche di mosaici e affreschi, il pubblico avrà la sensazione di rivivere nei diversi luoghi realmente esistiti nella città: il mercato, il tempio, la corte, il teatro, la palestra e le terme, il bordello, l’anfiteatro (capace di ospitare 20.000 persone), l’atrio di una villa romana. Gli oggetti concessi in prestito dall’inestimabile collezione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli renderanno tangibile e concreta la vita che si svolgeva in quei luoghi prima che l’eruzione la  cristallizzasse per sempre nel tempo.