EVENTI / Spilamberto dall’Età del Rame ai Longobardi: un ciclo di conferenze racconta 40 anni di scoperte

SPILAMBERTO (MO), 12 novembre 2018 – Inizia il 14 novembre il ciclo di sei conferenze promosse dal Comune di Spilamberto (Modena) in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna e le Università Sapienza di Roma e di Torino per celebrare i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche nel territorio di Spilamberto. Gli incontri passeranno in rassegna i ritrovamenti spesso eccezionali avvenuti nell’area spilambertese: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni. Quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione che saranno illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019.

Mercoledì 14 novembre si parte con i saluti istituzionali di Umberto Costantini, Sindaco Comune di Spilamberto e Cristina Ambrosini, Soprintendente Archeologia, Belle Arti, paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Dopo la presentazione del progetto “Archeo40: i tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” da parte di Simonetta Munari, Assessore alla Cultura del Comune di Spilamberto, l’archeologa della Soprintendenza Monica Miari parlerà de “L’Età del Rame e il periodo Eneolitico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

“Nell’alveo del fiume Panaro -spiega Monica MiariArcheologa della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara- nei territori di Spilamberto e di S. Cesario sono venute alla luce dal 1977 ad oggi testimonianze di numerosi siti preistorici, oggetto di scavi sistematici.

È stato possibile individuare tre fasi principali d’insediamento: la prima riferibile a un aspetto piuttosto antico della cultura dei vasi a bocca quadrata (pieno Neolitico, metà del V millennio a.C.), una seconda che documenta la successione di più momenti della Cultura di Chassey-Lagozza (Neolitico recente, fine del V, prima metà del IV millennio a.C.) e una terza con la necropoli eneolitica che ha dato il nome al relativo Gruppo di Spilamberto (databile fra la metà del IV e gli esordi della seconda metà del III millennio a.C). La necropoli assume particolare rilevanza per le implicazioni sociali e rituali: di essa sono esposte in museo otto sepolture (su 39 recuperate) e la totalità dei corredi funerari. I riti di sepoltura appaiono fortemente standardizzati: inumazioni in giacitura primaria singola (un solo caso di deposizione bisoma), supina, con orientamento prevalente Est-Ovest e capo a Ovest e corredo ceramico costituito generalmente da un singolo vaso posto ai piedi dell’inumato. Tra questi si evidenzia la netta prevalenza di recipienti a squame caratteristici del Gruppo di Spilamberto anche se in sette tombe è sostituito da una brocca/boccale, di tradizione peninsulare. Tra le armi figurano cuspidi di freccia, pugnali e un’alabarda. Al momento si conoscono in Emilia occidentale tre/quattro sepolcreti di questo gruppo, non privi di significativi rapporti con le altre principali necropoli eneolitiche dell’Italia padana, quali Remedello nel Bresciano e Celletta dei Passeri a Forlì”.

Gli incontri proseguono lunedì 3 dicembre con “L’Età del Bronzo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” a cura di Andrea Cardarelli, Docente di Preistoria e Protostoria all’Università Sapienza di Roma.

Mercoledì 16 gennaio 2019 sarà la volta degli archeologi Sara Campagnari (Soprintendenza) e Donato Labate parlare di “L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”

Il 12 febbraio Maria Grazia Maioli, Archeologa Emerita della Soprintendenza, approfondirà il tema “Il Tardo Antico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” mentre mercoledì 13 marzo il Docente di Archeologia Cristiana e Medievale dell’Università di Torino, Paolo De Vingo, parlerà di “I Goti e i Longobardi nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

Il ciclo si chiude mercoledì 17 aprile con l’archeologo Donato Labate che illustra il tema de “L’Ospitale di San Bartolomeo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

Tutte le iniziative si svolgono allo Spazio Eventi L. Famigli, in viale Rimembranze 19, alle 20.30.

Ingresso libero e gratuito.

Per informazioni cultura@comune.spilamberto.mo.it

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ARCHEOLOGIA / Ad Arsago Seprio (Va) un seminario sul vetro nell’Alto Medioevo

VARESE, 8 novembre 2017 – Il 24 novembre 2018 si terrà ad Arsago Seprio (Va), presso il Civico Museo Archeologico (via Vanoni), il IV seminario “L’alto Medioevo. Artigiani, tecniche produttive e organizzazione manifatturiera”. I relatori si confronteranno in particolare sul vetro: materie prime, tecniche di produzione, contesti d’uso e circolazione dei manufatti tra il VI e il IX secolo. Il seminario si svolge in collaborazione con la Soprintendenza e con AREDAT – Associació per la Recerca, Estudi i Difusió en Antiguitat Tardana, con il coordinamento di M.Beghetti e P.M.De Marchi.   L’inizio dei lavori è fissato per le ore 15.

Di seguito la locandina con il programma:

 

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CONVEGNI / A Monte sant’Angelo (Fg) si parla di monetazione longobarda

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FOGGIA (18 settembre 2018) –  Il 13 ottobre 2018 a Monte Sant’Angelo (FG), sul Gargano,  si terrà un importante convegno che vedrà intervenire i massimi esperti nazionali in materia numismatica. Organizzato dal Centro Studi Storico Archeologici del Gargano, con la direzione scientifica della Società Mediterranea di Metrologia Numismatica, il Convegno “Langobardorum nummorum doctrina” sarà incentrato, come dice il titolo,  sul tema della monetazione longobarda e si segnala come uno degli appuntamenti di punta del settore numismatico degli ultimi anni in Italia.

STUDIOSI A CONFRONTO – L’iniziativa culturale nasce con il duplice scopo di divulgare al pubblico l’importanza dello studio della storia tramite le monete,  e di far migliorare la conoscenza della storia dei Longobardi. Grazie alle ricerche condotte negli ultimi anni sulla monetazione della Langobardia Maior, della Tuscia e della Langobardia Minor e alla luce delle tante nuove acquisizioni fatte, si parlerà non solo della monetazione dei re longobardi e dei duchi di Benevento, ma anche delle emissioni dei duchi e principi di Spoleto e non saranno certamente dimenticate le emissioni di oro e di rame degli ultimi principi di Salerno e le prime emissioni auree di Amalfi.
Ampio spazio sarà inoltre riservato alla monetazione di altre popolazioni barbariche che conquistarono l’Italia prima dei Longobardi come i Goti, così come alle fonti numismatiche grazie alle ricerche e agli studi del dott. Luca Lombardi, che da anni si occupa del recupero e dello studio di libri antichi. Il prof. Pasquale Corsi, già professore ordinario di Storia Medievale all’Università di Bari e presidente della Società di Storia Patria per la Puglia, relazionerà sulle fonti per la storia dei Longobardi. Grazie al contributo del dipartimento di chimica del Politecnico di Torino, la prof.ssa Emma Angelini illustrerà gli ultimi studi sulle analisi composizionali e strutturali dei metalli monetari dell’epoca.
Non mancheranno gli studi sul santo patrono di Monte Sant’Angelo, l’Arcangelo Michele che fu protettore dei longobardi e il primo santo impresso su una moneta europea: ad occuparsene con una relazione il dott. Alberto d’Andrea, editore numismatico, e il presidente del Centro Studi Storico Archeologici del Gargano, Domenico Luciano Moretti, che si occuperanno dell’iconografia sulle monete longobarde.

Tra i relatori ci saranno accademici provenienti da diverse università italiane, ma anche studiosi delle più prestigiose accademie italiane di numismatica, come la Società Numismatica italiana (fondata nel 1892 da un gruppo di studiosi di numismatica tra cui anche l’allora principe di Napoli e futuro Re d’Italia Vittorio Emanuele III) o la Società Mediterranea di Metrologia Numismatica fondata dal dott. Giuseppe Ruotolo, direttore scientifico del convegno e tra i più importanti studiosi di numismatica in Italia, autore di libri e articoli cruciali sulla monetazione del Mezzogiorno d’Italia.

Moderatore d’eccezione il prof. Aldo Luisi, già ordinario di Lingua e Letteratura Latina e Direttore del Dipartimento di Studi Classici e Cristiani dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, profondo conoscitore del mondo antico e dell’età barbarica avendo sviluppato in oltre quaranta anni di insegnamento presso l’Università di Bari lo studio dei filoni storico-biografico, linguistico-filologico e giuridico-letterario.

MONUMENTI APERTI E VISITE GUIDATE – Per l’occasione, il Centro pugliese di Monte Sant’Angelo, che si fregia di essere sede di ben due siti UNESCO, accoglierà nel suo borgo medievale studiosi ed esperti da tutt’Italia già dal 12 ottobre, offrendo visite guidate e aperture straordinarie dei monumenti e siti di interesse storico tra i quali il Santuario in grotta di San Michele Arcangelo,  uno dei sette luoghi parte del sito seriale “L’Italia dei Longobardi. I luoghi del potere (568-774 d.C.), patrimonio dell’umanità Unesco dal 2011.

Il Convegno “Langobardorum nummorum doctrina”  è organizzato grazie al supporto dell’ente Parco Nazionale del Gargano e del Comune di Monte Sant’Angelo, supportato dall’Associazione Italia Langobardorum, ed è patrocinato dal MIBAC e da numerosi istituti culturali e universitari italiani tra cui il Centro Studi Longobardi. Sarà presente anche la nostra Perceval Archeostoria.

Tutti i dettagli sono disponibili sul sito www.centrostudidelgargano.it.

MOSTRE / A Bologna gli spettacolari corali della Basilica di San Francesco

BOLOGNA (15 settembre 2018) –  Inaugura oggi al Museo Civico Medievale di Bologna (ore 17.30) la mostra Lodi per ogni ora. I corali francescani provenienti dalla Basilica di San Francesco, curata da Massimo Medica in collaborazione con Paolo Cova e Ilaria Negretti. La rassegna, organizzata in occasione della decima edizione del Festival Francescano, espone fino al 17 marzo 2019 una serie di importanti codici liturgici francescani databili dal XIII al XV secolo, conservati  nello stesso Museo medievale bolognese.

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Corale francescano Ms 526, F 84.2v

IN LODE DI FRANCESCO – Fin dal Duecento l’illustrazione dei manoscritti ha costituito uno strumento espressivo essenziale per l’Ordine dei Frati Minori. Grazie alle scelte iconografiche e tematiche codificate dall’Ordine, le immagini dei libri francescani rappresentarono un elemento fondamentale per esaltare la figura del santo fondatore, offrendo una lettura in chiave strettamente cristologica della sua vita, che legittimava il ruolo di rinnovamento della Chiesa operato dalla Congregazione francescana. Infatti, sfogliando le pagine di Antifonari e Graduali del XIII secolo spesso ricorrono le raffigurazioni della Predica agli uccelli e delle Stimmate come appare nel manoscritto 526, qui esposto insieme ad altri graduali (mss. 525, 527), realizzati intorno al 1280-85 per il convento di San Francesco a Bologna. A decorarli fu chiamato uno dei protagonisti assoluti della miniatura bolognese della seconda metà del Duecento, il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, così chiamato per aver decorato la celebre Bibbia oggi conservata presso la biblioteca capitolare della città catalana.

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Corale francescano Ms 526,  F62c C.N.B

FECONDI CONFRONTI – Se nell’episodio della Predica agli uccelli gli artisti potevano indugiare in ricerche di naturalismo espressivo, in quello delle Stimmate era possibile invece sperimentare effetti di grande drammaticità, come documenta l’analoga figurazione del graduale ms. 526, felice connubio tra le più sofisticate sperimentazioni pittoriche della tradizione bizantina e la veemenza espressiva di certa pittura toscana di questi anni. Nella serie di Antifonari (mss. 528, 529, 533), realizzata nei primissimi anni del Trecento a compimento del precedente ciclo di Graduali, il linguaggio ancora aulico del Maestro della Bibbia di Gerona rivive in talune figurazioni seguendo connotazioni più moderne che già lasciano presagire una conoscenza dei fatti nuovi della cultura giottesca (ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi), la cui diffusione dovette seguire inizialmente canali privilegiati all’interno dello stesso Ordine.

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Corale francescano Ms 526, C98.2r

Tra le figure che si pongono a maggior confronto con l’artista fiorentino va annoverato Neri da Rimini che realizzò nel 1314, assieme al copista Fra Bonfantino da Bologna, l’antifonario ms. 540 destinato al convento francescano della città romagnola. Risale invece alla metà circa del XV secolo la serie di corali francescani (mss. 549 – 551, 553) che in parte recano entro alcuni capilettera calligrafici la firma di Guiniforte da Vimercate e la data 1449. La decorazione di questo ciclo, risultato della collaborazione di maestranze di estrazione lombarda e locale, venne coordinata dal bolognese Giovanni di Antonio il quale si riservò personalmente la realizzazione di alcune parti (ms. 551). Accanto a lui sono all’opera personalità bolognesi dalla parlata più corsiva (mss. 550, 551, 553), ma anche il Maestro del 1446 (ms. 549) considerato uno dei più abili interpreti dell’ultima stagione della miniatura tardogotica cittadina che ebbe proprio in questa serie liturgica francescana una delle sue più tardive manifestazioni.

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Corale francescano Ms 526, C104v 

Nell’ambito del Festival Francescano, venerdì 28 settembre alle ore 16.30 la Sala del Lapidario del Museo Civico Medievale ospita la conferenza Oltre Giotto: ‘la maniera dolcissima e tanto unita’ di Claudia D’Alberto (storica dell’arte, ricercatrice Marie-Curie COFUND Università di Liegi – Unione Europea ‘Horizon 2020’). Percorso indiziario volto alla scoperta della “bellezza artistica francescana” meno nota, l’incontro è un’occasione per parlare di Puccio Capanna, pittore che ad Assisi fu il più importante appaltatore di imprese decorative commissionate, fra prima e seconda metà del XIV secolo, dall’Ordine francescano e dalle confraternite.Ingresso libero, fino a esaurimento posti disponibili.

La mostra è accompagnata da un programma di visite guidate con il seguente calendario:

sabato 22 settembre 2018 h 10.30
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

venerdì 28 settembre 2018 h. 15.00
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza), riservata agli Amici del Festival Francescano, previa prenotazione

sabato 29 settembre 2018 h. 11.00
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza), riservata agli Amici del Festival Francescano, previa prenotazione

domenica 30 settembre 2018 h. 16.00
visita guidata alla mostra di Giacomo Alberto Calogero (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza), riservata agli Amici del Festival Francescano, previa prenotazione

giovedì 11 ottobre 2018 h 17.00
visita di Paola Cova (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

giovedì 22 novembre 2018 h 17.00
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

giovedì 20 dicembre 2018 h. 17.00
visita di Paolo Cova (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

domenica 13 gennaio 2019 h 16.30
visita di Massimo Medica (responsabile Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica)

giovedì 14 febbraio 2019 h 17.00
visita di Paolo Cova (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

giovedì 7 marzo 2019 h 17.00
visita di Giacomo Alberto Calogero (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)


INFORMAZIONI

Lodi per ogni ora. I corali francescani provenienti dalla Basilica di San Francesco
Bologna, Museo Civico Medievale (via Manzoni 4)
Dal 16 settembre 2018 al 17 marzo 2019
Orari di apertura: da martedì a domenica: 10.00 – 18.30,  chiuso lunedì feriali
Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | gratuito Card Musei Metropolitani Bologna; ogni prima domenica del mese; Amici del Festival Francescano (valido nei giorni del festival 28/29/30 settembre 2018)
Informazioni: tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
www.museibologna.it/arteantica 

Scoperto a Pavia un antifonario del XII secolo

PAVIA – Un antifonario dell’XI-XII secolo è riemerso quasi per caso nella Biblioteca Universitaria di Pavia durante il restauro, finanziato con Art Bonus del MiBACad,  di tre libri della prima metà del Seicento conservati in Salone Teresiano. La scoperta è stata fatta da Alessandra Furlotti, incaricata dalla Biblioteca, durante il distacco della legatura di pregio del libro di Giovanni De Deis, In Ecclesia Mediolanensi (Milano, Melchiorre Malatesta, 1628): nella controguardia era nascosto un foglio in pergamena manoscritta contenente un testo e una notazione musicale antica. Grazie alla consulenza di Dominique Gatté, specialista di musica medievale e fondatore del principale database online di musica dell’Alto Medioevo, Musicologie Médiévale , è arrivata la conferma: si trattava di un foglio di un antifonario, databile intorno al 1100 e prodotto in area novarese.

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Non si tratta certo – come pure si legge nel comunicato stampa diffuso dal Ministero e come ha ripreso gran parte della stampa non specializzata –  del “più antico antifonario finora conosciuto” . Gli antifonari noti sono parecchi e  i più antichi – stavolta per davvero – risalgono almeno al VII-VIII secolo: basti citare il celeberrimo Antifonario di Bangor, prodotto nell’omonimo monastero insulare intorno al 680/690, che  un tempo apparteneva al monastero di Bobbio (Piacenza); fu scoperto dal grande erudito Ludovico Antonio Muratori nel 1695 e dall’inizio del XVII secolo è conservato nelle collezioni della Biblioteca Ambrosiana, dove giunse per iniziativa del suo fondatore, il cardinale Federico Borromeo.

La scoperta è comunque interessante. “Il ritrovamento di questo prezioso documento – dichiara il Ministro Alberto Bonisoli – conferma quanto sia importante il lavoro di tutela e di ricerca nei confronti del patrimonio librario del Paese. Fondamentale si rivela anche la collaborazione con il mondo universitario e il suo sistema bibliotecario”.

Il direttore generale Biblioteche e Istituti culturali del MiBAC – Paola Passarelli, ha così commentato: “Questa scoperta è il frutto di diverse sinergie capaci di utilizzare gli strumenti del presente per ritrovare le parole e, in questo caso, le “note” del passato. L’antico antifonario è un ritorno alle origini, un frammento del passato che continua a rimanere nel presente, alimentando l’inesauribile dialogo con la nostra memoria culturale. Perché i libri, e con essi le Biblioteche, sono questo: scrigni del sapere, custodi narrativi della conoscenza per lanciare la sfida al nostro futuro. La pergamena ritrovata è già stata inserita in un passe-partout che ne consente la lettura recto-verso, pronta per essere studiata”.

Il progetto completo “RinnoviAMO la Bellezza” è finanziato attraverso Art Bonus ed è stato avviato dalla Biblioteca lo scorso anno, in occasione del tricentenario della nascita di Maria Teresa d’Austria; esso comprende il restauro delle legature di pregio di trenta opere edite tra il XVI e il XIX secolo di area italiana e austriaca, con copertine rare e preziose.

Fonte della notizia: Biblioteca Universitaria di Pavia / Direzione Generale Biblioteche e istituti culturali

(e.p.)

MOSTRE / Gubbio torna al tempo di Giotto con “Tesori d’arte nella terra di Oderisi” [FOTO]

GUBBIO (PG) –  La città di Gubbio conserva intatto il suo splendido aspetto medievale, con le chiese e i palazzi in pietra che spiccano contro il verde dell’Appennino. È ancora la città del tempo di Dante e di Oderisi da Gubbio, il miniatore che il sommo poeta incontra tra i superbi in Purgatorio e al quale dedica versi importanti, che sanciscono l’inizio di un’età moderna che si manifesta proprio con la poesia di Dante e l’arte di Giotto.

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi”, aperta a Gubbio dal 7 luglio al  4 novembre 2018, vuol restituire l’immagine di una città di media grandezza ma di rilievo politico e culturale nel panorama italiano a cavallo tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, esponendone il patrimonio figurativo sia civile che religioso. Per l’occasione ha restaurato dipinti nascosti dalla polvere dei secoli, riconsegnando a Gubbio opere disperse nel corso della storia, riunendo quadri degli stessi pittori eugubini destinati ad altre città dell’Umbria, chiamando importanti prestiti dall’estero.

11. Mello, Pala di Agnano, Gubbio, Museo Diocesano

Mello da Gubbio Pala di Agnano Gubbio, Museo Diocesano

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, “Guiduccio Palmerucci”, Mello da Gubbio e il Maestro di Figline.

13_Guiduccio Palmerucci' (tondo ricavato da polittico), Gubbio, Museo Civico

Pittore eugubino (Guiduccio Palmerucci) Madonna con il Bambino (particolare risagomato di polittico) Gubbio, Museo Civico di Palazzo dei Consoli

Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta “Maniera Greca”, da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città.

8. Palmerino di Guido, Cassa di Sant'Ubaldo, Gubbio,

Maestro Espressionista di Santa Chiara (Palmerino di Guido) Cassa di Sant’Ubaldo, Cristo benedicente (particolare) Gubbio, Raccolta Memorie Ubaldiane

A “Guiduccio Palmerucci”, oggi nome di convenzione, si attribuiscono ancora alcuni polittici. Mello da Gubbio scrisse il proprio nome ai piedi di una Madonna dal volto pieno e giulivo come le Madonne di Ambrogio Lorenzetti nella città di Siena. Il Maestro di Figline, che dipinse le vetrate per il San Francesco ad Assisi, poi il grande Crocifisso nella chiesa di Santa Croce a Firenze, è probabile che avesse lasciato a Gubbio uno straordinario polittico nella chiesa di San Francesco, che possiamo di nuovo ammirare in questa mostra grazie agli odierni proprietari che ne hanno concesso per la prima volta il prestito.

7. Pietro Lorenzetti, Trittico, opart. Gubbio, Palazzo Ducale

Pietro Lorenzetti Trittico, Madonna col Bambino (particolare) Gubbio, Palazzo Ducale

Dai documenti d’archivio e dall’aspetto delle Madonne e dei Crocifissi appesi alle pareti dei musei, risulta come fossero originari di Gubbio i pittori che si affiancarono a Giunta Pisano, poi lavorarono accanto a Giotto e infine a Pietro Lorenzetti, per rivestire d’immagini variopinte il capolavoro che aprì le porte dell’arte moderna nella chiesa eretta sopra la tomba del santo di Assisi.

Tornati in patria, quei pittori, che erano stati coinvolti nella nuova lingua di Giotto e di Pietro Lorenzetti per un pubblico di papi e cardinali, si cimentarono con un piglio raffinato nello stile e popolare nell’aspetto illustrativo, per farsi intendere anche da un pubblico di fabbri e di maestri di pietra. Si parlò allora a Gubbio la lingua della lauda assieme alla lingua della Commedia.

4. Maestro dei Corali di San Pietro, Gli ebrei piangono lungo i fiumi di Babilonia, Gubbio, Archivio di Stato

Maestro dei Corali di Gubbio Antifonario, Gli ebrei piangono lungo i fiumi di Babilonia Gubbio, Archivio di Stato, ms. R

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi” è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

2. Guido di Pietro, Crocifisso, Camerino, Museo

Maestro delle Croci francescane (Guido di Pietro da Gubbio) Crocifisso Camerino, Museo Civico di San Domenico

Lungo questo percorso si potranno calcare le impronte degli uomini e delle donne di quel tempo antico, per vedere dalla stessa prospettiva e intendere con lo stesso gusto un’arte civica e religiosa insieme.

1. Guido di Pietro, Assisi, ms. 2626

Maestro delle Croci francescane (Guido di Pietro da Gubbio) Messale Romano, Crocifissione Assisi, Biblioteca del Sacro Convento, ms. 262

Curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, la mostra è promossa dal Comune di Gubbio, dal Polo Museale dell’Umbria, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, dalla Chiesa Eugubina e dalla Regione Umbria.

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Maestro della Croce di Gubbio Croce dipinta 1295 ca tempera su tavola; 243 × 168 cm Iscrizione: JHC NAÇARENUS REX JUDEORUM Gubbio, Museo Civico

L’organizzazione è affidata a Civita Mostre in collaborazione con Gubbio Cultura e Multiservizi e Associazione Culturale La Medusa. Partner dell’iniziativa è il Festival del Medioevo, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e con l’importante contributo della BCC Umbria.

Nella sede di palazzo Ducale è disponibile a noleggio una audioguida della mostra. Il catalogo è pubblicato da Fabrizio Fabbri Editore-Perugia

12. Mello, Pala di Agnano, part. Gubbio, Museo Diocesano

Mello da Gubbio Pala di Agnano (particolare) Gubbio, Museo Diocesano

La mostra è accessibile con un biglietto unico che consente di visitare le tre sezioni espositive ma anche le tre sedi museali nel loro insieme, il Palazzo dei Consoli, il Museo Diocesano e il Palazzo Ducale, creando così uno straordinario circuito cittadino che raccoglie le opere presenti nel territorio e quelle che da tempo sono disperse, ricostruendo le vicende storiche e il patrimonio artistico di Gubbio nell’età comunale.


INFORMAZIONI

Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi
Gubbio (PG), Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano, Palazzo Ducale
7 luglio – 4 novembre 2018

 

MOSTRE / A cavallo del tempo: a Firenze l’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo [#FOTO #GALLERY]

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[NB: le foto sono  protette da copyright e non sono riutilizzabili senza consenso scritto da parte degli aventi diritto]

FIRENZE – Il cavallo figura fra gli ultimi animali ad essere addomesticato. Solo sul finire del IV millennio a.C., nelle steppe dell’Asia centrale, per la prima volta il cavallo cessò di essere semplicemente una preda da carne per intrecciare sempre più strettamente il suo destino con quello dell’uomo. A ripercorrere questo rapporto antico e fecondo è, da oggi, la grande mostra “A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo”, a cura di Lorenza Camin e Fabrizio Paolucci e  ospitata nella settecentesca Limonaia del Giardino di Boboli a Firenze fino al 14 ottobre.

“Quale sia stato il luogo in cui sia nata e sviluppata la domesticazione del cavallo è ancor oggi uno degli argomenti di più acceso dibattito nella letteratura scientifica. Sembrerebbe, però, del tutto illogico immaginare che il cavallo abbia iniziato la sua millenaria storia di convivenza con l’uomo in un luogo diverso da quello dell’Europa orientale e delle steppe euroasiatiche” scrivono Camin e Paolucci sul catalogo edito da Sillabe.

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Strumenti necessari al controllo dell’animale (morsi, filetti, speroni, staffe etc.) sono esposti in mostra accanto a una serie di opere scelte per illustrare, nel modo più diretto e realistico, il ruolo primario che il cavallo ebbe nel mondo antico.  I reperti presenti, quasi un centinaio, provengono da decine di musei italiani e stranieri e illustrano un arco di tempo di oltre duemila anni, dalla prima età del Ferro sino al tardo medioevo.

Il percorso, incentrato soprattutto sul mondo italico, è articolato in cinque sezioni, ognuna delle quali è dedicata a un particolare momento storico: la Preistoria, il mondo greco e magno greco, il mondo etrusco e venetico, l’epoca romana e il Medioevo.

INTERVISTE AI CURATORI (si ringrazia CIVITA)

 

IL CARRO DI POPULONIA – Fra i numerosi reperti che, per la prima volta, saranno restituiti alla curiosità del pubblico figura il carro di Populonia. Questo rarissimo esempio di calesse etrusco, rinvenuto alla metà del XX secolo nella cosiddetta Fossa della Biga, è stato ricomposto a seguito del recente intervento di restauro, eseguito proprio in occasione di questa mostra. L’opera, realizzata in legno, ferro e bronzo e databile agli inizi di V secolo a.C., costituiva un veicolo ad andatura lenta destinato al trasporto di personaggi di alto rango.

Di particolare suggestione sono anche due crani equini rinvenuti durante gli scavi della necropoli occidentale di Himera e oggi conservati presso il Museo Pirro Marconi del Parco Archeologico di Himera. Nel 480 a.C., a Himera, i Siracusani sconfissero i Cartaginesi in un violento scontro che portò alla morte di centinaia di soldati e cavalieri. In prossimità del luogo della battaglia sono state rinvenute fosse comuni e tombe destinate ai corpi dei caduti, affiancate da sepolture equine. Gli esemplari esposti in mostra presentano morsi ad anello bronzei, un tipo di imboccatura nota prevalentemente in area iberica, che sembra confermare la presenza di mercenari ispanici entro le fila dell’esercito cartaginese, come testimoniato anche da Erodoto (VII, 165). Il loro rinvenimento risulta straordinario: infatti, nel V secolo a.C. sono assai rare le attestazioni di sepolture equine nel mondo greco e magno greco, ma la risonanza dell’evento fece sì che i soldati e i loro cavalli fossero oggetto di particolari onorificenze.

GALLERY (clicca sulle foto per ingrandire)
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CAVALLO E CAVALIERE – Vera e propria sintesi del rapporto fra uomo e cavallo può essere considerata la kylix attica a figure rosse con Atena e il cavallo di Troia, oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’esemplare, dipinto dal Pittore di Sabouroff, attivo tra il 470-460 e il 440-430 a.C., presenta sul tondo interno la raffigurazione della dea Atena seduta su trono, intenta ad accarezzare un cavallo di grandiose dimensioni. L’animale è ornato di tainiai niketeriai, le bende in lana rossa simbolo di vittoria. La maggioranza degli studiosi si trova pertanto concorde nell’identificarvi Atena insieme al Cavallo di Troia, emblema dello stratagemma da lei stessa architettato, che portò alla conclusione della guerra con la vittoria achea. A questi reperti se ne aggiungono molti altri che affronteranno i più diversi aspetti del rapporto fra uomo e cavallo. Nel lavoro quotidiano (esemplificato in mostra da un rarissimo giogo ligneo dai relitti delle navi di Pisa) come nel gioco, nella guerra come nelle celebrazioni religiose i destrieri furono sempre una presenza costante al fianco dell’uomo. Ultimo fra gli animali addomesticati, il cavallo seppe infatti strappare un ruolo di primo piano nell’arte, nella società e nella letteratura del mondo antico grazie alla sua innata bellezza e nobiltà che, inevitabilmente, finivano con l’irradiarsi anche al suo cavaliere.

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Come sintetizza Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, “l’intero concetto di questa mostra sembra contenuto in una delle opere che vi sono esposte, una splendida coppia di frontali in bronzo e avorio, del IV secolo a. C., destinati a proteggere il muso del cavallo: il perimetro della lamina sagomata e decorata a sbalzo ne segue pertanto l’anatomia allungata, ma al suo interno, invece di una fisionomia equina, racchiude le sembianze di un volto umano con un elmo sul capo. Cavallo e cavaliere diventano una cosa sola. Dal Paleolitico a tutto il Cinquecento, la rassegna di fatto indaga questo rapporto, di un’attualità spesso insospettata, e che attraversa tutta la nostra storia”.

La multivisione “A cavallo del tempo”, ideata e diretta da Gianmarco D’Agostino, completa il percorso espositivo con proiezioni di circa 300 metri quadri. La corrispondenza visiva tra opere in mostra e immagini dal vero, insieme a una colonna sonora immersiva, arricchisce il viaggio alla scoperta dell’amicizia attraverso i secoli tra uomo e cavallo.

Fonte: Comunicato ufficiale
Si ringrazia: CIVITA GROUP
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INFORMAZIONI

“A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo”
Firenze, Limonaia del Giardino di Boboli,
26 giugno – 14 ottobre 2018

Prezzo del biglietto
biglietto intero € 10.00; ridotto € 5.00 per i cittadini dell’U.E. tra i 18 e i 25 anni;
gratuito riservato a minori di 18 anni di qualsiasi nazionalità, portatori di handicap ed un accompagnatore, giornalisti, docenti e studenti di Architettura, Conservazione dei Beni Culturali, Scienze della formazione, Diploma di Laurea di lettere e filosofia con indirizzi di laurea archeologico o storico-artistico, Diploma di Laurea o corsi corrispondenti negli Stati membri dell’Unione Europea, insegnanti italiani con contratto a tempo determinato e indeterminato in servizio presso una scuola pubblica o paritaria del Paese

Orario
lunedì – domenica
10 – 19 (giugno, luglio, agosto)
10 – 18 (settembre, ottobre)
chiuso primo e ultimo lunedì del mese

Servizio visite guidate
Info e prenotazioni: Firenze Musei 055.290383
e-mail firenzemusei@operalaboratori.com

Sito web
http://www.uffizi.it

MOSTRE / Milleduecento: i capolavori dell’arte medievale di Umbria e Marche incantano Matelica [FOTO]

MARCHE –  Una mostra preziosa che spiega perché intorno al 1200, tra Umbria e Marche, il linguaggio figurativo si trasforma così sensibilmente verso un naturalismo di grande potenza plastica, e l’arte guida diviene la scultura in legno policromo.  Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico è l’ultimo appuntamento espositivo 2018 del progetto Mostrare le Marche, nato dal protocollo d’intesa fra la Regione, il Mibact, l’Anci Marche, la Conferenza Episcopale e i Comuni di Macerata, Ascoli Piceno, Fermo, Loreto, Matelica e Fabriano per promuovere la conoscenza e lo sviluppo dei territori colpiti dal sisma del 2016. 

“A guidare lo straordinario progetto espositivo – spiegano gli organizzatori –   è la certezza che le opere d’arte rappresentino un contributo insostituibile alla formazione di una civiltà, che a sua volta si esprime attraverso le loro forme”. La civiltà di questi territori si racconta così anche attraverso la qualità del suo patrimonio, soprattutto medievale. Si parte dal Cristo trionfante, rappresentato vivo sulla croce e vittorioso sulla morte, immagine centrale e paradigmatica di una cultura che proprio esaltando questa iconografia persegue un suo rinnovamento della forma. Crocifissi monumentali e Madonne in trono col Bambino dialogano con tavole dipinte e oreficerie per ricomporre un tessuto dinamico e sorprendente.

La mostra, curata da Fulvio Cervini, richiama nel titolo The Year 1200: una rassegna vasta e memorabile, che nel 1970, al Metropolitan Museum di New York, pose il tema del grande linguaggio aulico che attraversa ampie contrade dell’Europa occidentale a cavallo tra i due secoli; ma rammenta anche, non solo per assonanza, Duecento. Forme e colori del Medioevo a Bologna, l’importante mostra bolognese del 2000, peraltro incentrata in misura larga sulla pittura; e ancora analoghe e più recenti riflessioni maturate in terra francese, come la mostra Una renaissance. L’art entre Flandre et Champagne 1150-1250 (Saint Omer e Parigi, 2013), invece molto orientata sulle arti preziose. Certamente la mostra di Matelica non vuole rivaleggiare con queste iniziative ma, come queste, tende a percorrere una via maestra degli studi medievistici internazionali, ed è frutto di ricerche che i promotori da tempo hanno intrapreso.

Alberto Sozio - Brera fondo bianco

CAPOLAVORI DA UN TERRITORIO MARTORIATO – La novità della proposta consiste nel fatto che il caso umbro e marchigiano non è mai stato, finora, messo adeguatamente a fuoco in questa prospettiva, né tanto meno attraverso una mostra: e a maggior ragione in un Paese come il nostro, dove le esposizioni d’arte medievale sono complessivamente piuttosto rare.  Il grande serbatoio di questa mostra, che è il territorio, è rappresentato da molte opere di non facile accesso perché provenienti da edifici lesionati, ovvero conservate in depositi chiusi al pubblico ma che, grazie a quest’iniziativa tornano ad essere fruibili e possono essere comparate con alcuni prestiti importanti che danno ulteriore misura e testimonianza della grande apertura culturale dello spazio umbro-marchigiano intorno al 1200.

UNA MOSTRA SPETTACOLARE E COMPLESSA – Il percorso espositivo si sviluppa intorno a cinque nuclei tematici: il primo, Un crocifisso modello, presenta il crocifisso di Matelica come testimone d’eccellenza di una tipologia molto ben rappresentata nelle Marche nell’autunno del XII secolo: vi si affiancheranno tra gli altri gli esemplari di Ancona e del duomo di Camerino, come pure i crocifissi del Museo di Sant’Agostino a Genova e della collezione Salini. Il secondo nucleo, Sculture come oreficerie e oreficerie come sculture, punta invece a mettere in luce gli incroci fra le arti all’insegna della preziosità, reale o simulata, dei manufatti: si tratti di opere in metallo ovvero di sculture che volevano sembrare oreficerie monumentali, e che proprio verso il 1200 si volgono a policromie più naturalistiche. I crocifissi di Arezzo e di Certaldo vengono messi a confronto con le piccole croci bronzee di Cortona e di Fabriano, con la spettacolare croce del Tesoro di San Francesco ad Assisi, e con il formidabile piatto di legatura, smaltato a Limoges, del Museo Civico d’Arte Antica di Torino.  La terza sezione, Pittura a tre dimensioni, si apre con il singolare crocifisso di Arquata del Tronto, che si dichiara a tutti gli effetti come una pittura a rilievo: le intersezioni tra scultura e pittura sono evidenziate dalla croce di Petrus, proveniente da San Salvatore a Campi di Norcia, dalle Madonne troneggianti di Cesi, Castelli, Foligno e l’Aquila, dal frammento di Brera e dalle tavole del Museo Nazionale dell’Aquila e di Santa Maria in Via a Camerino.

Crocifisso di sant'Eutizio - Matelica

CROCI E MANOSCRITTI – Questo nucleo confluisce direttamente nel successivo, che si propone di intitolare Un nuovo senso della natura nell’incontro fra le arti. Qui si intende mostrare come l’osmosi tra pittura, scultura e arti suntuaria generi un rinnovato senso della realtà che ispira una rivoluzione formale tra le più alte e decisive della civiltà occidentale. Vi troveranno spazio i Cristi di Jesi, Montemonaco, San Gimignano e della Galleria Nazionale dell’Umbria, mentre la bella testa di Gesù del Museo del Duomo di Prato troverà un ideale corrispettivo in pietra nella testa virile nel Museo del Ducato di Spoleto. Vi si potrà inoltre ammirare, dopo il restauro, la croce dipinta delle Clarisse di Matelica, normalmente invisibile al pubblico. L’ultima, piccola sezione, Sculture in miniatura, torna al mondo delle arti suntuarie per mettere in risalto altre e succose interferenze: le arti del metallo ispirano formule che pittura e scultura traducono nella scala grande, ma a loro volta riprendono nel minimo formato certe soluzioni statuarie. Lo provano alcuni turiboli, provenienti da Cortona, Arezzo e Firenze e una significativa selezione di matrici per sigilli umbri e marchigiani del Duecento, conservati al Museo del Bargello, tra cui, appunto, la matrice del Comune di Matelica. Qui sarà inoltre presentato uno dei codici miniati del XII secolo conservati nella Biblioteca Vallicelliana di Roma ma provenienti dall’abbazia di Sant’Eutizio in val Castoriana, luogo devastato dal terremoto da cui dipendeva la chiesa del territorio matelicese ove si trovava il crocifisso del Museo Piersanti.

Crocifisso 1170 ca, Cattedrale di Sant_Evasio, Casale Monferrato

SINERGIE TERRITORIALI – L’iniziativa vede la collaborazione del Comune di Matelica e del Museo Piersanti con l’Università di Firenze, e coinvolge gli uffici territoriali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, la Regione Marche, le Diocesi interessate. Con il percorso di Mostrare le Marche, da Loreto a Macerata, da Ascoli Piceno a Fermo e Matelica, si è creata una via dell’arte che ha portato all’attenzione del pubblico la vastità e la preziosità del patrimonio storico-artistico della regione.   Il coupon promozionale scaricabile da eventi.turismo.marche.it consente di usufruire di uno sconto per visitare le mostre ancora aperte: Cola dell’Amatrice. Da Pinturicchio a Raffaello ad Ascoli Piceno fino al 15 di luglio; Il Quattrocento a Fermo. Tradizione e avanguardie da Nicola di Ulisse a Carlo Crivelli, a Fermo fino al 2 di settembre e Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico che apre a Matelica l’8 di giugno.


INFORMAZIONI

MILLEDUECENTO. CIVILTÀ FIGURATIVA TRA UMBRIA E MARCHE  AL TRAMONTO DEL ROMANICO
MATELICA (MC), MUSEO PIERSANTI
8 GIUGNO – 4 NOVEMBRE 2018

Orari: da martedì a domenica, dalle ore 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00
Biglietteria: -Intero mostra 8,00 € – Ridotto mostra  6,00 € (dai 12 ai 18 anni, over 65, soci FAI, Touring Club, gruppi superiori a 10 persone, residenti nel Comune di Matelica, studenti in materie umanistiche e storico-artistiche).
Gratuito per bambini fino a 11 anni, disabili con accompagnatore, stampa, militari in divisa.
Ridotto mostra con coupon sconto progetto Mostrare le Marche 6,00 € (scaricabile da eventi.turismo.marche.it)

Info, prenotazioni visite e attività didattiche: tel 0737 84445 – email museopiersantimatelica@virgilio.it

Catalogo: Silvana Editoriale

MOSTRE / A Massa Marittima i capolavori di Ambrogio Lorenzetti

La prima grande mostra sul maestro senese nella città che custodisce uno dei suoi massimi capolavori, la “Maestà”, si terrà al Complesso Museale di San Pietro all’Orto dal  2 giugno al 16 settembre 2018.

© foto su concessione del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo – Polo
museale della Toscana. Foto archivio Pinacoteca Nazionale di Siena

MASSA MARITTIMA (GR) – Sono undici le opere di Ambrogio Lorenzetti, uno dei più grandi pittori europei del XIV secolo, che saranno esposte dal 2 giugno al 16 settembre 2018 nelle sale del Complesso Museale di San Pietro all’Orto  a Massa Marittima (Gr).  La mostra   “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. I capolavori dei territori di Grosseto e Siena” è promossa dal Comune di Massa Marittima, Comune di Siena, Complesso Museale Santa Maria della Scala, Università di Siena, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Siena e con il Patrocinio di Musei di Maremma e Parco Nazionale Colline Metallifere grossetane.

Lorenzetti, noto come il pittore del “Buon Governo”, il ciclo di dipinti allegorici e dalle visione urbane e agresti nel Palazzo Pubblico di Siena, è stato un pittore dall’incontenibile creatività che ha rinnovato profondamente molte tradizioni iconografiche. Un innovatore dei dipinti d’altare, di storie sacre e che ha allargato lo sguardo della pittura alla narrazione del paesaggio e della pittura d’ambiente, artista fino a poco tempo fa paradossalmente poco conosciuto. 

 

19. Maestà -Massa Marittima foto1

Ambrogio Lorenzetti, Maestà di Massa Marittima (1335 ca.) © foto su concessione del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo – Polo
museale della Toscana. Foto archivio Pinacoteca Nazionale di Siena

C’è voluta la grande mostra che si è tenuta recentemente al Santa Maria della Scala di Siena per ridare a Lorenzetti una giusta visibilità e considerazione. Questa evento espositivo ne rappresenta l’ideale prosecuzione ma anche e soprattutto, un omaggio alla città di Massa Marittima dove è conservato uno dei grandi capolavori del pittore trecentesco la Maestà realizzata intorno al 1335 proprio a Massa Marittima per gli eremiti agostiniani della chiesa di San Pietro all’Orto. Un dipinto a tempera e oro su tavola, che rappresenta tutt’altro che una Maestà tradizionale. In questo dipinto Ambrogio elaborò un’iconografia complessa, una grande opera che raffigura le tre virtù teologali sedute sui gradini che conducono al trono della Madonna con gli angeli musicanti, santi e profeti. Il sovraffollamento dei personaggi intorno al trono carica l’evento della nascita di Gesù Cristo di una portata epocale, essendo tale evento assistito da tutti coloro che hanno fatto la storia della Chiesa. A partire da questo importante dipinto si sviluppa il percorso espositivo della mostra, integrato da video e pannelli multimediali, per facilitare la comprensione delle opere, che  si propone di offrire una visione d’insieme delle varie stagioni conosciute dal pittore nel corso della propria carriera, anche al fine di contestualizzare meglio la stessa Maestà nell’ambito di quella che in passato era considerata la Maremma senese. Tra le opere esposte la figura del Re Salomone ( 1320 / 1325), frammento che faceva in origine parte di una delle cornici di raccordo tra le scene che Ambrogio, assieme al fratello Pietro, eseguì per la Sala Capitolare del convento senese di San Francesco. Risalenti al 1340 ci sono il Polittico di San Pietro in Castelvecchio e il Polittico della Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo dipinto per la Chiesa di Roccalbegna. 

 

19. Maestà -Massa Marittima dettaglio

Ambrogio Lorenzetti, Maestà di Massa Marittima (1335 ca.) – particolare © foto su concessione del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo – Polo
museale della Toscana. Foto archivio Pinacoteca Nazionale di Siena

Tra queste due date si collocano le altre opere in mostra: la Croce dipinta della Pieve di  Montenero d’Orcia, la vetrata raffigurante il San Michele Arcangelo vittorioso sul demonio, le sinopie dell’Annunciazione della cappella di San Galgano a Montesiepi, i Quattro Santi del Museo dell’Opera della Metropolitana di Siena, le scene affrescate lungo il lato orientale del Chiostro di San Francesco, sempre a Siena, e l’Allegoria della Redenzione della Pinacoteca di Siena.  Il percorso espositivo della mostra si completa con la visita ad altri due importanti luoghi della città, dove Lorenzetti lavorò: la Chiesa di San Pietro all’Orto, oggi Museo degli Organi Meccanici Antichi, e la Cattedrale di San Cerbone, dove sono presenti altri affreschi recentemente attribuiti  al grande artista senese.

 


INFORMAZIONI

“Ambrogio Lorenzetti in Maremma. Capolavori dei territori di Grosseto e Siena” Massa Marittima (Gr)
Complesso Museale di San Pietro all’Orto, Corso Diaz 36
Dal 2 giugno al 16 settembre 2018

Orari: dal  2 giugno al 30 giugno, da martedì a domenica 10 – 13/ 16- 19, dal 1 luglio al 16 settembre tutti i giorni dalle 10 allei 12 e dalle 16 alle 20.
Ingresso: intero 7 euro, ridotto 5 euro.
Domenica 3 giugno in occasione della Giornata Nazionale dei Piccoli Musei, a cui ha aderito anche  il Comune di Massa Marittima, il museo e la mostra saranno ad ingresso libero.
Un’altra importante iniziativa prevede riduzioni per i turisti ospiti nelle strutture ricettive del Comune di Massa Marittima mentre per luglio, agosto e settembre saranno organizzate visite gratuite per i residenti.
Informazioni: Ufficio turistico Comune di Massa Marittima/ Musei di Massa Marittima, Musei di Maremma, tel.  0566901954,www.turismomassamarittima.it/news o www.museidimaremma.it

ARCHEOLOGIA / Greve in Chianti, ecco il castello dell’XI secolo

Dopo diciotto anni di indagini e tredici campagne di scavi, scoperti i basamenti del Castellaccio di Lucolena alle pendici del Monte San Michele: una cinta muraria con case torri e casseri e all’interno un borgo con il forno per la produzione del pane. 

Foto: Ufficio Stampa Associato del Chianti Fiorentino

GREVE IN CHIANTI (FI) – Ruderi e basamenti di edifici e torri di un castello medievale, dove tra il 1000 e il 1200 vissero almeno venticinque famiglie, sono affiorati dopo lunghi scavi dal bosco, dalla macchia chiantigiana che dalla collina si spinge verticalmente raggiungendo i 500 metri di altezza sopra il livello del mare. Siamo a Lucolena, frazione di Greve in Chianti (Fi) alle pendici del Monte San Michele, il tetto del Chianti, dove le querce e i pioppi avvolgono e lasciano aperto un varco che magicamente si apre intorno al Castellaccio.

18 ANNI DI INDAGINI – Sono stati necessari diciotto anni di indagini archeologiche e tredici campagne di scavo, condotte dal Comune di Greve in Chianti, coordinate dall’associazione Gruppo San Michele – Gev Chianti, presieduta da Andrea Garuglieri, sotto la supervisione della Sovrintendenza, in collaborazione con gli archeologi e i volontari del Gruppo San Michele, per giungere ad un’importante scoperta, la presenza di un sito archeologico che fa parlare le pietre e racconta la struttura completa di un castello medievale, composto di varie parti e sezioni. Ieri, 23 aprile 2018, il primo sopralluogo avvenuto con il sindaco Paolo Sottani, gli assessori Stefano Romiti e Lorenzo Lotti insieme all’équipe del Gruppo San Michele.

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Foto: Ufficio Stampa Associato del Chianti Fiorentino

“Sono ben visibili le strutture riferibili a case torri – spiega Andrea Garuglieri, presidente Gruppo San Michele – disposte alle due estremità nord e sud, all’interno vede la luce per la prima volta un borgo racchiuso da una cortina muraria,  lo scavo ha riguardato le parti padronali, gli edifici più importanti sono il cassero nord e il cassero sud, di particolare interesse sono una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana e un forno comunitario per la produzione del pane, tipica struttura chiantigiana in cui un addetto alla cottura periodicamente cuoceva il pane, preparato dalle massaie che lo riprendevano, avendolo contrassegnato con determinati simboli realizzati a mano”.

Per il sindaco di Greve in Chianti Paolo Sottani il progetto è giunto ad un momento centrale. “L’obiettivo  – aggiunge il sindaco Sottani – si  pone l’obiettivo di valorizzare il patrimonio storico-archeologico di Lucolena e le sue potenzialità turistiche  con la realizzazione di un’area fruibile e aperta alle visite da parte di cittadini e turisti, per favorire la conoscenza di questo importante tesoro del passato che testimonia le radici millenarie del nostro territorio apriremo già da questa estate una sezione archeologica, composta di due stanze, negli spazi del Museo di San Francesco, dove saranno esposti i reperti provenienti dal sito del Castellaccio, quali monete e ceramiche”. Nelle prospettive dell’indagine archeologica, di cui si è conclusa una fase nevralgica, c’è anche la volontà di incrementare l’area di scavo e attivare una collaborazione con il Gruppo Avvistamento Incendi Boschivi per la conservazione e la manutenzione del sito.  

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Foto: Ufficio Stampa Associato del Chianti Fiorentino

TRE FASI COSTRUTTIVE  – Le indagini archeologiche si sono prevalentemente concentrate in corrispondenza del cassero a nord e sulla torre e parte del borgo a sud. Da una prima lettura stratigrafica degli elementi che compongono il sito archeologico sembrerebbe che il “Castellaccio” di Lucolena abbia vissuto almeno tre fasi costruttive.

La prima costruzione è probabilmente la torre del cassero nord che risale all’XI-XII secolo, in cui tutti gli ambienti sono stati costruiti con pietra arenaria tagliata in medie dimensioni e disposta in filari regolari e paralleli, con raffinata finitura della superficie delle pietre, abbellite da un nastrino che circonda tutto il perimetro delle bozze.

La seconda fase costruttiva del settore a nord vede ambienti di grandi dimensioni, i cui paramenti murari appaiono leggermente più irregolari rispetto a quelli del cassero e per questo databili ad un periodo più tardo rispetto alla torre, insieme alla prima cinta muraria. Di particolare significato è il ritrovamento in quest’area dei resti di un forno per la cottura di cibi, probabilmente ad “uso comune”, e della porta di accesso dal lato a nord.

Infine è probabile che all’ultima fase edilizia corrispondono la seconda cinta muraria a chiudere il borgo e l’impianto di un’altra torre, a sud della quale si erge una cisterna di forma rettangolare addossata alle mura e piuttosto ben conservata. Nelle adiacenze della torre nord è avvenuto l’interessante rinvenimento di una serie di ceramiche databile al periodo etrusco-romano (III sec. a. C.), mentre presso la torre sud altri elementi hanno evidenziato la frequentazione del sito fino al tardo-repubblicano/primo impero (I sec. a.C. e I sec. d.C.); le monete medievali datano la frequentazione del sito tra X-XI e inizio del XIV secolo. 
I ruderi messi in evidenza con gli scavi dal 2000 al 2010 presentano alzati che variano da pochi decimetri a circa due metri, inseriti all’interno di un contesto forestale.

Fonte: Comunicazione ufficiale