GRANDI MOSTRE / A Milano la straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II [FOTO]

1MILANO –  L’Antico Egitto, la sua millenaria e affascinante cultura e una grande scoperta archeologica sono i protagonisti indiscussi della stagione espositiva del MUDEC  di Milano per l’autunno 2017.  Egitto. La straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II”, in programmazione dal 13 settembre 2017 al 7 gennaio 2018, narra al visitatore il racconto della vita e della figura del faraone Amenofi II, vissuto tra il 1427 e il 1401 a.C. durante la XVIII dinastia (1550 – 1295 a.C.), figlio del grande Thutmosi III e sovrano di una corte sfarzosa, eroico protagonista di un’epoca storica straordinariamente ricca.

La mostra esporrà reperti provenienti dalle più importanti collezioni egizie mondiali: dal Museo Egizio del Cairo al Rijksmuseum van Oudheden di Leida, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Da queste realtà museali e da collezioni private provengono statue, stele, armi, oggetti della vita quotidianacorredi funerari mummie.

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Fondamentale la collaborazione con l’Università Statale di Milano, che presterà i documenti originali di scavo della tomba del faraone custoditi nei suoi preziosi Archivi di Egittologia, e la collaborazione con la rete dei musei civici milanesi, sempre molto attiva; in particolare il Museo del Castello Sforzesco nel periodo autunno-inverno 2017 presterà a questa mostra alcuni reperti della collezione egizia, in occasione della chiusura temporanea delle proprie sale per ristrutturazione.

Avrà inoltre importanza fondamentale l’apparato multimediale e scenografico presente nelle sale della mostra, con vere e proprie esperienze immersive che evocheranno le calde e antiche atmosfere nilotiche dei paesaggi egiziani del II millennio a.C., dando all’esposizione un taglio unico, nel segno distintivo delle mostre MUDEC.

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La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano. Sono entrambi egittologi della Statale infatti i due curatori, Patrizia Piacentini, titolare della cattedra di Egittologia, e Christian Orsenigo, che con il coordinamento dell’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia (SCA-Società Cooperativa Archeologica) hanno ideato un percorso che coniuga approfondimento scientifico ed emozione. Sia la tematica che i reperti esposti, infatti, permetteranno un approccio che predilige l’attrattiva sul grande pubblico e offriranno contemporaneamente spunti di ricerca e possibilità di approfondimento agli studiosi così come ai molti appassionati della materia.

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La mostra si propone l’intento di raccontare al pubblico una doppia ‘riscoperta’quella della figura storica del faraone Amenofi II, spesso ingiustamente oscurata dalla fama del padre Thutmosi III; e la ‘riscoperta’ archeologica del grande ritrovamento nella Valle dei Re della tomba di Amenofi II.

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IL PERCORSO ESPOSITIVO – Il cuore della mostra sarà la figura del faraone Amenofi II.  Sebbene sia stato un sovrano importante, Amenofi II non è mai stato oggetto di una mostra monografica ed è poco noto al grande pubblico, forse perché messo in ombra dal celebre padre Thutmosi III ma, anche perché i documenti relativi alla scoperta della sua tomba nella Valle dei Re da parte dell’archeologo Victor Loret nel 1898 erano sconosciuti fino a una quindicina di anni fa.

Oggi questi documenti originali sono di proprietà dell’Università degli Studi di Milano, che li conserva negli Archivi di Egittologia – tra i più ricchi al mondo – e per la prima volta verranno esposti al pubblico in un contesto assolutamente “teatrale”. I preziosi materiali d’archivio saranno presentati facendo letteralmente vivere l’emozione della scoperta al visitatore attraverso una ricostruzione in scala 1:1 della sala a pilastri della tomba di Amenofi II. Un’esperienza immersiva che accompagnerà il pubblico invitandolo ad entrare, attraverso un focus sulle credenze funerarie e la mummificazione, nella camera funeraria per ammirare i tesori che accompagnavano il faraone nel suo viaggio verso l’Aldilà. L’archeologo Loret portò alla luce non solo la mummia del faraone, ma anche quelle di alcuni celebri sovrani del Nuovo Regno, che erano state nascoste all’interno di una delle quattro stanze annesse alla camera  funeraria, con lo scopo di sottrarle alle offese dei profanatori di tombe. Tra gli altri corpi ritrovati da Loret nella tomba, anche quelli della madre e della nonna di Tutankhamon.

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L’antica civiltà del Nilo all’epoca del II millennio a.C. verrà presa in esame nelle altre sezioni della mostra. La vita quotidiana, con gli usi e i costumi delle classi sociali più vicine alla corte di Amenofi II, sarà illustrata attraverso gioielli e armi, oggetti legati alla moda e alla cura del corpo, che mostreranno il livello tecnologico e sociale raggiunto in questo periodo della storia egizia. Il tema delle credenze funerarie fornirà spunti di riflessione in merito alla lunga e complessa durata di questa straordinaria civiltà antica.

Con il mondo del faraone Amenofi II e l’Età dell’Oro dell’Antico Egitto il MUDEC torna a raccontare la Storia e le sue trasformazioni, le culture antiche e le civiltà native, le migrazioni dei popoli e gli scambi culturali, i viaggi di celebri esploratori e le grandi scoperte archeologiche.

Fonte: comunicato ufficiale


INFORMAZIONI

MUDEC – Museo delle Culture di Milano (Via Tortona, 56)
Dal 13 settembre 2017 al 7 gennaio 2018.
ORARI Lun 14.30 ‐19.30 | Mar, Mer, Ven, Dom 09.30 ‐ 19.30 | Gio, Sab 9.30‐22.30
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
BIGLIETTI Intero € 12,00 | Ridotto € 10,00
INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI www.ticket24ore.it | Tel. +39 0254917

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MOSTRE / “Papiri e antichi reperti”: a Bagno a Ripoli l’Egitto di Santa Caterina d’Alessandria

42. PSI inv. 2488Bagno a Ripoli (Fi), 4 aprile 2017 – Antichi papiri, opere letterarie, lettere private e documenti pubblici, lucerne, abiti e accessori femminili, giochi per bambini e strumenti musicali. In totale circa sessanta pezzi, risalenti al III-IV secolo d.C., che cercano di ricreare il contesto sociale, culturale e religioso il più vicino possibile a quello che si respirava nell’Egitto in cui visse la giovane martire Caterina di Alessandria.

È la suggestione da cui nasce “Santa Caterina d’Egitto – L’Egitto di Santa Caterina”, la mostra frutto della collaborazione tra il Comune di Bagno a Ripoli e l’Istituto Papirologico «G.Vitelli» dell’Università degli Studi di Firenze, prestigiosa istituzione che si occupa di recuperare, conservare e studiare il materiale papiraceo di epoca greco-romana. L’esposizione aprirà le porte la prima settimana di aprile all’Oratorio dedicato alla martire delle Ruote che sorge nella frazione di Ponte a Ema (via del Carota 31): l’inaugurazione è in programma venerdì 7 aprile alle 17, mentre sabato 8 avrà luogo l’apertura ufficiale al pubblico che proseguirà fino all’11 giugno (giovedì-domenica ore 10-18.30; mercoledì ore 14-18.30).

A fornire l’intuizione per questa preziosa mostra che consente al pubblico di vedere papiri e reperti di inestimabile valore storico e documentario, sono stati i dipinti trecenteschi che affrescano la Cappella dell’Oratorio di Santa Caterina. Realizzati da artisti di fama come Maestro di Barberino, Pietro Nelli e Spinello Aretino, che nella seconda metà del XIV secolo vennero chiamati ad abbellire abside e campata dalla famiglia Alberti, proprietaria dell’Oratorio, gli affreschi riportano gli episodi legati alla vita della giovane martire egiziana, come la discussione con i saggi pagani, le nozze mistiche, la Passione, il supplizio delle ruote.

Descrivono, però, un Egitto distante da quello del III-IV secolo d.C., età in cui si presume abbia vissuto santa Caterina. Da qui, l’idea della curatrice della mostra, la ricercatrice dell’Istituto Papirologico Simona Russo, di riunire reperti archeologici e documenti per mostrare, con una minuziosa e accurata ricostruzione filologica, l’Egitto all’epoca della martire, e offrire una visione del panorama culturale e sociale a lei coevo, rendendo più “tangibili” le immagini degli affreschi dell’Oratorio.

I circa sessanta pezzi in esposizione, di cui circa la metà sono papiri, provengono dall’Egitto, risalgono per la maggior parte al III-IV secolo d.C. e appartengono prevalentemente all’Istituto Papirologico. Ci sono però tre preziose eccezioni: due papiri provengono dalla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, mentre il terzo appartiene alla Biblioteca Apostolica Vaticana che ha eccezionalmente concesso questa “trasferta”. Il materiale papiraceo, che raccoglie testi sia pubblici che privati, scambi epistolari e disegni, tramanda e rende vivi i grandi avvenimenti della storia che fanno da sfondo alla vita di santa Caterina, come il tentativo imperiale di limitare la diffusione del Cristianesimo, le trasformazioni della civiltà pagana, le interazioni e i conflitti tra modi molto diversi di intendere l’umano e il divino. Accanto ai papiri, saranno esposti frammenti di abiti, reperti archeologici, oggetti di vita quotidiana restituiti dalle sabbie egiziane per ricostruire le occasioni di svago, le vesti che la santa indossava, il suo percorso scolastico e persino le sue preferenze alimentari.

“L’esposizione – spiegano la curatrice Simona Russo e la direttrice dell’Istituto Papirologico Daniela Manetti – darà vita a un percorso tridimensionale, dove la parola scritta prende forma nell’oggetto materiale esposto, dove i testi e i reperti, affiancati dalle immagini degli affreschi trecenteschi, guideranno i visitatori in un viaggio in cui storia e leggenda si fondono”.

Accompagna l’esposizione una serie di eventi collaterali, tra conferenze, spettacoli e una particolare visita “fotografica” della mostra insieme alla comunità di Instragramer fiorentini. Di seguito il calendario:

7 maggio, ore 10.30
Instameet
Raduno degli Instagramers organizzato in collaborazione con Igers Firenze

13 maggio, ore 21.30
Odissea , spettacolo di e con Gianluigi Tosto
Prima dello spettacolo Opera Catering organizza “Opera in Tapas”, apericena servita con degustazione tapas

25 maggio, ore 20
Aegyptia Cena a cura di Opera Catering

11 giugno, ore 10.30
Papiri e storia dei testi greci, conferenza a cura del prof. Luciano Canfora
A seguito della conferenza Opera Catering organizza “Opera in Brunch”, brunch a buffet

Informazioni più dettagliate sulla mostra e sugli eventi saranno a breve disponibili sul sito del Comune di Bagno a Ripoli e dell’Istituto papirologico “Girolamo Vitelli”, ai seguenti indirizzi:

www.comune.bagno-a-ripoli.fi.it
www.istitutopapirologico.unifi.it

L’inaugurazione ufficiale della mostra “Santa Caterina d’Egitto L’Egitto di Santa Caterina”si svolgerà venerdì 7 aprile alle 17 presso l’Oratorio di Santa Caterina delle Ruote in località Ponte a Ema a Bagno a Ripoli.

Al Museo Egizio di Torino “MISSIONE EGITTO 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata”

TORINO – È nella Torino d’inizio Novecento che comincia il racconto: sono i filmati, gli oggetti e i documenti d’epoca ad accogliere i visitatori per avvolgerli nel contesto storico e culturale in cui matura l’ambizione di portare l’Italia a scavare in Egitto con l’obiettivo di “…largamente contribuire alla storia dell’Egitto e all’incremento del materiale archeologico del Museo Egizio.” (da una lettera di Ernesto Schiaparelli al Ministro della Pubblica Istruzione, 29 aprile 1902).

Per la prima volta sono riuniti insieme documenti d’archivio e materiali fotografici – taluni inediti – che raccontano l’attività della Missione Archeologica Italiana in Egitto nei primi decenni del XX secolo, tra successi, imprevisti e difficoltà. Ne emergono anche i profili di numerosi personaggi, più o meno noti, protagonisti delle ricerche archeologiche del Museo Egizio. Le loro biografie e il loro contributo all’arricchimento delle collezioni sono ripercorsi attraverso l’esposizione di oggetti di lavoro e testimonianze dirette: in questo modo, anche uomini e donne vissuti nel secolo scorso sono studiati al pari dei personaggi antichi.

“Dedicare una mostra temporanea alla Missione Archeologica Italiana (M.A.I.)” dichiara il Direttore Christian Greco “e alla figura di Ernesto Schiaparelli che ne fu il fondatore, significa rendere omaggio a uno degli elementi costitutivi dell’identità del Museo Egizio. La costruzione identitaria è un processo complesso in cui è imprescindibile guardare alla propria storia e confrontarsi con essa. Questa esposizione non è dunque un mero approfondimento di un segmento della storia del Museo ma è la sottolineatura di uno degli aspetti che reputiamo fondamentali per la vita dell’Egizio: il lavoro di scavo.”

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Le storie dei singoli protagonisti si intrecciano tra loro e tessono una trama narrativa più ampia e articolata che illustra l’epopea delle avventure archeologiche italiane nella Valle del Nilo. Contemporaneamente agli scavi del Museo Egizio, numerose altre missioni operavano nel Mediterraneo Orientale, dove più si concentravano gli interessi – soprattutto politici – italiani: Federico Halbherr scavava in Cirenaica e nei principali siti di Creta (Festòs, Gortina, Hagia Triada), mentre altre indagini erano in corso a Rodi, nel Dodecaneso e in Turchia. I reperti ritrovati durante queste ricerche sono giunti in prestito dal Museo Pigorini di Roma, dove confluivano le testimonianze preistoriche ed etnografiche di provenienza nazionale ed estera.

I problemi a cui i direttori delle missioni dovevano fare fronte – allora come oggi – consistevano nel reperimento di fondi, nell’organizzazione logistica dei trasporti e della permanenza in loco, nell’approvvigionamento di materiali e di rifornimenti, nell’ingaggio dei lavoratori locali. Alle difficoltà delle fasi preparatorie si aggiungevano anche gli imprevisti più diversi, le dure condizioni di vita e di lavoro sul cantiere, i rapporti con le autorità locali e con i colleghi archeologi, tutte situazioni che rendono ancor più suggestiva e meritoria l’opera svolta in quegli anni.

Le energie profuse erano dirette a incrementare la ricerca archeologica, lo studio e l’esposizione dei reperti; Schiaparelli si spese in prima persona presso gli Enti governativi e la Casa Reale in cerca di fondi adeguati alle esigenze delle indagini sui siti, riuscì a reperire materiale da campo di qualunque genere per allestire gli alloggi tendati, strumenti per la logistica, mezzi e persone con particolari interessi e competenze che potessero risultare utili alla missione. Nonostante le numerose difficoltà operative, la M.A.I. poteva tuttavia contare sull’appoggio dei Frati Francescani, di valenti collaboratori locali e del Direttore del Service des Antiquités Gaston Maspero. L’ingente mole di reperti portati in Italia testimonia l’intensa attività di scavo, documentazione, studio e catalogazione svolta sia sul sito sia dopo l’arrivo dei materiali a Torino. Scritti e oggetti presenti in esposizione permettono di contestualizzare la complessità delle variabili di cui si doveva tenere conto, considerando anche le condizioni climatiche, geografiche e socio-politiche dell’Egitto dell’epoca.

“Credo che sia molto importante valorizzare il rapporto che lega il Museo Egizio a Torino.” dichiara la Presidente Evelina Christillin “Il contesto storico generale in cui si colloca l’avventura archeologica del Museo Egizio è ricostruito all’inizio del percorso, inquadrando gli eventi principali nella più ampia cornice politica e culturale dell’inizio del Novecento, quando gli studiosi intrattenevano rapporti professionali e personali con i più eminenti ricercatori italiani e stranieri, mentre le innovazioni tecnologiche iniziavano a condizionare il lavoro e la vita di tutti i giorni. Infatti, in quegli anni Torino si connotava come polo industriale e creativo, brulicante di movimento e fiducia nel progresso.”

È in questo fermento che Schiaparelli è chiamato a dirigere il Regio Museo di Antichità nel 1894, lavorando in un ufficio molto simile a quello ricostruito in mostra. Oltre al suo fondamentale ruolo nella storia del Museo, sono messi in evidenza anche gli altri ambiti in cui dispiegò le sue forze: come filantropo, come Soprintendente ai beni archeologici di Piemonte, Liguria e Lombardia e infine come Senatore del Regno d’Italia.

L’arricchimento delle collezioni del Museo Egizio restò sempre il fine ultimo dei suoi sforzi, che si tradusse nell’esaltazione del valore storico delle scoperte, nell’attenzione al contesto archeologico e alle relazioni fra gli oggetti, nella valorizzazione dei frammenti anche più modesti e nella cura verso il loro stato di conservazione, che passò attraverso interventi di restauro realizzati già sul cantiere. Ogni operazione è stata documentata con appunti, descrizioni, disegni e soprattutto con una massiccia battitura fotografica, di cui emerge ora con chiarezza la basilare rilevanza nella ricostruzione di vicende, luoghi e volti.

L’esposizione mira perciò a sottolineare la centralità della ricerca nella valorizzazione della collezione, basata sulla lettura contestuale di oggetti e materiali d’archivio, che sono anche rivelatori del profondo legame fra politica e archeologia esistente in quegli anni. Contenuti multimediali, mappe, fotografie di grande formato, ricostruzioni di ambienti fisici e virtuali regalano al pubblico un’ esperienza immersiva e coinvolgente.

Per arricchire l’esperienza di visita, il Museo Egizio ha collaborato con la Scuola Holden per lo storytelling della mostra. Tramite l’audioguida, si affidano idealmente al visitatore la colonna sonora e i dialoghi di un film, le cui immagini sono create dagli oggetti in mostra. Ed è proprio Ernesto Schiaparelli ad accompagnare il pubblico in questo viaggio, che parte dal suo ufficio di Torino per arrivare in Egitto attraverso una narrazione appassionata, scritta da Alessandro Avataneo e interpretata dall’attore Gianluca Ferrato.

MISSIONE EGITTO 1903-1920 pone al centro la ricerca sul materiale d’archivio, luogo in un cui un museo contemporaneo deve “scavare” per illuminare e ampliare la prospettiva sulle proprie collezioni museali. In questo modo non solo la cultura materiale, ma anche la metastoria e la ricezione dell’antico diventano campi fondamentali di indagine.

Info: www.museoegizio.it

PAVIA / “Il volto dell’antico Egitto”: svelati i segreti della mummia dell’Università

PAVIA –  Sabato 11 marzo 2017 l’Università di Pavia esporrà per la prima volta una mummia egizia in perfetto stato di conservazione e presenterà al pubblico, presso il Museo Archeologico dello stesso Ateneo, i risultati degli studi condotti sull’eccezionale reperto insieme a tutta la collezione egizia in una nuova esposizione. L’evento, intitolato “Il volto dell’antico Egitto”. Un Egyptian Corner all’Università di Pavia, si terrà presso il Museo Archeologico Sistema Museale dell’Università di Pavia in Strada Nuova 65  con inizio alle ore 17. 30.

UNA MUMMIA MISTERIOSA – Nel 1824 il Gabinetto di anatomia Umana dell’Università di Pavia ricevette in dono una mummia egizia proveniente dal Cairo. Nel 1933 passò al Museo di Storia Naturale e quindi negli anni ‘60 fu collocata in una torre del Castello Visconteo di Pavia, dove è rimasta fino al trasferimento presso le raccolte archeologiche dell’ateneo.  La mummia è misteriosa: riposa in una cassa ottocentesca, il cui coperchio riporta l’enigmatica scritta “Mummia Egiziana di una donna morta 810 anni prima dell’era volgare. Dono di S. Giorgiani del Cairo del 1824“. Per dare voce a questo reperto, solo apparentemente silenzioso, sono intervenuti il Prof. Maurizio Harari, direttore del Museo Archeologico dell’Ateneo e docente ordinario di Etruscologia ed Archeologia Italica dell’Università di Pavia e Sabina Malgora, archeologa e direttore del Mummy Project Research, équipe multidisciplinare votata allo studio delle mummie.

NUOVI STUDI – Dal 2013 la mummia è stata al centro di una serie di accurate ricerche con le più moderne tecniche di indagine medica e forense. Lo scopo è quello di restituirle l’identità, scoprire la sua età ed il periodo in cui è vissuta. Per questo è stata sottoposta alla tomografia computerizzata (TC) all’Ospedale San Matteo di Pavia e sono stati effettuati prelievi per analisi molecolari, tra cui quella del radio carbonio C14. Inoltre l’antropologa Chantal Milani ha studiato il profilo antropologico e lo specialista americano,  Jonathan Elias ha ricostruito il volto questa donna vissuta millenni prima di noi. Infine è stata creata una copia 3D del reperto ad opera di Spazio Geco di Pavia.

La ricerca sulla mummia è stata realizzata con il sostegno della Regione Lombardia nel progetto: “Condividere il patrimonio museale universitario: nuove modalità di fruizione rivolte anche agli utenti con disabilità sensoriali”.

Sabato 11 marzo i risultati degli studi saranno quindi resi noti per la prima volta al pubblico presso il Museo Archeologico dell’Università di Pavia, dove verrà presentata tutta la collezione egizia in una nuova esposizione.

MOSTRE / All’ombra delle piramidi: ricostruzione della tomba di Nefer al Museo Barraco

ROMA –  Il Museo Barracco di Roma conserva la preziosa “stele della falsa porta” del dignitario Nefer, vissuto in Egitto ai tempi della IV Dinastia (2575-2465 a.C.), quella dei grandi faraoni costruttori delle piramidi. Visto il suo alto incarico a corte – era il soprintendente di tutti gli scribi del re, il soprintendente dei magazzini delle provviste e della “casa delle armi”- Nefer ebbe l’onore di essere sepolto in una màstaba del cimitero reale ai piedi della grande piramide di Cheope. Le màstabe (dalla parola araba che significa “panca”) sono edifici funerari caratteristici delle prime dinastie della civiltà egizia: si tratta di monumenti troncopiramidali a struttura piena,  destinati ad accogliere il pozzo funerario che metteva in comunicazione l’area esterna con la camera sepolcrale sotterranea che ospitava il sarcofago del defunto ed il suo corredo.

Nefer aggiunse alla struttura della tomba una piccola cappella funeraria, rivestita di rilievi, che è stata ricostruita al Museo Barracco nelle sue dimensioni originali. I rilievi della tomba dispersi in diversi musei europei e americani (Parigi, Louvre; Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek; Museo di Birmingham,  University of Pennsylvania Museum di Philadelphia; Museum of Fine Arts di Boston) sono riprodotti per immagini all’interno della cappella funeraria ricostruita in modo da restituire l’immagine generale di una tomba egizia del  3° millennio avanti Cristo.

La mostra All’ombra delle piramidi, al Museo Scultura Antica Giovanni Barracco dal 30 dicembre 2016 al 28 maggio 2017, prevede la ricostruzione in dimensioni 1:1 – nella loggia esterna al primo piano del Museo –  della cappella funeraria di Nefer con slides retroilluminate che riproducono nella sua completezza la decorazione a rilievo al suo interno.

La stele del Museo Barracco fu acquistata da Giovanni Barracco a un’asta a Parigi nel 1868: si vendevano in quell’occasione le opere della collezione di Napoléon-Joseph-Charles-Paul Bonaparte, detto Plon Plon, figlio del fratello minore di Napoleone I. Il principe aveva progettato, per il 1858, un viaggio in Egitto, sulle orme della spedizione napoleonica del 1798-1801. Per accogliere degnamente un ospite  così illustre il governatore  d’Egitto, Said Pacha,  decise di organizzare preventivamente una serie di campagne di scavo in modo che il principe potesse provare il piacere della “scoperta” dei tesori archeologici dell’ Egitto faraonico che emergevano, come per incanto, dalla sabbia del deserto.
Per preparare questa  messa in scena venne convocato in Egitto il famoso egittologo Auguste Mariette, allora conservatore aggiunto delle antichità egizie del Louvre. Mariette giunse in Egitto nel 1857 e, in un breve lasso di tempo, riuscì ad aprire fino a 35 cantieri di scavo dirigendo personalmente gli scavi e controllando attivamente tutte le importanti scoperte che avvenivano nei diversi luoghi. La messe dei ritrovamenti emersa da quelle esplorazioni fu impressionante, sia per qualità che per quantità.

Il viaggio fu annullato, ma il principe ricevette in omaggio una serie di opere egizie, tra cui spiccava la stele di Nefer.  Plon Plon conservava queste opere all’interno della sua sontuosa Maison Pompéienne, fatta costruire a Parigi su ispirazione di una domus di Pompei. In un momento di difficoltà politica le prince Napoléon vendette casa e collezione. La stele di Nefer  divenne il primo pezzo della raccolta di Giovanni Barracco.


INFORMAZIONI

Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Roma, Corso Vittorio Emanuele 166/A
Orari: Ottobre – maggio: da martedì a domenica ore 10 – 16 (ingresso consentito fino alle 15.30); 1 gennaio ore 15 –  19
Giorni di chiusura: lunedì, 1 maggio

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00), www.museiincomune.it; www.museobarracco.it

ANTEPRIME / Il ritorno dei Faraoni: al MANN di Napoli a ottobre riapre la sezione egizia

NAPOLI – Grandi novità in arrivo per il MANN, il Museo Archeologico di Napoli. Dopo sei anni di chiusura, a ottobre riaprono finalmente  (inaugurazione aperta al pubblico 7 ottobre ore 17.00) la Sezione Egiziana e la Sezione Epigrafica, con oltre 1400 reperti e 10 sale interamente riallestite con un nuovo percorso espositivo e un’ampia offerta didattica.

Si tratta di un’eredità molto importante, quella custodita tra le sale del Museo napoletano. Il “Real Museo Borbonico di Napoli” fu infatti, nell’Ottocento, il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni.  Seguiranno a ruota gli altri Paesi: nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Quella di Napoli è dunque la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino.
La riapertura rientra nel piano strategico annunciato a luglio dal nuovo direttore Paolo Giulierini e segue l’inaugurazione, qualche mese fa, della Sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi gli eventi concludono l’importante progetto “Pompei e l’Egitto”, condotto in collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e appunto il Museo napoletano.

LA PIU’ ANTICA RACCOLTA EGIZIA D’EUROPA – Gli oltre 1200 oggetti fanno parte di una raccolta formatasi in gran parte prima della famosa spedizione napoleonica che contribuì in maniera determinante alla riscoperta, in Europa, dell’Egitto e dell’Oriente: essa è composta da parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta Dama di Napoli, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri. Tutti questi reperti torneranno visibili in un allestimento progettato dal MANN e dall’Università “l’Orientale” di Napoli, completamente ripensato rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta.

UN PERCORSO TUTTO NUOVO – Il percorso nelle sale del seminterrato è stato oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico e ospiterà ora una esposizione suddivisa in grandi temi: “Il faraone e gli uomini”, “la tomba e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenterà – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. Riemergeranno quindi le figure affascinanti, ai più sconosciute, di alcuni importanti collezionisti e avventurieri che con vicende anche rocambolesche contribuirono non poco alla crescita delle collezioni napoletane. E’ il caso, ad esempio, del cardinale Stefano Borgia che, animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789 implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone.
Troveremo anche il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo
per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

I GIOIELLI DELL’EPIGRAFIA LATINA E GRECA – Altra riapertura importante, anch’essa dal prossimo 8 ottobre, sarà quella  della Sezione Epigrafica, che riallestirà  nel riordinamento curato dal dipartimento di Studi umanistici della Università Federico II di Napoli la parte  più significativa delle immense raccolte di iscrizioni del mondo greco-romano (in tutto si tratta di migliaia di pezzi) custodite presso il MANN e provenienti  dal nucleo Farnese, dalle raccolte dei Borgia, da quelle dell’erudito campano Francesco Daniele e di monsignor Carlo Maria Rosini fino ai ritrovamenti effettuati in Campania e nel Mezzogiorno d’Italia, dal Settecento ai giorni nostri. Tra gli oltre 200 documenti spiccano le testimonianze di aspetti della vita pubblica e privata, difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani, quali i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori, i graffiti su intonaco, a volte in versi a volte accompagnati da rozzi disegni.
Dalla documentazione in lingua greca, con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa/Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano. Eccezionale poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico), come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C. o quella sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C.  Tanti i materiali significativi ci sono le cosiddette Tavole di Eraclea, lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, rinvenute nel 1732 in Basilicata nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota; in greco sono le Laminette orfiche di Thurii:
sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica; in osco invece la Meridiana delle Terme Stabiane.
Vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al MANN) della cosiddetta Tavola bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali e – infine – le iscrizioni con i nomi di quanti vinsero i Sebastà in diverse edizioni, in gare atletiche,
ippiche e artistiche, scoperte alla fine del XIX secolo durante i lavori del Risanamento in prossimità di Piazza Nicola Amore a Napoli dove, nel 2003 durante i lavori per la linea 1 della metropolitana, sarebbero stati rimessi in luce il tempio per il culto di Augusto
e il portico di uno dei ginnasi di Napoli con numerosi altri frammenti di analoghe monumentali iscrizioni.

NUOVE GUIDE, FUMETTI E DIDATTICA – Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica e arricchita da contributi multimediali si annuncia  la didattica di entrambe le sezioni. Per quella egizia sarà pubblicata  in un nuovo formato editoriale, una nuova guida (la prima di una serie) a cura di Electa, accompagnata da un albo a fumetti appositamente creato da Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel Museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di: “Nico e l’indissolubile problema…egizio”.  Il fumetto rientra nel progetto OBVIA ideato da Daniela Savy (Università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda Università di Napoli) con il quale il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.

Per informazioni: Sito ufficiale del MANN

Iside (ri)conquista Napoli: al MANN una nuova sala per le religioni d’Egitto e d’Oriente

NAPOLI – Apre il 29 giugno al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, nell’ambito del progetto “Egitto Pompei”, un nuovo percorso espositivo dal titolo“Egitto Napoli. Dall’Oriente”, a cura di Valeria Sampaolo. Viene inaugurata per l’occasione una sala al secondo piano dell’edificio, in prosecuzione degli spazi dedicati alle decorazioni e agli arredi del Tempio di Iside a Pompei, destinata ad accogliere testimonianze del culto isiaco in Campania e di altre religioni orientali con le quali il mondo romano venne in contatto.

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(Foto di Giorgio Albano)

Tra i capolavori di artigianato ispirati alla cultura egizia le coppe di ossidiana da Stabia -prodotte probabilmente ad Alessandria, con pregevoli intarsi di pietre dure e sottilissime lamelle d’oro -, gli affreschi con scene di cerimonie isiache provenienti dalla Palestra di Ercolano, e la nicchia isiaca dai Praedia di Giulia Felice, fino ad oggi nei depositi del museo. Ad attestare la fertile diffusione in Campania dei culti di origine orientale, le raffigurazioni di Attis, Cibele, Sabazio, ricorrenti anche su oggetti di uso quotidiano, di Mitra, ritratto su un bassorilievo proveniente da Capri, e le gemme gnostiche con simboli e scritte misteriose, a richiamare la componente magico-superstiziosa dell’egittomania. Infine, i riferimenti al giudaismo, documentati da alcune iscrizioni funerarie mai presentate prima.

L’allestimento costituisce la terza tappa del progetto “Egitto Pompei”, nato dalla collaborazione tra il Museo Egizio, la Soprintendenza Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con l’organizzazione, per questi ultimi, di Electa.

Tre iniziative diverse per raccontare, in altrettante sedi, influssi e innesti originati o transitati per la terra del Nilo che, attraverso il Mediterraneo, sono giunti in Campania per poi diffondersi da qui nel resto della penisola.


INFORMAZIONI

– “Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano”: fino al 4 settembre al Museo Egizio

– “Egitto Pompei”: fino al 2 novembre alla Palestra Grande degli Scavi di Pompei

– riapertura della Collezione egiziana: dall’8 ottobre al MANN di Napoli.

www.mostraegittopompei.it

Pompei, riapre la palestra grande con la tappa della mostra “Egitto Pompei”

 

Agli Scavi di Pompei la seconda tappa del progetto espositivo “Egitto Pompei”, inaugurato il 5 marzo scorso al Museo Egizio di Torino. La prossima da giugno a Napoli.

z2POMPEI – Arriva agli Scavi di Pompei la seconda tappa del grande progetto espositivo “Egitto Pompei”, inaugurato il 5 marzo scorso al Museo Egizio di TorinoPer l’occasione di riaprono gli spazi recentemente restaurati della Palestra Grande e accolgono, esaltate dallo scenografico allestimento di Francesco Venezia, sette monumentali statue raffiguranti Sekhmet, la divinità egizia dalla testa leonina, e la magnifica statua seduta del faraone Thutmosi I, tutte appartenenti ad uno dei periodi di massimo splendore della storia dell’antico Egitto: la XVIII dinastia (XVI-XIV sec. a.C.).

Gli eccezionali prestiti, provenienti dalla collezione permanente del Museo Egizio, suggellano e ribadiscono l’unità di intenti e di collaborazione tra il Museo torinese, la Soprintendenza Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, per una mostra che vuole raccontare – in tre diverse sedi – culti e mode originati nella terra del Nilo e diffusi a Pompei, inserendoli in un’ampia riflessione sulle interrelazioni tra le civiltà del mondo antico che si affacciavano sul Mediterraneo.

Le imponenti sculture in granito, oltre a rappresentare il potere faraonico al tempo della XVIII dinastia, sono una testimonianza straordinaria del mondo della mitologia egizia. Sekhmet, come altre divinità femminili, ha una natura ambivalente, contraddistinta da forze contrapposte. Figlia del sole, propaga sulla terra calore, distruzione e malattie, ma allo stesso tempo, se placata con rituali e preghiere, è in grado di garantire la pace e la prosperità.

La mostra, curata da Massimo Osanna e Marco Fabbri con Simon Connor, continua fino al 2 novembre con un’emozionante video installazione originale di Studio Azzurro che evoca gli scambi culturali, religiosi ed economici intercorsi tra Pompei e l’Egitto dalla fine del II sec. a.C.

Il percorso espositivo si arricchisce inoltre di un “itinerario egizio”: dal Tempio di Iside, tra i maggiori e meglio conservati edifici pompeiani – oggetto per l’occasione di un intervento di riallestimento con postazioni multimediali di realtà immersiva – alle numerose domus decorate con motivi egittizzanti, come quella di Loreio Tiburtino tornata di recente a risplendere e quella dei Pigmei riaperta in occasione della mostra.

Il 28 giugno, al Museo Archeologico di Napoli, la terza tappa del progetto con l’inaugurazione di una nuova sezione del percorso di visita delle collezioni permanenti con reperti archeologici, affreschi e capolavori di artigianato ispirati alla cultura egizia.

Sito ufficiale: www.mostraegittopompei.it