ARCHEOLOGIA / Claterna, la città romana svela i suoi segreti

[FONTE: COMUNICATO E FOTO UFFICIALI della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara]

BOLOGNA, 26 ottobre 2018 –  Il foro, il teatro, le domus private, le officine artigianali e ora quasi certamente l’impianto termale. L’antica città romana di Claterna definisce ogni anno di più la sua forma urbis svelando i propri segreti e confermando le ipotesi ricostruttive proposte nel corso dei vari scavi.   Le ricerche e i sondaggi sistematici dell’ultimo decennio hanno permesso di disegnare un quadro pressoché completo della città romana che giace ‘sepolta’ a pochi centimetri di profondità lungo la Via Emilia, nel territorio di Ozzano dell’Emilia, tra Bologna e Imola. I risultati della campagna di scavo 2018 sono stati presentati nel corso di una visita guidata che si è tenuta stamattina.

SNODO E MERCATO – Claterna nasce nel II secolo a.C. con una duplice funzione: da un lato è un importante snodo viario all’incrocio fra via Emilia, torrente Quaderna e una via transappenninica, forse la Flaminia minor, dall’altra come centro di mercato e servizi. Nel I secolo a.C. Claterna, come tante altre città italiche, diventa un municipium con competenza sul vasto territorio compreso fra i torrenti Idice e Sillaro. Dopo il periodo di massimo splendore collocabile nella prima età imperiale, la città sopravvive fino alla tarda antichità (V-VI secolo d.C.), seppure notevolmente ridimensionata, per poi venire totalmente abbandonata fino al completo oblio.
Fin dall’Ottocento, l’antica città è stata un campo d’indagine privilegiato per l’archeologia emiliano-romagnola. L’unicità di Claterna è dovuta al fatto di non aver avuto una continuità storica analoga a quella degli altri centri sorti lungo la via Emilia (da Rimini a Piacenza) e questa assenza di stratificazione ha offerto la possibilità di indagare la città nella sua estensione e configurazione originale, senza le modifiche intervenute nel tempo. A partire dagli anni 80, la Soprintendenza ha intrapreso la progressiva acquisizione dell’ampia superficie su cui si estende l’antica città romana e dal 2005 si è dato vita a un grande progetto di studio e valorizzazione con enti locali e associazioni culturali. L’obiettivo delle ricerche e dei sondaggi sistematici intrapresi nell’ultimo decennio è di chiarire alcuni aspetti topografici (i suoi limiti, l’articolazione interna, gli spazi pubblici e sacri quali foro, basilica, edifici templari e teatro) e cronologici (dalla fondazione e dall’eventuale origine preromana al declino) dell’antica città e di valorizzare alcuni spazi per consentire al pubblico di visitare le evidenze archeologiche più suggestive, come la Casa del fabbro e la Domus dei mosaici.

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La ricostruzione delle strutture della domus del fabbro, riutilizzando materiali e tecniche antiche (foto di Paolo Nanni)

NUOVE SCOPERTE  – Ogni campagna di scavo porta con sé nuove sfide e prove. Quella appena conclusa ha operato su tre fronti: la domus del fabbro e il teatro, in prosecuzione al progetto 2017-2019, e la ricerca geomagnetica su tutta la pianta della città, una novità assoluta. Docenti e studenti dell’Università di Venezia Ca’ Foscari e dell’Università di Siena e ragazzi impegnati in esperienze di alternanza Scuola Lavoro hanno lavorato da giugno a settembre sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e con il coordinamento dell’Associazione Culturale ‘Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi’. Molte e interessanti le novità emerse dalle ricerche 2018. Nella Domus del fabbro, sono proseguite le ricerche nella nuova area aperta verso nord, operando più in profondità per raggiungere le fasi imperiali di I – III secolo d.C. La scoperta più importante è stata quella di un secondo peristilio, un’area cortiliva porticata dotata di pozzo sulla quale affacciava una cucina. Sono stati anche scoperti un altro cortile e altri ambienti, questi ultimi intonacati. La domus insomma sta prendendo sempre più forma, confermandosi come un grande e complesso organismo architettonico.

RICOSTRUZIONE – Anche quest’anno è continuato il progetto di ricostruzione delle strutture antiche, aggiungendo nuovi ambienti e riedificando uno dei pozzi ritrovati negli anni scorsi. La sperimentazione continua con materiali e tecniche differenti, sempre però ispirate al sapere costruttivo degli antichi romani. Le ricerche sono poi proseguite nel settore del Teatro, aprendo un’area molto vasta di fianco a quella dell’anno scorso. Le indagini sono ancora in corso ma va segnalato il ritrovamento di strutture di fondazione della cavea, in grandi blocchi di arenaria, che si stanno rivelando molto più profonde e ben conservate di quanto non fosse emerso l’anno scorso. L’esplorazione della parte bassa della cavea ha restituito anche materiali lapidei lavorati, come un grosso frammento di cornice, mentre sono iniziate quest’anno le indagini nella zona dell’orchestra e degli ingressi laterali che si trovano a profondità elevate in quanto parte della struttura è stata parzialmente costruita sotto il livello di calpestio antico. Queste scoperte stanno definendo la forma architettonica di un grande teatro, consentendo in futuro di proporne una ricostruzione sempre più dettagliata.

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Una delle ipotesi ricostruttive possibili per l’edificio teatrale di Claterna.(grafica 3D di Paolo Nanni)

MAPPATURA AEREA –  La campagna di scavo 2018  ha consentito di avviare un progetto sognato da tempo: l’esplorazione estensiva della città attraverso le più moderne tecnologie geofisiche.  I risultati non si sono fatti attenderel’integrazione tra le nuove prospezioni geomagnetiche condotte dall’Università di Siena (ben 16 ettari sui 18 del totale urbano) e la mappatura delle tracce aerofotografiche portata avanti in lunghi anni di ricerche ha prodotto un quadro quasi completo dell’area urbana e di parte del suburbio. Questi nuovi dati ci permettono ora di individuare meglio, tra le tante altre particolarità, tutto il comparto pubblico (compresi alcuni edifici mai individuati prima) e la scansione interna del tessuto urbano. Un materiale di assoluto interesse che stiamo studiando nei particolari e che sarà oggetto di analisi nei prossimi mesi.

UN GRANDE MOSAICO – Ultima ma non meno importante novità di quest’anno è la scoperta legata alla realizzazione della pista ciclabile che collegherà San Lazzaro di Savena e Castel San Pietro Terme: le ricerche dirette dalla Soprintendenza hanno intercettato un grande mosaico e potenti strutture proprio nel luogo dove le prospezioni e le foto aeree inducevano a ritenere che esistesse un grande edificio pubblico, probabilmente termale. Scavi e indagini future confermeranno o chiariranno la natura di questa costruzione.

Le indagini archeologiche a Claterna sono promosse dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dall’Associazione Culturale ‘Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi’ con il finanziamento di CRIF SpA e il contributo Gruppo IMA SpA e RENNER Italia SpA. Il progetto di alternanza scuola-lavoro è coordinato dal Rotary Club Bologna. Le ricerche geomagnetiche sono state eseguite dall’Università degli Studi di Siena (Prof. Stefano Campana); le indagini sul campo sono eseguite dall’Università di Venezia Ca’ Foscari.

[FONTE: COMUNICATO E FOTO UFFICIALI della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara]

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MOSTRE / A Bologna gli spettacolari corali della Basilica di San Francesco

BOLOGNA (15 settembre 2018) –  Inaugura oggi al Museo Civico Medievale di Bologna (ore 17.30) la mostra Lodi per ogni ora. I corali francescani provenienti dalla Basilica di San Francesco, curata da Massimo Medica in collaborazione con Paolo Cova e Ilaria Negretti. La rassegna, organizzata in occasione della decima edizione del Festival Francescano, espone fino al 17 marzo 2019 una serie di importanti codici liturgici francescani databili dal XIII al XV secolo, conservati  nello stesso Museo medievale bolognese.

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Corale francescano Ms 526, F 84.2v

IN LODE DI FRANCESCO – Fin dal Duecento l’illustrazione dei manoscritti ha costituito uno strumento espressivo essenziale per l’Ordine dei Frati Minori. Grazie alle scelte iconografiche e tematiche codificate dall’Ordine, le immagini dei libri francescani rappresentarono un elemento fondamentale per esaltare la figura del santo fondatore, offrendo una lettura in chiave strettamente cristologica della sua vita, che legittimava il ruolo di rinnovamento della Chiesa operato dalla Congregazione francescana. Infatti, sfogliando le pagine di Antifonari e Graduali del XIII secolo spesso ricorrono le raffigurazioni della Predica agli uccelli e delle Stimmate come appare nel manoscritto 526, qui esposto insieme ad altri graduali (mss. 525, 527), realizzati intorno al 1280-85 per il convento di San Francesco a Bologna. A decorarli fu chiamato uno dei protagonisti assoluti della miniatura bolognese della seconda metà del Duecento, il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, così chiamato per aver decorato la celebre Bibbia oggi conservata presso la biblioteca capitolare della città catalana.

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Corale francescano Ms 526,  F62c C.N.B

FECONDI CONFRONTI – Se nell’episodio della Predica agli uccelli gli artisti potevano indugiare in ricerche di naturalismo espressivo, in quello delle Stimmate era possibile invece sperimentare effetti di grande drammaticità, come documenta l’analoga figurazione del graduale ms. 526, felice connubio tra le più sofisticate sperimentazioni pittoriche della tradizione bizantina e la veemenza espressiva di certa pittura toscana di questi anni. Nella serie di Antifonari (mss. 528, 529, 533), realizzata nei primissimi anni del Trecento a compimento del precedente ciclo di Graduali, il linguaggio ancora aulico del Maestro della Bibbia di Gerona rivive in talune figurazioni seguendo connotazioni più moderne che già lasciano presagire una conoscenza dei fatti nuovi della cultura giottesca (ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi), la cui diffusione dovette seguire inizialmente canali privilegiati all’interno dello stesso Ordine.

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Corale francescano Ms 526, C98.2r

Tra le figure che si pongono a maggior confronto con l’artista fiorentino va annoverato Neri da Rimini che realizzò nel 1314, assieme al copista Fra Bonfantino da Bologna, l’antifonario ms. 540 destinato al convento francescano della città romagnola. Risale invece alla metà circa del XV secolo la serie di corali francescani (mss. 549 – 551, 553) che in parte recano entro alcuni capilettera calligrafici la firma di Guiniforte da Vimercate e la data 1449. La decorazione di questo ciclo, risultato della collaborazione di maestranze di estrazione lombarda e locale, venne coordinata dal bolognese Giovanni di Antonio il quale si riservò personalmente la realizzazione di alcune parti (ms. 551). Accanto a lui sono all’opera personalità bolognesi dalla parlata più corsiva (mss. 550, 551, 553), ma anche il Maestro del 1446 (ms. 549) considerato uno dei più abili interpreti dell’ultima stagione della miniatura tardogotica cittadina che ebbe proprio in questa serie liturgica francescana una delle sue più tardive manifestazioni.

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Corale francescano Ms 526, C104v 

Nell’ambito del Festival Francescano, venerdì 28 settembre alle ore 16.30 la Sala del Lapidario del Museo Civico Medievale ospita la conferenza Oltre Giotto: ‘la maniera dolcissima e tanto unita’ di Claudia D’Alberto (storica dell’arte, ricercatrice Marie-Curie COFUND Università di Liegi – Unione Europea ‘Horizon 2020’). Percorso indiziario volto alla scoperta della “bellezza artistica francescana” meno nota, l’incontro è un’occasione per parlare di Puccio Capanna, pittore che ad Assisi fu il più importante appaltatore di imprese decorative commissionate, fra prima e seconda metà del XIV secolo, dall’Ordine francescano e dalle confraternite.Ingresso libero, fino a esaurimento posti disponibili.

La mostra è accompagnata da un programma di visite guidate con il seguente calendario:

sabato 22 settembre 2018 h 10.30
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

venerdì 28 settembre 2018 h. 15.00
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza), riservata agli Amici del Festival Francescano, previa prenotazione

sabato 29 settembre 2018 h. 11.00
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza), riservata agli Amici del Festival Francescano, previa prenotazione

domenica 30 settembre 2018 h. 16.00
visita guidata alla mostra di Giacomo Alberto Calogero (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza), riservata agli Amici del Festival Francescano, previa prenotazione

giovedì 11 ottobre 2018 h 17.00
visita di Paola Cova (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

giovedì 22 novembre 2018 h 17.00
visita di Ilaria Negretti (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

giovedì 20 dicembre 2018 h. 17.00
visita di Paolo Cova (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

domenica 13 gennaio 2019 h 16.30
visita di Massimo Medica (responsabile Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica)

giovedì 14 febbraio 2019 h 17.00
visita di Paolo Cova (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)

giovedì 7 marzo 2019 h 17.00
visita di Giacomo Alberto Calogero (RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza)


INFORMAZIONI

Lodi per ogni ora. I corali francescani provenienti dalla Basilica di San Francesco
Bologna, Museo Civico Medievale (via Manzoni 4)
Dal 16 settembre 2018 al 17 marzo 2019
Orari di apertura: da martedì a domenica: 10.00 – 18.30,  chiuso lunedì feriali
Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | gratuito Card Musei Metropolitani Bologna; ogni prima domenica del mese; Amici del Festival Francescano (valido nei giorni del festival 28/29/30 settembre 2018)
Informazioni: tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
www.museibologna.it/arteantica 

PUBBLICAZIONI / La preghiera in tasca: alla scoperta dei Libri d’ore

BOLOGNA –  Il 24 aprile 2018, alle ore 17 presso il Museo Medievale di Bologna, sarà presentato il volume “Il Libro d’Ore. Un’introduzione”, a cura di Daniela Villani, Giuseppe Solmi e Alessandro Balistrieri.  Il volume, edito dalla casa editrice Nova Charta nella collana “Cimelia”, costituisce un’introduzione alla conoscenza e allo studio di una delle tipologie librarie più diffuse e amate in Europa tra Medioevo e Rinascimento.

Manoscritti vergati in latino, lingua del culto cristiano e in diverse lingue europee, “insieme alla Bibbia, i Libri d’Ore furono i libri più diffusi – se si pensa che dall’invenzione della stampa (1455), circa alla metà del XV secolo, se ne conoscono più di 700 edizioni, mentre i “testimoni” manoscritti, compresi frammenti, cuttings, fogli sciolti e naturalmente esemplari integri, sono ancora più numerosi delle versioni stampate giunte fino ai nostri giorni, ci rendiamo conto della vastità della loro diffusione”. Questo è quanto spiega Solmi,  libraio antiquario bolognese esperto in manoscritti medievali, co-autore del saggio.

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Libro d’Ore manoscritto su pergamena, Italia, probabilmente Ferrara, fine XV secolo

LA BELLEZZA DEI LIBRI D’ORE – I Libri d’Ore, libri di preghiera contenenti i testi religiosi del Breviario e del Salterio, da recitare nelle diverse ore della giornata, presentavano un ampio ventaglio di soluzioni decorative. L’estensione e la qualità delle miniature, su pergamena o su carta, dipendevano dalle disponibilità finanziarie del committente che, se di alto lignaggio, poteva rivolgersi a un miniatore famoso. La pagina divenne così campo d’espressione artistica, testimone del gusto e del costume del tempo. Accanto agli esemplari riccamente decorati in oro e lapislazzulo, carichi di dipinti a piena pagina, di capilettera istoriati, destinati a principi, sovrani e dignitari di corte, o presentati come dono nuziale, fiorì un’intensa produzione di copie d’uso rubricate in rosso e blu, ornate da illustrazioni miniate di minor estensione o, con l’unica decorazione dei capilettera.

La tecnica di produzione degli esemplari manoscritti, contemplava i fogli di pergamena che venivano tracciati a piombo imprimendovi le righe orizzontali parallele sulle quali lo scriba redigeva il testo, lasciando liberi gli spazi destinati ai capilettera. A questo punto il libro passava a un primo miniatore che rubricava la lettera e decorava le bordure, quindi a un secondo artista che abbozzava a penna il disegno delle miniature, e/o si dedicava a miniare anche i paesaggi o gli sfondi. Da ultimo il Maestro, che spesso era anche il titolare della bottega, dipingeva le figure e i volti, vale a dire gli elementi pittorici e decorativi più delicati dell’intero libro. L’oro poteva essere applicato in foglia su uno strato preparato tramite un bolo, quindi brunito con una pietra d’agata oppure direttamente steso a pennello.

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Messale manoscritto su pergamena, Bologna, XIV secolo; capolettera istoriato di Nicolò di Giacomo.

SIMBOLI E IMMAGINI – Tra le immagini più ricorrenti nelle pagine miniate, la foglia d’acanto, simbolo di resurrezione, e le farfalle che ricordano l’anima che vola verso Dio. La civetta è simbolo di saggezza. L’airone è legato a Giobbe tentato dal diavolo. E ancora: il cane fedele compagno dell’uomo, la lumaca, simbolo di continenza e sobrietà. Ricorrenti anche animali ed esseri fantastici, ibridi tra uomo e animale, mostri, in genere simboli dell’ignoto, del peccato o del “mondo alla rovescia”. Le bordure floreali vanno ricondotte all’iconografia dell’Hortus Conclusus, un giardino immaginario, interpretato dalla teologia medievale nel significato di spazio preservato dal male.

Il saggio ripercorre alcune delle tappe più salienti della storia europea del Libro d’Ore e dedica diverse pagine all’Italia, in particolare alla Lombardia, dove già nella seconda metà del Trecento spicca la notevole presenza di questi libri di preghiera: il più antico esemplare lombardo noto è quello di Bianca di Savoia (1336-1387), madre di Gian Galeazzo Visconti (1351-1402), databile tra il 1350 e il 1378, mentre a Bologna nello stesso periodo accanto agli scriptoria monastici, apparvero i primi atelier laici impegnati anche in quest’arte, oltre che nell’illustrazione di testi giuridici.

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Libro d’Ore all’uso di Roma stampato su pergamena e miniato, Parigi, Germain Hardouin, circa 1520.

Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, accanto al Libro d’Ore manoscritto, che continuò a essere prodotto per i clienti più esigenti, vennero immessi sul mercato quelli prodotti in tipografia; i primi furono stampati a Venezia tra il 1473 e il 1474. Una produzione che va divisa in diverse tipologie: stampa su pergamena con capilettera, bordure e illustrazioni miniate (pressoché indistinguibili dagli analoghi esemplari manoscritti); stampa su pergamena con i soli capilettera miniati; stampa su carta con illustrazioni impresse in bianco e nero.

Attraverso un avvincente racconto storico e l’analisi iconografica dell’apparato decorativo dei Libri d’Ore, lo studio di Solmi, Villani e Balistrieri restituisce al lettore gli aspetti sociali, di costume e di vita quotidiana di epoche nelle quali il magistero dell’arte, la riflessione sulla realtà e il sentimento della fede si fusero in un’unica percezione del mondo.

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Pubblicato nella collana “Cimelia”, Il Libro d’Ore (Nova Charta, 2018, pp.150, € 19,00 isbn 9788895047348) è disponibile anche on line sul sito www.novacharta.it

MOSTRE / Goti, Longobardi e Bizantini: così Bologna svela il “suo” Medioevo [GALLERY]

Una grande mostra racconta in modo inedito e originale le vicende con cui Goti, Longobardi, Bizantini e nuovi centri di potere (castelli, monasteri, edifici di culto e Comuni) hanno scritto la storia dell’Emilia-Romagna nel passaggio dal mondo antico verso l’età moderna

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Spilamberto (MO), necropoli longobarda di Ponte del Rio, tomba femminile 62. Fibula discoidale con cammeo (diametro cm 4,8 – fine VI secolo). Attuale collocazione: deposito archeologico di Spilamberto

BOLOGNA –  Da una parte l’Emilia, tributo alla strada romana costruita nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido; dall’altra la Romagna, dove Ravenna assurge al rango di ultima capitale dell’Impero Romano d’Occidente (402-476 d.C.).  Emilia e Romagna: un limes geografico in cui la storia modifica usanze, articola mestieri e differenzia dialetti all’interno di confini fluidi, ma tangibili, che nell’alto Medioevo separavano le terre occidentali, soggette alla conquista longobarda, da quelle orientali della Romagna bizantina.

L’esposizione Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia, visibile al Museo Civico Medievale di Bologna dal 17 febbraio al 17 giugno 2018, indaga le trasformazioni causate dall’affermazione dei nuovi ceti dirigenti goti, bizantini e longobardi in questo territorio e nelle sue città, attraverso un viaggio nel tempo di quasi un millennio che racconta la delicata fase di passaggio dalla Tarda Antichità (IV-V secolo) al pieno Medioevo (inizi del Trecento). Una transizione che si riverbera in ogni aspetto della vita politica, economica, sociale e culturale, rappresentando un momento decisivo nella costruzione di nuovi assetti di potere e nuove identità.

Curata da Sauro Gelichi e Luigi Malnati, la mostra è promossa da Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica nell’ambito del programma culturale 2200 anni lungo la Via Emilia che celebra la fondazione delle colonie romane di Reggio Emilia, Parma e Modena.

 

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300 REPERTI – Una selezione di oltre 300 reperti, recuperati dalle intense ricerche archeologiche condotte in regione negli ultimi 40 anni, racconta con nuove chiavi di lettura questo lungo e complesso percorso storico: dal missorium d’argento cesenate (piatto di uso simbolico-celebrativo) che testimonia la vita agiata di un possidente terriero nella tarda antichità alle fibule di età gota rinvenute a Imola, dai reperti longobardi recuperati nella necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto al servizio di vasellame in argento di età bizantina proveniente da Classe, dai bicchieri in legno rinvenuti a Parma al bacino in maiolica recuperato dalla facciata della chiesa di San Giacomo Maggiore.

SEI SEZIONI – Il percorso espositivo, articolato in sei sezioni tematiche, parte da un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti e contrapposte al dinamismo del nuovo emporio commerciale di Comacchio (Ferrara), per allargare lo sguardo alla riorganizzazione delle campagne, dove fioriscono castelli, villaggi, borghi franchi, pievi e monasteri, e terminare la narrazione con la ciclica rinascita delle città in età comunale.

La I sezione è incentrata sul tema Un mondo in trasformazione: le città, ossia sull’evoluzione dei centri di antica fondazione in rapporto ai cambiamenti socio-economici e all’organizzazione delle nuove sedi del potere, sia laico che ecclesiastico, fino al VI secolo. La II sezione, imperniata sulla Fine delle ville romane, prende in esame l’insediamento rurale di tipo sparso, già tipico delle fattorie di età romana, fino all’evoluzione databile al VI-VII secolo. L’ideologia funeraria di VI-VII secolo caratterizza la III sezione dedicata a Nuove genti, nuove culture, nuovi paesaggi: in questo periodo l’Emilia-Romagna mostra una sostanziale continuità tra età romana e gota mentre appare fortemente marcata la differenza fra i territori soggetti ai Longobardi (Emilia) e quelli sottoposti ai Bizantini (Romagna).
Allo sfarzo di alcuni manufatti afferenti alle sepolture fanno riscontro i pochi materiali recuperati nei contesti urbani regionali della IV sezione dedicata a Città ed empori nell’alto Medioevo: qui spicca per vitalità e capacità economica il più grande emporio del nord Italia nel secolo VIII, Comacchio (Ferrara), strategico centro lagunare aperto, vocato allo smistamento e trasporto di beni e merci mediterranei destinati alle terre del Regno longobardo.
Con la V sezione, Villaggi, castelli, chiese e monasteri: la riorganizzazione del tessuto insediativo, vengono evidenziate le nuove forme d’insediamento (VIII-XIII secolo), quali i castelli, i villaggi di pianura, talvolta fortificati, i borghi franchi, le chiese rurali, perfettamente integrate nella rete itineraria e il ruolo dei monasteri, incaricati del perpetuarsi della memoria dei defunti e della trasmissione della cultura.
Il cerchio si chiude con la VI sezione, Dopo il Mille: la rinascita delle città, che ripropone il tema dell’evoluzione dei centri urbani, questa volta esaminati nella nuova fase di età comunale.

La mostra è accompagnata da un catalogo a cura di Sauro Gelichi, Cinzia Cavallari, Massimo Medica, edito da Ante Quem.


INFORMAZIONI

Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia
A cura di Sauro Gelichi (Università Ca’ Foscari – Venezia) e Luigi Malnati (Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara)

Promossa da:
Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara
Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica

Periodo:
17 febbraio – 17 giugno 2018

Sede:
Museo Civico Medievale
via Manzoni 4 | 40121 Bologna

Orari di apertura:
fino al 28/02/2018
dal martedì al venerdì h 9.00 – 18.30
sabato, domenica e festivi h 10.00 – 18.30
chiuso lunedì feriali
dal 01/03/2018
dal martedì alla domenica h 10.00 – 18.30
chiuso lunedì feriali, 1° maggio

Ingresso:
intero € 5 | ridotto € 3 | gratuito Card Musei Metropolitani Bologna e la prima domenica del mese

Informazioni:
Museo Civico Medievale
via Manzoni 4 | 40121 Bologna
tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
http://www.museibologna.it/arteanticaFacebook: Musei Civici d’Arte Antica
Twitter: @MuseiCiviciBolo

MOSTRE / Bianco latte, un colore per l’eternità: alla Lercaro di Bologna 14 “nuovi” vasi antichi [FOTO]

unnamedBOLOGNA –  La Raccolta Lercaro di Bologna si arricchisce di quattordici vasi antichi provenienti dalla collezione d’arte del cardinale Giacomo Lercaro che, esposti oggi per la prima volta, entrano a far parte del percorso permanente.  Si tratta di splendidi reperti della Puglia preromana, in ottimo stato di conservazione e verosimilmente derivanti da contesti funerari. Tre esemplari, in particolare, sono di grande interesse poiché testimoniano la straordinaria raffinatezza figurativa e culturale di quest’area dell’Italia meridionale che, sul finire del IV secolo a.C., si concretizza in una produzione ceramica dai tratti originali.

 

Il filo conduttore che dà il titolo all’esposizione e che ne restituisce il senso complessivo è rappresentato proprio dal colore bianco-latte presente nelle decorazioni di questi tre crateri apuli – due decorati nella tecnica “a tempera” e uno a figure rosse – collocabili tra la seconda metà del IV e l’inizio del III sec. a.C. e fulcro dell’esposizione. Fragile nella conservazione ma forte nell’impatto visivo, la tonalità bianca assume qui una valenza simbolica legata ai temi escatologici e alla concezione dell’individuo in relazione al passaggio dalla vita alla morte.

Si tratta, infatti, di ceramiche destinate a un uso funerario, concepite fin dalla produzione per la tomba: la loro destinazione è dichiarata in modo esplicito non solo dai soggetti raffigurati ma anche dal fondo aperto, che ne impedisce un impiego pratico. Perduta la funzione di contenitore utile agli usi della vita terrena, il vaso entra quindi a far parte della sfera semantica dell’Aldilà, cui appartengono da un lato gli aspetti simbolici del nutrimento, dall’altro le immagini specifiche dipinte sulla sua superficie, in particolare la rappresentazione del defunto, sia esso uomo (come sul cratere a figure rosse) o donna (come sugli altri due vasi).

Inserita in un tempietto (naiskos) con l’incarnato bianco che rimanda, allo stesso tempo, all’avvenuto cambiamento di status e alla statua realmente collocata nell’edicola funeraria, la persona raffigurata non è colta nel suo vissuto, ma idealizzata, filtrata attraverso i parametri culturali e sociali dell’epoca. L’uomo è allora ritratto come atleta, con lo strigile in mano e il contenitore per l’olio appeso davanti a lui, reso in una nudità possente che è la medesima dell’eroe. La donna invece è ascritta all’archetipo della bellezza, tracciato da pochi segni essenziali: l’acconciatura, una veste raffinata, un oggetto del mondo femminile come lo specchio.

Accanto a questi tre bellissimi vasi sono esposte altre significative ceramiche, appartenenti a periodi e contesti culturali diversi: dalle suggestive olle subgeometriche daunie con decorazione monocroma di colore bruno (VI-V sec. a.C.) agli eleganti skyphoi (coppe per bere) ed epichyses (brocche) nello stile di Gnathia (fine IV-primi III sec. a.C.), da un bel cratere apulo a campana decorato a figure rosse (metà IV sec. a.C.) recante un’iconografia che rimanda a Dioniso, dio del vino, fino a produzioni più di massa rappresentate da una coppa-skyphos per bere e dal coperchio di un contenitore legato al mondo muliebre (seconda metà del IV sec. a.C.).

Questo nucleo espositivo, che si inserisce come novità nel percorso permanente della Raccolta Lercaro, si pone come un’ulteriore occasione di riflessione e di arricchimento culturale offerto dal museo: rappresenta infatti una finestra aperta sul dialogo, sempre attuale, tra la vita e la morte e una testimonianza concreta del profondo bisogno di speranza che da sempre abita il cuore dell’uomo.

Il restauro e l’esposizione sono stati possibili grazie al contributo del Gruppo Granarolo.

L’intero progetto è frutto di un importante rapporto di collaborazione tra la Fondazione Lercaro, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e molteplici professionalità.


INFORMAZIONI

Raccolta Lercaro
Via Riva di Reno 57 – Bologna
Tel. 051 6566210 – 211
E-mail: segreteria@raccoltalercaro.it

Orari di apertura: giovedì-venerdì, 10-13
sabato e domenica, 11-18.30
aperto il 28, 29, 30 dicembre 2017 e il 4, 5, 6, 7 gennaio 2018 negli orari consueti
chiuso il 24, 25, 26, 31 dicembre 2017 e il 1° gennaio 2018
ingresso libero

BOLOGNA / Claterna, nuove eclatanti scoperte dagli scavi: emerge il teatro romano

OZZANO NELL’EMILIA (BOLOGNA) – La campagna di scavo 2017 ha inaugurato un nuovo progetto triennale di ricerca focalizzato su due precisi settori dell’antica città di Claterna: la già nota ‘casa del fabbro’ e l’area centrale destinata in antico agli edifici pubblici.
Per la ‘casa del fabbro’ è proseguita sia l’attività di scavo iniziata nel 2005 (scoprendo nuovi ambienti della domus) che quella di archeologia sperimentale (ricostruendo in scala reale e in situ nuovi muri e stanze).
Per quanto riguarda l’area centrale degli edifici pubblici –un’assoluta novità degli scavi 2017- è finalmente iniziata l’attività di ricerca in uno dei settori più importanti e al tempo stesso meno conosciuti della città romana, intercettando subito parti del teatro e alcune fondazioni perimetrali di un altro grande edificio pubblico.
Gli scavi 2017 sono stati presentati nel corso di una visita guidata che si è tenuta stamani, martedì 31 ottobre, con interventi di Renata Curina, archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, Luca Lelli, Sindaco del Comune di Ozzano dell’Emilia, Annarita Muzzarelli, Assessore del Comune di Castel San Pietro Terme, Saura Sermenghi, Presidente dell’Associazione Culturale “Centro studi Claterna – Giorgio Bardella, Aureliano Dondi”, Maurizio Liuti, Direttore Comunicazione CRIF (Azienda sostenitrice), Daniele Vacchi, Direttore Corporate Communications Gruppo IMA (Azienda sponsor) e Alessandro Golova Nevsky, Rotary Club Bologna (Coordinamento progetto di alternanza scuola-lavoro). La visita guidata è stata condotta da Renata Curina e da Claudio Negrelli e Maurizio Molinari, referenti scientifici dell’Associazione Culturale “Centro studi Claterna – Giorgio Bardella, Aureliano Dondi”.

La presentazione degli scavi di Claterna martedì 31 ottobre 2017
31 ottobre 2017, presentazione degli scavi. Da sinistra: Maurizio Liuti, Daniele Vacchi, Annarita Muzzarelli,  Saura Sermenghi, Luca Lelli, Alessandro Golova Nevsky, Renata Curina, Claudio Negrelli e Maurizio Molinari

LO SCAVO E LA RICOSTRUZIONE DELLA ‘CASA DEL FABBRO’ (SETTORE 11)
Le ricerche nel settore 11 sono iniziate nel mese di giugno. Quest’anno l’attività di scavo ha visto l’apporto degli studenti di alcuni istituti superiori di Bologna nell’ambito del progetto alternanza scuola–lavoro. È stata scoperta un’altra importante serie di ambienti della domus ‘del fabbro’ che si sviluppavano verso nord, probabilmente attorno a un cortile, mentre si è proseguito con l’attività di archeologia sperimentale, ricostruendo (in scala reale e in situ) uno dei muri perimetrali dell’edificio (quello verso ovest, cioè verso lo Stradello Maggio) con base in laterizi romani e alzato in terra cruda.
Gli studenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno eseguito i disegni delle strutture e delle stratificazioni emerse nella fase precedente, impostando le basi topografiche (picchettatura) per i successivi rilievi.

Veduta dall'altro dell'area di scavo 2017 nella "Casa del fabbro"
Veduta dall’altro dell’area di scavo 2017 nella “Casa del fabbro” (foto Paolo Nanni)

Lo scavo della domus del settore 11 è iniziato con l’asportazione dei riempimenti delle spoliazioni, cioè le trincee lasciate da coloro che nel Medioevo cavarono fino alle fondamenta gli antichi materiali costruttivi della città -ormai da tempo abbandonata- per reimpiegarli evidentemente altrove.
Nella parte est della nuova area di scavo è venuto alla luce quello che parrebbe essere una sorta di piccolo settore termale privato pertinente alla domus: è stato infatti individuato un vano con suspensurae, i tipici mattoni circolari in genere associati agli ipocausti dei calidari termali. Tra il materiale di crollo sono stati trovati interessanti frammenti di un mosaico che forse decorava il pavimento soprastante.
Più a sud, è stata scoperta un’altra pavimentazione in cocciopesto (battuto cementizio a base fittile), particolarmente ben conservata nonostante la scarsa profondità dal piano di campagna attuale, e un’altra pavimentazione ribassata, funzionale a sua volta alla presenza di un pozzo.
La possibilità di scavare in profondità ha rivelato una serie di strati che descrivono con precisione le varie fasi di vita della domus durante un lunghissimo periodo di tempo. Poiché in archeologia si procede a ritroso (dal più recente al più antico man mano che si scava) si sono subito trovate strutture murarie e pavimenti in terra battuta databili al V–VI secolo, cioè coeve alle ultime fasi di rioccupazione dell’edificio: sappiamo infatti che in questo luogo, dopo l’abbandono della domus, si stabilirono degli artigiani che lavoravano il ferro (da cui la denominazione di ‘domus del fabbro’), dei quali abbiamo ritrovato l’officina e gli ambienti in cui risiedevano con le proprie famiglie.
Proseguendo lo scavo, è stato individuato uno strato di crollo più antico (III-IV secolo) per lo più riferibile a un tetto vista l’ampia presenza di tegole e coppi.
Sotto questo crollo sono stati individuati almeno tre ambientiIl primo dotato di pozzo realizzato con mattoni ‘puteali’ disposti in circolo. Si tratta di un rinvenimento molto importante perché potrebbe raccontare molte cose sulla vita quotidiana della domus: i pozzi sono fondamentali in primis per studiare il tema dell’approvvigionamento idrico della città e poi perché dentro i pozzi venivano spesso gettati oggetti d’uso (sia in fase di utilizzo che in fase di abbandono) spesso in ottimo stato di conservazione.
Il secondo ambiente, quello più a nord, ha restituito due piani pavimentali sovrapposti: uno più antico in battuto cementizio (cocciopesto) e uno più recente, realizzato con un sottile riporto di argilla e calce.
Il terzo ambiente, centrale, ha invece restituito un focolare a terra, oltre a resti di ceramiche, carboncini e cenere: è quindi probabile che si trattasse della cucina.
Lo scavo di quest’anno ha dunque individuato una nuova ala della casa ‘del fabbro’ in grado di raccontarci molte cose sulla vita quotidiana: un piccolo ambiente riscaldato e una serie di ambienti di carattere funzionale, con pozzi e cucina.

LO SCAVO DEL SETTORE PUBBLICO DELLA CITTÀ DI CLATERNA: IL TEATRO (SETTORE 16)
Tra luglio e ottobre è stato aperto un nuovo settore di scavo (settore 16) nell’area ‘pubblica’ della città e cioè in quel comparto a nord della via Emilia occupato da una serie di grandi edifici già individuati da foto aeree e satellitari.

La foto aerea mostra le chiare tracce dei manufatti antichi
La foto aerea mostra con impressionante chiarezza le tracce del teatro romano e di altri edifici pubblici (Foto Maurizio Molinari, 2015)

È stata un’esplorazione di capitale importanza perché non si scavava in questo settore dalla fine del XIX secolo cioè da quando Edoardo Brizio aveva fatto eseguire alcuni saggi che avevano individuato, tra l’altro, lo spiazzo forense.
In anni più recenti, foto satellitari e riprese aeree oblique avevano evidenziato come, oltre alla supposta area del foro (inteso come piazza aperta), esistesse tutta una serie di edifici sepolti, organizzati con cura al centro della città, che per planimetria e ampiezza potevano ben figurare come i monumenti del comparto pubblico claternate.
Gli scavi si sono concentrati nell’area dove le foto aeree mostravano le evidenti tracce di un edificio teatrale e sono stati progettati in modo da intercettare una porzione della cavea, dell’orchestra e dell’edificio scenico, per la ragguardevole estensione di circa m 40 x 10, poi ulteriormente ampliata.

Foto dal drone delle strutture di fondazione in pietra arenaria della cavea del teatro (Paolo Nanni)
Foto dal drone delle strutture di fondazione in pietra arenaria della cavea del teatro (foto Paolo Nanni)

Dopo un primo strato di distruzione, sono venute in luce le inequivocabili tracce del teatro, in particolare delle fondazioni e di parte degli alzati della cavea. Una scoperta francamente inaspettata perché i più ritenevano che, nel migliore dei casi, si sarebbero trovate solo labili tracce, comprensibili solo agli specialisti. La realtà archeologica si è invece rivelata ben diversa restituendo enormi blocchi squadrati di pietra arenaria (probabilmente da cave locali), sapientemente connessi a formare possenti muri dall’andamento circolare.
Questi resti, che coincidono perfettamente con le tracce evidenziate dalle foto aeree, sono i muri di sostegno della summa cavea cioè delle gradinate del settore più alto su cui sedevano gli spettatori. Più verso nord sono state rilevate altre tracce che ci fanno ritenere che la parte inferiore delle gradinate (ima cavea) e l’orchestra possano trovarsi a una quota sensibilmente inferiore rispetto al piano di campagna coevo, ancora tutta da scoprire perché coperta da un potente strato di terra.

Disegno ricostruttivo di un teatro romano
Disegno ricostruttivo di un teatro romano

A nord il teatro confinava con l’asse stradale di uno dei decumani principali della città mentre verso sud alcune tracce parrebbero indicare le fondazioni della parte più esterna della cavea, costruita probabilmente su portico. Ancora più a sud, cioè verso il foro, un piano di ciottoli separava il teatro da un altro grande edificio pubblico, di cui sono state intercettate alcune fondazioni perimetrali.

Lo scavo 2017 è stato dunque particolarmente fortunato. La scoperta dell’area pubblica di Claterna e delle strutture imponenti di alcuni dei suoi più insigni edifici sono destinate a gettare nuova luce sulla storia della città e a imprimere una svolta alla ricerca archeologica e al progetto di valorizzazione del centro antico.
Certo rimane molto da fare. Il saggio nel settore 16 è servito soltanto a valutare le caratteristiche principali dell’edificio teatrale e del suo stato di conservazione. L’area esplorata corrisponde infatti solo a una piccola frazione della reale estensione del teatro e qualsiasi futuro progetto di ricerca dovrà tenere conto della sua grande ampiezza e profondità (per dare un’idea, si calcola che dovesse essere largo circa 60 metri).
Ma se tanti sono gli interrogativi, resta l’entusiasmo per quella che si preannuncia come una ricerca in grado di aggiungere qualcosa di veramente inestimabile al patrimonio culturale del territorio ozzanese. Dalla datazione dei primi materiali raccolti (monete, ceramiche) e dalle caratteristiche dei resti della decorazione architettonica (frammenti di decori vegetali in pietre calcaree e di rivestimenti in marmo) sembrerebbe plausibile una cronologia relativa alla prima età imperiale, da ricondurre quindi all’epoca di Augusto (che morì nel 14 d.C.) anche se è prematura qualsiasi considerazione al riguardo.
Fu veramente M. Vipsanio Agrippa, il famoso genero e generale di Augusto, che come patronus della città di Claterna si fece promotore della sua costruzione? E fu questo l’edificio nel quale il contemporaneo P. Camurius Nicephorus, un magistrato locale nominato in una sintetica iscrizione funeraria ritrovata non lontano da Claterna, organizzò ludi (giochi scenici?) per cinque giorni? Persone e volti che prendono lentamente forma attraverso le memorie materiali lasciate dalla città di Claterna.

Campagna di scavo 2017
Scavi condotti dall’Associazione culturale “Centro Studi Claterna – Giorgio Bardella e Aureliano Dondi”, formata da volontari e archeologi professionisti, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e in sinergia con i Comuni di Ozzano dell’Emilia e di Castel San Pietro Terme.
Grazie all’apporto organizzativo dei Rotary Club di Bologna, all’attività di ricerca hanno collaborato gli studenti delle scuole secondarie superiori che hanno aderito al progetto di ‘alternanza scuola lavoro’. L’Università Ca’ Foscari di Venezia e la Scuola di Specializzazione in Archeologia delle Università di Trieste, Udine e Venezia (SISBA) hanno partecipato alla campagna di scavo sia per la ricerca archeologica stratigrafica che per la formazione sul campo dei futuri archeologi.
La realizzazione del progetto è possibile grazie al fondamentale finanziamento di CRIF Spa, con il contributo di Gruppo IMA, che da sempre sostiene e incoraggia la valorizzazione di Claterna, e di numerosi altri sponsor privati.

Fonte:  Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

BOLOGNA / “I colori dalla preistoria a oggi”: un evento per scoprirne origine, simbolo, significati

BOLOGNA –  Sabato 23 settembre nel Palazzo Ancarano di Bologna,  dalle 10.30 alle 13.30, si terrà “I colori dell’arte e della natura. Origine, significati simbolici e curiosità sui colori, dalle pitture preistoriche alla grande industria chimica”:  un evento che racconta i colori, dalla preistoria ai giorni nostri.  Un viaggio alla scoperta del mondo cromatico che spiegherà il significato simbolico dei colori nella storia dell’arte;  si potrà anche apprendere come, nella Bologna medievale e moderna, fosse possibile distinguere rango, professione e fede religiosa attraverso il colore degli abiti, contraddistinti da una precisa scala di valori cromatici.

Visto il titolo delle GEP di quest’anno, “Cultura e natura”, il tema del colore sarà affrontato sotto molteplici punti di vista. Il prof. Pietro Baraldi, già docente di Chimica Fisica all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, illustrerà come si sono evoluti nei secoli i materiali usati per realizzare dipinti murari, quadri e altre decorazioni artistiche, dai primi colori naturali, rivelatisi nel tempo tossici, alla grande industria chimica contemporanea.

Le archeologhe Monica Miari e Chiara Guarnieri spiegheranno al pubblico iconografia e tecniche pittoriche del mondo antico, mostrando anche reperti affrescati di età imperiale rinvenuti negli scavi di Palazzo Morgantini a Reggio Emilia, un lacerto di affresco del I secolo d.C. rinvenuto nel 1994 in una domus in Via Testoni e un suggestivo bacile medievale.

La storica dell’arte Anna Stanzani tratterà il tema “Dai vizi alle virtù: la simbologia dei colori”, excursus sul significato dei colori dal medioevo ai giorni nostri, mentre il restauratore Mauro Ricci parlerà delle problematiche e tecniche più innovative nel campo della conservazione dei reperti antichi.

L’archeologa Cinzia Cavallari guiderà il pubblico alla scoperta dei manufatti e delle stele conservate nel Cortile d’Onore di Palazzo Ancarano, arricchendo la visita con “note di colore” sulla simbologia cromatica e sulle erbe tintorie usate nel tardo Medioevo, un vero e proprio viaggio tra scelta dei colori e vanità, frugando nei bauli dei Bolognesi di alcuni secoli fa.

Sarà anche distribuito un piccolo depliant con alcune curiosità sulla Bologna archeologica ‘nascosta’.

Palazzo Ancarano per un certo periodo ha ospitato il Collegio Ancarano, fondato all’inizio del XV secolo per dare alloggio agli studenti poveri di diritto civile e canonico. Dall’aprile del 1925 ospita gli uffici della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio di Bologna.


 

I colori dell’arte e della natura
Origine, significati simbolici e curiosità sui colori, dalle pitture preistoriche alla grande industria chimica

Bologna, Palazzo Ancarano, via Belle Arti 52
Ingresso libero e gratuito
Dalle 10.30 alle 13.30

Evento promosso da Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2017 (23 e 24 settembre)

MOSTRE / Bologna espone l’inedita croce viaria del 1143 ritrovata a Santa Maria Maggiore

2BOLOGNA – E’ dedicata ad una bellissima croce medievale da poco riemersa a Bologna  ma ancora ignota al pubblico la mostra “1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore” che sarà inaugurata giovedì 22 giugno presso il Museo Civico Medievale. Il prezioso emblema, ritrovato nell’ottobre 2013, durante i lavori di pavimentazione del portico della chiesa di Santa Maria Maggiore, rientra nella tipologia di croci poste su colonne, che venivano collocate nei punti focali della città, a segnalare spazi sacri come chiese e cimiteri o di particolare aggregazione come i trivi o i crocicchi e le piazze.

L’USO DELLE CROCI VIARIE – Stando alla tradizione, tale uso si diffuse già in epoca tardoantica a partire dalle “leggendarie” quattro croci poste a protezione della città retratta romana da Sant’Ambrogio o da San Petronio e oggi conservate nella basilica petroniana. È però soprattutto a partire della nascita del Comune (1116) e con l’espansione urbanistica della città del XII e XIII secolo che si venne a sviluppare tale fenomeno. Talvolta le croci venivano protette da piccole cappelle e corredate di reliquie, di altari per la preghiera, e di tutto il necessario per la celebrazione della messa. Segno distintivo e identificativo per la città, le croci segnarono lo spazio urbano fino al 1796, quando l’arrivo delle truppe napoleoniche e l’instaurazione della nuova Repubblica, trasformarono la città e i suoi simboli.

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DATAZIONE CERTA – L’esposizione, curata da Massimo Medica e  organizzata dai Musei Civici d’Arte Antica in collaborazione con l’Arcidiocesi di Bologna, nasce dall’occasione di esporre per la prima volta al pubblico il prezioso esemplare restaurato da Giovanni Giannelli (Laboratorio di restauro Ottorino Nonfarmale S.r.l.). La croce di Santa Maria Maggiore è di notevole interesse sia perché era tra i molti esemplari andati dispersi, sia perché è possibile datarla grazie all’iscrizione 1143, presente nel braccio destro. L’opera si viene così a collocare tra i più antichi modelli a noi pervenuti, come quella di poco successiva a quella degli Apostoli e degli Evangelisti, detta anche di Piazza di Porta Ravegnana, la quale risale al 1159.
Come scrive Massimo Medica nel suo saggio incluso nella pubblicazione realizzata in occasione della mostra acquistabile al bookshop del museo: “Nel diradato panorama della produzione plastica bolognese dell’XI e XII secolo l’acquisizione di una nuova testimonianza quale la croce di Santa Maria Maggiore rappresenta certamente un
fatto di grande rilievo anche in virtù dei possibili indizi che il manufatto, giunto a noi in numerosi pezzi, può offrire in relazione ad un contesto produttivo, quello della scultura medievale, che ancora oggi a Bologna si presenta quanto mai frammentario e privo di dati certi.”
Scolpita su entrambe le facce, la croce ritrovata presenta sul recto la figura di Cristo dal modellato assai contenuto, caratterizzato da incisivi grafismi che rilevano le fisionomie del volto e il gioco delle pieghe del panneggio. Sul verso invece la scultura è impreziosita da sinuosi ed eleganti tralci d’acanto, intervallati da fiori e da elementi vitinei posti a cornice della mano di Dio benedicente, ormai non più leggibile. Tali motivi decorativi richiamano modelli antichi o tardoantichi, reinterpretati con una verve esecutiva che trova un riscontro in certi repertori della coeva miniatura.

IL SERVIZIO DI 12PORTE, il Settimanale tv della Diocesi di Bologna

 

PERCORSO AD HOC – Per meglio valorizzare e contestualizzare la croce ritrovata, il percorso espositivo propone una selezione di altri 14 pezzi tra cui i calchi di altre croci viarie perdute o non più visibili nelle collocazioni  originarie, codici miniati dell’XI e XII secolo, tavolette d’avorio e preziose opere di oreficeria, esempi della cultura artistica diffusa nella città felsinea.
La mostra è accompagnata da un catalogo con presentazioni di Mons. Rino Magnani e Roberto Grandi, testi di Angela Lezzi, Ilaria Negretti, Massimo Medica, Paolo Cova, Giacomo A. Calogero, Giovanni Giannelli e un ricco apparato iconografico.
L’inaugurazione di giovedì 22 giugno alle ore 18.00, aperta al pubblico, si tiene alla presenza del Molto Rev. Mons. Dott. Rino Magnani.
In occasione della mostra verrà presentato un documentario realizzato da Mons. Andrea Caniato dal titolo «Bologna città della croce», con immagini di Luca Tentori della redazione di 12Porte, settimanale televisivo della diocesi di Bologna.
Il documentario, che risale al 2014, racconta la storia delle antiche croci viarie erette a Bologna in epoca patristica e rimosse dal regime napoleonico, attualmente custodite nella basilica di San Petronio.

VISITE GUIDATE E APPROFONDIMENTI – Per approfondire il tema della mostra sono previste diverse aperture straordinarie con visite guidate dedicate sia alla singola iniziativa espositiva che in abbinamento alla rassegna dedicata a Bruno Raspanti:
Aperture straordinarie e visite guidate “Tra Medioevo e Contemporaneo: dalla croce romanica al bolognese Bruno Raspanti”
domenica 29 giugno, 13 luglio, 27 luglio, 24 agosto, 31 agosto, 7 settembre, 28 settembre 2017 alle h 16.00.
Visite guidate a “1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore”
sabato 9 settembre, 16 settembre e 30 settembre 2017 alle h 10.30
domenica 1 ottobre, 22 ottobre, 5 novembre, 3 dicembre 2017 e 7 gennaio 2018 alle h 16.00


INFORMAZIONI

1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
a cura di Massimo Medica
Dal 23 giugno 2017 – 7 gennaio 2018
Inaugurazione giovedì 22 giugno 2017 h 18.00

Museo Civico Medievale
via Manzoni 4 | 40121 Bologna
tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
www.museibologna.it/arteantica

Orari di apertura: dal martedì al venerdì h 9.00 – 15.00
sabato, domenica e festivi h 10.00 – 18.30
chiuso lunedì feriali, Natale e Capodanno

Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | gratuito Card Musei Metropolitani Bologna e la prima domenica del mese

“2.200 anni lungo la via Emilia”: un anno di mostre ed eventi tra Parma, Reggio e Modena

mo-re-pr-map© RIPRODUZIONE RISERVATA – PERCEVAL ARCHEOSTORIA

BOLOGNA – Nel 2017 la via Emilia si percorrerà a passo di storia. Nell’ambito del progetto annuale “2200 anni lungo la via Emilia” le tre città di Modena, Parma e Reggio Emilia propongono infatti un programma di celebrazioni ricco di mostre, ricostruzioni e di eventi. E sarà proprio la via Emilia, arteria unificante della regione che tuttora ne conserva il nome, a fare da collegamento per riscoprire la storia antica e gli aspetti che hanno contribuito a definire l’identità delle città e del territorio che attraversa.

Si partirà con le celebrazioni di 2.200 anni dalla nascita romana delle tre città: Mutina (Modena) e Parma divenute colonie nel 183 a. C. e Regium Lepidi (Reggio Emilia), istituita come forum negli stessi anni. Poi, con un ulteriore passo nel tempo e nello spazio lungo la stessa strada, l’approdo a Bologna, dove l’esposizione “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” abbraccerà l’intero territorio regionale con testimonianze dal tardoantico al Medioevo. L’iniziativa – promossa dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna e Parma, dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna – è stata presentata venerdì a Roma.

DA IERI AD OGGI – Mutina e Parma, colonie fondate nel 183 a.C., e Regium Lepidi istituita come forum negli stessi anni, condividono il fondatore Marco Emilio Lepido, console esponente della gens Aemilia, a cui si deve la visione lungimirante di un asse di collegamento dei maggiori centri della regione, che fosse anche presidio politico in quello che un tempo era lo Stato dei Boi, barriera ideale contro le popolazioni liguri, cerniera fra l’Italia centrale e i coloni stabiliti in Gallia: la Via Aemilia, elemento unificante della regione.  Il programma – spiegano gli organizzatori – intende non solo valorizzare le origini romane dell tre città ma contestualizzarle nell’ambito del ruolo svolto fino ai nostri giorni dalla strada che le collega. Il ponte fra romanità e contemporaneità è rappresentato con linguaggi diversi che vanno dall’esposizione dei reperti agli incontri di approfondimento scientifico, dalla narrazione alla street art, dalla multimedialità al gioco in un susseguirsi di eventi che accompagneranno tutto il 2017.

“2200 anni lungo la Via Emilia” si suddivide in quattro diverse tappe:

1 . Mutina splendidissima

Definita da Cicerone firmissima et splendidissima, importante città romana dell’Italia settentrionale, Mutina si trova al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica. Con le celebrazioni del 2017 si vuole rendere percepibile la realtà sepolta attraverso una serie di eventi e una grande mostra dal titolo “Mutina Splendidissima” (25 novembre 2017 – 8 aprile 2018) che ne racconti attraverso nuove scoperte le origini, lo sviluppo e l’eredità lasciata alla città moderna. In calendario eventi che vanno dalla street art 3D con artisti internazionali a creare varchi illusori verso il sottosuolo (12 – 14 maggio), alla rievocazione storica (7-10 settembre), alle narrazioni di Ert Fondazione Emilia Romagna Teatro (28 ottobre) che coniugano antiche e moderne abilità imprenditoriali da Mutina al Mef Museo Enzo Ferrari. Con il sostegno di Fondazione Cassa di risparmio di Modena. www.mutinasplendidissima.it

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2 . Regium Lepidi

Reggio Emilia è l’unica città della regione che conservi nel proprio nome il ricordo del suo fondatore, il console Marco Emilio Lepido, eponimo anche della via Aemilia. Nel 2017 e 2018 i Musei Civici e la Soprintendenza, prendendo il via dalle recenti scoperte archeologiche in città, propongono un articolato programma di mostre ed eventi destinati a valorizzare i primordi del fenomeno urbano in Emilia. La mostra “Lo Scavo in Piazza. Una casa, una strada, una città” (8 aprile 2017 – 31 agosto 2017) documenta la storia di un quartiere suburbano, alla luce degli scavi archeologici in piazza Vittoria, mentre “La buona strada. Regium Lepidi e la via Aemilia” (23 novembre 2017 – 8 aprile 2018), documenta la fortuna della strada dagli antefatti in età preromana sino al Medioevo e riporta l’attenzione sulla figura del costruttore, il console Marco Emilio Lepido. Ricostruzioni di mezzi di trasporto e apparecchiature all’avanguardia come i caschi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code consentiranno di conoscere meglio l’antica Regium Lepidi.
www.musei.re.it

3. Parma 2.200

Numerosi sono gli eventi che la Città di Parma ha ideato per i 2200 anni lungo la via Emilia. Tra questi, il ciclo di conferenze e visite guidate “Fondazione Città di Parma 183 A.C.” sulle tracce della Parma romana, gli incontri de “Il Battistero si svela”, dedicati a uno dei monumenti simbolo della città, le esposizioni, come “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana”, che ripercorrerà le origini della cultura alimentare parmense, o “Alla scoperta della Cisa Romana” che riporterà gli esiti della ricerca archeologica sulla sella del Monte Valoria.
Arricchiscono il programma il concorso tematico per giovani illustratori, i percorsi “Parma Sotterranea” alla scoperta della città nascosta tra l’età romana e il Novecento, la creazione di “Aemilia 187 a.C”., un nuovo spazio pubblico museale nell’area del Ponte Ghiaia, la “Festa della storia” incentrato sui 2200 anni della fondazione cittadina e un importante convegno scientifico internazionale.
www.comune.parma.it/parma2200

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Particolare del fregio con corteo di animali e mostri marini riferibile a un monumento funerario, I secolo d.C. necropoli orientale di Mutina, via Emilia Est (C) Comune di Modena

4 . A Bologna il Medioevo svelato

Bologna, antica colonia latina lungo la Via Aemilia, ospita al Museo Civico Medievale la mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” (dal 24 novembre 2017 al 2 aprile 2018), che consente di viaggiare nel tempo per quasi un Millennio (dal V secolo agli inizi del Trecento) in una regione in cui ancora oggi sono profondamente radicati i confini fisici e gastronomici tra Emilia longobarda e Romagna bizantina (Ravenna).
Il racconto si dipana dalle trasformazioni delle città tardoantiche all’evoluzione degli insediamenti rurali, evidenziando il potere dei nuovi ceti dirigenti (Goti, Bizantini e Longobardi) attraverso la ritualità funeraria. Dopo un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti, e contrapposte al dinamismo dei nuovi empori commerciali (Comacchio-FE), lo sguardo si allarga alla riorganizzazione delle campagne (villaggi, castelli, borghi franchi, pievi e monasteri). La narrazione termina ciclicamente con la rinascita delle città, studiate nella nuova fase di età comunale. La mostra è curata da Sauro Gelichi (Professore Ordinario di Archeologia Medievale, Dipartimento Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia) e Luigi Malnati (Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara).

© RIPRODUZIONE RISERVATA – PERCEVAL ARCHEOSTORIA

La Macchina del Tempo: ecco la Bologna medievale in 3D

2017-03-21BOLOGNA –  Da sabato 8 aprile, il Museo della Storia di Bologna si rinnova inserendo nel suo percorso una nuova area espositiva 3D dal titolo La Macchina del Tempo.
Un’innovativa applicazione di realtà virtuale che permette al visitatore di vivere in prima persona un’esperienza immersiva nella Bologna del XIII secolo.

Il progetto, promosso da Fondazione Carisbo e Genus Bononiae, è realizzato da Tower and Power con la recentissima tecnologia HTC VIVE, che consente letteralmente di “entrare” nella storia, in uno scenario perfettamente ricostruito in 3D.

Un computer collegato a due proiettori ed un visore da indossare è tutto ciò che serve per un’immedesimazione totale.

Una vero e proprio viaggio nel tempo durante il quale il visitatore ha la possibilità di camminare dentro la scena, passeggiando per le strade e salendo sulle numerose torri della Bologna medievale, per poi spiccare il volo nella “selva turrita”.

L’estensione virtuale del centro storico di Bologna, è di circa 2 km² con più di 1000 edifici dell’epoca (abitazioni, 88 torri e chiese) riprodotti nell’esatta ubicazione originaria, mentre l’esperienza immersiva è arricchita da oggetti di arredo urbano, personaggi in movimento con abbigliamento dell’epoca ed innumerevoli animali.

La supervisione della ricostruzione storica è stata affidata a due esperti della materia: l’architetto e storico dell’arte Carlo De Angelis ed il Prof. Rolando Dondarini.

É prevista una promozione in occasione della prima settimana di apertura dell’esperienza, da sabato 8 aprile a venerdì 15 aprile.
Chi prenota contattando il call center di Genus Bononiae (tel. +39 051 19936343) potrà usufruire di una riduzione sul biglietto:
Biglietto smart (15’) 10 € anziché 13 €
Biglietto top (25’) 15 € anziché 20 €

É disponibile la biglietteria on line per acquistare i biglietti validi da sabato 15 aprile.

In generale, chi acquista il biglietto per La Macchina del Tempo ha diritto al biglietto d’ingresso ridotto al Museo (5 € anziché 10 €)

L’età minima per partecipare all’esperienza è 12 anni.

Informazioni e acquisto biglietti 

Fonte: Genus Bononiae