#MUSEI / L’Archeologico di Mantova inaugura la sezione dedicata alla “Mantua” romana

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Fonte: comunicazione ufficiale.

MANTOVA – Sarà inaugurato il 2 settembre a Mantova l’allestimento permanente dell’intero piano terreno del Museo Archeologico Nazionale, per accogliere oltre un centinaio di importanti materiali provenienti da scavi della città romana o del suo territorio e fino a oggi conservati nei depositi: reperti monumentali tra cui un imponente tratto di strada basolata urbana, pavimentazioni a mosaico e in cocciopesto, statue, iscrizioni, parti di architetture funerarie, affreschi. L’inaugurazione della sezione, intitolata “Mantua: una città romana”, avverrà alle 17 e per l’occasione il Museo sarà visitabile gratuitamente.
L’ingresso principale sarà direttamente dalla centralissima piazza Sordello, a sinistra del complesso di Palazzo Ducale, con accesso diretto all’ampio salone del piano terra ove saranno per la prima volta visibili i documenti archeologici che raccontano l’origine e lo sviluppo della città di Mantua dall’epoca di Augusto e Virgilio alla città paleocristiana e altomedievale.

Il progetto di allestimento è stato voluto da Stefano L’Occaso con la direzione scientifica di Nicoletta Giordani e triplica la superficie espositiva. Il  nuovo Museo sarà  dotato anche di un nuovo apparato didattico. Tutti i materiali esposti, molti dei quali già conservati nei depositi del Palazzo Ducale e della Soprintendenza, sono stati tutti restaurati (dalle ditte Ambra Co.Re., Arké, Marchetti e Fontanini, Maria Giovanna Romano) e sono inseriti nel nuovo allestimento progettato dalla Coprat (Samantha Olocotino e Paolo Tacci) e da Cerri Associati (Alessandro Colombo e Francesca Rapisarda) e realizzato dalla Plotini srl.

Il Museo Archeologico Nazionale di Mantova è ospitato nel cosiddetto Mercato dei Bozzoli, un tempo sede del teatro dei Gonzaga, edificio donato dal Comune allo Stato nel 1978 e aperto nel 1998 come sede museale, nato per accogliere ed esporre uno dei più interessanti e variegati patrimoni archeologici della Lombardia. Da allora il Museo è rimasto limitato a una piccola parte del piano terra, su tre piani di possibile estensione.
Il Museo, passato in consegna nel 2015 al Polo Museale della Lombardia, vede la realizzazione di un significativo sviluppo espositivo rispetto all’attuale allestimento con i reperti degli insediamenti e delle necropoli del territorio mantovano; con l’aumento della superficie espositiva il Museo offre al pubblico un’esperienza di visita di grande suggestione perché – attraverso i materiali raccolti, ordinati e restaurati, a testimonianza della storia del territorio – permette di calarsi nella narrazione dei popoli che hanno abitato la città di Mantova nell’antichità.

“L’eccezionale ampliamento dell’offerta museale – sono parole del Direttore contenute in una nota diffusa dal Museo –  si accompagna alla valutazione responsabile che il Museo possa e debba essere visitato dal maggior numero possibile di visitatori, cittadini mossi dal desiderio della conoscenza delle proprie origini e turisti di tutto il mondo da accogliere nella cornice degli eventi organizzati per Mantova Capitale Italiana della Cultura 2016, con le testimonianze della storia e della memoria del popolo mantovano”.

Il costo del biglietto rimane invariato: 4,00 euro l’intero e 2,00 euro il ridotto), come sottolinea il Direttore del Polo.

Fonte: comunicato ufficiale.


Informazioni

Museo Archeologico Nazionale di Mantova
piazza Sordello, 28 – 46100 Mantova – tel. 0376 320003
email: museoarcheologico.mantova@beniculturali.it

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Villa di Traiano, in arrivo i risultati dei nuovi lavori di scavo e restauro

ROMA – Domenica 17 luglio, a partire dalle ore 10.00, saranno presentati a cura della Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria Meridionale, i risultati dei nuovi lavori di scavo e restauro della Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano (Area archeologica della Villa di Traiano,  Via Sublacense, km 30).

La Villa di Traiano sorge 60 chilometri ad Est di Roma, incastonata nello splendido scenario naturale dei Monti Affilani. Traiano, l’imperatore di origine ispanica  che portò l’Impero alla massima estensione, dovette frequentarla – nei brevi periodi liberi dagli impegni politici e militari – soprattutto per dedicarsi alla caccia, di cui era fervente appassionato, e procacciare la selvaggina destinata ai banchetti di corte. L’ampio complesso, costruito nel 114-117 d.C., si articola per circa cinque ettari in due platee artificiali impiantate alle pendici del monte Altuino, delle quali è stata interamente riportata alla luce quella inferiore, che aveva carattere ufficiale e di rappresentanza, mentre quella superiore, indagata mediante prospezioni elettromagnetiche, era riservata al palatium privato.

I lavori di scavo e restauro degli ultimi anni, realizzati nell’ambito del “Progetto di valorizzazione delle ville imperiali della Valle dell’Aniene e dell’area Sublacense-Villa di Traiano” finanziato con fondi Arcus (ora incorporata in Ales S.p.A.) hanno evidenziato la straordinaria ricchezza delle decorazioni delle sale annesse al grande triclinium con fontana-ninfeo affacciato sul giardino. Erano qui fastosi pavimenti in marmi policromi africani e greco-orientali, oggi perfettamente restaurati, pitture e stucchi dorati. Una ricostruzione dell’opus sectile parietale è esposta nel locale Antiquarium, che accoglie anche pregevoli arredi ed elementi architettonici confrontabili, per stile e lavorazione, con quelli dei monumenti traianei di Roma. Le pitture di un intero ambiente (riprodotto nel Museo Civico ad Arcinazzo), raffiguranti solenni cerimonie e un paesaggio nilotico, saranno invece mostrate ai visitatori nel laboratorio ove è in corso il restauro.

A conclusione del “Progetto Villa di Traiano” una parte cospicua del complesso residenziale, uno dei più importanti e finora meno noti del Lazio, può essere restituita alla pubblica fruizione, nel quadro di una più ampia valorizzazione territoriale, grazie alla sinergia fra il Comune, cui è affidata la gestione del sito, e la Soprintendenza.

RIVISTE / Nuovo numero di “Forma Urbis”, protagonista la Basilicata antica

fuROMA – E’ in edicola il nuovo numero di Forma Urbis sul tema “Religiosità e ritualità nella Basilicata antica”. La rivista è in edicola oppure si può acquistare e leggere online cliccando qui.

Ecco il sommario del nuovo numero:

Editoriale: “Basilicata antica. Terra di archeologia, di storia e di poesia” di Simona Sanchirico

“La Basilicata antica: forme di ritualità e manifestazioni del sacro” di Teresa E. Cinquantaquattro

“Basilicata: terra crocevia di culture” di Alfonsina Russo Tagliente

“Il santuario federale di Macchia di Rossano (Vaglio) nel quadro dei culti salutiferi della Lucania” di Maria Luisa Nava

“Religiosità e ritualità nel mondo indigeno d’età arcaica: grotte e acque. Il paesaggio rituale di Garaguso” di Valentina Garaffa

“Offerte coroplastiche a Garaguso: immagini del sacro e pratiche rituali indigene fra età arcaica e classica” di Silvia Martina Bertesago

“La dea lucana con leontè” di Attilio Mastrocinque

“Terrecotte architettoniche e luoghi di culto in Basilicata fra VI e III sec. a.C.: un bilancio complessivo” di Vincenzo Capozzoli

“Stritola, Spìcina, Incénera, Bòmbito e Spacca: dèmoni e figuli nelle aree sacre lucane” di Helga Di Giuseppe

“Gli dei della casa. Luoghi, strumenti e forme del culto domestico nella Lucania preromana” di Chiara Maria Marchetti

“Manifestazioni di religiosità e di culto nel mondo indigeno fra VI e IV sec. a.C.” di Angelo Bottini.

A Capiate (Lc) un convegno sul territorio fra Tardo Antico e Alto Medioevo

Si terrà nella suggestiva cornice del Monastero di Santa Maria del Lavello a Calolziocorte (LC) la prima giornata di studi La Curtis di Capiate fra tardo-antico e medioevo. Scoperte inedite e nuove ricerche sul territorio. Il convegno, previsto per il giorno 21 maggio 2016 con inizio alle ore 10, è dedicato alla comunicazione dei risultati delle attività di ricerca svolte nell’ultimo quinquennio sulla Corte di Capiate e al confronto fra gli specialisti.

dscn2270L’abitato di Capiate oggi fa parte del comune di Olginate, in provincia di Lecco, e ha grande interesse storico.  Il suo castello, conosciuto anche come Corte di Sant’Ambrogio, fu sede del potere durante l’Alto Medioevo: in questo luogo risiedeva chi controllava il territorio e la sua popolazione . Scavi archeologici effettuati sotto i locali della torre e della ex Basilica di San Nazaro hanno messo in luce parte di una vasta necropoli medioevale, oltre a murature ed elementi attribuibili all’epoca romana. Notevole è anche la Corte di Caromano, situata nel luogo in cui sorgeva l’omonimo insediamento medievale. Nell’Alto Medioevo vi era probabilmente situato un corpo di guardia che controllava la strada di accesso a Capiate. Successivamente, al tempo dei Franchi, in questa località visse una nobile famiglia di legge longobarda: un suo esponente, Attone da Caromano, vantava legami con l’importante famiglia che risiedeva nella Rocca di Airuno, essendo appunto suocero di Alcherio, Signore di Airuno. Più illustre di Attone fu suo figlio, Sant’Adalberto da Caromano, vescovo di Bergamo [890 circa-935], le cui importanti gesta determinarono l’attribuzione alla cattedra episcopale delle funzioni di governo della città. I corpi di fabbrica più antichi del complesso architettonico sono il porticato trecentesco e l’edificio a torre che potrebbero risalire al XV-XVI secolo. La loro costruzione può essere attribuita alla famiglia D’Adda, che ne fu proprietaria dal 1376 fino al 1674.

Anche la poco distante località di Carsaga è di origine molto antica. Pur essendo citata per la prima volta in un documento dell’anno 880, sul territorio sono stati trovati rinvenuti reperti attribuibili al periodo protostorico. L’atto dell’880 è  un diploma dell’imperatore Carlo il Grosso che riporta il termine “Cressagum”, toponimo che deriva dalla parola gallica “cresso” che significa “frondoso” ma anche “capelluto”, esattamente come il latino “comatus” (termine usato dai latini per indicare ciò che atteneva alla popolazione dei Galli, evidenziando il loro uso di portare i capelli lunghi). Probabilmente Cressagum fu il nome antico di tutta la zona, mentre il toponimo “Capiate” dovrebbe risalire all’epoca longobarda. Oggi si presenta come un bel complesso di edifici rurali ottocenteschi inserito nel Parco Adda Nord. Gli immobili e terreni circostanti appartengono alla Fondazione Causa Pia D’Adda.

Per tutelare e valorizzare il patrimonio storico, architettonico, culturale e ambientale del luogo è attiva dal 2012 l’Associazione Capiate – Radici nel Futuro ONLUS.

La Giornata di Studi, che fa il punto sulle ricerche e intende stimolare ad una riflessione anche per la valorizzazione dell’intero sito,  ha ottenuto il Patrocinio di Soprintendenza Archeologia Lombardia, Regione Lombardia, Provincia di Lecco.

Info: www.capiate.org – associazione@capiate.org

cPROGRAMMA

LA CURTIS DI CAPIATE FRA TARDO ANTICO E MEDIOEVO.
SCOPERTE INEDITE E NUOVE RICERCHE SUL TERRITORIO.

I Giornata di studi

h.10.00 Apertura dei lavori

h. 10.20 Francesco Muscolino – Soprintendenza Archeologia Lombardia
La conoscenza del bene come strumento di tutela.

Sessione I – Moderatore Mauro Cigognini

h. 10.30 Fabio Carminati – Associazione Capiate Radici nel Futuro
La ricerca storica sul territorio di Capiate. Nuove indagini e recenti ipotesi. Riepilogo dello “Stato dell’arte”.

h.11.15 Marco Brivio – Associazione Capiate Radici nel Futuro
L’aristocrazia del medio corso dell’Adda nei secoli IX-XII: de Vicomercato, de Caromano, de Bevulco.

h.11.45 Andrea Mariani – Faculdade de Letras da Universidade do Porto (CITCEM)
Inquadramento territoriale della Curtis di Capiate
nel contesto fortificato della Brianza Lecchese medievale.

h. 12.45 – 14.15 Pausa

Sessione II – Moderatore Andrea Mariani

h. 14.15 Paolo Corti – Archeologo
Rinvenimenti inediti di età romana a Capiate.

h.14.45 Benedetta Castelli – Archeologa
La necropoli di Capiate. Aspetti archeologici.

h.15.15 Emanuela Sguazza e Daniele Gibelli, Valentina Caruso, Cristina Cattaneo – Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense (Labanof) Università degli Studi di Milano.
La necropoli di Capiate. Aspetti antropologici.

h. 16.00 Dario Gallina – Archeologo dell’architettura
Nuove analisi stratigrafiche del complesso di Capiate.

h 16.50 Chiusura dei lavori

Per iscrizioni: associazione@capiate.org

Gli Etruschi a Cortona, maestri di scrittura

CORTONA (AR) – Continua fino al  31 luglio presso il MAEC, il Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona  ospitato nel duecentesco Palazzo Casali,  la grande mostra “Etruschi maestri di scrittura. Cultura e società nell’Italia antica”.  La rassegna è allestita da marzo in un Museo che, a sua volta, ha aperto i battenti nel settembre del 2005 con un progetto ambizioso: ospitare esposizioni dedicate all’importantissimo retaggio etrusco ma anche all’arte contemporanea, dando vita a un mix di contaminazioni culturali sicuramente di tendenza (nel dialogo, attualissimo, tra antico e moderno), meglio ancora se foriero di riflessioni su quanto il patrimonio del passato possa essere effettivamente essere parte, non solo come memoria ma anche come azione, del nostro essere oggi.

Come è noto gli Etruschi, la loro stessa origine e in particolare la loro lingua sono sempre stati un enigma per gli studiosi. La loro civiltà fiorì in Italia e nel bacino del Mediterraneo fra il VII  e il I secolo a.C. per mezzo di conquiste, contatti commerciali, scambi di idee. Ma nonostante le molte scoperte, alcune importantissime come la Tavola di Cortona di cui parleremo fra breve, resta da chiarire molto nei significati specifici delle parole. Anche se fa uso di un alfabeto di tipo greco e quindi si legge facilmente, le parole non presentano parentele comuni con lingue antiche più note (specialmente quelle indoeuropee come il greco e il latino) e quindi rimane difficile stabilirne l’esatto significato. Non aiuta, inoltre, la penuria di testi lunghi: la letteratura etrusca, pure importante e fiorente in antico, è infatti andata del tutto perduta. Ciò che resta della lingua etrusca sono quindi per lo più testi contenuti in iscrizioni brevi, ripetitivi e quasi sempre di natura funeraria, giuridica o commerciale.
La mostra di Cortona è quindi l’occasione per fare il punto su quanto (ancora troppo poco) si sa alla luce delle recenti scoperte, una per tutte le epigrafi etrusche emerse non lontano da Montpellier, in Francia, che testimoniano la presenza stabile di probabili mercanti etruschi in zona. Oltre alla Tavola di Cortona sono esposti alcuni documenti capitali come la Mummia di Zagabria e le lamine di Pyrgi, inserite nel contesto della pratica della scrittura nel Mediterraneo antico, in modo da illustrare la diversità dei supporti e delle tecniche della scrittura.

GLI SCARSI REPERTI LINGUISTICI

La “Mummia di Zagabria” ha una storia molto interessante. Si tratta di un “liber linteus” (dal latino: libro in lino) eseguito a inchiostro con un pennello su di un drappo di lino. E’ suddiviso in dodici riquadri rettangolari ognuno con 34 righe della scrittura. Il drappo veniva ripiegato “a fisarmonica” seguendo le linee verticali dei riquadri che funzionavano come le pagine di un libro. Il manoscritto è conservato al Museo Archeologico di Zagabria, in Croazia, ma è stato ritrovato in Egitto, dove era stato “riciclato” tagliandolo orizzontalmente in lunghe strisce, che furono utilizzate come bende per la mummia di una donna del periodo Tolemaico. Solo alcune delle strisce sono conservate, quindi purtroppo  il manoscritto ha grosse lacune. Il testo, comunque,  è in assoluto il più lungo tra quelli etruschi rimasti, forte delle sue 230 righe e circa 1350 parole. Verso la metà dell’Ottocento un collezionista croato, Mihail de Brariæ, scrittore della Regia cancelleria ungherese, aveva riportato in patria dall’Egitto alcuni oggetti antichi, fra i quali una mummia. Qualche tempo dopo ci si accorse che le bende del reperto erano coperte da un testo scritto con l’inchiostro nero. Solo nel 1892 questo testo venne studiato dall’egittologo Brugsch e identificato come etrusco. Dal 1947 mummia e bende vennero trasferite al Museo di Zagabria. L’ultimo restauro è stato curato da un’équipe italiana nel 1997. Si tratta di un calendario rituale che specifica le cerimonie da compiere nei giorni prestabiliti in onore di varie divinità. Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell’area tra Perugia, Cortona e Lago Trasimeno. La scrittura, molto precisa e accurata, è quella in uso nell’ Etruria settentrionale tra il III e il II secolo a. C. Quindi per questa mostra è un po’ come se questo testo tornasse momentaneamente a casa.

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L’altra superstar della mostra è  la famosa Tabula Cortonensis (Tavola di Cortona), che rappresenta il terzo testo etrusco più lungo al mondo dopo quello della citata Mummia di Zagabria e un altro contenuto nella cosiddetta Tavola capuana. Il reperto cortonese è una tavola di bronzo che reca incisa sui due lati un atto notarile che riguarda una proprietà terriera collocata nel territorio del lago Trasimeno a est di Cortona. Risale all’inizio del II secolo a.C. ed è stata ritrovata nella vicina località Le Piagge nel 1992. La faccia A presenta 32 righe di testo, mentre la faccia B solo 8. La tavola, allo stato del rinvenimento, si presentava rotta in 8 pezzi (di cui uno non è stato mai trovato): forse faceva parte di un archivio notarile privato e fu spezzata per essere fusa e riutilizzata.  Accompagna la mostra in corso un interessante catalogo che presenta le ultime acquisizioni e il progredire degli studi nella sintassi e nella grammatica.

 

UN MUSEO  (E UN PERCORSO) ALL’AVANGUARDIA

Il progetto del MAEC era alla nascita ambizioso e in questi undici anni ha dato ottimi risultati. L’inaugurazione del 2005 avveniva a coronamento di decenni di studi e restauri di materiali importantissimi: come noto infatti il territorio di Cortona e l’Aretino in generale hanno nel tempo restituito scoperte eccezionali che erano in parte già musealizzate nella collezione, di origine settecentesca, dell’Accademia Etrusca. Ma era necessario mettere questi reperti in dialogo, virtuoso e moderno, con quelli, altrettanto importanti, emersi dalla successiva storia romana della città. Il progetto scientifico fu dunque affidato a Mario Torelli, uno dei massimi esperti di Etruschi, ed è nato così il MAEC che riunisce in un unico percorso espositivo le due sezioni, allestite secondo criteri all’avanguardia che non pongono più al centro dell’attenzione solo il singolo oggetto ma privilegiano il racconto complessivo della storia di Cortona e del territorio grazie anche ai numerosi supporti multimediali, alle ricostruzioni e ad un percorso tattile per non vedenti.

Nell’esposizione permanente sono esposte importanti ricostruzioni, come quella del tetto del tempietto funerario del Tumulo II del Sodo (VI secolo a.C.), e anche i materiali dei corredi arcaici rinvenuti nelle tombe principesche del Tumulo I e del Tumulo II sempre del Sodo – buccheri, ceramiche attiche, monili in oro. Di grande interesse sono anche gli spettacolari bronzi provenienti dalle tombe come quella di Fabbrecce oltre alla più volte citata Tavola di Cortina e ai reperti della grandiosa villa imperiale della Tufa in località Ossaia con i loro tre bellissimi mosaici a decorazioni geometrica e figurata, uno dei quali presenta un motivo dionisiaco con due pantere.

introduzione

Dal MAEC parte inoltre il Parco Archeologico di Cortona, che si estende in città e nel territorio con 20 percorsi che coinvolgono 11 importanti siti archeologici e quindi permettono intelligentemente di fruire tutto assieme un patrimonio archeologico, storico, artistico e culturale veramente unico.

© Elena Percivaldi – © Perceval Archeostoria All rights reserved


 

ASCOLTA LA  TRASMISSIONE DI ELENA PERCIVALDI DEDICATA ALLA MOSTRA SU RADIO FRANCIGENA

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Un libro svela l’altare di Ratchis e i suoi colori

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UDINE – Mercoledì 27 aprile 2016, alle ore 17.30 presso la Sala del Consiglio della Provincia di Udine (Piazza Patriarcato 3) Valentino Pace, Giuseppina Perusini e don Livio Carlino presenteranno il volume “ARTE LONGOBARDA IN FRIULI: L’ARA DI RATCHIS A CIVIDALE. La ricerca e la riscoperta delle policromie” di Laura Chinellato (Ed. Forum 2016).

Il volume è la prima monografia interamente dedicata a questo tesoro custodito nel Museo Cristiano di Cividale del Friuli; una vera e propria carta d’identità dell’opera che, oltre a illustrare il contesto storico, teologico e liturgico, presenta l’inedito allestimento multimediale che proietta sul prospetto frontale dell’altare la ricostruzione dell’originale policromia. Tale proiezione permette oggi ai visitatori una percezione immediata dello stato iniziale, possibile grazie alle ricerche sul colore che il libro approfondisce.  Scrittura, immagini figurate, segni, e colore convergono a raccontare un patrimonio la cui eccezionalità è riconosciuta a livello mondiale.

Per informazioni: Società Friulana di Archeologia

ORDINA IL LIBRO

L’Altare di Ratchis  è tra i più celebri capolavori artistici della cosiddetta “rinascenza liutprandea”. Realizzato tra il 737 e il 744 su commissione del duca Ratchis (futuro sovrano longobardo), raffigura nei bassorilievi scolpiti sulle quattro facce in pietra d’Istria, la Visitazione di Maria Vergine ad Elisabetta, l’Ascensione di Cristo in Maestà tra gli Angeli e l’Adorazione dei Magi. L’editore Capsa Ars Scriptoria sta realizzando una riproduzione del manufatto a tiratura limitata, accompagnato da un ampio Commentario a firma della stessa Laura Chinellato, di Riccardo Belcari e di  Stefano Gasparri. La riproduzione fa parte dell’ampio progetto “Lo Scrigno del Tempo – I Longobardi” elaborato dall’editore bergamasco. Per informazioni: www.arscapsa.com

La storia nel pozzo: in mostra a S. Lazzaro di Savena i reperti di via Caselle

La scoperta aggiunge un inaspettato tassello alle vicende del primo nucleo abitativo della città bolognese in epoca romana

 

 

Dupondio  di Marco Aurelio (170-171 d.C.)

BOLOGNA – Un dupondio di Marco Aurelio, una lucerna con marchio VIBIANI, alcuni bicchieri tipo via Andrea Costa, brocche, brocchette e una bottiglia con l’iscrizione DOMV CONFUSI CAM, ceramiche da mensa e da dispensa, reperti vitrei, lapidei, in osso lavorato, legno, tessuto e metallo e un pendaglio in lamina bronzea traforata decorato in origine da una gemma o pasta vitrea.  Sono solo alcuni dei materiali recuperati nel pozzo romano scavato in Via Caselle, testimonianze che delineano l’identità storica di S. Lazzaro di Savena, riscoprendo le origini della città e il suo divenire storico. È questo il compito dell’archeologia, leggere il messaggio che gli antichi ci hanno lasciato attraverso le scoperte, gli studi di dettaglio e le ricerche sulle fonti.
Il ritrovamento nel 2006 di un pozzo romano in Via Caselle, luogo centrale della città, ha gettato nuova luce sulla presenza romana in questo territorio rurale situato a cavallo fra l’agrobononiense e quello claternate che pur beneficiava dall’essere attraversato da un’arteria già pulsante di traffici come la via Emilia. Un territorio finora parco di testimonianze dai periodi che precedono la costruzione del complesso religioso e di cura agli infermi sorto nel Medioevo sotto la protezione di S. Lazzaro, ma che da qualche decennio sta rivelando significativi indizi di un popolamento romano, tutt’altro che rado, che si dispiega tanto in prossimità del grande asse di comunicazione transregionale, quanto nella soprastante fascia di pianura e addentro le vallate del Savena e dell’Idice.
Materiali rinvenuti nel pozzo di Via CasellePromossa dal Comune di San Lazzaro e dalla Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, la mostra “Aqua fons vitae” utilizza il materiale rinvenuto nel pozzo come punto di partenza per affrontare il tema dello sfruttamento delle risorse idriche e della gestione delle acque dall’epoca romana alla modernità.
A ogni latitudine e in ogni orizzonte cronologico un pozzo antico e il suo contenuto sedimentatosi nel tempo restituiscono sempre veri “tesori” perché come pochi altri contesti archeologici questo tipo di testimonianza svela interessanti spaccati di vita quotidiana, esemplificativi di una lunga durata d’uso o, talvolta, di circostanze legate a particolari eventi. Perduti per un attimo di disattenzione, oppure buttati perché rotti e ormai inservibili, ma buoni per tenere pulita e limpida l’acqua da attingere, nascosti in circostanze fortunose, quando momenti di instabilità politica o sociale consigliano di mettere al riparo i propri averi, oppure gettati in segno di devozione ad una divinità patrona dell’acqua o dimorante nelle profondità della terra, gli oggetti recuperati in un pozzo rappresentano infatti un’eloquente “istantanea” di un tempo che fu e degli accadimenti – ordinari o straordinari – che gli si svolsero intorno.
La mostra si snoda intorno al tema delle acque, essenziale fonte di vita per lo sviluppo della comunità e del territorio,  coinvolgendo anche istituzioni dedite alla valorizzazione del patrimonio culturale regionale (Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna) e altri enti che a diverso titolo sono preposti al governo delle acque (Consorzio della Bonifica Renana). Il suo fulcro è costituito dall’esposizione dei ritrovamenti archeologici del pozzo romano di via Caselle che si inserisce in un più ampio percorso di visita attraverso l’illustrazione delle principali forme di sfruttamento dell’acqua che l’uomo ha progettato, fin dagli albori della propria storia, per migliorare le condizioni necessarie all’insediamento umano, fino a favorire la crescita sociale ed economica dell’intera area bolognese.
Il materiale proveniente dallo scavo viene mostrato per la prima volta all’attenzione del grande pubblico, narrando la storia e l’importanza della scoperta e condividendo i risultati degli studi svolti e dei restauri effettuati. Inoltre, i ritrovamenti rappresentano un elemento chiave nelle indagini sulle origini romane del territorio in cui si è sviluppato l’attuale centro urbano.
Il percorso espositivo è articolato in tre aree, definite spazialmente e tematicamente ma legate fra loro, che si avvalgono sia di supporti tradizionali (pannelli informativi con contenuti testuali e grafici e vetrine con materiali originali e ricostruzioni) che di supporti tecnologici (proiezioni di scenari immersivi, ricostruzioni ambientali e touchscreen).

Olla biansata      Secchio con  anse forate per l’aggancio del manico e l’appendimento
A sin.  Olla biansata – A des. Secchio con anse forate per l’aggancio del manico e l’appendimento

Il primo settore (AQUAE FONS VITAE, realizzato in collaborazione con il Consorzio della Bonifica Renana di Bologna) sviluppa il tema dell’acqua in rapporto ai geo-ambienti, alle evoluzioni ambientali e territoriali del sistema idrografico nel tempo, al suo controllo e regimentazione dal Medioevo in avanti, all’organizzazione e alle problematiche attuali nella gestione delle risorse idriche. Testimonianze bibliografiche, storiche e geo-ambientali, guidano il visitatore in un lungo viaggio nel tempo che si dipana fra le primordiali tecniche di sfruttamento delle acque alle più avanzate tecnologie di controllo. Materiali multimediali e documentari illustrano l’importanza dell’intervento umano sulla gestione delle acque e alcuni tra i più significativi sistemi di sfruttamento odierno sul territorio.
Il secondo settore (IL TERRITORIO E LE ACQUE) offre la lettura di due aspetti strettamente legati al territorio sanlazzarese.
Un ristretto campionario di reperti archeologici provenienti dal territorio testimoniano alcuni elementi dell’abitare in epoca romana: si va dai laterizi (manubriati, tegole, suspensurae, coppi ecc.) ai manufatti legati alla gestione delle acque (fistula e tubi, valvola, mattoni puteali, vera da pozzo) fino a un’esemplificazione delle tipologie pavimentali più in uso (esagonette, opus spicatum, tessere da mosaico). Pannelli e touchscreen approfondiscono alcuni argomenti legati alla romanizzazione e alla realizzazione e significato dei pozzi.
Lungo le pareti una serie di pannelli affronta invece in chiave diacronico-tematica le principali evidenze dell’area sanlazzarese in qualche modo legate alle acque. Un viaggio nel tempo alla scoperta di significati e funzioni di luoghi noti alla comunità locale, ma la cui conoscenza spesso non si spinge fino alle origini e all’interpretazione degli stessi nel contesto del sistema-territorio.
Il terzo settore (LA VITA NEL POZZO) è quello dedicato all’esposizione delle testimonianze archeologiche correlate al pozzo di epoca romana recuperato nel 2006. Questa sezione (di forma circolare per evocare la sagoma del pozzo) sfrutta una quinta scenografica per esporre alcuni reperti pertinenti a insediamenti rustici del territorio, evocando con proiezioni ed audio ad hoc  immagini in movimento e suoni della vita del pozzo come quelli che richiamano la caduta di oggetti sul suo fondo.
Ai materiali provenienti dai siti sanlazzaresi di Croara-Ca’ Rossa, Ponticella-podere Sant’Andrea loc. Siberia, Pizzocalvo-Ca’ Poggio, Pizzocalvo-Roncadello di Sotto, Borgatella-LUCMAR e Borgatella Podere San Francesco, San Lazzaro-Tangenziale Caselle, San Lazzaro via Jussi/via Mezzini, Idice-via Castiglia, Idice-Cave SAFRA, Fondovalle Idice-Ca’ de Mandorli e Castel de’ Britti-greto dell’Idice si affianca una buona campionatura di quello rinvenuto nel pozzo di Via Caselle, corredato dal  modellino del rustico romano a cui il pozzo forniva l’acqua.

Il pozzo romano: storia di una scoperta
Nonostante non ci siano elementi che permettano di datare con certezza il periodo in cui il pozzo è stato costruito è ragionevole pensare che la sua costruzione non sia avvenuta prima del I a.C.
Il pozzo trovato nel 2006 durante i lavori preliminari alla costruzione di un nuovo complesso architettonico a uso residenziale e commerciale è stato esplorato dai sub del Gruppo Ravennate Archeologico di Ravenna: l’esame di quanto contenuto negli strati inferiori del pozzo è di notevole interesse.
Innanzitutto un dupondio di Marco Aurelio coniato nel 170-171 d.C., una lucerna con marchio VIBIANI e alcuni bicchieri tipo via Andrea Costa. Poi brocche e brocchette in gran numero tra cui un esemplare con marchio RETINIA. Molto interessante una bottiglia con l’iscrizione graffita DOMV CONFUSI CAM e numerose anche le olle biansate; tra le ceramiche di uso comune, da mensa e da dispensa, sono presenti frr. di bottiglie, olle, ciotole, coperchi e recipienti per la cottura degli alimenti: pentole e tegami.

Iscrizione sulla bottiglia
La bottiglia conserva tracce di un rivestimento rosso e presenta sul corpo un’iscrizione graffita, dove si legge DOMV CONFUSI CAM, ovvero «a casa versai CAM»: CONFUSI può essere letto come perfetto dell’indicativo attivo del verboconfundo, CAM potrebbe invece riferirsi al noto vino campanus. L’iscrizione continua poi con alcune lettere apparentemente cancellate da linee sovraincise che ne rendono molto difficile la lettura. L’ipotesi -destinata a restare tale- è che vi sia iscritto un nomen completo di prenomen e cognomen P [ ] NELIO LEONE. Quando il recipiente era in uso, l’iscrizione doveva essere più evidente: il graffito faceva risaltare l’arancio dell’impasto sulla superficie rossa verniciata

Diversi sono i reperti lapidei, vitrei, di osso lavorato, legno, tessuto e metallo: un mortaio in pietra di Aurisina, uno spillone in osso a testa sferica, una fusaiola e di un piattino in legno d’acero, due tappi in legno di olmo, numerose assi e altri elementi da costruzione. Si sono inoltre conservati pressoché intatti una casseruola di bronzo, che faceva probabilmente parte del servizio da tavola, e un secchio di lamina. Fra gli oggetti più significativi si segnala infine un pendaglio di lamina bronzea traforata che presentava al centro lo spazio per un elemento decorativo (gemma o pasta vitrea) di cui però rimane solo la traccia dell’attacco. Si tratta di un oggetto ornamentale, di cronologia incerta, forse intenzionalmente deposto sul fondo al momento della costruzione del pozzo, come del resto il recipiente dentro cui era contenuto.

Pendaglio
Questo pendaglio è stato rinvenuto nel fondo interno di un vaso spezzato in due parti, incastrato intenzionalmente nella base sabbiosa del pozzo. È di lamina bronzea traforata e presenta al centro lo spazio per un elemento decorativo (gemma o pasta vitrea), di cui però rimane solo la traccia dell’attacco. Si tratta di un oggetto ornamentale, di cronologia incerta, forse intenzionalmente deposto sul fondo del pozzo, come del resto il recipiente che lo conteneva

Il pozzo fu abbandonato sul finire del II secolo d.C. o forse agli inizi del successivo, quando le conseguenze della crisi economica, determinatasi a causa anche della concorrenza commerciale delle provincie che era divenuta sempre più difficile da contrastare, si manifestarono in maniera concreta in tutto il territorio bolognese.
Fin da subito, quindi, è stata riconosciuta la portata di questa scoperta in grado di offrire un importante contributo sul coevo popolamento dell’area orientale bolognese e di rafforzare l’identità storica dello stesso territorio.

Casseruola
Questa casseruola faceva probabilmente parte del servizio da tavola. Appartiene a un tipo largamente diffuso a Pompei al momento dell’eruzione (79 d.C.) e per questo motivo potrebbe essere un po’ più antica rispetto al resto del materiale che si colloca invece in una fase avanzata del II secolo d.C.

Il pozzo romano: un cantiere-scuola di restauro archeologico
La mostra fornisce anche l’occasione per presentare al pubblico il cantiere-scuola di restauro dedicato ai materiali ceramici del pozzo promosso dall’IBC e dal Museo “L. Donini” , con il sostegno della LR18/2000. Una singolare esperienza formativa rivolta a 18 giovani studenti o specializzandi di archeologia che, coordinati da un restauratore professionista, si sono cimentati per sei settimane con tutte le fasi del restauro archeologico (dalla pulizia alla restituzione dell’integrità formale dei pezzi), prendendo contatto con le varie problematiche e aspetti attinenti la conservazione di questa delicata categoria di beni culturali.

AQVA FONS VITAE
Identità, storia e memoria di una comunità

apertura al pubblico dal 3 Aprile al 29 Maggio 2016

Sala di Città del Municipio di S. Lazzaro di Savena (piano terra)
via Emilia 192
S. Lazzaro di Savena (BO)

orari di apertura: da martedì a venerdì dalle ore 17 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 13

per info: Museo della Preistoria “Luigi Donini”, tel. 051 465132
museodonini@comune.sanlazzaro.bo.it    www.museodellapreistoria.it

Fonte:  www.archeobologna.beniculturali.it

Pompei, riapre la palestra grande con la tappa della mostra “Egitto Pompei”

 

Agli Scavi di Pompei la seconda tappa del progetto espositivo “Egitto Pompei”, inaugurato il 5 marzo scorso al Museo Egizio di Torino. La prossima da giugno a Napoli.

z2POMPEI – Arriva agli Scavi di Pompei la seconda tappa del grande progetto espositivo “Egitto Pompei”, inaugurato il 5 marzo scorso al Museo Egizio di TorinoPer l’occasione di riaprono gli spazi recentemente restaurati della Palestra Grande e accolgono, esaltate dallo scenografico allestimento di Francesco Venezia, sette monumentali statue raffiguranti Sekhmet, la divinità egizia dalla testa leonina, e la magnifica statua seduta del faraone Thutmosi I, tutte appartenenti ad uno dei periodi di massimo splendore della storia dell’antico Egitto: la XVIII dinastia (XVI-XIV sec. a.C.).

Gli eccezionali prestiti, provenienti dalla collezione permanente del Museo Egizio, suggellano e ribadiscono l’unità di intenti e di collaborazione tra il Museo torinese, la Soprintendenza Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, per una mostra che vuole raccontare – in tre diverse sedi – culti e mode originati nella terra del Nilo e diffusi a Pompei, inserendoli in un’ampia riflessione sulle interrelazioni tra le civiltà del mondo antico che si affacciavano sul Mediterraneo.

Le imponenti sculture in granito, oltre a rappresentare il potere faraonico al tempo della XVIII dinastia, sono una testimonianza straordinaria del mondo della mitologia egizia. Sekhmet, come altre divinità femminili, ha una natura ambivalente, contraddistinta da forze contrapposte. Figlia del sole, propaga sulla terra calore, distruzione e malattie, ma allo stesso tempo, se placata con rituali e preghiere, è in grado di garantire la pace e la prosperità.

La mostra, curata da Massimo Osanna e Marco Fabbri con Simon Connor, continua fino al 2 novembre con un’emozionante video installazione originale di Studio Azzurro che evoca gli scambi culturali, religiosi ed economici intercorsi tra Pompei e l’Egitto dalla fine del II sec. a.C.

Il percorso espositivo si arricchisce inoltre di un “itinerario egizio”: dal Tempio di Iside, tra i maggiori e meglio conservati edifici pompeiani – oggetto per l’occasione di un intervento di riallestimento con postazioni multimediali di realtà immersiva – alle numerose domus decorate con motivi egittizzanti, come quella di Loreio Tiburtino tornata di recente a risplendere e quella dei Pigmei riaperta in occasione della mostra.

Il 28 giugno, al Museo Archeologico di Napoli, la terza tappa del progetto con l’inaugurazione di una nuova sezione del percorso di visita delle collezioni permanenti con reperti archeologici, affreschi e capolavori di artigianato ispirati alla cultura egizia.

Sito ufficiale: www.mostraegittopompei.it

Palestrina, nuova vita per il Foro

Nuova vita per il Complesso degli Edifici del Foro di Palestrina. Si inaugura, il 30 aprile, alle 18, il percorso culturale nel cuore della città che permetterà per la prima volta di ammirare l’ “Aula Absidata” dove era collocato il famoso mosaico policromo del Nilo.
Palestrina, in provincia di Roma, sorge in corrispondenza del sito della antica Praeneste, centro le cui origini remote risalgono almeno all’VIII sec. a.C. La città visse una fase di incredibile ricchezza e benessere nel II sec.a.C., grazie ai contatti commerciali ed agli scambi con l’Oriente mediterraneo. In questo periodo a Praeneste si realizza un grandioso progetto con la monumentalizzazione del santuario della Fortuna Primigenia e la costruzione, intorno al 120-110 a.C., del complessodegli edifici del Foro, influenzata dall’architettura scenografica del Mediterraneo orientale. Di grande fascino la basilica civile, con ai lati, il raffinato ninfeo decorato da un mosaico con il fondo marino, il cosiddetto “Antro delle Sorti” e il monumentale edificio, di incerta funzione, detto “Aula Absidata”.

Era questa una sala rettangolare con una grandiosa abside, alta più di 10 metri, scavata nella roccia viva e in origine pavimentata dal famoso mosaico policromo del Nilo, distaccato nel XVII secolo e attualmente conservato al Museo Nazionale Archeologico di Palestrina.

Il Complesso degli edifici del Foro è stato interessato da un processo millenario di stratificazione edilizia, proseguito fino ad anni recenti, che aveva obliterato e stravolto l’originario edificio romano, quasi completamente nascosto dalle strutture moderne.

Acquisito dallo Stato fin negli anni ’80 del secolo scorso, il complesso è stato oggetto di un delicato intervento di restauro che ha permesso il recupero della costruzione ellenistica.

I lavori, curati dalla Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale, hanno finalmente riportato in vista l’abside e la parete destra dell’edificio, decorata dal bancone con raffinato fregio dorico. Questo intervento ha permesso di riportare in luce una creazione unica del Lazio antico, che quasi non ha confronti per dimensioni ed originalità.

Per informazioni: cultura@comune.palestrina.rm.it

www.archeologialazio.beniculturali.it

Riapre a Capena il “Lucus Feroniae”: Area Archeologica, Antiquarium e Villa dei Volusi

Sabato 23 aprile alle ore 11.00 si terrà l’inaugurazione del “Lucus Feroniae. Area Archeologica, Antiquarium e Villa dei Volusi”.

 

Riapre al pubblico, con aspetto rinnovato e in unico percorso di visita, l’area archeologica di VI-III secolo a.C. del santuario del Lucus Feroniae (bosco sacro dedicato a Feronia, dea italica della fertilità dei campi e propiziatrice dei commerci), la contigua colonia romana del I secolo a.C. (Iulia Felix Lucoferonensium), con l’annesso Antiquarium, nel comune di Capena, e la villa dei Volusii Saturnini, nel comune di Fiano Romano.

Le due aree archeologiche, prima separate dalla via Tiberina, sono oggi collegate da un ponte pedonale, dotato di ascensore per i visitatori con disabilità motorie. Tra le rovine della colonia romana, nel verde della campagna romana, è possibile ammirare i raffinati pavimenti a mosaico riportati all’antico splendore attraverso una paziente opera di restauro. Nell’Antiquarium, con il suo rinnovato e accattivante allestimento, tecnologie innovative danno voce a personaggi, come la dea Feronia, che racconta il proprio tempo, ridando vita alle atmosfere del bosco sacro e alla devozione dei fedeli: una visita in grado di far compiere ai visitatori un emozionante viaggio nel tempo. L’esposizione di reperti straordinari, finalmente restituiti al pubblico dopo essere stati per troppo tempo “invisibili” nei depositi, rappresenta un altro importante elemento d’interesse. Suggestive ambientazioni consentono di ripercorrere la storia del sito e di ammirare statue, decorazioni dei templi e altri reperti, riproposti nel loro contesto di rinvenimento. Si tratta di un’operazione dunque finalizzata non solo al recupero della memoria storica delle comunità di Capena e di Fiano Romano, ma anche di un elemento funzionale a integrare e ricucire il paesaggio circostante, che ancora per alcuni ampi tratti conserva le caratteristiche originarie di antico luogo di transito di uomini, merci e idee lungo il fiume. Il collegamento diretto della Villa dei Volusii con l’area di servizio Feronia, lungo il tracciato dell’autostrada A1 Milano-Napoli, a soli 20 km da Roma, rappresenta un elemento di assoluto interesse per una valorizzazione turistica dell’importante area archeologica attraverso sinergie, che si auspica siano sempre più significative, con la Società Autostrade e un coinvolgimento di ampie fasce di cittadini, associazioni e imprenditoria locale per uno sviluppo sostenibile della media valle del Tevere.

Dove: Lucus Feroniae. Area Archeologica, Antiquarium e Villa dei Volusi.
Via Tiberina Km 18,500 – Capena (Roma)

Altre info: Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell’Etruria Meridionale