MOSTRE / Firenze, torna agli Uffizi il Codice Leicester di Leonardo [FOTO]

 FIRENZE, 26 ottobre 2018 (aggiornamento 29 ottobre) – Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci a Firenze come anteprima di assoluta grandezza delle celebrazioni leonardiane che si svolgeranno in tutto il mondo nel 2019 in occasione dei 500 anni dalla morte di una delle figure-icona della storia dell’umanità.  La mostra, L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci, a cura di Paolo Galluzzi  (dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, catalogo Giunti), è frutto di oltre due anni di preparazione, e presenta eccezionali apparati tecnologici per poter consultare il codice così come numerosi altri preziosi fogli vinciani, e non solo.

Il tema centrale dell’esposizione è l’acqua, elemento che affascina Leonardo. L’artista svolge indagini straordinariamente penetranti per comprenderne la natura, sfruttarne l’energia e controllarne i potenziali effetti rovinosi. Il Codice Leicester contiene riflessioni innovative anche su altri temi: soprattutto sulla costituzione materiale della Luna e sulla natura della sua luminosità, e sulla storia del pianeta Terra, nelle sue continue e radicali trasformazioni.

Fig. 1

Un folio del Codice Leicester di Leonardo

Il Codice Leicester è un’opera fitta di annotazioni geniali e di disegni che Leonardo vergò in gran parte tra il 1504 e il 1508: una stagione davvero magica della storia di Firenze, con la presenza contemporanea in città di grandissimi personaggi delle lettere, delle arti e delle scienze, che Benvenuto Cellini la battezzò, genialmente, “La Scuola del Mondo”. Per Leonardo, furono anni di intensa attività artistica e scientifica. In quel periodo effettuava infatti studi di anatomia nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, cercava di mettere l’uomo in condizione di volare, era impegnato nell’impresa, poi non condotta a termine, della pittura murale raffigurante la Battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio, e studiava soluzioni avveniristiche per rendere l’Arno navigabile da Firenze al mare.

Per il Codice Leicester si tratta del secondo ‘viaggio’ a Firenze, in quanto fu esposto nel 1982 (quando era ancora denominato Codice Hammer) nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, ottenendo uno straordinario successo di pubblico (oltre 400.000 visitatori in poco più di tre mesi).  I 72 fogli del Codice saranno esposti nell’Aula Magliabechiana degli Uffizi. Grazie a un innovativo sussidio multimediale, il Codescope, il visitatore potrà sfogliare i singoli fogli su schermi digitali, accedere alla trascrizione dei testi e a molteplici informazioni sui temi trattati. Avrà inoltre a disposizione un vasto corredo di filmati digitali realizzati dal Museo Galileo, i quali, oltre che in mostra, saranno consultabili sui siti web degli Uffizi e del Museo Galileo.

Oltre al Codice Leicester, l’esposizione offre alcuni spettacolari disegni originali di Leonardo e fogli da codici di straordinaria importanza, realizzati in quegli stessi anni: il Del moto et misura dell’acqua dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, (la silloge seicentesca di disegni sulla natura e sui moti dell’acqua tratti dai manoscritti vinciani) che integra le note e gli schizzi vergati sugli stessi temi nel Codice Leicester; il celeberrimo “Codice sul volo degli uccelli”, eccezionalmente concesso in prestito dalla Biblioteca Reale di Torino, compilato negli stessi mesi nei quali Leonardo realizzava il Codice Leicester; quattro spettacolari fogli del Codice Atlantico, prestati dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che illustrano gli studi vinciani sulla Luna, molto attinenti ai temi trattati nel Codice Leicester, e dove è illustrata l’invenzione della gru con cui Leonardo intendeva velocizzare le operazioni di scavo del canale navigabile che doveva collegare Firenze al mare. Infine, due preziosi bifogli del Codice Arundel della British Library, con rilievi del corso dell’Arno nel tratto fiorentino, dove sono indicate puntualmente posizione e misure dei ponti allora esistenti e sottolineate le analogie tra moti dell’acqua e moti dei venti, sulle quali Leonardo insiste nel Codice Leicester.

A questa eccezionale esposizione di fogli originali di Leonardo, si aggiunge la presenza in mostra di numerosi manoscritti di grande bellezza e importanza e di rarissimi incunaboli che contengono testi utilizzati da Leonardo per la compilazione del Codice Leicester. Tra questi merita sottolineare almeno lo splendido codice della Biblioteca Medicea Laurenziana contenente il Trattato di architettura di Francesco di Giorgio Martini, sulle cui carte Leonardo vergò dodici annotazioni che vedono al centro, ancora una volta, i moti dell’elemento acqua.

Complessivamente saranno quindi esposti in mostra oltre 80 fogli e il Codice sul volo degli uccelli di mano di Leonardo, oltre a 10 preziosi volumi tra manoscritti e incunaboli.

SCOPERTE 7000 LASTRE CHE RITRAGGONO I MANOSCRITTI – Alla presentazione della mostra il 29 ottobre è stata inoltre annunciata la scoperta, avvenuta negli archivi della Commissione Vinciana  (ora custoditi al museo Galileo della Scienza a Firenze), di oltre 7000 lastre fotografiche in vetro dei manoscritti di Leonardo, realizzate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso. “Si tratta di una scoperta di grandissima importanza, sia per la storia della fotografia che per gli studi dedicati al genio di Vinci – ha spiegato il curatore della mostra Paolo Galluzzi -.  Queste lastre, infatti, effettuate oltre un secolo fa, offrono importanti informazioni sui cambiamenti dello stato di conservazione dei codici da lui scritti, incluso il Codice  Leicester, avvenuti nel lasso di tempo trascorso dalla loro realizzazione ad oggi”. Le lastre sono già al centro di una ricerca: la loro ricognizione sistematica ed esaustiva è stata avviata, l’acquisizione digitale dei documenti è già in fase avanzata e presto le loro riproduzioni ad altissima
definizione saranno messe a disposizione degli studiosi su internet, “divenendo strumenti fondamentali della ricerca su Leonardo”, ha aggiunto Galluzzi. Già il prossimo anno potrebbero essere resi pubblici i primi risultati delle indagini che le riguardano. Intanto, se la mostra dedicata al Codex Leicester concesso agli Uffizi in prestito da Bill Gates anticipa le celebrazioni per i 500 anni dalla morte del padre della Gioconda, la Galleria ha in serbo anche altre iniziative, diffuse sul territorio toscano per rendere omaggio al grande artista e scienziato. Nel paese natale di Leonardo, Vinci, verrà esposta la tavola con il suo primo paesaggio”conteso” tra Toscana e Umbria, in quanto è ancora oggetto di dibattito se l’opera ritragga uno scorcio dei colli del Valdarno oppure una veduta di terre umbre). Inoltre, la tavola Doria,  raffigurante la parte centrale del capolavoro murale andato perduto, la Battaglia di Anghiari, realizzata nel ‘500 da un autore ignoto, che fino a gennaio è in mostra a Poppi, si sposterà proprio ad Anghiari.

GALLERY

La mostra è un progetto delle Gallerie degli Uffizi e del Museo Galileo realizzato col determinante contributo di Fondazione CR Firenze e si avvale inoltre del patrocinio e del contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci. 

Esposizione dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019. Catalogo in italiano e in inglese, pubblicato da Giunti Editore.


INFORMAZIONI

L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci
Aula Magliabechiana, Uffizi, Firenze
30 ottobre 2018 – 20 gennaio 2019

Annunci

MOSTRE / A Pisa un capolavoro ritrovato di Orazio Gentileschi, padre di Artemisia

PISA – Il nome di Orazio Gentileschi (Pisa 1562 – Londra 1639) è noto ai più per essere il padre della celeberrima Artemisia. Egli, tuttavia, fu un artista importante nel Cinquecento: pur partendo dalla lezione di Caravaggio, non si limitò a scimmiottare le novità proposte dal pittore lombardo soprattutto per quanto concerne il trattamento della luce, ma ne sviluppò una lettura autonoma fondendo nella sua opera le luminosità e le forme michelangiolesche del manierismo toscano con quelle romano-lombarde, appunto, del Merisi.

Una mostra nella città natale di Orazio, Pisa,  proverà a riportare su di lui l’attenzione del grande pubblico proponendo un confronto tra tre sue opere, di cui una molto nota –   Santa Cecilia che suona la spinetta della Galleria Nazionale dell’Umbria – e una quasi sconosciuta:  La Madonna in adorazione del Bambino. Il terzo dipinto è  la Madonna con Gesù Bambino addormentato, dipinta da Orazio in collaborazione con l’altro suo figlio, Francesco.

La mostra, intitolata  Un capolavoro ritrovato di Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino, si tiene dal 19 luglio al 19 settembre 2018 al Museo delle Sinopie di Pisa ed è a cura di Pierluigi Carofano  con un comitato scientifico composto da Raymond Ward Bissel e Marco Pierini.

7cea4e63bd

Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino

Il dipinto “riscoperto” di Orazio Lomi Gentileschi è stato intitolato dalla storiografia come una Madonna con il Bambino Gesù, ma il soggetto a cui l’opera si accosta maggiormente è quello della ‘Madonna in adorazione del Bambino’. Ma anche in questo caso, nonostante esso possa sembrare il titolo più appropriato, è in realtà impreciso poiché nella produzione figurativa del Medioevo e del Rinascimento quel tipo di iconografia prevede che la madre di Gesù sia raffigurata con entrambe le mani aperte (come nel celebre dipinto di Correggio della National Gallery di Londra) o giunte in preghiera (come nell’altrettanto famosa tavola di Filippino Lippi agli Uffizi). Nel caso del dipinto di Orazio Gentileschi la figura della Madonna non corrisponde ad un preciso canone iconografico ma tale gestualità indica la presenza di una forte emozione interiore. Non è quella di una Madonna adorante, ma della Madre che avverte la tragedia che attende il Figlio. E’ facile, infatti, cogliere l’atteggiamento di ‘tragedia’ dell’intera composizione: i due protagonisti sacri presentano uno sguardo mesto, ma non rassegnato, parzialmente riscattato dal gesto del Bambino che, con la mano destra sul petto (con atto speculare rispetto a quello della Madre), indica verso di Lei con l’indice della mano sinistra, a consegnare simbolicamente alla Madonna, ai piedi della croce, la guida dell’intera comunità dei fedeli.

La Madonna in adorazione del Bambino e la Santa Cecilia che suona la spinetta, eseguite intorno al 1618-1620, hanno avuto un percorso simile all’interno degli studi su Orazio: entrambe le opere hanno faticato ad affermarsi presso la comunità scientifica come autografi del maestro pisano, nel primo caso per la scarsa visibilità dell’opera stessa, conservata in una collezione storica italiana; nel secondo caso perché ne esiste un’altra versione (con varianti) nella National Gallery of Art di Washington. Negli ultimi anni, grazie agli studi di Bruno Santi, Raymond Ward Bissell, Claudio Strinati, Pierluigi Carofano, Paola Caretta e Alberto Cottino le due tele sono state riconosciute come autografe di Orazio Gentileschi ed esposte in mostre dedicate al Maestro pisano o ad argomenti caravaggeschi. La terza tela in mostra, la Madonna con Gesù Bambino addormentato, ben dimostra la qualità dei collaboratori di Orazio e in particolare del figlio Francesco.

1a

Orazio Lomi Gentileschi, Santa Cecilia che suona la spinetta , olio su tela, 90×105

Nel percorso espositivo le tre opere dialogano con le sinopie degli affreschi del Camposanto Monumentale raccolte nel Museo che le ospita. Destinata a rimanere celata sotto l’opera compiuta, la sinopia è la prima fase di realizzazione dell’affresco, è il disegno tracciato sul primo strato di intonaco stendendo a pennello un pigmento rosso, la terra di Sinòpe, mescolato ad acqua. Una collezione unica al mondo quella di Pisa, venuta alla luce in seguito a un disastroso evento, il fuoco divampato nel Camposanto sotto i bombardamenti della II guerra mondiale. Ciò rese necessario il distacco degli affreschi dall’intonaco per poterne recuperare vaste porzioni, quelle risparmiate dall’incendio, e dare inizio al loro restauro. Fu proprio lo ‘strappo’ della pellicola pittorica che permise di svelare le sinopie, la parte occultata dell’affresco che, con la stessa tecnica dello ‘strappo’, fu asportata dalle pareti del Camposanto e dal 1979 ospitata nell’attuale museo.

La mostra è organizzata dall’Opera della Primaziale Pisana in collaborazione con la Galleria Nazionale dell’Umbria e con la Libera Accademia di Studi Caravaggeschi.


INFORMAZIONI

Un capolavoro ritrovato di Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino 
Museo delle Sinopie

Piazza del Duomo, Pisa
Orario: tutti i giorni 8.00 / 19.30
Ingresso: 5 euro
Informazioni: tel +39 050 835011/12 – info@opapisa.it

MOSTRE / Gubbio torna al tempo di Giotto con “Tesori d’arte nella terra di Oderisi” [FOTO]

GUBBIO (PG) –  La città di Gubbio conserva intatto il suo splendido aspetto medievale, con le chiese e i palazzi in pietra che spiccano contro il verde dell’Appennino. È ancora la città del tempo di Dante e di Oderisi da Gubbio, il miniatore che il sommo poeta incontra tra i superbi in Purgatorio e al quale dedica versi importanti, che sanciscono l’inizio di un’età moderna che si manifesta proprio con la poesia di Dante e l’arte di Giotto.

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi”, aperta a Gubbio dal 7 luglio al  4 novembre 2018, vuol restituire l’immagine di una città di media grandezza ma di rilievo politico e culturale nel panorama italiano a cavallo tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, esponendone il patrimonio figurativo sia civile che religioso. Per l’occasione ha restaurato dipinti nascosti dalla polvere dei secoli, riconsegnando a Gubbio opere disperse nel corso della storia, riunendo quadri degli stessi pittori eugubini destinati ad altre città dell’Umbria, chiamando importanti prestiti dall’estero.

11. Mello, Pala di Agnano, Gubbio, Museo Diocesano

Mello da Gubbio Pala di Agnano Gubbio, Museo Diocesano

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, “Guiduccio Palmerucci”, Mello da Gubbio e il Maestro di Figline.

13_Guiduccio Palmerucci' (tondo ricavato da polittico), Gubbio, Museo Civico

Pittore eugubino (Guiduccio Palmerucci) Madonna con il Bambino (particolare risagomato di polittico) Gubbio, Museo Civico di Palazzo dei Consoli

Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta “Maniera Greca”, da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città.

8. Palmerino di Guido, Cassa di Sant'Ubaldo, Gubbio,

Maestro Espressionista di Santa Chiara (Palmerino di Guido) Cassa di Sant’Ubaldo, Cristo benedicente (particolare) Gubbio, Raccolta Memorie Ubaldiane

A “Guiduccio Palmerucci”, oggi nome di convenzione, si attribuiscono ancora alcuni polittici. Mello da Gubbio scrisse il proprio nome ai piedi di una Madonna dal volto pieno e giulivo come le Madonne di Ambrogio Lorenzetti nella città di Siena. Il Maestro di Figline, che dipinse le vetrate per il San Francesco ad Assisi, poi il grande Crocifisso nella chiesa di Santa Croce a Firenze, è probabile che avesse lasciato a Gubbio uno straordinario polittico nella chiesa di San Francesco, che possiamo di nuovo ammirare in questa mostra grazie agli odierni proprietari che ne hanno concesso per la prima volta il prestito.

7. Pietro Lorenzetti, Trittico, opart. Gubbio, Palazzo Ducale

Pietro Lorenzetti Trittico, Madonna col Bambino (particolare) Gubbio, Palazzo Ducale

Dai documenti d’archivio e dall’aspetto delle Madonne e dei Crocifissi appesi alle pareti dei musei, risulta come fossero originari di Gubbio i pittori che si affiancarono a Giunta Pisano, poi lavorarono accanto a Giotto e infine a Pietro Lorenzetti, per rivestire d’immagini variopinte il capolavoro che aprì le porte dell’arte moderna nella chiesa eretta sopra la tomba del santo di Assisi.

Tornati in patria, quei pittori, che erano stati coinvolti nella nuova lingua di Giotto e di Pietro Lorenzetti per un pubblico di papi e cardinali, si cimentarono con un piglio raffinato nello stile e popolare nell’aspetto illustrativo, per farsi intendere anche da un pubblico di fabbri e di maestri di pietra. Si parlò allora a Gubbio la lingua della lauda assieme alla lingua della Commedia.

4. Maestro dei Corali di San Pietro, Gli ebrei piangono lungo i fiumi di Babilonia, Gubbio, Archivio di Stato

Maestro dei Corali di Gubbio Antifonario, Gli ebrei piangono lungo i fiumi di Babilonia Gubbio, Archivio di Stato, ms. R

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi” è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

2. Guido di Pietro, Crocifisso, Camerino, Museo

Maestro delle Croci francescane (Guido di Pietro da Gubbio) Crocifisso Camerino, Museo Civico di San Domenico

Lungo questo percorso si potranno calcare le impronte degli uomini e delle donne di quel tempo antico, per vedere dalla stessa prospettiva e intendere con lo stesso gusto un’arte civica e religiosa insieme.

1. Guido di Pietro, Assisi, ms. 2626

Maestro delle Croci francescane (Guido di Pietro da Gubbio) Messale Romano, Crocifissione Assisi, Biblioteca del Sacro Convento, ms. 262

Curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, la mostra è promossa dal Comune di Gubbio, dal Polo Museale dell’Umbria, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, dalla Chiesa Eugubina e dalla Regione Umbria.

15

Maestro della Croce di Gubbio Croce dipinta 1295 ca tempera su tavola; 243 × 168 cm Iscrizione: JHC NAÇARENUS REX JUDEORUM Gubbio, Museo Civico

L’organizzazione è affidata a Civita Mostre in collaborazione con Gubbio Cultura e Multiservizi e Associazione Culturale La Medusa. Partner dell’iniziativa è il Festival del Medioevo, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e con l’importante contributo della BCC Umbria.

Nella sede di palazzo Ducale è disponibile a noleggio una audioguida della mostra. Il catalogo è pubblicato da Fabrizio Fabbri Editore-Perugia

12. Mello, Pala di Agnano, part. Gubbio, Museo Diocesano

Mello da Gubbio Pala di Agnano (particolare) Gubbio, Museo Diocesano

La mostra è accessibile con un biglietto unico che consente di visitare le tre sezioni espositive ma anche le tre sedi museali nel loro insieme, il Palazzo dei Consoli, il Museo Diocesano e il Palazzo Ducale, creando così uno straordinario circuito cittadino che raccoglie le opere presenti nel territorio e quelle che da tempo sono disperse, ricostruendo le vicende storiche e il patrimonio artistico di Gubbio nell’età comunale.


INFORMAZIONI

Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi
Gubbio (PG), Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano, Palazzo Ducale
7 luglio – 4 novembre 2018

 

MOSTRE / A cavallo del tempo: a Firenze l’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo [#FOTO #GALLERY]

P1100045

[NB: le foto sono  protette da copyright e non sono riutilizzabili senza consenso scritto da parte degli aventi diritto]

FIRENZE – Il cavallo figura fra gli ultimi animali ad essere addomesticato. Solo sul finire del IV millennio a.C., nelle steppe dell’Asia centrale, per la prima volta il cavallo cessò di essere semplicemente una preda da carne per intrecciare sempre più strettamente il suo destino con quello dell’uomo. A ripercorrere questo rapporto antico e fecondo è, da oggi, la grande mostra “A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo”, a cura di Lorenza Camin e Fabrizio Paolucci e  ospitata nella settecentesca Limonaia del Giardino di Boboli a Firenze fino al 14 ottobre.

“Quale sia stato il luogo in cui sia nata e sviluppata la domesticazione del cavallo è ancor oggi uno degli argomenti di più acceso dibattito nella letteratura scientifica. Sembrerebbe, però, del tutto illogico immaginare che il cavallo abbia iniziato la sua millenaria storia di convivenza con l’uomo in un luogo diverso da quello dell’Europa orientale e delle steppe euroasiatiche” scrivono Camin e Paolucci sul catalogo edito da Sillabe.

P1100008

Strumenti necessari al controllo dell’animale (morsi, filetti, speroni, staffe etc.) sono esposti in mostra accanto a una serie di opere scelte per illustrare, nel modo più diretto e realistico, il ruolo primario che il cavallo ebbe nel mondo antico.  I reperti presenti, quasi un centinaio, provengono da decine di musei italiani e stranieri e illustrano un arco di tempo di oltre duemila anni, dalla prima età del Ferro sino al tardo medioevo.

Il percorso, incentrato soprattutto sul mondo italico, è articolato in cinque sezioni, ognuna delle quali è dedicata a un particolare momento storico: la Preistoria, il mondo greco e magno greco, il mondo etrusco e venetico, l’epoca romana e il Medioevo.

INTERVISTE AI CURATORI (si ringrazia CIVITA)

 

IL CARRO DI POPULONIA – Fra i numerosi reperti che, per la prima volta, saranno restituiti alla curiosità del pubblico figura il carro di Populonia. Questo rarissimo esempio di calesse etrusco, rinvenuto alla metà del XX secolo nella cosiddetta Fossa della Biga, è stato ricomposto a seguito del recente intervento di restauro, eseguito proprio in occasione di questa mostra. L’opera, realizzata in legno, ferro e bronzo e databile agli inizi di V secolo a.C., costituiva un veicolo ad andatura lenta destinato al trasporto di personaggi di alto rango.

Di particolare suggestione sono anche due crani equini rinvenuti durante gli scavi della necropoli occidentale di Himera e oggi conservati presso il Museo Pirro Marconi del Parco Archeologico di Himera. Nel 480 a.C., a Himera, i Siracusani sconfissero i Cartaginesi in un violento scontro che portò alla morte di centinaia di soldati e cavalieri. In prossimità del luogo della battaglia sono state rinvenute fosse comuni e tombe destinate ai corpi dei caduti, affiancate da sepolture equine. Gli esemplari esposti in mostra presentano morsi ad anello bronzei, un tipo di imboccatura nota prevalentemente in area iberica, che sembra confermare la presenza di mercenari ispanici entro le fila dell’esercito cartaginese, come testimoniato anche da Erodoto (VII, 165). Il loro rinvenimento risulta straordinario: infatti, nel V secolo a.C. sono assai rare le attestazioni di sepolture equine nel mondo greco e magno greco, ma la risonanza dell’evento fece sì che i soldati e i loro cavalli fossero oggetto di particolari onorificenze.

GALLERY (clicca sulle foto per ingrandire)
[NB: le foto sono  protette da copyright e non sono riutilizzabili senza consenso scritto da parte degli aventi diritto]

CAVALLO E CAVALIERE – Vera e propria sintesi del rapporto fra uomo e cavallo può essere considerata la kylix attica a figure rosse con Atena e il cavallo di Troia, oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’esemplare, dipinto dal Pittore di Sabouroff, attivo tra il 470-460 e il 440-430 a.C., presenta sul tondo interno la raffigurazione della dea Atena seduta su trono, intenta ad accarezzare un cavallo di grandiose dimensioni. L’animale è ornato di tainiai niketeriai, le bende in lana rossa simbolo di vittoria. La maggioranza degli studiosi si trova pertanto concorde nell’identificarvi Atena insieme al Cavallo di Troia, emblema dello stratagemma da lei stessa architettato, che portò alla conclusione della guerra con la vittoria achea. A questi reperti se ne aggiungono molti altri che affronteranno i più diversi aspetti del rapporto fra uomo e cavallo. Nel lavoro quotidiano (esemplificato in mostra da un rarissimo giogo ligneo dai relitti delle navi di Pisa) come nel gioco, nella guerra come nelle celebrazioni religiose i destrieri furono sempre una presenza costante al fianco dell’uomo. Ultimo fra gli animali addomesticati, il cavallo seppe infatti strappare un ruolo di primo piano nell’arte, nella società e nella letteratura del mondo antico grazie alla sua innata bellezza e nobiltà che, inevitabilmente, finivano con l’irradiarsi anche al suo cavaliere.

P1090990

Come sintetizza Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, “l’intero concetto di questa mostra sembra contenuto in una delle opere che vi sono esposte, una splendida coppia di frontali in bronzo e avorio, del IV secolo a. C., destinati a proteggere il muso del cavallo: il perimetro della lamina sagomata e decorata a sbalzo ne segue pertanto l’anatomia allungata, ma al suo interno, invece di una fisionomia equina, racchiude le sembianze di un volto umano con un elmo sul capo. Cavallo e cavaliere diventano una cosa sola. Dal Paleolitico a tutto il Cinquecento, la rassegna di fatto indaga questo rapporto, di un’attualità spesso insospettata, e che attraversa tutta la nostra storia”.

La multivisione “A cavallo del tempo”, ideata e diretta da Gianmarco D’Agostino, completa il percorso espositivo con proiezioni di circa 300 metri quadri. La corrispondenza visiva tra opere in mostra e immagini dal vero, insieme a una colonna sonora immersiva, arricchisce il viaggio alla scoperta dell’amicizia attraverso i secoli tra uomo e cavallo.

Fonte: Comunicato ufficiale
Si ringrazia: CIVITA GROUP
[NB: le foto sono  protette da copyright e non sono riutilizzabili senza consenso scritto da parte degli aventi diritto]


INFORMAZIONI

“A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo”
Firenze, Limonaia del Giardino di Boboli,
26 giugno – 14 ottobre 2018

Prezzo del biglietto
biglietto intero € 10.00; ridotto € 5.00 per i cittadini dell’U.E. tra i 18 e i 25 anni;
gratuito riservato a minori di 18 anni di qualsiasi nazionalità, portatori di handicap ed un accompagnatore, giornalisti, docenti e studenti di Architettura, Conservazione dei Beni Culturali, Scienze della formazione, Diploma di Laurea di lettere e filosofia con indirizzi di laurea archeologico o storico-artistico, Diploma di Laurea o corsi corrispondenti negli Stati membri dell’Unione Europea, insegnanti italiani con contratto a tempo determinato e indeterminato in servizio presso una scuola pubblica o paritaria del Paese

Orario
lunedì – domenica
10 – 19 (giugno, luglio, agosto)
10 – 18 (settembre, ottobre)
chiuso primo e ultimo lunedì del mese

Servizio visite guidate
Info e prenotazioni: Firenze Musei 055.290383
e-mail firenzemusei@operalaboratori.com

Sito web
http://www.uffizi.it

MOSTRE / “Capolavori del Trecento”, in arrivo in Umbria una straordinaria rassegna sul cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino

UMBRIA – Si intitola “Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino”  ed esporrà in quattro sedi  (il complesso museale di San Francesco a Montefalco, lo Spazio Arte Valcasana di Scheggino, la Raccolta d’arte di San Francesco a Trevi e due punti a Spoleto, il Museo Diocesano – Basilica di Sant’Eufemia e la Rocca Albornoz – Museo Nazionale del Ducato di Spoleto) una straordinaria serie di  opere tra cui fondi oro e sculture del primo Trecento, provenienti da prestigiose raccolte nazionali e internazionali.

La mostra, ideata e curata da  Vittoria Garibaldi e Alessandro Delpriori, si terrà dal 24 giugno al 4 novembre 2018; dallo Spazio Arte Valcasana di Scheggino partiranno inoltre gli itinerari territoriali e sarà possibile averne completa documentazione.

MMT279476

Incoronazione della Vergine e Storie della morte della Vergine – tempera e oro su tavola – Maestro di Cesi – Parigi, Museo Marmottan Monet.

L’evento espositivo permetterà di ammirare significative testimonianze della pittura trecentesca, come il “Dittico Cini” proveniente dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia e il “Dittico Poldi Pezzoli” dal Museo Poldi Pezzoli di Milano opere del Maestro della Croce di Trevi, il “Dittico reliquiario” dal Victoria and Albert Museum di Londra e il “Trittico con Incoronazione della Vergine” dal Museo Marmottan Monet di Parigi entrambi del Maestro di Cesi (nell’immagine qui sopra), la “Madonna di Fossa” dal Museo Nazionale d’Abruzzo de L’Aquila e il “Trittico Bohler” anch’esso del Maestro di Fossa dall’Alana Collection di Newark (USA), le “Storie dei Santi Biagio e Caterina” del Maestro di Cesi e le “Storie della Passione di Cristo” del Maestro di Fossa dall’Appartamento pontificio di rappresentanza del Vaticano.

Maestro-di-Cesi_Dossale_Cesi

Dossale di Cesi (Madonna con Bambino e Santi) – tempera e oro su tavola – Maestro di Cesi – Cesi di Terni, Raccolta d’arte della chiesa di S. Maria Assunta.

La mostra è promossa dalle città di Trevi, Montefalco, Spoleto e Scheggino, l’Archidiocesi di Spoleto-Norcia, il Polo Museale dell’Umbria, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, l’Associazione Rocca Albornoziana di Spoleto, con il contributo della Regione Umbria e di altri fondamentali partner.


INFORMAZIONI

“Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino”
Sedi espositive:
Montefalco, Complesso Museale di San Francesco
Scheggino, Spazio Arte Valcasana
Spoleto, Museo Diocesano – Basilica di Sant’Eufemia e Rocca Albornoz – Museo Nazionale del Ducato di Spoleto
Trevi, Raccolta d’arte di San Francesco
Dal 24 giugno al 4 novembre 2018

Informazioni: www.capolavorideltrecento.it

MOSTRE / Milleduecento: i capolavori dell’arte medievale di Umbria e Marche incantano Matelica [FOTO]

MARCHE –  Una mostra preziosa che spiega perché intorno al 1200, tra Umbria e Marche, il linguaggio figurativo si trasforma così sensibilmente verso un naturalismo di grande potenza plastica, e l’arte guida diviene la scultura in legno policromo.  Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico è l’ultimo appuntamento espositivo 2018 del progetto Mostrare le Marche, nato dal protocollo d’intesa fra la Regione, il Mibact, l’Anci Marche, la Conferenza Episcopale e i Comuni di Macerata, Ascoli Piceno, Fermo, Loreto, Matelica e Fabriano per promuovere la conoscenza e lo sviluppo dei territori colpiti dal sisma del 2016. 

“A guidare lo straordinario progetto espositivo – spiegano gli organizzatori –   è la certezza che le opere d’arte rappresentino un contributo insostituibile alla formazione di una civiltà, che a sua volta si esprime attraverso le loro forme”. La civiltà di questi territori si racconta così anche attraverso la qualità del suo patrimonio, soprattutto medievale. Si parte dal Cristo trionfante, rappresentato vivo sulla croce e vittorioso sulla morte, immagine centrale e paradigmatica di una cultura che proprio esaltando questa iconografia persegue un suo rinnovamento della forma. Crocifissi monumentali e Madonne in trono col Bambino dialogano con tavole dipinte e oreficerie per ricomporre un tessuto dinamico e sorprendente.

La mostra, curata da Fulvio Cervini, richiama nel titolo The Year 1200: una rassegna vasta e memorabile, che nel 1970, al Metropolitan Museum di New York, pose il tema del grande linguaggio aulico che attraversa ampie contrade dell’Europa occidentale a cavallo tra i due secoli; ma rammenta anche, non solo per assonanza, Duecento. Forme e colori del Medioevo a Bologna, l’importante mostra bolognese del 2000, peraltro incentrata in misura larga sulla pittura; e ancora analoghe e più recenti riflessioni maturate in terra francese, come la mostra Una renaissance. L’art entre Flandre et Champagne 1150-1250 (Saint Omer e Parigi, 2013), invece molto orientata sulle arti preziose. Certamente la mostra di Matelica non vuole rivaleggiare con queste iniziative ma, come queste, tende a percorrere una via maestra degli studi medievistici internazionali, ed è frutto di ricerche che i promotori da tempo hanno intrapreso.

Alberto Sozio - Brera fondo bianco

CAPOLAVORI DA UN TERRITORIO MARTORIATO – La novità della proposta consiste nel fatto che il caso umbro e marchigiano non è mai stato, finora, messo adeguatamente a fuoco in questa prospettiva, né tanto meno attraverso una mostra: e a maggior ragione in un Paese come il nostro, dove le esposizioni d’arte medievale sono complessivamente piuttosto rare.  Il grande serbatoio di questa mostra, che è il territorio, è rappresentato da molte opere di non facile accesso perché provenienti da edifici lesionati, ovvero conservate in depositi chiusi al pubblico ma che, grazie a quest’iniziativa tornano ad essere fruibili e possono essere comparate con alcuni prestiti importanti che danno ulteriore misura e testimonianza della grande apertura culturale dello spazio umbro-marchigiano intorno al 1200.

UNA MOSTRA SPETTACOLARE E COMPLESSA – Il percorso espositivo si sviluppa intorno a cinque nuclei tematici: il primo, Un crocifisso modello, presenta il crocifisso di Matelica come testimone d’eccellenza di una tipologia molto ben rappresentata nelle Marche nell’autunno del XII secolo: vi si affiancheranno tra gli altri gli esemplari di Ancona e del duomo di Camerino, come pure i crocifissi del Museo di Sant’Agostino a Genova e della collezione Salini. Il secondo nucleo, Sculture come oreficerie e oreficerie come sculture, punta invece a mettere in luce gli incroci fra le arti all’insegna della preziosità, reale o simulata, dei manufatti: si tratti di opere in metallo ovvero di sculture che volevano sembrare oreficerie monumentali, e che proprio verso il 1200 si volgono a policromie più naturalistiche. I crocifissi di Arezzo e di Certaldo vengono messi a confronto con le piccole croci bronzee di Cortona e di Fabriano, con la spettacolare croce del Tesoro di San Francesco ad Assisi, e con il formidabile piatto di legatura, smaltato a Limoges, del Museo Civico d’Arte Antica di Torino.  La terza sezione, Pittura a tre dimensioni, si apre con il singolare crocifisso di Arquata del Tronto, che si dichiara a tutti gli effetti come una pittura a rilievo: le intersezioni tra scultura e pittura sono evidenziate dalla croce di Petrus, proveniente da San Salvatore a Campi di Norcia, dalle Madonne troneggianti di Cesi, Castelli, Foligno e l’Aquila, dal frammento di Brera e dalle tavole del Museo Nazionale dell’Aquila e di Santa Maria in Via a Camerino.

Crocifisso di sant'Eutizio - Matelica

CROCI E MANOSCRITTI – Questo nucleo confluisce direttamente nel successivo, che si propone di intitolare Un nuovo senso della natura nell’incontro fra le arti. Qui si intende mostrare come l’osmosi tra pittura, scultura e arti suntuaria generi un rinnovato senso della realtà che ispira una rivoluzione formale tra le più alte e decisive della civiltà occidentale. Vi troveranno spazio i Cristi di Jesi, Montemonaco, San Gimignano e della Galleria Nazionale dell’Umbria, mentre la bella testa di Gesù del Museo del Duomo di Prato troverà un ideale corrispettivo in pietra nella testa virile nel Museo del Ducato di Spoleto. Vi si potrà inoltre ammirare, dopo il restauro, la croce dipinta delle Clarisse di Matelica, normalmente invisibile al pubblico. L’ultima, piccola sezione, Sculture in miniatura, torna al mondo delle arti suntuarie per mettere in risalto altre e succose interferenze: le arti del metallo ispirano formule che pittura e scultura traducono nella scala grande, ma a loro volta riprendono nel minimo formato certe soluzioni statuarie. Lo provano alcuni turiboli, provenienti da Cortona, Arezzo e Firenze e una significativa selezione di matrici per sigilli umbri e marchigiani del Duecento, conservati al Museo del Bargello, tra cui, appunto, la matrice del Comune di Matelica. Qui sarà inoltre presentato uno dei codici miniati del XII secolo conservati nella Biblioteca Vallicelliana di Roma ma provenienti dall’abbazia di Sant’Eutizio in val Castoriana, luogo devastato dal terremoto da cui dipendeva la chiesa del territorio matelicese ove si trovava il crocifisso del Museo Piersanti.

Crocifisso 1170 ca, Cattedrale di Sant_Evasio, Casale Monferrato

SINERGIE TERRITORIALI – L’iniziativa vede la collaborazione del Comune di Matelica e del Museo Piersanti con l’Università di Firenze, e coinvolge gli uffici territoriali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, la Regione Marche, le Diocesi interessate. Con il percorso di Mostrare le Marche, da Loreto a Macerata, da Ascoli Piceno a Fermo e Matelica, si è creata una via dell’arte che ha portato all’attenzione del pubblico la vastità e la preziosità del patrimonio storico-artistico della regione.   Il coupon promozionale scaricabile da eventi.turismo.marche.it consente di usufruire di uno sconto per visitare le mostre ancora aperte: Cola dell’Amatrice. Da Pinturicchio a Raffaello ad Ascoli Piceno fino al 15 di luglio; Il Quattrocento a Fermo. Tradizione e avanguardie da Nicola di Ulisse a Carlo Crivelli, a Fermo fino al 2 di settembre e Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico che apre a Matelica l’8 di giugno.


INFORMAZIONI

MILLEDUECENTO. CIVILTÀ FIGURATIVA TRA UMBRIA E MARCHE  AL TRAMONTO DEL ROMANICO
MATELICA (MC), MUSEO PIERSANTI
8 GIUGNO – 4 NOVEMBRE 2018

Orari: da martedì a domenica, dalle ore 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00
Biglietteria: -Intero mostra 8,00 € – Ridotto mostra  6,00 € (dai 12 ai 18 anni, over 65, soci FAI, Touring Club, gruppi superiori a 10 persone, residenti nel Comune di Matelica, studenti in materie umanistiche e storico-artistiche).
Gratuito per bambini fino a 11 anni, disabili con accompagnatore, stampa, militari in divisa.
Ridotto mostra con coupon sconto progetto Mostrare le Marche 6,00 € (scaricabile da eventi.turismo.marche.it)

Info, prenotazioni visite e attività didattiche: tel 0737 84445 – email museopiersantimatelica@virgilio.it

Catalogo: Silvana Editoriale

MOSTRE / A Massa Marittima i capolavori di Ambrogio Lorenzetti

La prima grande mostra sul maestro senese nella città che custodisce uno dei suoi massimi capolavori, la “Maestà”, si terrà al Complesso Museale di San Pietro all’Orto dal  2 giugno al 16 settembre 2018.

© foto su concessione del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo – Polo
museale della Toscana. Foto archivio Pinacoteca Nazionale di Siena

MASSA MARITTIMA (GR) – Sono undici le opere di Ambrogio Lorenzetti, uno dei più grandi pittori europei del XIV secolo, che saranno esposte dal 2 giugno al 16 settembre 2018 nelle sale del Complesso Museale di San Pietro all’Orto  a Massa Marittima (Gr).  La mostra   “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. I capolavori dei territori di Grosseto e Siena” è promossa dal Comune di Massa Marittima, Comune di Siena, Complesso Museale Santa Maria della Scala, Università di Siena, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Siena e con il Patrocinio di Musei di Maremma e Parco Nazionale Colline Metallifere grossetane.

Lorenzetti, noto come il pittore del “Buon Governo”, il ciclo di dipinti allegorici e dalle visione urbane e agresti nel Palazzo Pubblico di Siena, è stato un pittore dall’incontenibile creatività che ha rinnovato profondamente molte tradizioni iconografiche. Un innovatore dei dipinti d’altare, di storie sacre e che ha allargato lo sguardo della pittura alla narrazione del paesaggio e della pittura d’ambiente, artista fino a poco tempo fa paradossalmente poco conosciuto. 

 

19. Maestà -Massa Marittima foto1

Ambrogio Lorenzetti, Maestà di Massa Marittima (1335 ca.) © foto su concessione del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo – Polo
museale della Toscana. Foto archivio Pinacoteca Nazionale di Siena

C’è voluta la grande mostra che si è tenuta recentemente al Santa Maria della Scala di Siena per ridare a Lorenzetti una giusta visibilità e considerazione. Questa evento espositivo ne rappresenta l’ideale prosecuzione ma anche e soprattutto, un omaggio alla città di Massa Marittima dove è conservato uno dei grandi capolavori del pittore trecentesco la Maestà realizzata intorno al 1335 proprio a Massa Marittima per gli eremiti agostiniani della chiesa di San Pietro all’Orto. Un dipinto a tempera e oro su tavola, che rappresenta tutt’altro che una Maestà tradizionale. In questo dipinto Ambrogio elaborò un’iconografia complessa, una grande opera che raffigura le tre virtù teologali sedute sui gradini che conducono al trono della Madonna con gli angeli musicanti, santi e profeti. Il sovraffollamento dei personaggi intorno al trono carica l’evento della nascita di Gesù Cristo di una portata epocale, essendo tale evento assistito da tutti coloro che hanno fatto la storia della Chiesa. A partire da questo importante dipinto si sviluppa il percorso espositivo della mostra, integrato da video e pannelli multimediali, per facilitare la comprensione delle opere, che  si propone di offrire una visione d’insieme delle varie stagioni conosciute dal pittore nel corso della propria carriera, anche al fine di contestualizzare meglio la stessa Maestà nell’ambito di quella che in passato era considerata la Maremma senese. Tra le opere esposte la figura del Re Salomone ( 1320 / 1325), frammento che faceva in origine parte di una delle cornici di raccordo tra le scene che Ambrogio, assieme al fratello Pietro, eseguì per la Sala Capitolare del convento senese di San Francesco. Risalenti al 1340 ci sono il Polittico di San Pietro in Castelvecchio e il Polittico della Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo dipinto per la Chiesa di Roccalbegna. 

 

19. Maestà -Massa Marittima dettaglio

Ambrogio Lorenzetti, Maestà di Massa Marittima (1335 ca.) – particolare © foto su concessione del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo – Polo
museale della Toscana. Foto archivio Pinacoteca Nazionale di Siena

Tra queste due date si collocano le altre opere in mostra: la Croce dipinta della Pieve di  Montenero d’Orcia, la vetrata raffigurante il San Michele Arcangelo vittorioso sul demonio, le sinopie dell’Annunciazione della cappella di San Galgano a Montesiepi, i Quattro Santi del Museo dell’Opera della Metropolitana di Siena, le scene affrescate lungo il lato orientale del Chiostro di San Francesco, sempre a Siena, e l’Allegoria della Redenzione della Pinacoteca di Siena.  Il percorso espositivo della mostra si completa con la visita ad altri due importanti luoghi della città, dove Lorenzetti lavorò: la Chiesa di San Pietro all’Orto, oggi Museo degli Organi Meccanici Antichi, e la Cattedrale di San Cerbone, dove sono presenti altri affreschi recentemente attribuiti  al grande artista senese.

 


INFORMAZIONI

“Ambrogio Lorenzetti in Maremma. Capolavori dei territori di Grosseto e Siena” Massa Marittima (Gr)
Complesso Museale di San Pietro all’Orto, Corso Diaz 36
Dal 2 giugno al 16 settembre 2018

Orari: dal  2 giugno al 30 giugno, da martedì a domenica 10 – 13/ 16- 19, dal 1 luglio al 16 settembre tutti i giorni dalle 10 allei 12 e dalle 16 alle 20.
Ingresso: intero 7 euro, ridotto 5 euro.
Domenica 3 giugno in occasione della Giornata Nazionale dei Piccoli Musei, a cui ha aderito anche  il Comune di Massa Marittima, il museo e la mostra saranno ad ingresso libero.
Un’altra importante iniziativa prevede riduzioni per i turisti ospiti nelle strutture ricettive del Comune di Massa Marittima mentre per luglio, agosto e settembre saranno organizzate visite gratuite per i residenti.
Informazioni: Ufficio turistico Comune di Massa Marittima/ Musei di Massa Marittima, Musei di Maremma, tel.  0566901954,www.turismomassamarittima.it/news o www.museidimaremma.it

MOSTRE / A Torino 7000 anni di capolavori dall’Oriente [#GALLERY]

1.low

Figurina femminile su placchetta Iran centro-meridionale (Khuzistan/Elam), metà del II millennio a.C. Ceramica camoscio, ingobbiatura rosata h. 13,5 cm; l. 5,5 cm inv. 6515

TORINO – Apre domani al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino la grande mostra “Orienti.  7000 anni di arte asiatica dal Museo delle Civiltà di Roma”. In esposizione fino al 26 agosto ci saranno circa 180 opere della ricchissima collezione romana, opere tra le più significative dell’ex Museo Nazionale d’Arte Orientale che, dopo questa mostra temporanea, approderanno finalmente alla nuova sede dell’EUR. La rassegna torinese, come uno scrigno che si apre ai visitatori, metterà in luce l’arte di epoche e regioni poco rappresentate nel museo torinese, eccellenze della produzione artistica asiatica lungo sette millenni di storia, a partire dalla fine del VI millennio a.C.

ROMA, L’ORIENTE E IL MEDITERRANEO – Il progetto di mostra si sviluppa attraverso due filoni narrativi che nell’allestimento correranno paralleli. Il primo riguarda la storia del Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma e delle collezioni che nel corso della lunga storia del museo sono entrate a farne parte. In ogni sezione il pubblico ripercorrendo la storia delle collezioni entrerà a far parte del museo attraverso campagne di scavo italiane in Asia, accordi internazionali o donazioni di importanti collezioni private.

Il secondo filone riguarda le diverse aree culturali e tradizioni artistiche presentate in mostra, quali il Vicino e Medio Oriente antico, l’arte sudarabica, l’arte regale degli Achemenidi, dei Parti e dei Sasanidi, l’arte islamica ghaznavide e quella dell’area persiana, per finire con l’Asia meridionale e l’Asia orientale. Il visitatore potrà apprezzare esempi straordinari che illustrano la Protostoria, l’Età del Ferro, l’arte sudarabica, delle culture imperiali iraniche, l’arte buddhista del Gandhāra, la tradizione religiosa dell’Induismo e del Jainismo. Miniature indiane e bronzi tibetani, statuine cinesi e dipinti giapponesi si susseguiranno nelle sale della mostra.

INTENSI CAPOLAVORI – Tra le opere esposte una testa funebre in alabastro del I secolo a.C. – I secolo d.C. proveniente dallo Yemen. Si tratta di una categoria di manufatti che fino alla metà del secolo scorso sebbene già musealizzati erano ancora avulsi dal loro contesto e la cui giusta collocazione è stata identificata a partire della missione del 1947 di Ahmed Fakhry. Tuttavia solo gli scavi della Missione Archeologica Tedesca a Mārib, alla fine degli anni Novanta, hanno scoperto per la prima volta che queste teste erano posizionate su stele e non collocate all’interno di templi, come erroneamente ritenuto fino a quel momento.

12.low

Testa funebre Yemen, I secolo a.C.- I secolo d.C. Alabastro h. 21,5; l. 13,5 cm inv. 12996

E ancora, si potrà godere della raffinatezza di un piccolo calice con serbatoio conico scanalato con terminazione a testa taurina in argento sbalzato proveniente da Qasr-e Shirin, Iran occidentale, del periodo achemenide, IV secolo a.C. Oggetti in metallo pregiato con terminazione zoomorfa erano impiegati nelle cerimonie e nei banchetti regali e la valenza rituale di questo tipo di manufatto è confermata dai testi, come dal cerimoniale di corte assiro. Il serbatoio conico fortemente rastremato con testa d’animale definisce la rarità di attestazione e l’originalità del modello.

5.low

Calice con serbatoio conico scanalato e terminazione a testa taurina Qasr-e Shirin (Iran occidentale), periodo achemenide, IV secolo a.C. Argento, sbalzo, incisione h. 13,4 cm; d. max 7 cm inv. 5846

Sempre iraniani, ma del periodo sasanide, VI-VII secolo d.C., sono una serie di elementi di cintura: puntale, fibbia con ardiglione e placca, placche e pendenti in oro, manufatto realizzato unendo diverse tecniche come fusione, granulazione, battitura e incisione. L’arte dei Sasanidi ha svolto un ruolo fondamentale nella trasmissione al mondo tardoantico e medievale della più autentica eredità culturale e spirituale dell’Oriente antico, dell’Occidente ellenistico-romano e dell’Eurasia. Nel tardo periodo, con l’intensificarsi dei contatti commerciali e politici, si accentuò un particolare processo di globalizzazione artistica a forte connotazione iranica, che spiega l’originalità e la peculiarità formale e decorativa di alcuni modelli.

10.low

 

10-elemento.low

Elementi di cintura (n. 33): puntale, fibbia con ardiglione e placca, placche e pendenti
Iran, periodo sasanide, VI-VII sec. d.C. Oro, fusione, granulazione, battitura, incisione
g. 371 inv. 1978.2157

Dall’India, dal Rajasthan del XVIII secolo, arriva l’acquerello opaco su carta raffigurante un diagramma cosmologico di ambito jainista. La dottrina jaina non prevede un dio creatore e ordinatore, considera l’universo non una forma illusoria ma una realtà regolata da proprie leggi, che esiste da sempre e sempre esisterà. La complessa cosmologia che ne deriva, caratterizzata dall’utilizzo dell’astronomia e della matematica e basata sulla teoria del karman, porta alla realizzazione di immagini per la meditazione sul rapporto tra il microcosmo e il macrocosmo e a manoscritti geografico-cosmologici sul mondo degli uomini denominati Kṣetrasamāsa.

 

15.low

Diagramma cosmologico India, Rajasthan, XVIII secolo Acquerello opaco su carta h. 25,5 cm; l. 28,8 cm inv. 21743 – Donazione Mutti

Dalla Cina settentrionale del II millennio a.C. (cultura Qijia o dinastia Shang) arriva invece un elemento decorativo o amuleto in giada. La giada, già importante per queste culture, nelle dinastie successive fu assunta tra i più alti simboli di nobiltà e di ricchezza dell’aristocrazia e la Scuola daoista ne esaltò le proprietà taumaturgiche.

18.low

Elemento decorativo o amuleto Cina settentrionale, II millennio a.C. (cultura Qijia o dinastia Shang) Giada (nefrite) h. 6,5 cm; l. 4,85 cm inv. 5304 – Donazione Manlio Fiacchi e Antonia Gisondi 1970

 

GALLERY

Questo slideshow richiede JavaScript.


INFORMAZIONI

Orienti. 7000 anni di arte asiatica dal Museo delle Civiltà di Roma
Torino, MAO – MUSEO D’ARTE ORIENTALE
Via San Domenico 9/11
dal 19 aprile al 26 agosto 2018
Orari: mar-ven h 10 -18; sab-dom h 11 – 19; chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima
www.maotorino.it

 

Carlo Magno va alla guerra: a Torino in mostra il Medioevo cavalleresco

TORINO – La mostra Carlo Magno va alla guerra, allestita nella Corte Medievale di Palazzo Madama, a Torino,  dal 29 marzo al 16 luglio 2018, presenta per la prima volta in Italia il rarissimo ciclo di pitture medievali del Castello di Cruet (Val d’Isère, Francia), una testimonianza unica della pittura del Trecento in Savoia.

 

Dopo una prima tappa a Ginevra nel 2017, l’esposizione giunge con importanti novità a Torino grazie alla collaborazione tra il Museo Civico d’Arte Antica di Torino e il Musée Savoisien di Chambery, nell’ambito delle iniziative della Rete internazionale di musei appartenenti ai territori originariamente parte del ducato di Savoia.

 

A Torino la mostra, grazie alla curatela di Simonetta Castronovo, conservatore di Palazzo Madama, rivolge particolare attenzione allarredo e alla vita di corte nei castelli di Piemonte e Valle d’Aosta nel 1300, con opere provenienti da Torino, Moncalieri, Montaldo di Mondovì (Cuneo), San Vittoria d’Alba (Cuneo) e Quart (Aosta).

 

Le pitture murali provengono dal castello di Cruet, proprietà dei signori de la Rive, vassalli di Amedeo V di Savoia (1285-1323). Lunghe complessivamente oltre 40 metri, sono state staccate dalle pareti della dimora savoiarda nel 1985 per ragioni conservative e, dopo un restauro concluso nel 1988, sono da allora esposte presso il Musée Savoisien di Chambery.

 

Il ciclo rappresenta episodi tratti da una celebre chanson de geste, il Girart de Vienne di Bertrand de Bar-sur-Aube, composta nel 1180 e dedicata alle vicende di un cavaliere della corte di Carlo Magno. Raffigura pertanto scene di caccia nella foresta, battaglie, duelli, l’assedio a un castello, l’investitura feudale, la raffigurazione di un banchetto, accanto ad episodi narrativi specifici di questo poema cavalleresco. Presentate in sequenza in Corte Medievale, le pitture ricostruiscono idealmente la decorazione della sala aulica del castello di Cruet grazie a uno scenografico allestimento realizzato dall’architetto Matteo Patriarca con Gabriele Iasi e Studio Vairano.

 

Accanto a queste straordinarie pitture, la mostra presenta una cinquantina di opere provenienti dalle collezioni di Palazzo Madama e da altre istituzioni, con pezzi mai esposti prima al pubblico. Essi arricchiscono il percorso consentendo di immaginare la vita nei castelli medievali della contea di Savoia tra 1200 e 1300. Sculture, mobili, armi, avori, oreficerie, codici miniati, ceramiche, vasellame da tavola, cofanetti preziosi, monete e sigilli documentano i tanti aspetti dell’arte di corte e della cultura materiale dell’epoca.

 

Il percorso espositivo si articola in dieci sezioni tematiche: Il castello di Cruet, che racconta la storia dell’edificio e la delicata operazione di stacco degli affreschi; I committenti attivi all’epoca, come Amedeo V conte di Savoia e Filippo principe d’Acaia, attraverso l’esposizione di preziosi documenti duecenteschi; La guerra, i tornei e la caccia,  con spade, speroni, punte di freccia e di lancia, ad evocare le armature dei cavalieri medievali, mentre un rarissimo olifante richiama le battute di caccia al cervo e al cinghiale, passatempo preferito dell’aristocrazia; Interni gotici, con testimonianze di mobilio medievale; I poemi e i romanzi cavallereschicon codici e pagine miniate; Le spese di corte illustrate da un rotolo pergamenaceo con la contabilità dei conti di Savoia, affiancato ad alcune monete d’argento emesse durante il regno di Amedeo V e Aimone di Savoia; Gli oggetti preziosi e i giochi,  con cofanetti in cuoio e legno dipinto, pettini e specchi figurati in avorio e alcuni giochi da tavola per adulti (gli scacchi, il tris) e bambini (le bambole in terracotta); La tavola del principe, con oggetti in uso nella mensa dei castelli; La devozione con sculture sacre provenienti dalle cappelle dei castelli della Valle d’Aosta; santi cavalieri, con sculture lignee e avori raffiguranti i santi venerati nel Medioevo, come san Vittore e sant’Eustachio.

 

L’esposizione rafforza la sinergia di Palazzo Madama con i musei francesi, che ha già consentito nel 2016 di realizzare la mostra dedicata agli smalti del Cardinale Guala Bicchieri in collaborazione con il Musée de Cluny di Parigi.

La mostra è, infatti, frutto dell’importante collaborazione con il Musée Savoisien di Chambéry, istituzione con cui Palazzo Madama lavora stabilmente dal 2001. I due musei appartengono entrambi alla Rete Sculpture dans les Alpes, circuito internazionale di istituzioni accomunate dall’appartenenza ai territori facenti originariamente parte del ducato sabaudo, costituitasi quindici anni fa per promuovere progetti di ricerca condivisi. Della rete fanno parte anche il Museo del Tesoro della Cattedrale di Aosta, la Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Valle d’Aosta, il Museo Diocesano di Arte Sacra di Susa, il Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra, il Musée d’Histoire du Valais di Sion, il Musée-Château di Annecy, il Musée–Monastère di Brou a Bourg-en-Bresse e la Conservation du Patrimoine della Savoie.  

In occasione di questa esposizione Palazzo Madama si avvale inoltre del supporto dell’Alliance Française di Torino, che ha curato la traduzione francese dei testi in mostra.

 

Per tutto il periodo della mostra sono previsti vari appuntamenti per approfondire il tema del Medioevo cavalleresco tra Italia e Francia. Per i visitatori inoltre ci sarà la possibilità di partecipare a visite guidate e attività per le famiglie dedicate alla mostra.

Accompagna la mostra un catalogo scientifico edito da Libreria Geografica.



INFORMAZIONI

Carlo Magno va alla guerra
Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica
Piazza Castello, Torino
dal 29 marzo al 16 luglio 2018
Orario: lun-dom 10.00-18.00, chiuso il martedì. La biglietteria chiude 1 ora prima
www.palazzomadamatorino.it

MOSTRE / A Modena lo splendore della città dai romani al Medioevo

MODENA –  Era una delle più importanti colonie romane dell’Italia settentrionale, ricca di eccellenze economiche, strategicamente rilevante, a suo modo unica. Firmissima et splendidissima, la definiva Cicerone, appellativi che trovano conferma ad ogni scavo archeologico che ne intercetta i resti, sotto le strade del centro storico, custoditi dai depositi alluvionali d’epoca tardoantica.  Fondata nel 183 a.C., Mutina (Modena) compie nel 2017 2200 anni. Per celebrarli, rendendo al tempo stesso percepibile questa realtà sepolta, i Musei Civici di Modena e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna promuovono, dal 25 novembre all’8 aprile 2018,  la grande mostra Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità che, attingendo alle nuove scoperte, narra le origini, lo sviluppo e il lascito della città antica a quella moderna. Un racconto reso in un linguaggio accessibile a tutti, fondato su dati storici e archeologici analizzati in modo interdisciplinare grazie al lavoro di studiosi di diversi ambiti scientifici.

TANTI REPERTI E TANTE NOVITA’ –  I reperti e le opere d’arte in mostra, accostati a preziose testimonianze provenienti da numerosi musei italiani, sono affiancati da ricostruzioni virtuali dei principali monumenti di Mutina (le mura, il foro, l’anfiteatro, le terme, una domus) realizzate da Altair4 Multimedia e da coinvolgenti videoracconti che fanno da contrappunto alla descrizione della città, dal periodo che precede la sua fondazione fino alla decadenza nella tarda età imperiale.

Molte le novità esposte al pubblico per la prima volta al pubblico, tra cui le decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati e stucchi a rilievo –paragonabili per qualità a quelli di Pompei- esposte a fianco di elementi di arredo di elevato pregio artistico.

Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni d’eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne, laterizi, vino e quelle lane così pregiate e ricercate nell’impero da essere ancora citate nel III secolo d.C. nell’Editto dei prezzi

Un’intera sezione è riservata ai profili dei Mutinenses, dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero, svelati coniugando dati epigrafici e storici che ricostruiscono il multiforme e variegato profilo sociale della città.

Dati geologici, archeobotanici e archeozoologici permettono di ricostruire l’assetto ambientale di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, soprattutto in coincidenza con la fine dell’impero romano e le invasioni barbariche, sono ora interpretati anche alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno profondamente colpito il territorio modenese e la pianura padana.

Mutina-Splendidissima-Logo-coloreHD

 

MEDIOEVO DA RIVALUTARE  –  La sezione dedicata al periodo tardo-antico e all’alto medioevo affronta in modo problematico il tema della continuità della città antica e fa da cerniera tra le due parti di una mostra che affronta con coraggio e spirito innovativo la sfida della continuità tra dimensione archeologica e dimensione storico-artistica.

 La seconda parte dell’esposizione sviluppa il tema dell’eredità, evidenziando alcuni momenti particolarmente significativi attraverso opere d’arte e documenti provenienti da diversi musei e biblioteche italiane, numerosi video e due ricostruzioni virtuali dedicate alle antichità esposte intorno al Duomo nel Rinascimento e alla perduta Galleria delle antichità di Francesco II in Palazzo Ducale.

La costruzione del duomo romanico ad opera dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo -edificio che esprime un rapporto strettissimo con l’antichità- costituisce la giuntura tra la città antica e quella moderna. Il periodo rinascimentale è quello in cui diventa più consapevole il richiamo al glorioso passato romano della città, le cui vestigia sono pubblicamente esibite nei luoghi più significativi. Tra Sei e Settecento il tema si declina variamente tra passioni collezionistiche, richiamo a un’antichità esemplare, e nascita della grande tradizione erudita legata al nome di Muratori, che culmina nel primo Ottocento con la creazione del Museo Lapidario Estense. La precoce nascita di una cultura scientifico sperimentale a metà Ottocento e la fondazione del Museo Civico in epoca post-unitaria determinano approcci diversi al recupero della città sepolta fino al progressivo affermarsi nel corso del 900 di una coerente politica di tutela e valorizzazione.

 INIZIATIVE COLLATERALI – Alla mostra allestita negli spazi del Foro Boario sono collegate le iniziative curate dalle Gallerie Estensi. Alla Biblioteca Estense, Sala Campori, apre il 26 novembre (ore 10) la mostra Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali che esplora il contributo che generazioni di umanisti, antiquari e bibliotecari hanno portato allo studio della cultura classica. Il percorso espositivo si snoda nel tempo seguendo le acquisizioni dei bibliotecari di casa d’Este che per secoli hanno accresciuto il patrimonio librario della Biblioteca Ducale dimostrando un interesse mai estinto per la cultura del mondo antico.

Contestualmente sarà disponibile la nuova APP di guida al Museo Lapidario Estense che attraverso un percorso narrato conduce i visitatori a scoprire la storia di questa importante collezione, presentando i personaggi di maggior spicco e i monumenti più importanti per la storia di antica di Modena.

 L’esposizione si inserisce nel più ampio progetto 2200 anni lungo la via Emilia, promosso dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenze Archeologia, belle arti e paesaggio delle sedi di Bologna e Parma, dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna.


INFORMAZIONI

MUTINA SPLENDIDISSIMA. La città romana e la sua eredità
Foro Boario
via Bono da Nonantola 2   – 41121 Modena

Orari: da martedì a giovedì: 9-14venerdì 9-22; sabato, domenica e festivi 10-19; lunedì chiuso, aperto il 25 dicembre, 1 gennaio e 2 aprile 16-20

Biglietti: intero € 10,00 –  ridotto € 7,00 e 5,00. Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese

Per info su costi, convenzioni, visite guidate e proposte didattiche: www.mutinasplendidissima.it – mostra@mutinasplendidissima.it – Tel. 370 3234539