Pompei, riaprono due spettacolari domus: la Casa dei Ceii e i Praedia di Giulia Felice [FOTO]

NAPOLI, 31 ottobre 2018  – Da domani, primo novembre, riaprono al pubblico due importanti dimore pompeiane, la Casa dei Ceii, celebre per le pitture che si dispiegano sugli alti muri del giardino con scene di ispirazione egizia e animali selvaggi e i Praedia di Giulia Felice, grande complesso residenziale con ampi spazi verdi, ricche decorazioni e il lussuoso quartiere termale privato.

Casa di Giulia felice

La casa di Giulia Felice

Dei due edifici, la Domus dei Ceii era chiusa da diversi anni, mentre i Praedia di Giulia Felice erano stati in parte riaperti dopo il restauro degli apparati decorativi effettuato tra il 2015-2016 nell’ambito del Grande Progetto Pompei. I due complessi sono, di recente, stati oggetto di interventi di riqualificazione, regimentazione delle acque meteoriche e manutenzione delle coperture, resisi necessari a causa di una progressiva perdita di funzionalità delle stesse, che negli anni stava esponendo ad un serio rischio degrado gli ambienti sottostanti, caratterizzati da intonaci decorati e pavimenti di grande pregio. Gli interventi realizzati fanno parte del progetto “Italia per Pompei” finanziato con fondi della Comunità Europea POR-FESR 2007 -2013, che già aveva interessato altre case delle Regiones I e II, tra cui la Domus del Larario Fiorito e la Domus del Triclinio all’aperto, riaperte lo scorso anno.

LA CASA DEI CEII E IL GUSTO EGIZIO – Torna, dunque, nuovamente visibile la grande scena di caccia con animali selvatici che orna la parete di fondo del giardino della Casa dei Ceii, nonché i paesaggi egittizzanti popolati di Pigmei e di animali tipici del Delta del Nilo raffigurati sulle pareti laterali attigue. Si tratta di soggetti che spesso ricorrono nella decorazione dei muri perimetrali dei giardini pompeiani, al fine di ampliare illusionisticamente le dimensioni di tali spazi ed evocare all’interno degli stessi un’atmosfera idilliaca e suggestiva. In questo caso, con ogni probabilità, il tema delle pitture testimoniava anche un legame e un interesse specifico che il proprietario della domus aveva per il mondo egizio e per il culto di Iside, particolarmente diffuso a Pompei negli ultimi anni di vita della città. Il grande affresco sarà presto oggetto di uno specifico restauro, che sarà realizzato “a vista” del pubblico.

GALLERY: LA CASA DEI CEII

Casa dei Ceii particolare parete del giardinoCasa dei Ceii dettaglio parete giardinoCasa dei Ceii 4

Nella casa sarà riproposto parte dell’allestimento originario della dimora, con la ricollocazione del tavolo in marmo e della vera di pozzo nell’atrio, dove è anche visibile il calco di un armadio e il calco della porta di accesso della casa. Mentre nella cucina è visibile una piccola macina domestica.

La proprietà della domus è stata attribuita al magistrato Lucius Ceius Secundus, sulla base di una iscrizione elettorale dipinta sul prospetto esterno della casa. La facciata della domus, con il suo rivestimento a riquadri in stucco bianco e l’alto portale coronato da capitelli cubici, è esemplificativa dell’aspetto severo che doveva avere una casa di livello medio d’età tardo sannitica (II secolo a.C.). Al centro dell’atrio tetrastilo peculiare è la vasca dell’impluvio, realizzata con frammenti di anfore posti di taglio, secondo una tecnica diffusa in Grecia ma che Pompei trova solo un altro confronto nella casa della Caccia Antica.

I PRAEDIA DI GIULIA FELICE – Il grande complesso dei Praedia di Giulia Felice, sorto alla fine del I sec. a.C. dall’accorpamento di costruzioni preesistenti, si presenta invece come una sorta  di “villa urbana”, provvista di ampi spazi verdi e articolata in quattro diversi nuclei con ingressi indipendenti: una casa ad atrio, un grande giardino su cui si aprono gli ambienti residenziali, un quartiere termale riccamente decorato  e un vasto parco. Il complesso deve il suo nome ad un’iscrizione dipinta in facciata (ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), in cui l’ultima proprietaria, Giulia Felice,  dopo il disastroso terremoto del 62 d.C., annunciava la locazione di parte della sua proprietà. Al periodo post- sisma risale un unitario rinnovamento decorativo che interessò gran parte degli ambienti, tra i quali spicca il triclinio (sala da pranzo) estivo, rivestito a mo’ di grotta, con giochi d’acqua attorno ai letti conviviali e aperto sul portico scandito da pilastri marmorei. Il giardino munito di un euripo centrale (lungo canale) ricreava nel suo allestimento originario uno spazio idillico-sacrale. La casa, scavata e poi ricoperta al termine delle esplorazioni di età borbonica, è stata interamente portata alla luce negli anni ’50 del Novecento.

GALLERY: I PRAEDIA DI GIULIA FELICE

Terme di Giulia FeliceTerme di Giulia Felice 2praedia giulia felicePraedia Giulia Felice (7)Praedia Giulia Felice (4)Praedia Giulia Felice (3)Casa di Giulia felice

 

Dal 1 novembre al 31 marzo l’orario di apertura dei siti archeologici vesuviani sarà il seguente:

Pompei 9,00-17,00 (ultimo ingresso 15,30) sabato e domenica apertura ore 8,30

Oplontis, Stabia 8,30 -17,00 (ultimo ingresso 15,30)

Antiquarium di Boscoreale 8.30 – 18.30 (ultimo ingresso 17.00)

 

FONTE: COMUNICATO UFFICIALE. FOTO (c) PARCO ARCHEOLOGICO POMPEI

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Il ritorno (a casa) di Zeus: dal Getty Museum la statua rientra ai “suoi” Campi Flegrei

NAPOLI –  Sabato 27 ottobre alle 10.30 sarà inaugurata la mostra “Il visibile, l’invisibile e il mare” all’interno della sala “Polveriera” del Museo Archeologico dei Campi Flegrei-Castello di Baia.  Undici statue ad accompagnare il protagonista indiscusso, Zeus in Trono: in esposizione capolavori inediti, provenienti dai fondali del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, da Cuma, da Miseno e dai giardini e dagli ambienti di rappresentanza delle ricche domus, dalle ville del patrimonio archeologico di Baia, che ne testimoniano il lussuoso stile di vita.

Nel percorso della mostra saranno presenti supporti multimediali per offrire al visitatore una possibilità in più per comprendere le caratteristiche dei Campi Flegrei: saranno proiettati filmati per raccontare il particolare fenomeno del bradisismo, che ha reso unici siti e monumenti, conservandoli in un suggestivo dualismo tra terra e mare.

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La statua di Zeus in Trono proveniente dal Getty Museum

Prima dell’inaugurazione della mostra, il direttore del Parco, Paolo Giulierini, illustrerà l’attività dell’ente dalla nascita ad oggi.  «Nove mesi di gestione del nuovo ente autonomo del Parco Archeologico dei Campi Flegrei sono stati impiegati per costruire la macchina amministrativa e gestionale, l’immagine coordinata, il sito – spiega il direttore – Parallelamente abbiamo lavorato per perfezionare la progettazione e l’apertura dei cantieri, relativamente ai finanziamenti PON e FSC, alla riapertura prossima della Grotta di Cocceio e a moltissime attività didattiche e culturali che hanno caratterizzato la stagione del Parco. L’arrivo di Zeus scandisce simbolicamente la chiusura di questa prima parte dei lavori ed apre al rilancio in grande stile previsto per la prossima primavera. Rilancio che – continua Giulierini – si badi bene è ben visibile, già testimoniato da una sensibile crescita di pubblico e dalla presenza del nostro ente nelle principali fiere turistiche nazionali ed internazionali, nonché in grandi progetti di ricerca con Musei cinesi, Università italiane e internazionali. Anche la buona sorte ci premia – aggiunge il direttore Giulierini – clamorose sono le scoperte del centro Jean Bérard, della Federico II, dell’Università L’Orientale e della Luigi Vanvitelli nell’ultime campagne di scavo a Cuma. Fecondi sono i rapporti con i sindaci, impegnati con noi nella costruzione del Parco. Presto la nostra sede sarà al Rione Terra e di questo mi preme ringraziare il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia. Un ringraziamento infine alla precedente direttrice Adele Campanelli e al meraviglioso e volitivo staff dei Campi Flegrei. Si riparte, con orgoglio»

UNA STATUA ICONICA – La statua di “Zeus in trono” risale al I secolo a.C. Alta 74 centimetri, rappresenta l’iconografia classica del dio greco. Proviene probabilmente dalle acque del golfo flegreo, considerate anche le sue condizioni: un lato ricoperto da incrostazioni marine (esposto a lungo nelle acque), un lato liscio (si ipotizza seppellito nella sabbia e dunque protetto). È stata esposta dal 1992 fino al 2017 al Getty Museum di Los Angeles, dopo essere finita in un giro di ricettatori. Nel 2012 attraverso l’analisi di un frammento di marmo ritrovato a Bacoli, si è trovata la corrispondenza con lo spigolo del bracciolo del trono di Zeus: la Guardia di Finanza, attraverso un’immagine disponibile in rete, ha potuto sovrapporre virtualmente la particella riemersa alla statua esposta al museo californiano, trovando una perfetta corrispondenza. Successivamente, a marzo 2014, è stata eseguita una verifica diretta e successivamente le analisi tecniche specifiche hanno determinato l’appartenenza e la provenienza. Grazie alle operazioni degli inquirenti e alle azioni di diplomazia della Magistratura e del Ministero dei Beni Culturali, la statua è ritornata a giugno 2017 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sabato 27 ottobre 2018 ritornerà a casa.

A festeggiare il ritorno di Zeus al Parco Archeologico dei Campi Flegrei, oltre al direttore dell’ente, Paolo Giulierini, anche il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Giovanni Melillo; il Capo di Gabinetto del Mibac, Tiziana Coccoluto; il sostituto procuratore presso la Procura di Napoli, Ludovica Giugni; il magistrato americano di collegamento con l’Italia, Cristina Posa; il Console generale degli Usa a Napoli, Mary Ellen Countryman.

La mostra, con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, è promossa dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

Stabia, restauratori al lavoro sugli splendidi affreschi di Villa Arianna [#FOTO]

Foto: Parco Archeologico di Pompei

POMPEI (NA) – L’Accademia delle Belle Arti di Varsavia è tornata, per il quarto anno, alla villa Arianna di Stabiae per occuparsi del restauro di alcuni ambienti. Fino al 3 agosto, per circa un mese, un gruppo di lavoro coordinato dal vice preside della Facoltà di Conservazione e Restauro dell’Accademia polacca, prof. Krzysztof Chmielewski e dalla professoressa Julia Burdajewicz, è impegnato in interventi di consolidamento e pulitura di due ambienti (il 7 e l’11) entrambi decorati in IV stile.

Nell’ambiente 7, uno dei più belli della villa con affaccio sul mare, è stata realizzata la pulitura delle decorazioni parietali: i sali, la cera usata all’epoca degli scavi di Libero D’Orsi con il trascorrere del tempo avevano offuscato lo splendore delle pitture e reso meno nitidi molti dettagli dei dipinti. Dopo il restauro sono tornati alla luce elementi prima scarsamente percepibili: l’intervento ha rivelato nello zoccolo nero della parete a destra dell’ingresso un cesto sospeso ad un finto soffitto a cassettoni.  Inoltre ha restituito il colore originario alle pareti e alle decorazioni e reso molto più visibili dettagli degli elementi decorativi come le immagini di due maschere o il quadretto che raffigura la natura morta composta di fichi e di funghi, posti nella zona superiore della parete sud.

GALLERY (AMBIENTE 7 IN PULITURA)

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L’ambiente 11, eseguito con una partitura decorativa simile a quella dell’ambiente 7 , si ipotizza eseguito dalla stessa officina pittorica. L’intervento, iniziato quest’anno, ha visto innanzitutto il consolidamento delle pareti che rischiavano di sfaldarsi. Per evitarne il degrado si è proceduto ad un preconsolidamento e poi alla pulitura, sia con impacchi che con l’ausilio di una strumentazione tecnica adeguata, che sta rivelando prime interessanti evidenze pittoriche.

GALLERY (AMBIENTE 11 IN PULITURA)

Il lavoro in villa Arianna da parte dell’Accademia di Varsavia sta producendo interessanti risultati da un punto di vista conservativo e di una maggiore vividezza delle cromie delle pareti (come si può vedere negli ambienti 44 e 45 già restaurati).

Il gruppo di lavoro di una delle più prestigiose accademie di restauro europee è composto oltre che dai professori anche da 5 studenti di livello avanzato che hanno così l’occasione di mettersi alla prova sul campo in un contesto d’eccezione.

 Il progetto, svolto sotto la direzione scientifica del Parco Archeologico di Pompei (ufficio scavi di Stabia) con il coordinamento della Fondazione RAS, ha il supporto del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia. 

ETRUSCHI / “Pittura di terracotta”: mostra e convegno sul mito e l’immagine nelle lastre dipinte di Cerveteri

Santa Marinella (Roma) – Il Castello di Santa Severa farà da cornice il 22 e 23 giugno  2018 al convegno internazionale e alla mostra “Pittura di terracotta. Mito e immagine nelle lastre dipinte di Cerveteri”, eventi scaturiti dal recupero nel 2016 a Ginevra, effettuato dal Comando Carabinieri – Tutela Patrimonio Culturale, di reperti archeologici trafugati in Etruria meridionale, in una delle operazioni più rilevanti degli ultimi anni.

Il recupero costituisce una pagina fondamentale per la ricostruzione della storia
della pittura etrusca: tra i reperti si riconosce un cospicuo numero di frammenti di
lastre dipinte provenienti da Cerveteri, purtroppo prive di dati di contesto che, per
le caratteristiche tecniche e la raffinatezza di esecuzione, erano note sinora solo da
esemplari presenti in alcune delle più importanti collezioni museali italiane e
straniere. Al recupero è seguita la ratifica di un importante accordo di cooperazione
culturale siglato tra il MiBACT e il Museo Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, che
ha comportato il rientro in Italia di una consistente serie di frammenti di lastre
dipinte, analoghe a quelle ritrovate a Ginevra.

Un tempestivo intervento di restauro dell’intero complesso di lastre dipinte, correlato da analisi scientifiche, a cura della Soprintendenza, ha permesso di restituire alla collettività, in tempi brevissimi dal recupero, queste straordinarie testimonianze archeologiche che negli spazi espositivi del Castello di Santa Severa trovano un perfetto luogo di fruizione, grazie alla preziosa collaborazione con la Regione Lazio, LAZIOcrea, Comune di Santa MarinellaComune di Cerveteri e Coopculture.

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Organizzato nella stessa sede, il Convegno internazionale si propone di presentare
alla comunità scientifica il complesso delle lastre dipinte di Cerveteri e di porre a
confronto i dati inediti con i più recenti studi sul tema, nell’ottica di una revisione
critica delle conoscenze sulla pittura etrusca e di creare le condizioni favorevoli per
future ricerche di respiro internazionale.
Il Convegno e la mostra vogliono anche rappresentare il dovuto riconoscimento
all’infaticabile ed estremamente qualificata attività del Comando Carabinieri Tutela
Patrimonio Culturale, nella loro azione di contrasto al traffico illegale di opere
d’arte.
Tutela del patrimonio, ricerca scientifica e partecipazione delle comunità locali,
valorizzazione delle testimonianze culturali rappresentano aspetti fondanti
dell’attività del MiBACT che in questa occasione ritrovano una sintesi
particolarmente efficace.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 22 dicembre 2018 nel nuovo spazio
museale della Manica lunga, che viene inaugurato in questa occasione, la cui visita è
inclusa nel prezzo del biglietto di ingresso e valorizza al meglio l’intero Polo museale del Castello di Santa Severa.

 

Fonte: Comunicato ufficiale

 

MOSTRE / “Amori divini”, al MANN di Napoli un raffinato viaggio tra Eros e mito

NAPOLI – (di Cristiana Barandoni) Chi per mestiere o per passione visita i siti archeologici conosce bene la sensazione di cosa vuol dire camminare sulla storia.  Molto più difficile è poter sperimentare questa stessa sensazione in un museo. Difatti, nonostante gli sforzi che si possono fare, siamo pur sempre in un ambiente artefatto dove può accadere che il contesto venga a mancare e il reperto perda un po’ del suo fascino.

Bene, per una volta dimenticate tutto questo perché l’eccezione conferma la regola e la mostra Amori Divini ne è la riprova.  Allestita nelle sale attigue al salone della Meridiana, è una mostra nella mostra, poiché queste sale sono caratterizzate da pregiati pavimenti decorati asectiliamarmi antichi trasformati in motivi geometrici messi in opera nella prima metà dell’800 (alcuni di loro provengono dall’area vesuviana, in particolare dal “belvedere” della Villa dei Papiri di Ercolano). 

Fin dalle prime sale è percepibile la volontà di creare un ambiente dall’atmosfera quasi rarefatta, creata da colori molto scuri alternati alle terre Siena sulle pareti, in netto contrasto col bianco dei soffitti: una scelta vincente grazie alla quale è possibile apprezzare la vivacità dei colori delle opere in mostra (foto 1).

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Foto 1: Progetto di stARTT. Foto: Gabriele Lungarella

Avvolti, quasi ovattati in un mondo parallelo, i visitatori possono affrontare un percorso all’interno del mito, conoscere storie, leggende, amori che sono giunti immortali fino a noi. Colta ed elegante offre al visitatore circa 80 opere tra capolavori dell’arte antica raffiguranti storie di miti, sapientemente intervallati alle loro reinterpretazioni moderne; la scelta dei reperti si è basata su due ideali: seduzione e trasformazione. L’idea di accostare opere d’arte, accomunate dalla medesima iconografia ma realizzate in epoche differenti, offre allo spettatore da parte la visione antica e dall’altra la reinterpretazione degli stessi miti in chiave moderna, suggestione che non smette mai di sollevare curiosità e invita ad una relazione convincente con gli oggetti in mostra. Non è solo il “bello” che colpisce ma la narrazione degli eventi e la trasformazione del mito: un costante osservare con gli occhi di viaggiatori, di studiosi, di letterati, di tutti coloro i quali incontrarono sulla loro strada Paride, Ganimede, Leda, Europa.

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Foto 2: Dettaglio del pavimento

Appena entriamo ci troviamo subito di fronte a due sale nelle quali la fanno da padrone ceramiche a figure rosse di notevolissima fattura, in parte dalla collezione vascolare del MANN (foto 3), sulle cui superfici brillanti i miti raccontano sé stessi in un florilegio di forme e fluttuanti immagini; come quelle disegnate con tratti esuberanti e dal grande rilievo pittorico dell’anfora nolana attica a figure rosse dall’Hermitage di San Pietroburgo in cui leggiamo il mito di Europa che cavalca come una esperta amazzone, un toro.  Il ricchissimo immaginario antico si offre senza veli, narrato sulle meravigliose forme vascolari e dalle Metamorfosi di Ovidio, riportate sulle pareti. Colore e trasporto sono le basi sulle quali il racconto si presenta allo sguardo meravigliato del visitatore: anche non conoscendo nel dettaglio, è impossibile sentirsi disorientati, poiché la scelta delle opere esposte rivela una grande conoscenza del mito e una insolita capacità di raccogliere quelle diverse forme artistiche nelle quali lo troviamo meglio rappresentato.

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Foto 3: Sala 1 (foto: CB)

Il repertorio pompeiano è ideale fonte di ispirazione, specie quando la mitologia affronta temi amorosi, raffigurando amori accomunati da episodi con elementi in comune: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico. Come la storia di Ganimede il cui mito è raccontato su gemme, bronzetti e in maniera magistrale da due sculture, una antica risalente all’epoca antonina (dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 6351) in candido marmo bianco, e da un gesso moderno, armoniosa opera di Bertel Thorvaldsen (foto 4) dalle collezioni dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma (inv.0104). Il mito è raccontato dalle opere nelle sue fasi più significative, dal primo incontro con Zeus, al febbrile volo in cielo con i due protagonisti stretti in un affettuoso abbraccio, magistralmente ritratti nel dipinto di Anton Domenico Gabbiani dalle Gallerie degli Uffizi (inv. 1890 n. 2176), fino alla conclusione della vicenda, con un serafico Ganimede coppiere divino; le opere si completano, declinando con estrema delicatezza un “amore rubato”, nato dalla necessità di possesso ad ogni costo. L’opera antica è esaltata dal contraltare moderno e assieme offrono una visione che si allontana, nell’originale e nella sua riedizione, dal gesto succube della divinità che si fa altro pur di conquistare l’amato. Del resto non dobbiamo mai perdere di vista che la mostra celebra, in tutte le sue accezioni, la seduzione, qui coralmente sublimata dal gioco accattivante degli sguardi, in un dialogo silente ma percepibile visivamente.

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Foto 4: Berthel Thervaldsen, Ganimede abbevera l’aquila

Racconti di dei e interpreti leggendari, le cui storie si fondano da una parte, sulla seduzione delle immagini e degli sguardi, e dall’altra sulla inarrestabile metamorfosi della creatività, generata in epoca moderna specialmente a cavallo fra Sei e Settecento, condizione necessaria per rapportarsi, in maniera dialogica, al mito e al mondo antico in generale; il succedersi degli eventi non affatica bensì coinvolge lo spettatore che sceglie, quasi inconsapevolmente, di procedere nelle sale come se in realtà stesse entrando nel vivo del mito e potesse d’un tratto incontrarne i protagonisti.

Una cornice aurea inquadra le storie appassionate delle divinità, ritratte spesso e volentieri nel loro sanguigno umanesimo, per mezzo del quale si rievoca la bellezza del mondo antico che in quegli stessi miti spesso e volentieri si rispecchiava. Gli affreschi di Pompei sono uno spaccato di vita sociale che racconta attraverso gli occhi degli antichi paure, delusioni, passioni, speranze che ritroviamo tradotte, forse in una chiave più manierata, nelle opere moderne, specialmente nei dipinti. È con questi occhi che è ragionevole interpretare la storia di Diana e Atteone, narrata nello straordinario olio su tela di Giovan Battista Tiepolo (dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, inv. 754) che dialoga senza soluzione di continuità con l’olio su rame di Joseph Heintz il Vecchio (Paesaggio con Diana e Atteone dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Palazzo Barberini  Galleria Corsini, inv. 1252) che a sua volta conversa con un delicatissimo marmo proveniente dal Museo Nazionale del Bargello, opera di Francesco Di Simone Mosca detto Moschino (inv. 310 S).

Se Moschino ha deciso di trasformare la pietra per il suo racconto e puntare l’attenzione sui personaggi protagonisti, Tiepolo e Heintz il Vecchio invece preferiscono raccontare l’episodio che precede la condanna lavorando sui paesaggi, tratteggiati in toni scuri e uniformi, perfetto palcoscenico per figure manieriste, le cui nudità volutamente esibite sono segni inequivocabili di fecondità.    

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Foto 5: Giambattista Tiepolo, Diana e Atteone (Venezia, Gallerie dell’Accademia, olio su tela, 1720-22)

Tiepolo (foto 5) rappresenta la scena all’interno di una grotta dalle atmosfere quasi oniriche, la cui volta ombreggia il laghetto dove la dea è colta di sorpresa in compagnia delle sue ancelle: Atteone da lontano non ha ancora capito probabilmente che la trasformazione è già in atto. Immancabile la versione antica del mito ben evidenziata in due opere: una pinax in terracotta (dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, inv. MRC 731) in cui il protagonista è ritratto mentre viene dilaniato dai cani e nell’intonaco dipinto ad affresco proveniente dall’area vesuviana (dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli).

Per questo e molto altro ci sarebbe da raccontare ma vi priveremmo della sorpresa della visita. Non vi resta che andare a sperimentare di persona quanto la reinterpretazione del mito sia stata uno dei motivi più cari alla storia dell’arte a partire dal Rinascimento. E quanto, ancora oggi, ne restiamo incredibilmente affascinati.

(Cristiana Barandoni)


INFORMAZIONI

AMORI DIVINI
NAPOLI, MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
7 giugno – 16 ottobre 2017
Orari: 
Aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.30 (ultimo ingresso ore 19.00). Martedì chiuso
Biglietti: 
si accede alla mostra con il biglietto di ingresso al Museo
Intero:12 euro, Ridotto:6 euro
Tel.  
081 4422149
man-na@beniculturali.it
www.museoarcheologiconapoli.it
Sito mostra: www.mostraamoridivini.it

La mostra, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, vede la partecipazione di Luigi Gallo e Valeria Sampaolo ed è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con l’organizzazione di Electa.

GRANDI MOSTRE / A Milano la straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II [FOTO]

1MILANO –  L’Antico Egitto, la sua millenaria e affascinante cultura e una grande scoperta archeologica sono i protagonisti indiscussi della stagione espositiva del MUDEC  di Milano per l’autunno 2017.  Egitto. La straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II”, in programmazione dal 13 settembre 2017 al 7 gennaio 2018, narra al visitatore il racconto della vita e della figura del faraone Amenofi II, vissuto tra il 1427 e il 1401 a.C. durante la XVIII dinastia (1550 – 1295 a.C.), figlio del grande Thutmosi III e sovrano di una corte sfarzosa, eroico protagonista di un’epoca storica straordinariamente ricca.

La mostra esporrà reperti provenienti dalle più importanti collezioni egizie mondiali: dal Museo Egizio del Cairo al Rijksmuseum van Oudheden di Leida, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Da queste realtà museali e da collezioni private provengono statue, stele, armi, oggetti della vita quotidianacorredi funerari mummie.

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Fondamentale la collaborazione con l’Università Statale di Milano, che presterà i documenti originali di scavo della tomba del faraone custoditi nei suoi preziosi Archivi di Egittologia, e la collaborazione con la rete dei musei civici milanesi, sempre molto attiva; in particolare il Museo del Castello Sforzesco nel periodo autunno-inverno 2017 presterà a questa mostra alcuni reperti della collezione egizia, in occasione della chiusura temporanea delle proprie sale per ristrutturazione.

Avrà inoltre importanza fondamentale l’apparato multimediale e scenografico presente nelle sale della mostra, con vere e proprie esperienze immersive che evocheranno le calde e antiche atmosfere nilotiche dei paesaggi egiziani del II millennio a.C., dando all’esposizione un taglio unico, nel segno distintivo delle mostre MUDEC.

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La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano. Sono entrambi egittologi della Statale infatti i due curatori, Patrizia Piacentini, titolare della cattedra di Egittologia, e Christian Orsenigo, che con il coordinamento dell’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia (SCA-Società Cooperativa Archeologica) hanno ideato un percorso che coniuga approfondimento scientifico ed emozione. Sia la tematica che i reperti esposti, infatti, permetteranno un approccio che predilige l’attrattiva sul grande pubblico e offriranno contemporaneamente spunti di ricerca e possibilità di approfondimento agli studiosi così come ai molti appassionati della materia.

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La mostra si propone l’intento di raccontare al pubblico una doppia ‘riscoperta’quella della figura storica del faraone Amenofi II, spesso ingiustamente oscurata dalla fama del padre Thutmosi III; e la ‘riscoperta’ archeologica del grande ritrovamento nella Valle dei Re della tomba di Amenofi II.

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IL PERCORSO ESPOSITIVO – Il cuore della mostra sarà la figura del faraone Amenofi II.  Sebbene sia stato un sovrano importante, Amenofi II non è mai stato oggetto di una mostra monografica ed è poco noto al grande pubblico, forse perché messo in ombra dal celebre padre Thutmosi III ma, anche perché i documenti relativi alla scoperta della sua tomba nella Valle dei Re da parte dell’archeologo Victor Loret nel 1898 erano sconosciuti fino a una quindicina di anni fa.

Oggi questi documenti originali sono di proprietà dell’Università degli Studi di Milano, che li conserva negli Archivi di Egittologia – tra i più ricchi al mondo – e per la prima volta verranno esposti al pubblico in un contesto assolutamente “teatrale”. I preziosi materiali d’archivio saranno presentati facendo letteralmente vivere l’emozione della scoperta al visitatore attraverso una ricostruzione in scala 1:1 della sala a pilastri della tomba di Amenofi II. Un’esperienza immersiva che accompagnerà il pubblico invitandolo ad entrare, attraverso un focus sulle credenze funerarie e la mummificazione, nella camera funeraria per ammirare i tesori che accompagnavano il faraone nel suo viaggio verso l’Aldilà. L’archeologo Loret portò alla luce non solo la mummia del faraone, ma anche quelle di alcuni celebri sovrani del Nuovo Regno, che erano state nascoste all’interno di una delle quattro stanze annesse alla camera  funeraria, con lo scopo di sottrarle alle offese dei profanatori di tombe. Tra gli altri corpi ritrovati da Loret nella tomba, anche quelli della madre e della nonna di Tutankhamon.

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L’antica civiltà del Nilo all’epoca del II millennio a.C. verrà presa in esame nelle altre sezioni della mostra. La vita quotidiana, con gli usi e i costumi delle classi sociali più vicine alla corte di Amenofi II, sarà illustrata attraverso gioielli e armi, oggetti legati alla moda e alla cura del corpo, che mostreranno il livello tecnologico e sociale raggiunto in questo periodo della storia egizia. Il tema delle credenze funerarie fornirà spunti di riflessione in merito alla lunga e complessa durata di questa straordinaria civiltà antica.

Con il mondo del faraone Amenofi II e l’Età dell’Oro dell’Antico Egitto il MUDEC torna a raccontare la Storia e le sue trasformazioni, le culture antiche e le civiltà native, le migrazioni dei popoli e gli scambi culturali, i viaggi di celebri esploratori e le grandi scoperte archeologiche.

Fonte: comunicato ufficiale


INFORMAZIONI

MUDEC – Museo delle Culture di Milano (Via Tortona, 56)
Dal 13 settembre 2017 al 7 gennaio 2018.
ORARI Lun 14.30 ‐19.30 | Mar, Mer, Ven, Dom 09.30 ‐ 19.30 | Gio, Sab 9.30‐22.30
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
BIGLIETTI Intero € 12,00 | Ridotto € 10,00
INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI www.ticket24ore.it | Tel. +39 0254917

MOSTRE / “Bellezza ritrovata”: a Roma i capolavori recuperati da furti, guerre e terremoti

unnamedROMA –  Le nostre bellezze artistiche sono continuamente sottoposte a furti, vandalismi e danneggiamenti dovuti a eventi naturali disastrosi ma anche alla mano dell’uomo. L’arte negata, mortificata e distrutta da guerre, furti e catastrofi come i terremoti, può tuttavia rinascere dalle macerie come la fenice, si può rivelare di nuovo grazie alla volontà, l’impegno e la caparbietà dell’uomo nel ricomporre e ricostruire la propria identità attraverso l’arte.

 La bellezza ritrovata. Arte negata e riconquistata in mostra –  è stata inaugurata oggi ai Musei Capitolini di Roma e proseguirà fino al 26 novembre prossimo.

La rassegna è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ideata e organizzata dal Centro Europeo per il Turismo e la Cultura presieduto da Giuseppe Lepore con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura – e intende evidenziare e attualizzare l’impegno delle istituzioni a favore dell’arte con un’esposizione di importanti testimonianze artistiche che, a causa di vicende non sempre trasparenti, sono state, per moltissimo tempo, negate alla pubblica fruizione e spesso dimenticate nei depositi o in altri contenitori non accessibili al pubblico.

L’evento vuole anche porre in risalto il quotidiano impegno da parte del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che opera con dedizione e caparbietà alla ricomposizione e ricostruzione del nostro patrimonio culturale.

TRE SEZIONI – L’esposizione è costituita da tre sezioni (e da una conclusione inaspettata). La prima sezione, che riguarda le opere recuperate a seguito di furti, presenta alcuni dipinti di proprietà del Museo Nazionale San Matteo di Pisa, recuperati dai Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Firenze nel 2014, a conclusione di una complessa  e serrata attività d’indagine iniziata nel gennaio dello stesso anno in Olanda. Le opere erano state affidate nel 2002 a un restauratore toscano perché intervenisse a sanare il loro precario stato di conservazione.
Le indagini, iniziate dopo la denuncia di scomparsa da parte della Direzione del Museo che ne aveva constatato la mancanza nel corso di un attività d’inventariazione, hanno rivelato che le opere erano state vendute nel corso degli anni dallo stesso restauratore a commercianti del settore e successivamente rivendute a società di brokeraggio internazionali francesi e svizzere. L’olio su tavola fondo oro raffigurante l’Addolorata di Quentin Metsys è transitato, ad esempio, prima presso un antiquario di Lucca e successivamente presso una  società del settore svizzera, che lo ha proposto in vendita nell’ambito della mostra mercato di Maastricht per la cifra di ben tre milioni di euro. Acquistato da un collezionista straniero, il dipinto è stato localizzato finalmente in Grecia presso un deposito di stoccaggio di opere d’arte. Alcune delle rimanenti opere recuperate sono state ritrovate ancora nella disponibilità del restauratore indagato, altre presso antiquari e rigattieri della provincia di Lucca.

Quentin Metsys Madre dei Dolori, pittura a olio e oro su tavola, Museo Nazionale San Matteo di Pisa

Quentin Metsys Madre dei Dolori, pittura a olio e oro su tavola, Museo Nazionale San Matteo di Pisa

Saranno anche presenti due opere che testimoniano l’attività di recupero e salvaguardia del nostro patrimonio culturale da parte del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

La seconda sezione riguarda le opere salvate dalle zone terremotate dell’Italia Centrale, nello specifico delle Marche. Si tratta di capolavori della rete museale dei Musei Sistini del Piceno e di un dipinto della Chiesa di Sant’Angelo Magno di Ascoli custodito nel deposito del Forte Malatesta di Ascoli, provenienti da alcune sedi danneggiate e chiuse a causa del sisma.

La terza sezione pone l’obiettivo su un tema purtroppo di grande attualità, i danni provocati dalle guerre, partendo dall’esempio di quanto accaduto al patrimonio della cattedrale di Benevento, colpita dalle bombe degli alleati nel settembre del 1943, il cui aspetto non doveva essere tanto diverso da quello delle tante chiese distrutte dai terremoti. Allora come oggi si provvide a recuperare e mettere in salvo il patrimonio superstite, ma gran parte del materiale fu evidentemente accatastato e dimenticato e, fino al ritrovamento del 1980, erroneamente ritenuto perduto. Subito dopo i bombardamenti furono tratti in salvo i preziosi arredi liturgici e i paramenti sacri, parte del cosiddetto Tesoro del Cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento e poi papa col nome di Benedetto XIII.

Nicola da Monteforte, 1311 Nicola da Monteforte ai piedi del crocifisso, scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Nicola da Monteforte, 1311 Nicola da Monteforte ai piedi del crocifisso, scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Fino al 1980 era opinione comune che dei due amboni del duomo, gli unici elementi superstiti fossero quelli conservati ed esposti presso il Museo del Sannio a Benevento e il Museo Diocesano a Benevento. Tuttavia, i lavori di scavo archeologico hanno portato alla luce i marmi depositati in uno dei locali adiacenti alla cripta: tutti i leoni che facevano parte dei due pergami e i frammenti delle colonne che li sormontavano, alcuni capitelli ed elementi di sculture e di lastre marmoree che ne costituivano le fiancate nonché la base con figure di mostruose cariatidi del cero pasquale e il fuso spiraliforme della colonna che su essa si impostava.

Nicola da Monteforte, 1311 Madonna con Bambino scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Nicola da Monteforte, 1311 Madonna con Bambino scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Il catalogo della mostra è edito da Gangemi Editore.


LA BELLEZZA RITROVATA
Arte negata e riconquistata in mostra

Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori, Piazza del Campidoglio – Roma
2 Giugno / 26 Novembre 2017
Orari: Tutti i giorni 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

RESTITUZIONI / Presto in Italia da Cleveland il “Druso” trafugato da Napoli

Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e il Cleveland Museum of Art hanno raggiunto un accordo per restituire all’Italia una statua in marmo dell’inizio del I  secolo a.C. raffigurante la testa di Druso Minore (13 a.C. – 23 d. C.).

“Questa restituzione – ha dichiarato il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – è il frutto di un importante e proficuo accordo culturale e della piena collaborazione dei vertici del Museo con le autorità italiane. Ora attendiamo il ritorno dell’opera, che una volta in Italia verrà restituita al più presto a Napoli e alla sua comunità, da dove fu sottratta”.

“Abbiamo instaurato da molti anni un eccellente rapporto con il Ministero – ha dichiarato il direttore del Cleveland Museum, William Griswold – e non appena siamo venuti a conoscenza che le circostanze relative alla provenienza della scultura erano incoerenti con quanto ci risultava relativamente alla provenienza, la decisione di prendere contatto direttamente con il Ministero è stata facile, alla luce dell’esperienza di collaborazione con i colleghi italiani maturata in questi anni. Abbiamo collaborato proficuamente con il Ministero in primo luogo per chiarire le circostanze relative alla rimozione della statua e, in secondo luogo, per definire la decisione di restituire l’opera”.

Nel 2008, il Cleveland Museum of Art ha concluso un accordo di cooperazione culturale che ha rappresentato la base di nuovi rapporti tra il Museo e il Ministero. Tale accordo ha inoltre fornito il quadro al cui interno è stato possibile, per il Museo, prendere contatto con il Ministero e ottenere le informazioni necessarie che hanno consentito al Museo di decidere di restituire il Druso Minore.

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La scultura, precedentemente venduta in un’asta pubblica a Parigi nel 2004, era stata acquisita dal Museo nel 2012 dopo una ampia ricerca per confermare la sua provenienza. Quando il Museo aveva acquisito l’opera, si riteneva che la scultura provenisse originariamente dal Nord Africa. Nel momento in cui, in tempi più recenti, il Museo è venuto a conoscenza del fatto che la scultura poteva essere stata asportata illecitamente da un sito nei pressi di Napoli verso la fine della Seconda guerra mondiale, il Museo aveva prontamente contattato il Ministero. Agendo in collaborazione con i funzionari del Ministero e con l’assistenza del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, alla luce delle informazioni ottenute e all’esito di approfondite ricerche, il Museo ha ritenuto opportuno restituire  la scultura all’Italia.

Fonte: Mibact

Colle di Val d’Elsa (Si), riapre dopo vent’anni il Museo San Pietro: un viaggio nella storia della città [GALLERY]

SIENA – Dopo quasi venti anni di chiusura, sabato 18 marzo, alle ore 11,00 riapriranno le porte del nuovo Museo San Pietro di Colle di Val d’Elsa (Siena).  Il percorso espositivo ripercorre la storia della città attraverso le espressioni d’arte, in un dialogo costante tra religiosità e ambizione civica propria dei comuni medievali, culminata nel 1592 con l’elevazione della Terra di Colle a Città, a seguito dell’istituzione della Diocesi. L’allestimento, scandito sui grandi avvenimenti storici, cerca di cogliere e proporre i momenti in cui il linguaggio artistico diventa espressione della cultura del popolo colligiano e della sua fede.

FIG 4 chiostro San Pietro

Museo San Pietro – chiostro

PICCOLA CITTA’, GRANDE STORIA – Posta al confine tra i territori di Siena e Firenze, Colle fu luogo di scontro politico, culminato in battaglie e assedi, ma anche luogo di incontro tra la tradizione artistica senese e quella fiorentina, humus culturale da cui nacque la grande stagione dell’età moderna, culminata nella ristrutturazione urbana e nei cantieri promossi dagli Usimbardi, come il Duomo, il Palazzo Vescovile o le fabbriche del San Pietro e dell’Ospedale di San Lorenzo, per giungere alle esperienze Otto e Novecentesche, magistralmente identificabili nelle opere di Antonio Salvetti o nel tormento artistico di Walter Fusi.
Tutta questa vicenda è raccontata nelle sale del museo e nella città, in un percorso integrato che, partendo dal San Pietro, porta ideale della città, si svolge per le vie ed i vicoli del Borgo di Santa Caterina e del Castello, per terminare al Museo Archeologico “Ranuccio Bianchi Bandinelli”, che, a breve, riaprirà le porte con nuovo allestimento.

GALLERY: LE OPERE

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UNO MUSEO, TANTI MUSEI – Il museo è il frutto della fusione del Museo Civico e Diocesano d’Arte sacra (formatosi dall’unione dei due istituti nel 1995), con la Collezione del Conservatorio di San Pietro, il monastero di San Pietro e il monastero di Santa Caterina e Maddalena, la Collezione Romano Bilenchi e la Collezione di Walter Fusi. Il percorso espositivo è realizzato su progetto dell’Arcidiocesi di Siena, del Comune di Colle Val d’Elsa e della Fondazione Musei Senesi, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Siena, Grosseto e Arezzo e il contributo di Ales SpA, Regione Toscana e Fondazione Monte dei Paschi di Siena.  Particolare importanza acquista  la sezione dedicata alla Collezione di Romano Bilenchi, che propone una selezione scelta della ricca biblioteca dello scrittore colligiano donata al Comune di Colle di Val d’Elsa, nel contesto in cui si trovava: le opere di Ottone Rosai, Moses Levy e Mino Maccari raccontano la formazione di Romano Bilenchi, arricchendo il quadro fornito dalle sue opere letterarie, specificandone la personalità.

Per la prima volta, dunque,  la proposta di Colle Alta Musei disvela le particolarità colligiane , permettendo al visitatore di leggere lo sviluppo della Città e della Diocesi di Colle in rapporto alle opere d’arte ed alle modifiche del tessuto urbano, con un dialogo continuo tra musei e centro storico, anche grazie al supporto della specifica audioguida. La gestione del museo e l’organizzazione è affidata a Civita – Opera.


Informazioni

Museo San Pietro, Colle di Val d’Elsa (SI)
via Gracco del Secco, 102

Orari
1 marzo – 31 ottobre: tutti i giorni 11:00 – 17:00
1 novembre – 25 dicembre: solo sabato e domenica 15:00 – 17:00
26 dicembre 6 gennaio: tutti i giorni 11:00 -17:00
9 gennaio – 28 febbraio: chiuso

Ingresso:
€ 6,00 intero (audioguida gratuita);
€ 4,00 ridotto (audioguida gratuita): bambini dai 6 ai 12 anni, gruppi  scolastici
Ingresso gratuito : bambini al di sotto dei  6 anni, residenti a Colle Val d’Elsa; scuole di Colle Val d’Elsa, portatori di handicap

WEB
www.collealtamusei.it
info@collealtamusei.it
call center info e booking 0577/286300

Fonte: Civita

MOSTRE / Pompei celebra le Olimpiadi rievocando le gesta dei suoi antichi atleti

#OLIMPIADI2016 #Rio2016 #Sport   celebra i #Giochi2016 rievocando le gesta dei suoi antichi atleti @pompeii_sites  @pompeiisoprintendenza
All’Antiquarium in esposizione gli strumenti del bagno termale;   gli affreschi di atleti e lottatori nella Palestra sono raccontati attraverso totem di approfondimento

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© Foto: Soprintendenza Pompei

NAPOLI – Con le Olimpiadi di Rio 2016 ormai ai blocchi di partenza, Pompei dedica all’evento una mostra di reperti selezionati e pannelli didattici  che raccontano dell’importanza e dell’attenzione dei suoi antichi abitanti per le pratiche dello sport e la cura del corpo. In occasione della giornata inaugurale dei giochi olimpici, domani,  si vedranno,  presso l’Antiquarium degli scavi, alcuni strumenti originali utilizzati dagli atleti durante il bagno termale: uno strigile in bronzo (spatola metallica ricurva per la detersione del sudore), un unguentario  per l’olio, un lisciatoio in pietra pomice, un attingitoio in bronzo per l’acqua. L’atleta prima e dopo le attività sportive praticava un’accurata pulizia corporea associata al percorso termale e tale frequente pratica ci ha restituito numerosi oggetti da toeletta, di cui alcuni esempi sono in esposizione.

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Il mondo degli atleti evocato da mosaici e affreschi  è invece  ben raccontato negli ambienti della cosiddetta “Palestra”, nel quartiere della Regio VIII. Dall’esterno dell’edificio è visibile nel corridoio di ingresso il bel mosaico  pavimentale con una scena di lotta tra due atleti che si affrontano a mani nude, mentre sulle pareti  di fronte si può osservare la pittura con atleti, lottatori, un saltatore con i manubri, il giudice della gara (Ludi Magister) che reca in mano la benda, ovvero il premio per l’atleta vincitore. Questo grande ambiente che ospita le raffigurazioni faceva in realtà parte di un impianto termale maschile  del I sec d.C. posto in una zona panoramica della città antica. Al’esterno della cosiddetta “Palestra” un Totem didattico fornirà un dettaglio descrittivo delle raffigurazioni degli ambienti.

 


Informazioni:
“Olimpiadi 2016. Lo sport a Pompei”
Sito internet ufficiale

Fonte: Comunicato stampa ufficiale.

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