Palermo, un convegno analizza la Battaglia delle Egadi

10 marzo del 241 a.C. la Sicilia diventa terra “occidentale”: Giornata di Studi sulla Battaglia delle Egadi a Palermo

PALERMO – Dopo oltre vent’anni di scontri navali e terrestri, la Battaglia delle Isole Egadi segna il momento conclusivo della prima guerra punica: Cartagine è costretta a chiedere la pace e abbandonare definitivamente la Sicilia. E’ il 10 marzo del 241 a.C., un giorno epocale per la Sicilia, il momento in cui l’isola diventa terra “occidentale”,  entrando definitivamente nella sfera di influenza di Roma. Di tutto questo si discuterà venerdì 4 maggio 2018 alle ore 16,00, presso l’Arsenale della Marina Regia in via dell’Arsenale, 144 a Palermo, nel corso della Giornata di studi organizzata dalla Soprintendenza del Mare.

Diversi gli interventi previsti. Si inizia con la relazione di  Sebastiano Tusa, Assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, che parlerà su “La Battaglia delle Egadi ritrovata”, a cui farà seguito quella di Francesca Oliveri, della Soprintendenza del Mare, che affronterà  il tema “Minima Aegatium. Considerazioni iconografiche, epigrafiche, etc.”. Il convegno continua con l’intervento di Roberto La Rocca, sempre della Soprintendenza del Mare, che relazionerà su “La battaglia delle Egadi: aspetti tecnici e metodologici delle ricerche”, inoltre Cecilia Buccellato, dell’Assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana parlerà su “La manifattura dei rostri delle Egadi”, e infine Stefano Zangara, del Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, affronterà il tema “La Prima Guerra Punica: la supremazia militare e commerciale romana nel Mediterraneo attraverso le nuove sperimentazioni applicate alle ricerche marine”. Coordinano i lavori Alessandra De Caro e Alfonso Lo Cascio della Soprintendenza del Mare.

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Uno dei rostri ritrovati sul sito della battaglia. Foto Soprintendenza del Mare

UNA BATTAGLIA DECISIVA –  La battaglia delle Egadi è uno di quegli eventi che, da Polibio in poi, hanno alimentato il dibattito sulle guerre puniche, sulle loro cause e sulla svolta geopolitica che ne conseguì, ed hanno acceso l’immaginazione soprattutto sulla spettacolarità delle vicende belliche.

I Cartaginesi di Amilcare erano assediati sulle balze nord-orientali del monte Erice che sovrasta la città di Trapani (l’antica Drepanum). I Romani ne tenevano saldamente le pendici occidentali e la vetta, lasciando in mano nemica soltanto un corridoio che dava accesso al mare nei pressi dell’odierna baia di Bonagia. La situazione si aggrava con l’arrivo della flotta romana che occupa le acque antistanti Drepanum e le rade di Lilibeo. L’intera costa occidentale dell’isola resta quindi tagliata fuori da ogni collegamento con Cartagine; Lilibeo, fondamentale snodo marittimo e terrestre della Sicilia punica, rimane senza sbocchi a causa del blocco romano.

I Cartaginesi tentano di tutto pur di soccorrere Amilcare chiuso sul monte. A tal proposito approntano una forza navale al comando dell’ammiraglio Annone che, partita da Cartagine, raggiunge Marettimo (Hiera) dove attese vento e mare favorevoli per l’ultimo balzo verso la Sicilia per soccorrere i propri connazionali.

Lutazio Catulo intuisce la rotta delle navi puniche che, da Hierà, evitando naturalmente la costa pattugliata tra Drepana e Lilibeo, avrebbero puntato su Erice, ampliando il raggio di navigazione verso l’accesso nord-orientale dell’attuale Torre di Bonagia: occorreva tagliarne la rotta, volgendo a favore dei Romani quel forte libeccio che, pur propizio alle vele nemiche, non le avrebbe comunque alleggerite del pesante carico di vettovaglie in caso di un attacco a sorpresa.

Lo scontro avvenne a Nord di Levanzo laddove le ricerche archeologiche effettuate dalla Soprintendenza del Mare, in collaborazione con Fondazione private, hanno messo in evidenza le prove che ormai fugano ogni dubbio sulla reale cinetica della battaglia.

Lutazio Catulo si nascose dietro l’alta mole di Capo Grosso di Levanzo e, quando vide sopraggiungere il nemico a vele spiegate diede ordine di tagliare le cime d’ormeggio e salpare in fretta in modo da colpire le navi nemiche al traverso. Ci volle poco a scatenare la confusione e lo sgomento tra i marinai cartaginesi. In preda al panico parte della flotta rientrò verso Cartagine, parte fu distrutta o catturata da Lutazio Catulo, ponendo fine alla Prima Guerra Punica.

 

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Elmi e lingotti, tra i tesori dal mare di Gela anche l'”Oro di Atlantide”

Presentati al Museo di Gela i reperti subacquei recuperati dalla Soprintendenza del Mare. Esposti anche i lingotti di Oricalco, il mitico “Oro di Atlantide”
FOTO ©Soprintendenza del Mare

GELA (CL) – Due elmi corinzi e una serie di lingotti di  “oricalco”,   definito anche l’Oro di Atlantide perché composto di una lega di rame e zinco simile al nostro ottone e considerato, nell’antichità,  al terzo posto per valore commerciale dopo l’oro e l’argento. Sono questi alcuni dei più importanti tesori presentati ieri al Museo archeologico regionale di Gela (Cl),  recuperati dalla Soprintendenza del Mare nel corso delle campagne di indagine che hanno interessato, negli ultimi anni, le acque davanti alla cittadina della provincia di Caltanissetta. Gli interventi sono stati effettuati  in collaborazione con la Guardia di Finanza ROAN di Palermo, la Capitaneria di Porto di Gela e il subacqueo gelese Francesco Cassarino.

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FOTO ©Soprintendenza del Mare

REPERTI UNICI E RARI – I lingotti facevano parte di un prezioso carico trasportato da un’antica nave naufragata a qualche centinaio di metri dalla costa gelese, ad una profondità di circa cinque metri.  La scoperta dei lingotti di oricalco è tra le più importanti di questi ultimi anni sia perché costituisce un unicum come ritrovamento, sia perché i reperti  finora conosciuti forgiati con questa lega di rame e zinco sono molto rari. I due elmi corinzi provengono invece dai fondali di contrada Bulala: molto simili tra di loro, presentano un’ampia calotta con paranaso rettangolare allungato e due ampie paragnatidi. Una fila di piccoli fori presenti lungo tutto il bordo serviva per il fissaggio di fodere in cuoio all’interno. Gli elmi  sono inquadrabili nella tipologia diffusa in Grecia tra il 650 e il 450 a.C.

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I lingotti di oricalco. FOTO ©Soprintendenza del Mare

Fra i reperti più significativi c’è anche una coppa  exaleiptron (cothon) di importazione corinzia con decorazione geometrica databile dalla seconda metà alla fine del VI secolo a.C. (questo tipo di recipienti era destinato a contenere liquidi profumati per uso sia personale che rituale), una macina in pietra lavica con inserto in legno e un’ancora in piombo e legno. Tutti i ritrovamenti, il cui restauro è stato effettuato grazie al supporto del Club per l’Unesco di Gela, saranno esposti in mostra presso lo stesso Museo di Gela Ennio Turco.

 

MOSTRE / Nel mare dell’Intimità. A Trieste l’archeologia subacquea racconta l’Adriatico [FOTO / VIDEO]

TRIESTE – Predrag Matvejević nella sua opera più famosa, Breviario Mediterraneo, scrisse che «il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità». A questa poetica intuizione si ispira il titolo della mostra  “Nel mare dell’intimità. L’Archeologia subacquea racconta l’Adriatico“, dedicata alla memoria dello scrittore slavo. La mostra, allestita al Salone degli Incanti di Triesteha aperto al pubblico domenica 17 dicembre; accompagnata da eventi collaterali, visite guidate e laboratori didattici sarà visitabile fino al 1° maggio 2018. 

GALLERY

 

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Oltre sessanta le Istituzioni culturali coinvolte e 50 gli studiosi che hanno collaborato alla realizzazione della mostra. Provengono da musei dislocati in cinque Paesi europei, e cioè Italia, Croazia, Slovenia, Montenegro e Grecia, gli oltre mille reperti che saranno esposti, per la prima volta tutti assieme, in uno spazio di più di duemila metri quadrati. Un percorso, articolato per macrotemi, che vuole essere un’ ideale e diacronica veleggiata attraverso i secoli e i paesaggi costieri in continua evoluzione, dall’età pre-romana all’epoca moderna. Per raccontare le tante storie è stata scelta come voce narrante l’archeologia subacquea e sono state privilegiate le storie che il mare stesso custodiva nei suoi fondali o lambiva lungo le rive: i paesaggi costieri antichi, gli insediamenti, le strutture dei porti e degli approdi, i relitti delle imbarcazioni, le discariche portuali, i reperti senza contesto. Ci si è spinti fino alle lagune e si è risalito qualche fiume, per accedere allo spazio “dilatato” dell’Adriatico, alla ricerca di navi e di porti fantasma inghiottiti dalle terre emerse.  Una mostra esito di progetti di ricerca, di missioni congiunte, di joint ventures dai risultati eccellenti. Una mostra che è essa stessa un progetto di ricerca. Una mostra che vuole essere punto di partenza per altre iniziative e altri progetti, e accendere i riflettori su una necessaria riflessione sul futuro del patrimonio sommerso e sull’archeologia subacquea oggi in Italia, sulla quale, dopo le pionieristiche esperienze del secolo scorso, sembra essere calato il sipario.
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L’esposizione è curata da Rita Auriemma, Direttore del Servizio di catalogazione, formazione e ricerca dell’ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione FVG che promuove e organizza l’iniziativa insieme al Comune di Trieste, in collaborazione con Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, con il patrocinio del Ministero Beni e Attività Culturali e turismo (MiBACT), del Ministero della Cultura Croato, del Ministero del Turismo Croato, del Ministero della Cultura Sloveno, di Promoturismo Fvg e con il contributo della Fondazione CRTrieste.

ARCHEOLOGIA / Egadi, recuperato il 12mo rostro di bronzo della battaglia

Recuperato il dodicesimo rostro in bronzo della battaglia delle Egadi combattuta nel 241 a.C. tra Romani e Cartaginesi. La scoperta è stata comunicata dalla Soprintendenza del Mare – Regione Siciliana: l’importante reperto sarà presentato in una conferenza stampa

Il dodicesimo rostro in bronzo è stato trovato laddove, da anni, si ritiene fosse avvenuta la battaglia delle Egadi tra Romani e Cartaginese, a 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo (Trapani). Questa importante scoperta conferma la veridicità dell’ipotesi e aggiunge un tassello importante al patrimonio culturale della Sicilia. Il suo recupero, si legge nel comunicato diramato, è stato possibile grazie alla fruttuosa collaborazione tra la Soprintendenza del Mare e la RPM Nautical Foundation statunitense.

Il reperto presenta la novità assoluta, tra i 12 finora identificati, di avere la parte lignea della prua della nave all’interno. La sua estrazione e conseguente studio darà preziose informazioni sulla tecnologia navale adoperata per costruire le navi da guerra in quel periodo. Si notano le parti finali della chiglia, del dritto di prua, delle due cinte laterali e della trave di speronamento.

Fonte: comunicato ufficiale
Foto: © Soprintendenza del Mare

Ritrovato il 12° Rostro della Battaglia delle Egadi, emerso anche un elmo di tipo Montefortino / FOTO

TRAPANI – A 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, è stato ritrovato il 12° rostro pertinente la Battaglia delle Egadi. Ad annunciarlo  la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, che ha realizzato il recupero grazie a una collaborazione internazionale con la GUE – Global Underwater Explorer, con cui ha effettuato immersioni nell’area già oggetto di ritrovamenti negli scorsi anni da parte della RPM Nautical Foundation.

Il team della GUE, sotto il coordinamento scientifico della Soprintendenza del Mare, ha effettuato con due squadre di subacquei immersioni esplorative su batimetriche che vanno dai 75 ai 90 metri. Dopo avere documentato il rostro “Egadi 9” già individuato nel 2012  e in attesa di recupero, la ricerca è continuata in maniera sistematica sullo stesso areale dove è stato rinvenuto il nuovo rostro.

Il ritrovamento dell'elmo Montefortino_photo Jarrod Jablonski_GUE

Il ritrovamento dell’elmo Montefortino . photo Jarrod Jablonski_GUE

Il reperto in bronzo, si trova adagiato sul fondo e si presenta integro e in ottime condizioni. A pochi metri è stato individuato un elmo in bronzo del tipo Montefortino che si va ad aggiungere agli altri otto ritrovati e recuperati nelle precedenti campagne di ricerca. E’ stato quindi effettuato dai subacquei il posizionamento dei reperti e la documentazione video fotografica. Inoltre per la prima volta i fotografi della Global Underwater Explorer hanno realizzato una fotogrammetria tridimensionale del rostro nel luogo di ritrovamento. Si è ottenuto quindi un modello 3D ad alta risoluzione di grande impatto scenografico ma di notevole utilità per le prime analisi scientifiche.

Il recupero dei reperti è stato già programmato per il mese di Ottobre 2017.

La perfetta sinergia tra la Soprintendenza del Mare e la GUE – Global Underwater Explorer continua a dare risultati eccellenti. Già nel 2014 e nel 2015 da questa collaborazione sono arrivati notevoli risultati dalle esplorazioni effettuate alle Isole Eolie dove sono stati indagati relitti antichi profondi nei fondali di Panarea e di Lipari.

“E’ un risultato eccezionale – commenta il Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa –  sia sotto il profilo scientifico poiché aggiunge altri reperti a quelli già noti e recuperati che certamente potranno apportare nuovi dati tipologici, tecnici e epigrafici decifrando le iscrizioni che certamente si trovano sui nuovi rostri. E’ anche un ulteriore rafforzamento dei dispositivo di tutela localizzando i nuovi reperti e, infine, ci gratifica poiché rende più incisiva e fruttuosa quella collaborazione internazionale che da sempre costituisce uno dei punti di forza più coltivati dalla nostra Soprintendenza. C’è anche da sottolineare che ancora una volta si ribadisce la correttezza del percorso metodologico adottato che vede un eccellente esempio di giusto equilibrio fra ricerca strumentale e intervento diretto dell’uomo”.

Sede logistica del team_photo Salvo Emma_Soprintendenza del Mare

Sede logistica del team_photo Salvo Emma_Soprintendenza del Mare

Queste ultime scoperte si aggiungono alle tante effettuate nel passato in questo tratto di mare tra Levanzo e Marettimo che hanno permesso di localizzare esattamente il sito in cui si combatté una delle più grandi battaglie navali dell’antichità per numero di partecipanti, circa 200 mila, tra i Romani, guidati da Gaio Lutazio Catulo, e i Cartaginesi, capeggiati da Annone, e che, oltre a chiudere a favore dei primi la lunga e lacerante Prima Guerra Punica, sancì la supremazia di Roma su Cartagine. Sono tornati alla luce autentici frammenti di storia antica in forma di dodici rostri bronzei di antiche navi da guerra, nove elmi bronzei, centinaia di anfore e reperti di uso comune.

Fonte: Soprintendenza del Mare.

#ARCHEOEDITORI / Edipuglia, un “piccolo colosso” dell’editoria di qualità

Non è facile fare editoria in Italia, paese di pochi, anzi pochissimi lettori. Se poi le pubblicazioni sono di taglio culturale e di ambito specialistico, magari in campo storico e archeologico, la missione ha quasi dell’eroico. Ma non temete: niente lamentazioni sullo status della cultura e dei beni culturali in Italia, deficienze del resto purtroppo ben note a chi è del campo.  In questa nuova rubrica, #ArcheoEditori, ci concentreremo sul bicchiere mezzo pieno, sulle energie positive di chi lavora e fa cultura superando le difficoltà, con gran fatica e credendoci. Parleremo di case editrici che si occupano di storia e archeologia, presenteremo le loro attività e il loro catalogo, mostreremo la loro voglia di fare e di innovare. Vogliamo fornire uno strumento per far conoscere al pubblico interessato, degli addetti ai lavori e degli studiosi come dei semplici curiosi e appassionati, le energie positive dell’Italia che fa cultura.  Per segnalazioni, scriveteci a: archeoeditori(at)gmail.com

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logo1La seconda puntata del nostro viaggio nell’editoria storica e archeologica ci porta in Puglia e precisamente a Bari, dove dal 1979 è attiva la casa editrice Edipuglia. Allora fu fondata dall’ing. Renzo Ceglie, uno straordinario innovatore e sperimentatore nell’ambito dell’editoria pugliese, oggi è diretta dal figlio Carlo Ceglie. In questi anni  ha pubblicato centinaia di volumi  e cataloghi di mostre (ormai si contano 800 titoli, suddivisi in 42 principali collane, e ben 8 riviste scientifiche: l’elenco con i link è in fondo alla pagina), e grazie alla collaborazione di importanti comitati scientifici internazionali si è affermata come una delle realtà editoriali più qualificate e apprezzate del settore, in Italia e all’estero.

Da quando Ceglie “senior” iniziò con la pubblicazione di volumi di storia e tradizioni pugliesi, seguendo la sua passione, di strada ne è stata fatta tanta. Ancora oggi il catalogo vanta varie collane che indagano l’eredità culturale del territorio, ma lo spettro si allargato  fino a comprendere testi delle più diverse discipline: archeologia, storia, studi religiosi, edizioni commentate di testi antichi, atti di convegni, beni culturali… Questo grande “salto di qualità”, che coincise con il passaggio all’editoria scientifica, fu stimolato da alcuni studiosi dell’Università di Bari tra cui Antonio Quacquarelli, Giorgio Otranto e Carlo Carletti. Alla fine degli Settanta-inizi anni Ottanta uscirono così i primi volumi dedicati al santuario micaelico di Monte Sant’Angelo, poi fu inagurata la collaborazione con la rivista “Vetera Christianorum” (dal 1992 pubblicata da Edipuglia), infine uscì l’edizione del primo manuale di archeologia cristiana di Pasquale Testini, ancora oggi ristampato.
Un momento importante fu la pubblicazione, nel 1998, del catalogo – a cura del Soprintendente di allora Giuseppe Andreassi e di Francesca Radina della mostra dedicata alle scoperte archeologiche della città di Bari, che raccolse un gruppo di studiosi dell’Università di Bari e della Soprintendenza Archeologica. Da quel momento, infatti, Edipuglia cominciò a pubblicare in maniera sistematica testi di archeologia, e per garantire la qualità necessaria alle pubblicazioni Ceglie affidò al noto archeologo Giuliano Volpe – con cui fu avviato un rapporto di stretta collaborazione che tuttora persiste – la direzione e il lancio di nuove collane proprio sui temi dell’archeologia, storia, filologia e storia della letteratura.

STANDARD INTERNAZIONALI – Le varie collane di studi nate negli anni si distinguono  dunque per la collaborazione con docenti di Università italiane e straniere, Istituti di ricerca e diverse Soprintendenze ai beni archeologici, architettonici e storico-artistici italiani. Ciascuna accoglie pubblicazioni non solo in italiano, ma anche nelle principali lingue straniere (inglese, francese, spagnolo, tedesco) ed è dotata di qualificati Comitati scientifici internazionali e di referee anonimi, secondo i più rigorosi sistemi di peer-review, in modo da garantire una qualificazione scientifica certificata ad ogni volume. Una nota tecnica: accanto al codice ISBN e ISSN, dal 2012 tutte le pubblicazioni sono dotate anche del codice internazionale DOI, che rispondono alle norme fissate dall’ANVUR nonché anche ai principali parametri internazionali, e varie riviste e collane hanno ottenuto la classificazione in fascia A.

TRA ANTICO E MODERNO – Ma non basta. Pur mantenendo l’attenzione sul passato, la casa editrice non trascura certo le opportunità offerte dai mezzi di comunicazione di oggi e anzi ha dedicato molte energie alla sfida del web, delle edizioni digitali e dell’open access. Il nuovo  sito internet , oltre a dare puntuale informazione sulle novità editoriali, sul catalogo, sulle presentazioni dei libri e sugli incontri con gli autori, offre una panoramica delle recensioni e un’ottima newsletter, nonché la possibilità di acquistare direttamente i volumi on-line.  Parecchi titoli, anche singoli articoli, sono disponibili in formato pdf; un nucleo di testi infine (si tratta per ora di alcuni titoli che appartengono alle collane AUCTORES NOSTRI e SIRIS, e della rivista ESP Across Cultures, ma ne saranno aggiunti prossimamente altri) è già scaricabile gratuitamente in open access (rispettivamente qui e qui). La ragione di questa scelta è, lo spiega l’editore stesso, “non solo valorizzare la tradizione di una casa editrice italiana legata al mondo della ricerca, ma anche affrontare la sfida della globalizzazione e della concorrenza delle grandi case editrici internazionali”, naturalmente conservando la peculiarità di un’organizzazione “artigianale” che resta vicina agli autori e alle istituzioni di ricerca cercando nel contempo di garantire sempre un prodotto di qualità. La comunicazione di Edipuglia di articola inoltre attraverso i principali social network, Facebook e Twitter, che consentono di raggiungere e informare un pubblico sempre più vasto e attento.

UN PREMIO PER GIOVANI STUDIOSI – Il fondatore, Renzo Ceglie, è scomparso nell’aprile del 2016. Per ricordare la sua figura, la casa editrice ha istituito un premio da conferire a un giovane studioso consistente nella pubblicazione di un’opera inedita nel campo delle scienze umanistiche (in particolare negli ambiti dell’archeologia, epigrafia, filologia classica e medievale, cristianistica, paleografia, storia, storia dell’arte). “La valutazione delle opere pervenute per partecipare alla prima edizione – ci aggiornano da Bari – è in corso ed entro fine anno verrà proclamato il nome dell’autore/autrice dell’opera vincitrice”.

ALCUNE SEGNALAZIONI – Come di consueto, segnaliamo ora alcune tra le ultime uscite (di altre pubblicazioni parleremo prossimamente in maniera più estesa). Per la collana ADRIAS, citiamo il monumentale L’archeologia della produzione a Roma (secoli V-XV), l’edizione degli Atti del Convegno Internazionale di Studi L’archeologia della produzione a Roma (secoli V-XV), svoltosi dal 27 al 29 marzo 2014 a Palazzo Massimo alle Terme e all’École française de Rome, che ha fissato l’attenzione, per la prima volta in modo esaustivo e sistematico, sull’Urbe come centro di una ricca rete produttiva entro l’ampia diacronia dai secoli finali della Tarda Antichità a tutto il Medioevo.

Molto interessante (e utile a stimolare serie riflessioni sullo stato dei beni culturali nel nostro Paese) è il fresco di stampa  L’eradicazione degli artropodi. La politica dei beni culturali in Sicilia di Mariarita Sgarlata,  archeologa e ispettrice per le Catacombe della Sicilia Orientale della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. L’autrice parte ricordando il giorno in cui, nel 2013, ricevette una lettera di richiesta di intervento a seguito di una infestazione di zecche nel sito di Tindari, e prosegue raccontando la sua battaglia contro i “veri” parassiti, i politici, che infestano aree archeologiche, centri storici e le coste vandalizzando la cultura e contribuendo in maniera decisiva al degrado e alla marginalità della Sicilia.

Di recente pubblicazione (2015) è infine il testo di Rachele Dubbini, Il paesaggio della Via Appia ai confini dell’Urbs. La valle dell’Almone in età antica [Bibliotheca Archaeologica 38, Edipuglia 2015] in cui l’autrice indaga i confini di questo comprensorio che demarcava i confini di Roma in epoca antica (era posto al primo miglio dell’Appia, in una fascia che definiva i limiti tra Urbs e suburbium). Riesaminando le fonti storiche e i ritrovamenti archeologici sulle strade (viae publicae), i santuari e le aree sacre, le strutture militari, gli archi onorari, gli horti, le aree sepolcrali e le strutture ricreative come i balnea,  Dubbini ricostruisce meticolosamente grazie anche all’ausilio di tavole lo sviluppo urbano di Roma dall’età del mito, al periodo regio, alla Repubblica, fino al principato e alla costruzione delle mura Aureliane.

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LE COLLANE EDIPUGLIA
(cliccare sul nome per accedere all’elenco completo delle pubblicazioni di ciascuna)

ADRIAS: collana di archeologia fondata da Ettore Maria De Juliis e attualmente diretta da Giuliano Volpe.

AIRS, Associazione Internazionale per le Ricerche sui Santuari: la collana, curata dall’Associazione Internazionale per le Ricerche sui Santuari (AIRS), presieduta da Giorgio Otranto e con sede a Monte Sant’Angelo, raccoglie atti di convegni e studi di studiosi e specialisti di discipline storiche e religiose, membri dell’Associazione.

BACT, Beni Archeologici – Conoscenza e Tecnologie: quaderni del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Università del Salento. Collana diretta da Francesco D’Andria.

BIBLIOTHECA ARCHAEOLOGICA: collana di archeologia diretta da Giuliano Volpe.

DOCUMENTI E STUDI: collana fondata da Mario Pani e pubblicata dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

INSULAE DIOMEDEAE: collana di ricerche storiche e archeologiche del Dipartimento di Studi Umanistici, Lettere, Beni culturali, Scienze della Formazione – Area di Storia e Archeologia dell’Università degli Studi di Foggia, diretta da Giulio Volpe.

MUNERA: collana di Studi Storici sulla Tarda Antichità diretta da Domenico Vera.

PRAGMATEIAI: collana di studi e testi per la storia economica, sociale e amministrativa del mondo antico, diretta da Elio Lo Cascio.

SCAVI E RICERCHE: collana del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” diretta da Giorgio Otranto e Carlo Carletti.

PRINCIPALI RIVISTE

L’ARCHEOLOGO SUBACQUEO: l’unico giornale italiano (fondato nel 1995) dedicato all’archeologia subacquea e navale.

SIRIS: rivista della “Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici” di Matera, attualmente diretta da Francesca Sogliani.

VETERA CHRISTIANORUM: rivista del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”; si propone come sede specialistica di ricerche, approfondimenti, confronti su temi e problemi relativi alla letteratura e alla storia del cristianesimo dalle origini all’Alto Medioevo.

ARCHEOLOGIA – MOSTRE / “Meraviglie del mare”, la Sicilia riscopre i suoi tesori sommersi

unnamedPALERMO –  Aprirà al pubblico il 6 novembre a Palermo, nelle Sale Duca di Montalto di Palazzo Reale, la  mostra “Mirabilia Maris, tesori dai mari di Sicilia”. Curata da Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Siciliana,   è dedicata alle testimonianze storico-archeologiche subacquee provenienti dai fondali siciliani dalla preistoria fino alle epoche più recenti con il proposito di promuovere e valorizzare il patrimonio storico archeologico subacqueo recuperato in Sicilia. Un enorme patrimonio, fino ad oggi, solo parzialmente fruibile nei diversi musei di pertinenza del territorio siciliano.

La mostra, già ospitata ad Amsterdam e Oxford, ripercorrerà 2.500 anni di storia della Sicilia fino al XVI secolo, sottolineando l’intenso lavoro degli archeologi subacquei e i nuovi mezzi di indagine e di recupero in alto fondale grazie all’avvento delle nuove tecnologie.

Divisa in sette sezioni, mette insieme reperti (la maggior parte dei quali mai finora esposto in Sicilia) e pannelli relativi alla storia dell’isola attraverso i suoi reperti subacquei che illustrano le ultime scoperte della Soprintendenza del Marre, e anche quelle più antiche dei primordi dell’archeologia subacquea siciliana (Frost, Kaptain, etc.) con filmati storici, video-installazioni, ricostruzioni virtuali dei siti e relitti, l’edizione completa di un catalogo illustrato della mostra e dei reperti in lingua italiana ed inglese.

La mostra, aperta fino al 6 marzo 2017,  nasce dalla collaborazione tra i direttori dei musei che l’hanno, precedentemente ospitata e con i quali si è dato vita al Consorzio COBBRA, acronimo che indica i 5 musei a partire dall’Allard Pierson di Amsterdam e Ashmolean di Oxford, e di quelli che l’ospiteranno in futuro, la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen e il Landesmuseum di Bonn.

Informazioni

 

Un enorme carico di anfore: ecco le prime immagini del relitto romano di Acitrezza

#ARCHEOLOGIA SUBACQUEA Ecco le prime immagini del #relitto #romano  di #Acitrezza @sopmare

acitrezza_luglio_2016_02ACITREZZA (CT) – Prime spettacolari immagini e primi risultati (tra cui un rilievo in 3D propedeutico allo studio scientifico) per la ricerca in corso sul relitto di Acitrezza, la nave romana del II secolo a.C. che giace  tra i 65 e gli 80 metri di profondità sul fondale di Aci Castello, in Sicilia. Il rilievo è stato realizzato con la collaborazione tecnica del diving “Oceano Mare” di Massimo Ardizzoni che ha realizzato le riprese fotografiche, e con il supporto logistico del diving DNA Shock di Catania. Sotto la direzione del Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa, l’archeologo responsabile di zona Philippe Tisseyre ha coordinato le operazioni di rilievo e documentazione, mentre l’elaborazione dei dati in 3D è stata realizzata da Salvo Emma.

GRANDE CARICO DI ANFORE – Secondo quanto comunicato dalla Soprintendenza del Mare, il carico della nave è complesso, con anfore di almeno cinque tipi ed è molto interessante per quanto riguarda le nuove problematiche della navigazione segmentaria nell’antichità e della redistribuzione dei carichi anforistici. Almeno due tipi di anfore rinvenute su questo relitto non sono state finora documentate in un carico (anfore globulari e di piccolo modulo).  E’ prevista a breve una ricerca sugli impasti per determinare – se possibile  – il tipo di argilla e la localizzazione delle fornaci di produzione.
Il relitto è stato segnalato per la prima volta nel 2011 da G. Camaggi e G. Tomasello; successivamente il gruppo di esploratori subacquei  del team “Rebreather Sicilia”, in collaborazione con la Soprintendenza del Mare, ha effettuato la prima documentazione video fotografica dando vita al progetto “Ombre dal fondo”. Dopo i primi rilievi tecnici effettuati nel 2015, la Soprintendenza del Mare sta effettuando adesso lo studio di dettaglio del relitto e del suo carico. All’inizio del mese di luglio 2016, in collaborazione con Oceano Mare di Massimo Ardizzoni, DNA Shock di Catania e con la locale Capitaneria di Porto, è stato effettuato il recupero di due anfore al di fuori del carico principale: un’anfora Dressel 1C e un’anfora di piccolo modulo appartenente alla morfologia delle anfore greco-italiche.

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Rielaborazione 3d del relitto (c) Soprintendenza del Mare

Il carico più consistente è composto da anfore greco italiche “di transizione” provenienti dalla Campania o dall’Etruria e di alcune anfore Dressel 1C, mentre il rilievo 3D ha messo in evidenza alcune anfore del tipo lamboglia 2/greco-italica, già trovate in associazione su altri relitti nel Mediterraneo. Ciò potrebbe suggerire anche vari scali adriatici ma anche la presenza nelle vicinanze di un “hub” di ridistribuzione delle anfore. La datazione complessa, inerente le problematiche ancora aperte su queste tipo di anfore, è da situare intorno al II secolo a.C., probabilmente metà-fine del secolo.

LUNGO LE ROTTE DEL MEDITERRANEO ANTICO – Per effettuare la ricostruzione 3D sono state scattate dal fotografo subacqueo Massimo Ardizzoni oltre 1500 fotografie che consentiranno la realizzazione di un modello tridimensionale. Da una prima elaborazione si è notata la presenza di tre zone dove non sono presenti reperti, ma ciò che in un primo tempo sembra segnalare qualche furto ad opera di tombaroli, potrebbe invece risultare la presenza di elementi del carico deperibili (casse di vimini, ecc.), interpretazione rafforzata dalla pluralità del carico.
Oltre alle anfore, sono state già individuate le due ancore in piombo con ceppo e contromarra dell’imbarcazione ancora in situ, alcune tegole e un lungo tubo di sentina sopra le anfore, sottolineando il processo formativo del relitto probabilmente rovesciato di tre quarti sul fondale.  Lo studio in corso permetterà di ricostruire oltre al carico, la sua disposizione e le caratteristiche della nave (ca. 15 metri di lunghezza e 4 di larghezza), aggiungendo un tassello alla la rotta delle imbarcazioni commerciali lungo la costa catanese e alla sua interportualità, sottolineando la notevole importanza di scali come quello delle Isole dei Ciclopi, citato anche nell’Eneide, probabilmente legata anche a motivi cultuali.

A SETTEMBRE I RISULTATI DEGLI STUDI – Nelle prossime settimane, con l’appoggio della Capitaneria di Porto, un robot sottomarino a controllo remoto (ROV) perlustrerà ulteriormente l’area intorno al relitto, verificando l’eventuale presenza di altre parti del suo carico. I risultati degli studi che la  Soprintendenza del Mare sta effettuando verranno presentati e discussi durante il V Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea che si terrà a Udine nel prossimo mese di settembre. La campagna di ricognizioni sul relitto proseguirà per tutto il mese di luglio 2016. Il sito, regolato dall’ordinanza dalla Capitaneria di Porto di Catania 121/2011, è tuttora visitabile, a condizione di essere in possesso di brevetti tecnici e sotto la guida dei diving center autorizzati dalla Soprintendenza del Mare.

MOSTRE / “Storms, War & Shipwrecks”: A Oxford i tesori dei mari siciliani

#MOSTRE I #Tesori dei mari di #Sicilia esposti @AshmoleanMuseum

OXFORD  – Il 20 giugno 2016 si inaugurerà presso l’Ashmolean Museum di Oxford, in Inghilterra, la mostra Storms, War and Shipwrecks: Treasures from the Sicilian Seas (Tempeste, Guerra e Naufragi: Tesori dei mari siciliani) e resterà aperta al pubblico dal 21 giugno al 25 settembre 2016.

La mostra nasce due anni fa da un’idea di Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Siciliana, che insieme a Luciano Azzarello, Ambasciatore italiano ad Amsterdam, e Wim Hupperetz, Direttore dell’Allard Pierson Museum di Amsterdam, concepirono il progetto “Sicily and the Sea”, una mostra di archeologia subacquea basata su reperti provenienti dai fondali e relitti ritrovati in Sicilia. La Soprintendenza del Mare ha coordinato la selezione e il prestito dei materiali di tutti i musei siciliani. Dopo Oxford la prestigiosa esposizione arriverà a Palermo e successivamente verrà presentata a Copenhagen e Bonn.

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La mostra racconta la straordinaria storia dell’isola, crocevia del Mediterraneo, attraverso le scoperte dell’archeologia subacquea. Per 2500 anni in Sicilia si sono incontrate e scontrate grandi civiltà del passato. La ricchezza culturale dell’isola è stata determinata da Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi e Normanni. Inoltre la mostra esplora le radici di questo patrimonio multiculturale attraverso più di 200 reperti, tra i più eccezionali e insoliti, recuperati dai fondali marini, grazie sia a ritrovamenti fortuiti che a scavi programmati: dai rostri navali un tempo montati sulle prue delle navi, alle parti marmoree di una chiesa bizantina montabile. I materiali esposti illustrano il movimento di popoli, beni e idee che ebbero come centro la Sicilia: dai naviganti Fenici pionieri del commercio navale agli imperatori di Bisanzio, dagli intrepidi  esploratori preistorici agli illuminati sovrani Normanni. Hanno contribuito alla realizzazione del progetto espositivo l’Honor Frost Foundation e l’Istituto di Cultura Italiana di Londra.

Per informazioni: Ashmolean Museum

SCOPERTE / Trovato in Sardegna sottomarino inglese affondato nel ’43. A bordo forse i resti di 71 marinai inglesi

#SCOPERTE #Sardegna Trovato sottomarino inglese affondato nel ’43. A bordo forse i resti di 71 marinai inglesi

CAGLIARI – E’ stato trovato a quasi cento metri di profondità al largo di Olbia, davanti all’isola di Tavolara, il relitto del sottomarino inglese P311, sparito senza lasciar traccia nel lontano 1943: la scoperta è stata effettuata dal subacqueo genovese Massimo Domenico Bondone con il supporto tecnico dell’Orso diving di Corrado Azzali a Poltu Quatu. I dettagli sono stati pubblicati sul quotidiano La Nuova Sardegna.

A bordo del sottomarino c’erano, all’imbarco,  71 militari: lo stato del mezzo, danneggiato da una probabile esplosione ma senza varchi, fa supporre che i resti dei marinai si trovino ancora all’interno dello scafo.  Secondo quanto riportato da “La Nuova Sardegna”, il relitto sarebbe quasi integro: è lungo 84 metri e largo circa 8, e solo la prua è danneggiata per lo scoppio di una mina.

Il sommergibile della Royal navy (l’Hms-P311, classe T), era partito da Malta a fine dicembre 1942. Era la sua prima missione: avrebbe dovuto raggiungere il porto della Maddalena per colpire gli incrociatori italiani Trieste e Gorizia. Ma ai primi di gennaio 1943 andò a sbattere contro una barriera di mine collocate poco distante da Tavolara dalla Marina italiana a protezione del porto della Maddalena. Da quel momento non se n’è più saputo nulla. Fino a quando domenica scorsa il relitto è stato scoperto a pochi chilometri dal golfo di Olbia.