SCOPERTE / Lo scheletro del bimbo di Pompei “svelerà” gli ultimi attimi della città sepolta dall’eruzione

Immagini: © Parco Archeologico di Pompei

POMPEI (NA) – Aveva tra i 7 e gli 8 anni ed è spirato, insieme ad altre centinaia di pompeiani, durante la tremenda eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che ha distrutto oltre a Pompei anche Ercolano e Stabia, imprimendosi nella memoria collettiva come una delle più impressionanti (e ben documentate) catastrofi della storia antica. Oggi, dopo quasi duemila anni di distanza, il piccolo scheletro del bambino rinvenuto nei giorni scorsi nell’area delle Terme Centrali sarà analizzato dagli specialisti del Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei, i quali effettueranno un primo screening della stato di salute della giovane vittima, per poi indirizzare le successive indagini esterne sul DNA.

Lo scheletro è stato scoperto durante la pulizia e il restauro di un ambiente di ingresso. Al di sotto di uno strato di circa 10 centimetri è affiorato prima il piccolo cranio e in un secondo momento le ossa, disposte in maniera raccolta, che hanno permesso di formulare le prime ipotesi circa l’età del fanciullo che, in fuga dall’eruzione, aveva trovato ricovero nelle Terme Centrali.  Lo scheletro è stato subito rimosso con estrema cura e trasferito al Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico, ora incaricato di svolgere gli esami. La peculiarità del ritrovamento è che lo scheletro è immerso nel flusso piroclastico (mix di gas e materiale vulcanico). Normalmente nella stratigrafia dell’eruzione del 79 d.C. è presente nel livello più basso il lapillo e poi la cenere che sigilla tutto. In questo caso si doveva trattare di un ambiente chiuso dove il lapillo non è riuscito ad entrare né a provocare il crollo dei tetti, mentre è penetrato direttamente il flusso piroclastico dalle finestre, nella fase finale dell’eruzione.

 

b7
La prima fase di studio avrà come oggetto le analisi metriche, morfologiche e dei markers di stress scheletrici, ovvero di misurazioni delle ossa e valutazioni di impronte muscolari sulle scheletro, queste ultime utili a valutare se ci sono tracce di eventuali attività fisiche (trasporto pesi, deambulazione ecc.).

b3

Incrociando la misura della lunghezza delle ossa con le analisi dello sviluppo dentario sarà possibile determinare con maggiore precisione l’età del bambino, al momento stabilita tra i 7 e gli 8 anni. Ulteriori informazioni potranno riguardare eventuali patologie rilevabili, considerato che non tutte le malattie sono identificabili sulle ossa. Non sarà invece possibile in questa fase stabilire il sesso dell’individuo, in quanto i caratteri di dimorfismo tipicamente maschili o femminili non son ancora definiti in età infantile. Tali determinazioni saranno possibili solo in un eventuale seconda fase di analisi sul DNA, qualora si presenti in un buono stato di conservazione.

Lo scheletro è stato rinvenuto pressoché completo ad eccezione di una porzione del torace destro, della mandibola e di parte degli arti superiori e di arti inferiori e non appaiono lesioni dovute alle intercettazioni ottocentesche.
b1

“Le indagini sui resti della piccola vittima delle Terme Centrali – dichiara il responsabile del Laboratorio di Ricerche Applicate, Alberta Martellone – saranno fondamentali per ricostruire la composizione e lo stato di salute degli abitanti di Pompei nel 79 d.C. I risultati che ne deriveranno potranno fornire un ulteriore contributo alla conoscenza della storia della città prima che l’evento eruttivo del 79 d.C. la cristallizzasse”. Normalmente i dati antropologici che ci pervengono dalla storia sono relativi a individui, deceduti per morte naturale e ritrovati nelle sepolture delle necropoli. Nel caso unico di Pompei ci troviamo di fronte, invece, a resti umani di individui nel pieno della loro vitalità, morti  a causa di calamità naturali, quali l’eruzione. Le analisi su tali resti consentono di aprire uno spaccato sulla popolazione vivente dell’epoca, che in nessun altra situazione sarebbe stato possibile.”
Nella fase di rinvenimento, oltre all’antropologa hanno contribuito allo studio della giacitura del reperto anche esperti vulcanologi e geologi, allo scopo di determinare le fasi stratigrafiche e le dinamiche di seppellimento. Le analisi del DNA saranno condotte a breve grazie alla collaborazione del dipartimento-di-medicina-molecolare-e-biotecnologie-mediche della Federico II.

GALLERY

 

Annunci

ARCHEOLOGIA / Greve in Chianti, ecco il castello dell’XI secolo

Dopo diciotto anni di indagini e tredici campagne di scavi, scoperti i basamenti del Castellaccio di Lucolena alle pendici del Monte San Michele: una cinta muraria con case torri e casseri e all’interno un borgo con il forno per la produzione del pane. 

Foto: Ufficio Stampa Associato del Chianti Fiorentino

GREVE IN CHIANTI (FI) – Ruderi e basamenti di edifici e torri di un castello medievale, dove tra il 1000 e il 1200 vissero almeno venticinque famiglie, sono affiorati dopo lunghi scavi dal bosco, dalla macchia chiantigiana che dalla collina si spinge verticalmente raggiungendo i 500 metri di altezza sopra il livello del mare. Siamo a Lucolena, frazione di Greve in Chianti (Fi) alle pendici del Monte San Michele, il tetto del Chianti, dove le querce e i pioppi avvolgono e lasciano aperto un varco che magicamente si apre intorno al Castellaccio.

18 ANNI DI INDAGINI – Sono stati necessari diciotto anni di indagini archeologiche e tredici campagne di scavo, condotte dal Comune di Greve in Chianti, coordinate dall’associazione Gruppo San Michele – Gev Chianti, presieduta da Andrea Garuglieri, sotto la supervisione della Sovrintendenza, in collaborazione con gli archeologi e i volontari del Gruppo San Michele, per giungere ad un’importante scoperta, la presenza di un sito archeologico che fa parlare le pietre e racconta la struttura completa di un castello medievale, composto di varie parti e sezioni. Ieri, 23 aprile 2018, il primo sopralluogo avvenuto con il sindaco Paolo Sottani, gli assessori Stefano Romiti e Lorenzo Lotti insieme all’équipe del Gruppo San Michele.

ch2

Foto: Ufficio Stampa Associato del Chianti Fiorentino

“Sono ben visibili le strutture riferibili a case torri – spiega Andrea Garuglieri, presidente Gruppo San Michele – disposte alle due estremità nord e sud, all’interno vede la luce per la prima volta un borgo racchiuso da una cortina muraria,  lo scavo ha riguardato le parti padronali, gli edifici più importanti sono il cassero nord e il cassero sud, di particolare interesse sono una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana e un forno comunitario per la produzione del pane, tipica struttura chiantigiana in cui un addetto alla cottura periodicamente cuoceva il pane, preparato dalle massaie che lo riprendevano, avendolo contrassegnato con determinati simboli realizzati a mano”.

Per il sindaco di Greve in Chianti Paolo Sottani il progetto è giunto ad un momento centrale. “L’obiettivo  – aggiunge il sindaco Sottani – si  pone l’obiettivo di valorizzare il patrimonio storico-archeologico di Lucolena e le sue potenzialità turistiche  con la realizzazione di un’area fruibile e aperta alle visite da parte di cittadini e turisti, per favorire la conoscenza di questo importante tesoro del passato che testimonia le radici millenarie del nostro territorio apriremo già da questa estate una sezione archeologica, composta di due stanze, negli spazi del Museo di San Francesco, dove saranno esposti i reperti provenienti dal sito del Castellaccio, quali monete e ceramiche”. Nelle prospettive dell’indagine archeologica, di cui si è conclusa una fase nevralgica, c’è anche la volontà di incrementare l’area di scavo e attivare una collaborazione con il Gruppo Avvistamento Incendi Boschivi per la conservazione e la manutenzione del sito.  

ch3

Foto: Ufficio Stampa Associato del Chianti Fiorentino

TRE FASI COSTRUTTIVE  – Le indagini archeologiche si sono prevalentemente concentrate in corrispondenza del cassero a nord e sulla torre e parte del borgo a sud. Da una prima lettura stratigrafica degli elementi che compongono il sito archeologico sembrerebbe che il “Castellaccio” di Lucolena abbia vissuto almeno tre fasi costruttive.

La prima costruzione è probabilmente la torre del cassero nord che risale all’XI-XII secolo, in cui tutti gli ambienti sono stati costruiti con pietra arenaria tagliata in medie dimensioni e disposta in filari regolari e paralleli, con raffinata finitura della superficie delle pietre, abbellite da un nastrino che circonda tutto il perimetro delle bozze.

La seconda fase costruttiva del settore a nord vede ambienti di grandi dimensioni, i cui paramenti murari appaiono leggermente più irregolari rispetto a quelli del cassero e per questo databili ad un periodo più tardo rispetto alla torre, insieme alla prima cinta muraria. Di particolare significato è il ritrovamento in quest’area dei resti di un forno per la cottura di cibi, probabilmente ad “uso comune”, e della porta di accesso dal lato a nord.

Infine è probabile che all’ultima fase edilizia corrispondono la seconda cinta muraria a chiudere il borgo e l’impianto di un’altra torre, a sud della quale si erge una cisterna di forma rettangolare addossata alle mura e piuttosto ben conservata. Nelle adiacenze della torre nord è avvenuto l’interessante rinvenimento di una serie di ceramiche databile al periodo etrusco-romano (III sec. a. C.), mentre presso la torre sud altri elementi hanno evidenziato la frequentazione del sito fino al tardo-repubblicano/primo impero (I sec. a.C. e I sec. d.C.); le monete medievali datano la frequentazione del sito tra X-XI e inizio del XIV secolo. 
I ruderi messi in evidenza con gli scavi dal 2000 al 2010 presentano alzati che variano da pochi decimetri a circa due metri, inseriti all’interno di un contesto forestale.

Fonte: Comunicazione ufficiale

ARCHEOLOGIA / A Volterra in mostra i nobili Etruschi de l’Ortino

velVOLTERRA (PI) – Domenica 22 aprile alle ore 17 si inaugura, al terzo piano del Palazzo dei Priori, la mostra “I  Signori de l’Ortino. Aristocrazie gentilizie all’alba della città di Velathri”: non solo una esposizione di materiali archeologici, ma il simbolo di un lavoro costante di riscoperta del nostro passato.

L’esposizione, che sarà aperta fino al 30 settembre,  raccoglie  i risultati delle campagne di scavo svolte dalla Soprintendenza con il finanziamento del Comune di Volterra in contrada L’Ortino, nell’ambito del progetto per la costruzione del nuovo asilo nido comunale “La Mongolfiera”. Il restauro dei materiali, per la prima volta in mostra, è stato eseguito grazie al contributo dei fondi MIBACT – Art Bonus e della Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra.
Gli scavi, condotti tra il 2015 ed il 2017, hanno riportato alla luce un settore dell’abitato dell’antica Volterra ricco di testimonianze comprese fra l’età del Ferro e la piena romanità: resti di capanne protostoriche, un edificio di prestigio della ricca aristocrazia etrusca ed una cisterna di età ellenistico-romana, ma, soprattutto, i resti di un sepolcreto in uso tra la metà dell’VIII e la prima metà del VII secolo a.C. In particolare una tomba
entro dolio, trovata intatta con chiari i segni del rito di sepoltura, ha restituito un prestigioso corredo che la connota come femminile di alto rango. La scoperta, come ben evidenziato dal percorso di visita, rappresenta un importante momento di approfondimento legato allo sviluppo del centro protourbano, in relazione alla nascita della città di Velathri.
L’ingresso alla mostra per l’inaugurazione è libero.
La mostra è  promossa dal Comune di Volterra e dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Pisa e Livorno, su progetto scientifico di Giacomo Baldini, Valeria D’Aquino ed Elena Sorge, e realizzata da Cooperativa Archeologia e Cooperativa Siena Viva.

 

PISA / Gli angeli, i demoni, l’Apocalisse: restaurato il Trionfo della Morte di Buffalmacco [#foto #gallery]

PISA –  Si è concluso finalmente il restauro della scena del Trionfo della Morte di Buonamico Buffalmacco, il celeberrimo  affresco parte del grande ciclo pittorico che decorava le pareti del Camposanto Monumentale di Pisa. Una storia lunghissima, fatta di innovazioni e momenti di criticità, che ha visto la partecipazione di storici dell’arte, scienziati, tecnici e soprattutto restauratori.  Gli interventi sono stati realizzati delle maestranze dell’Opera della Primaziale Pisana e, a partire dal 2009, con il controllo della Direzione Lavori presieduta dal professor Antonio Paolucci e con la supervisione dei capi restauratori Carlo Giantomassi e Gianluigi Colalucci. Il Trionfo della Morte sarà ricollocato entro la metà di giugno 2018 nel suo luogo d’origine.

OPERA MONUMENTALE – Il ciclo di affreschi del Camposanto Monumentale è un’opera immensa, realizzata dai maggiori maestri del Tre e Quattrocento e costituita da quasi duemila metri quadrati di pittura. Tra questi, il ciclo del Trionfo della morte fu uno dei primi ad esser stati realizzati, tra il 1336 e il 1341. Dipinto da Buonamico Buffalmacco, protagonista di tante novelle di Boccaccio, si compone di tre diverse scene: le Storie dei Santi Padri, il Giudizio Universale e l‘Inferno e il Trionfo della Morte. E’ in quest’ultima scena che il pittore raggiunge la sua massima espressione, combinando diversi nuclei narrativi autonomi, funzionali alla rappresentazione del tema. Il primo vede, all’estrema sinistra, tre cadaveri improvvisamente scoperti da una brigata di giovani elegantemente vestiti, impegnati in una battuta di caccia; al centro un gruppo di storpi e mendicanti nell’atto di invocare la rapida fine che già ha raggiunto laici ed ecclesiastici al loro fianco; sulla destra, infine, si svolge l’amorevole conversazione delle cortigiane raccolte in un rigoglioso giardino. Su tutti incombe la morte, accompagnata da una schiera di demoni alati che lottano in cielo contro gli angeli per conquistarsi le anime dei defunti.

476

Anche la scena del Giudizio Universale è impostata su due livelli: Cristo e la Madonna in alto, affiancati dagli angeli e la sfera celeste, mentre nell’ordine inferiore i morti vengono divisi tra eletti, trattenuti alla destra di Cristo, e dannati trascinati nei gironi dell’Inferno. La narrazione prosegue con la scena successiva, le Storie dei Santi padri, ovvero gli anacoreti tentati nel deserto egiziaco dal demonio che si presenta in mille travestimenti.

Tutto il ciclo di Buffalmacco risente delle opere del trecentesco Domenico Cavalca, severo fustigatore di ogni vanità mondana, e mostrano sorprendenti affinità con le coeve creazioni di Dante e di Boccaccio. La vivacità narrativa e la vividezza dei colori, che caratterizzava tutte le pareti dei corridoi, catturavano l’attenzione dello spettatore, guidandolo in una continua riflessione sul tema della sofferenza. Un percorso spirituale che avviene in uno spazio chiuso, confinato dietro la severa cortina di marmo bianco che si affaccia sulla Piazza del Duomo.

LUNGHI RESTAURI – Già durante il XV secolo si ha testimonianza di interventi per riparare danni di vario genere. I restauri continuano e si infittiscono nel Settecento a testimonianza di un degrado che probabilmente ne avrebbe cancellato ogni traccia. Ad accelerare in modo sostanziale questo degrado i tragici eventi della seconda guerra mondiale – durante il raid aereo alleato del 27 luglio 1944, una bomba provocò l’incendio e la fusione del tetto di piombo, causando il danneggiamento degli affreschi (tra cui la distruzione di uno riferito tradizionalmente a Stefano Fiorentino), di molte sculture e sarcofaghi, che andarono in frantumi – , in seguito ai quali si è scelto di procedere allo stacco dell’intero ciclo dalle pareti della galleria.

T

Le drammatiche distruzioni dopo il bombardamento del 1944

t2

Di mano in mano, gli affreschi hanno affrontato negli anni numerosi interventi e solo l’ultimo restauro, condotto con estrema perizia dalle maestranze dell’Opera della Primaziale Pisana, ha permesso un pieno recupero delle opere.

GALLERY: PRIMA DEL RESTAURO

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’attuale Direzione Lavori è entrata in scena nel 2009. I nuovi responsabili da allora hanno proseguito il restauro e la ricollocazione in parete di molti affreschi già staccati, ma soprattutto hanno dato un contributo fondamentale per il restauro delle tre grandi scene del ciclo più conosciuto, quello di Buffalmacco: le Storie degli Anacoreti, il Giudizio Universale e l’Inferno e, appunto, il celeberrimo Trionfo della Morte.

GALLERY: DOPO IL RESTAURO

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il migliore stato di conservazione del ciclo di Buffalmacco imponeva, infatti, un ripensamento delle varie fasi di intervento. Si è deciso di cambiare la tecnica di distacco dall’eternit sino a quel momento adottata, che prevedeva molti passaggi e fasi operative che rischiavano di tormentare eccessivamente la pellicola pittorica. Anche il supporto è stato modificato e sono stati adottati supporti in vetroresina e alluminio (aerolam). Per la pulitura si è proseguito con il lavoro dei batteri mangiatori: un sistema innovativo messo a punto dal microbiologo Giancarlo Ranalli dell’Università del Molise. Questi batteri applicati sulla superficie del dipinto per circa tre ore, eliminano totalmente il materiale organico, senza danneggiare il colore originale. Inoltre è stato risolto un problema fondamentale legato alla ricollocazione degli affreschi in Camposanto, e cioè il problema delle condense. Un team composto dall’ingegner Roberto Innocenti, il dottor Paolo Mandrioli del C.N.R. e l’ingegner Giuseppe Bentivoglio dell’Opera della Primaziale Pisana, ha progettato e sperimentato un sistema di retro riscaldamento della superficie dell’affresco, che al verificarsi delle condizioni favorevoli alla formazione di rugiada, ne innalza la temperatura superficiale di 2/3 gradi centigradi sopra la temperatura dell’ambiente, evitando così le dannose condense. Il sistema, assolutamente originale, è gestito da un complesso di sensori che rilevano ogni 10 minuti, umidità dell’ambiente e temperatura delle superfici dagli affreschi e, in condizioni critiche, comandano in automatico l’attivazione del sistema di retro riscaldamento.

I CONFRONTI: PRIMA E DOPO

a712

a84

 a1111

PUBBLICAZIONI / La preghiera in tasca: alla scoperta dei Libri d’ore

BOLOGNA –  Il 24 aprile 2018, alle ore 17 presso il Museo Medievale di Bologna, sarà presentato il volume “Il Libro d’Ore. Un’introduzione”, a cura di Daniela Villani, Giuseppe Solmi e Alessandro Balistrieri.  Il volume, edito dalla casa editrice Nova Charta nella collana “Cimelia”, costituisce un’introduzione alla conoscenza e allo studio di una delle tipologie librarie più diffuse e amate in Europa tra Medioevo e Rinascimento.

Manoscritti vergati in latino, lingua del culto cristiano e in diverse lingue europee, “insieme alla Bibbia, i Libri d’Ore furono i libri più diffusi – se si pensa che dall’invenzione della stampa (1455), circa alla metà del XV secolo, se ne conoscono più di 700 edizioni, mentre i “testimoni” manoscritti, compresi frammenti, cuttings, fogli sciolti e naturalmente esemplari integri, sono ancora più numerosi delle versioni stampate giunte fino ai nostri giorni, ci rendiamo conto della vastità della loro diffusione”. Questo è quanto spiega Solmi,  libraio antiquario bolognese esperto in manoscritti medievali, co-autore del saggio.

image003

Libro d’Ore manoscritto su pergamena, Italia, probabilmente Ferrara, fine XV secolo

LA BELLEZZA DEI LIBRI D’ORE – I Libri d’Ore, libri di preghiera contenenti i testi religiosi del Breviario e del Salterio, da recitare nelle diverse ore della giornata, presentavano un ampio ventaglio di soluzioni decorative. L’estensione e la qualità delle miniature, su pergamena o su carta, dipendevano dalle disponibilità finanziarie del committente che, se di alto lignaggio, poteva rivolgersi a un miniatore famoso. La pagina divenne così campo d’espressione artistica, testimone del gusto e del costume del tempo. Accanto agli esemplari riccamente decorati in oro e lapislazzulo, carichi di dipinti a piena pagina, di capilettera istoriati, destinati a principi, sovrani e dignitari di corte, o presentati come dono nuziale, fiorì un’intensa produzione di copie d’uso rubricate in rosso e blu, ornate da illustrazioni miniate di minor estensione o, con l’unica decorazione dei capilettera.

La tecnica di produzione degli esemplari manoscritti, contemplava i fogli di pergamena che venivano tracciati a piombo imprimendovi le righe orizzontali parallele sulle quali lo scriba redigeva il testo, lasciando liberi gli spazi destinati ai capilettera. A questo punto il libro passava a un primo miniatore che rubricava la lettera e decorava le bordure, quindi a un secondo artista che abbozzava a penna il disegno delle miniature, e/o si dedicava a miniare anche i paesaggi o gli sfondi. Da ultimo il Maestro, che spesso era anche il titolare della bottega, dipingeva le figure e i volti, vale a dire gli elementi pittorici e decorativi più delicati dell’intero libro. L’oro poteva essere applicato in foglia su uno strato preparato tramite un bolo, quindi brunito con una pietra d’agata oppure direttamente steso a pennello.

image004

Messale manoscritto su pergamena, Bologna, XIV secolo; capolettera istoriato di Nicolò di Giacomo.

SIMBOLI E IMMAGINI – Tra le immagini più ricorrenti nelle pagine miniate, la foglia d’acanto, simbolo di resurrezione, e le farfalle che ricordano l’anima che vola verso Dio. La civetta è simbolo di saggezza. L’airone è legato a Giobbe tentato dal diavolo. E ancora: il cane fedele compagno dell’uomo, la lumaca, simbolo di continenza e sobrietà. Ricorrenti anche animali ed esseri fantastici, ibridi tra uomo e animale, mostri, in genere simboli dell’ignoto, del peccato o del “mondo alla rovescia”. Le bordure floreali vanno ricondotte all’iconografia dell’Hortus Conclusus, un giardino immaginario, interpretato dalla teologia medievale nel significato di spazio preservato dal male.

Il saggio ripercorre alcune delle tappe più salienti della storia europea del Libro d’Ore e dedica diverse pagine all’Italia, in particolare alla Lombardia, dove già nella seconda metà del Trecento spicca la notevole presenza di questi libri di preghiera: il più antico esemplare lombardo noto è quello di Bianca di Savoia (1336-1387), madre di Gian Galeazzo Visconti (1351-1402), databile tra il 1350 e il 1378, mentre a Bologna nello stesso periodo accanto agli scriptoria monastici, apparvero i primi atelier laici impegnati anche in quest’arte, oltre che nell’illustrazione di testi giuridici.

image002

Libro d’Ore all’uso di Roma stampato su pergamena e miniato, Parigi, Germain Hardouin, circa 1520.

Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, accanto al Libro d’Ore manoscritto, che continuò a essere prodotto per i clienti più esigenti, vennero immessi sul mercato quelli prodotti in tipografia; i primi furono stampati a Venezia tra il 1473 e il 1474. Una produzione che va divisa in diverse tipologie: stampa su pergamena con capilettera, bordure e illustrazioni miniate (pressoché indistinguibili dagli analoghi esemplari manoscritti); stampa su pergamena con i soli capilettera miniati; stampa su carta con illustrazioni impresse in bianco e nero.

Attraverso un avvincente racconto storico e l’analisi iconografica dell’apparato decorativo dei Libri d’Ore, lo studio di Solmi, Villani e Balistrieri restituisce al lettore gli aspetti sociali, di costume e di vita quotidiana di epoche nelle quali il magistero dell’arte, la riflessione sulla realtà e il sentimento della fede si fusero in un’unica percezione del mondo.

Charta_

Pubblicato nella collana “Cimelia”, Il Libro d’Ore (Nova Charta, 2018, pp.150, € 19,00 isbn 9788895047348) è disponibile anche on line sul sito www.novacharta.it

MOSTRE / A Torino 7000 anni di capolavori dall’Oriente [#GALLERY]

1.low

Figurina femminile su placchetta Iran centro-meridionale (Khuzistan/Elam), metà del II millennio a.C. Ceramica camoscio, ingobbiatura rosata h. 13,5 cm; l. 5,5 cm inv. 6515

TORINO – Apre domani al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino la grande mostra “Orienti.  7000 anni di arte asiatica dal Museo delle Civiltà di Roma”. In esposizione fino al 26 agosto ci saranno circa 180 opere della ricchissima collezione romana, opere tra le più significative dell’ex Museo Nazionale d’Arte Orientale che, dopo questa mostra temporanea, approderanno finalmente alla nuova sede dell’EUR. La rassegna torinese, come uno scrigno che si apre ai visitatori, metterà in luce l’arte di epoche e regioni poco rappresentate nel museo torinese, eccellenze della produzione artistica asiatica lungo sette millenni di storia, a partire dalla fine del VI millennio a.C.

ROMA, L’ORIENTE E IL MEDITERRANEO – Il progetto di mostra si sviluppa attraverso due filoni narrativi che nell’allestimento correranno paralleli. Il primo riguarda la storia del Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma e delle collezioni che nel corso della lunga storia del museo sono entrate a farne parte. In ogni sezione il pubblico ripercorrendo la storia delle collezioni entrerà a far parte del museo attraverso campagne di scavo italiane in Asia, accordi internazionali o donazioni di importanti collezioni private.

Il secondo filone riguarda le diverse aree culturali e tradizioni artistiche presentate in mostra, quali il Vicino e Medio Oriente antico, l’arte sudarabica, l’arte regale degli Achemenidi, dei Parti e dei Sasanidi, l’arte islamica ghaznavide e quella dell’area persiana, per finire con l’Asia meridionale e l’Asia orientale. Il visitatore potrà apprezzare esempi straordinari che illustrano la Protostoria, l’Età del Ferro, l’arte sudarabica, delle culture imperiali iraniche, l’arte buddhista del Gandhāra, la tradizione religiosa dell’Induismo e del Jainismo. Miniature indiane e bronzi tibetani, statuine cinesi e dipinti giapponesi si susseguiranno nelle sale della mostra.

INTENSI CAPOLAVORI – Tra le opere esposte una testa funebre in alabastro del I secolo a.C. – I secolo d.C. proveniente dallo Yemen. Si tratta di una categoria di manufatti che fino alla metà del secolo scorso sebbene già musealizzati erano ancora avulsi dal loro contesto e la cui giusta collocazione è stata identificata a partire della missione del 1947 di Ahmed Fakhry. Tuttavia solo gli scavi della Missione Archeologica Tedesca a Mārib, alla fine degli anni Novanta, hanno scoperto per la prima volta che queste teste erano posizionate su stele e non collocate all’interno di templi, come erroneamente ritenuto fino a quel momento.

12.low

Testa funebre Yemen, I secolo a.C.- I secolo d.C. Alabastro h. 21,5; l. 13,5 cm inv. 12996

E ancora, si potrà godere della raffinatezza di un piccolo calice con serbatoio conico scanalato con terminazione a testa taurina in argento sbalzato proveniente da Qasr-e Shirin, Iran occidentale, del periodo achemenide, IV secolo a.C. Oggetti in metallo pregiato con terminazione zoomorfa erano impiegati nelle cerimonie e nei banchetti regali e la valenza rituale di questo tipo di manufatto è confermata dai testi, come dal cerimoniale di corte assiro. Il serbatoio conico fortemente rastremato con testa d’animale definisce la rarità di attestazione e l’originalità del modello.

5.low

Calice con serbatoio conico scanalato e terminazione a testa taurina Qasr-e Shirin (Iran occidentale), periodo achemenide, IV secolo a.C. Argento, sbalzo, incisione h. 13,4 cm; d. max 7 cm inv. 5846

Sempre iraniani, ma del periodo sasanide, VI-VII secolo d.C., sono una serie di elementi di cintura: puntale, fibbia con ardiglione e placca, placche e pendenti in oro, manufatto realizzato unendo diverse tecniche come fusione, granulazione, battitura e incisione. L’arte dei Sasanidi ha svolto un ruolo fondamentale nella trasmissione al mondo tardoantico e medievale della più autentica eredità culturale e spirituale dell’Oriente antico, dell’Occidente ellenistico-romano e dell’Eurasia. Nel tardo periodo, con l’intensificarsi dei contatti commerciali e politici, si accentuò un particolare processo di globalizzazione artistica a forte connotazione iranica, che spiega l’originalità e la peculiarità formale e decorativa di alcuni modelli.

10.low

 

10-elemento.low

Elementi di cintura (n. 33): puntale, fibbia con ardiglione e placca, placche e pendenti
Iran, periodo sasanide, VI-VII sec. d.C. Oro, fusione, granulazione, battitura, incisione
g. 371 inv. 1978.2157

Dall’India, dal Rajasthan del XVIII secolo, arriva l’acquerello opaco su carta raffigurante un diagramma cosmologico di ambito jainista. La dottrina jaina non prevede un dio creatore e ordinatore, considera l’universo non una forma illusoria ma una realtà regolata da proprie leggi, che esiste da sempre e sempre esisterà. La complessa cosmologia che ne deriva, caratterizzata dall’utilizzo dell’astronomia e della matematica e basata sulla teoria del karman, porta alla realizzazione di immagini per la meditazione sul rapporto tra il microcosmo e il macrocosmo e a manoscritti geografico-cosmologici sul mondo degli uomini denominati Kṣetrasamāsa.

 

15.low

Diagramma cosmologico India, Rajasthan, XVIII secolo Acquerello opaco su carta h. 25,5 cm; l. 28,8 cm inv. 21743 – Donazione Mutti

Dalla Cina settentrionale del II millennio a.C. (cultura Qijia o dinastia Shang) arriva invece un elemento decorativo o amuleto in giada. La giada, già importante per queste culture, nelle dinastie successive fu assunta tra i più alti simboli di nobiltà e di ricchezza dell’aristocrazia e la Scuola daoista ne esaltò le proprietà taumaturgiche.

18.low

Elemento decorativo o amuleto Cina settentrionale, II millennio a.C. (cultura Qijia o dinastia Shang) Giada (nefrite) h. 6,5 cm; l. 4,85 cm inv. 5304 – Donazione Manlio Fiacchi e Antonia Gisondi 1970

 

GALLERY

Questo slideshow richiede JavaScript.


INFORMAZIONI

Orienti. 7000 anni di arte asiatica dal Museo delle Civiltà di Roma
Torino, MAO – MUSEO D’ARTE ORIENTALE
Via San Domenico 9/11
dal 19 aprile al 26 agosto 2018
Orari: mar-ven h 10 -18; sab-dom h 11 – 19; chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima
www.maotorino.it

 

MOSTRE / Tarasminas, a Magione (Pg) il Trasimeno etrusco attraverso le immagini del sacro

PERUGIA – Nella splendida cornice della Torre dei Lambardi di Magione (PG), la mostra Tarsminas, il lago etrusco. Vita quotidiana al Trasimeno attraverso le immagini del sacro, allestita fino al 15 luglio prossimo, rappresenta un viaggio nell’archeologia etrusca del Trasimeno. L’esposizione, a cura dell’archeologo Alessio Renzetti, è costruita riunendo esclusivamente materiali conservati o esposti al Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria (Perugia) e pertinenti a santuari, tombe e necropoli del territorio: fanno eccezione un reperto custodito nei depositi della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, due copie di statuaria in prestito dal Comune di Tuoro sul Trasimeno, alcuni pezzi di varia natura provenienti dal Museo della Pesca e del Lago Trasimeno (San Feliciano di Magione) e due urne cinerarie conservate all’interno della stessa Torre dei Lambardi.
Il periodo storico raccontato è l’età etrusca, ovvero l’epoca compresa tra la fine dell’VIII secolo a.C. e l’inizio del I secolo a.C. Si tratta di una fase molto importante per il Trasimeno: è nel periodo in questione, infatti, che vanno a determinarsi confini amministrativi, assetti territoriali (compresa la viabilità), topografia sacra e abitativa, in relazione naturalmente all’avanzare delle tre potenti città etrusche circostanti (Perugia, Chiusi e Cortona).
Il reperto archeologico “rivive” come diretta proiezione di contesti culturali, territoriali e paesaggistici antichi, ma non per questo “passati” e “muti”.

Fonte: Comunicato stampa


INFORMAZIONI
Tarsminas, il lago etrusco. Vita quotidiana al Trasimeno attraverso le immagini del sacro
Torre dei Lambardi – Magione (PG)
Dal 14 aprile al 15 luglio 2018
gio-dom 10.30-13.00/15.00-18.00 (luglio 16.00-19.30) | festivi compresi
www.alessiorenzetti.com

Tra Celti e Longobardi: a Parma e Modena un corso sulla miniatura insulare [#Foto #Video]

PARMA – Appuntamento fra storia e arte il 21 e 22 aprile presso l’Istituto dei Missionari Saveriani a Parma e il 28 e 29 aprile presso il Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini a Modena, dove si scopriranno i segreti della miniatura insulare.
Nel laboratorio dal titolo “Tra Celti e Longobardi – La miniatura insulare” organizzato da Università Popolare San Francesco, si toccheranno i misteri dell’arte della miniatura alto medievale delle isole britanniche, espressi negli stili dei libri di Durrow, Lindisfarne e Kells.
Un’esperienza artigianale che va dalla preparazione della pergamena alla realizzazione del disegno a grafite, dall’applicazione delle foglie d’oro alla stesura dei pigmenti naturali. 
TRAILER DEL CORSO
 
“Organizzando i nostri corsi – dice Maurizio Parascandolo, presidente di Upsf – teniamo in grande considerazione non solo gli aspetti didattici e artigianali, ma anche i luoghi in cui le attività prendono vita.  Prediligiamo monasteri e conventi in cui convivono storia, arte e spiritualità, perché sono un patrimonio culturale vivente. I corsi sono ospitati da diversi ordini religiosi, gioiosi di accogliere attività che un tempo erano parte integrante della propria quotidianità, come l’arte della miniatura libraria. A Parma saremo ospiti dell’Istituto dei Missionari Saveriani e a Modena del Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini. I partecipanti quindi, oltre ad apprendere un’arte antica, avranno la possibilità di conoscere un luogo storico della propria città e di avvicinarsi alla vita monastica di un miniatore alto medievale”.
ALCUNE IMMAGINI  DEL CORSO

Questo slideshow richiede JavaScript.

 
Università Popolare San Francesco è un istituto di arte sacra con sede a Reggio Emilia che promuove il lifelong learning come obiettivo della propria mission. 

INFORMAZIONI

Corso di miniatura medievale
– all’Istituto dei Missionari Saveriani il 21 e 22 aprile 2018 a Parma
– al Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini il 28 e 29 aprile 2018 a Modena – Università Popolare San Francesco
 
Corso di miniatura medievale: “Tra Celti e Longobardi – La miniatura insulare”
Sabato 21 e domenica 22 aprile 2018, dalle 09:00 alle 18:00.
Missionari Saveriani, viale S. Martino 8, 43123 Parma 
Contributo: 190€
 
Corso di miniatura medievale: “Tra Celti e Longobardi – La miniatura insulare”
Sabato 28 e domenica 29 aprile 2018, dalle 09:00 alle 18:00.
Monastero San Pietro dei Monaci Benedettini, via San Pietro 1, 41121 Modena
Contributo: 190€
 
Ente promotore: Università Popolare San Francesco
Infoline: 3393674135
Web: www.upsf.it/ 

 

Lo splendore dei Longobardi: a maggio il grande Convegno su re Liutprando e il suo tempo

lrdl[E.P.] Sarà interamente dedicato alla figura di re Liutprando il Terzo Convegno  internazionale del Centro studi longobardi che si terrà in due sedi, Pavia e Gazzada Schianno, dal 3 all’8 maggio prossimi. Organizzato dallo stesso Centro Studi in collaborazione con l’Università Cattolica del  Sacro Cuore, il Convegno – intitolato “Liutprando, re dei Longobardi” – fornirà  l’occasione per approfondire non solo la  vita e la figura del sovrano, ma anche la storia del regno longobardo al suo apogeo, l’VIII secolo: un periodo che vede da un lato la ripresa dell’espansionismo del regno ai danni dei possedimenti bizantini in Italia, dall’altro un abboccamento con i Franchi e un atteggiamento distensivo nei confronti del Papato, reso possibile proprio grazie all’accorta politica di Liutprando, “christianus ac catholicus princeps” come egli stesso si autodefinì nel prologo alle leggi emanate nel primo anno del suo regno.

Durante i 32 anni (712-744) in cui fu sul trono, inoltre, il regno longobardo conobbe un momento di “rinascenza” che vide la creazione di alcuni dei più suoi più alti capolavori artistici, primi fra tutti il  Tempietto dell’Oratorio di  Santa Maria in Valle e l’altare di Ratchis a Cividale del Friuli (UD), patrimonio UNESCO. Muovendo dai resti monumentali della capitale pavese che testimoniano l’attività edilizia del sovrano (a lui si devono la fondazione di vari monasteri e la costruzione della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, edificata secondo la tradizione per ospitare le reliquie di sant’Agostino sottratte ai saraceni),  il Convegno indaga inoltre l’eredità liutprandea e la memoria che nel corso dei secoli la sua immagine e la cultura longobarda hanno ispirato a uomini  di governo, letterati e artisti fino al Novecento.

L’ACME DEL REGNO –  Re cattolico, costruttore e restauratore di chiese,  Liutprando  incarna il momento di massima potenza  politica del regno longobardo che, sfruttando i gravi contrasti che indebolivano l’Italia bizantina, lacerata dalla controversia iconoclasta, riuscì a estendere i possessi longobardi in Emilia, a prendere per breve tempo Ravenna e  spingersi fino alle porte di Roma, ripristinando il controllo sui ducati ribelli di Spoleto e Benevento. Nel 742, a Terni, si riappacificò con il papato restituendo alcuni territori posti ai confini del ducato romano; essendo però riprese le ostilità contro i bizantini dell’esarcato, ricevette papa Zaccaria a Pavia per le trattative di pace, e morì poco dopo la partenza del pontefice. Amico dei Franchi, che soccorse in Provenza nella guerra contro le milizie islamiche, introdusse una legislazione ispirata ai princìpi cristiani sancendo la definitiva conversione del suo popolo.

NUMEROSI PATROCINI ISTITUZIONALI E CULTURALI – Il Convegno gode del patrocinio  di 30 Università e di molte prestigiose Istituzioni italiane e vede la partecipazione, tra gli altri,  del Mibact, di Brixia Sacra, dei Siti Unesco della Lombardia, di Italia Medievale e della nostra Perceval Archeostoria.  

Scarica il programma completo cliccando qui.

Elena Percivaldi

 

Un coltello al posto della mano: dal Veneto ecco il “Capitan Uncino” longobardo [#Foto]

VERONA – [E.P.] Aveva un’età compresa, al momento del decesso, tra i 40 e i 50 anni e un coltello a mo’ di protesi al posto dell’avambraccio destro, proprio come una specie di “Capitan Uncino”: l’uomo, sepolto nella vasta necropoli (164 tombe) di Povegliano Veronese (VI e l’VIII secolo d.C.) era già ben nota ai cultori in quanto scavata in due campagne tra il 1985-86 e il 1992-93. Ma ora un’èquipe di ricercatori delle Università La Sapienza di Roma e Cattolica di Milano, insieme ai loro colleghi della  Scuola di Paleoantropologia di Perugia e del Policlinico Umberto I, ha pubblicato sul “Journal of Anthropological Sciences” (Vol. 96 – 2018) un dettagliato studio che esamina lo scheletro dell’uomo, trovato con un coltello posizionato in orizzontale all’altezza del bacino, mentre di solito armi di questo tipo sono dislocate in verticale e sul fianco del cadavere. La tesi degli studiosi è che si trattasse di una protesi. In linea con il coltello si trovava infatti ciò che restava del braccio destro, amputato con un’incisione netta –  ben cicatrizzata e senza tracce di infezioni, segno che la medicazione dopo il trauma era stata realizzata in maniera molto accurata -,  piegato a 90° tanto che il coltello ne sembra costituire la “naturale” prosecuzione.

long1

La sepoltura: le frecce indicano la posizione del braccio e del coltello (da  JAS, 96-2018, p. 4).

 

ossa

I particolari delle ossa del braccio con i segni dell’amputazione (da  JAS, 96-2018, p. 5).

Le ossa conservavano inoltre ancora tracce organiche di pelle e cuoio che molto probabilmente facevano parte del sistema con cui la protesi era fissata all’avambraccio. Ad avvalorare ulteriormente la tesi dei ricercatori c’è anche l’esame dei denti dello scheletro,  che presentavano segni  notevolissimi di usura soprattutto nella parte destra: lesioni compatibili, secondo gli studiosi, con l’impiego della dentatura per stringere e tirare le stringhe di cuoio che tenevano legata la protesi. L’uomo, evidentemente,  se la legava egli stesso al braccio, aiutandosi con la mano sinistra.

denti

I segni di usura dei denti ( da  JAS, 96-2018, p. 9).

Le cause dell’amputazione non sono note: l’uomo potrebbe essersela procurata durante un combattimento, oppure gli potrebbe essere stata inflitta come pena a seguito di qualche delitto  – l’Editto di Rotari (643) prevedeva ad esempio l’amputazione della mano per i falsari -, o ancora, potrebbe esser il risultato di un intervento chirurgico.
Alcuni dei ritrovamenti di Povegliano Veronese (a cominciare dalla fossa contenente un cavallo decapitato e due cani integri, di recente esposta  anche alla mostra di Pavia e Napoli “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”) sono già stati pubblicati e sono ben noti agli studiosi. Ora arriva questo studio a fornire nuovi e interessanti dettagli sulla storia della comunità longobarda che abitava la zona quasi un millennio e mezzo fa.

Elena Percivaldi

Fonte: Ileana Micarelli, Robert Paine, Caterina Giostra, Mary Anne Tafuri,
Antonio Profico, Marco Boggioni, Fabio Di Vincenzo, Danilo Massani,
Andrea Papini & Giorgio Manzi, Survival to amputation in pre-antibiotic era: a case study from a Longobard necropolis (6th-8th centuries AD), in “Journal of  Anthropological Sciences”, Vol. 96 (2018), pp. 1-16.