MOSTRE / Bianco latte, un colore per l’eternità: alla Lercaro di Bologna 14 “nuovi” vasi antichi [FOTO]

unnamedBOLOGNA –  La Raccolta Lercaro di Bologna si arricchisce di quattordici vasi antichi provenienti dalla collezione d’arte del cardinale Giacomo Lercaro che, esposti oggi per la prima volta, entrano a far parte del percorso permanente.  Si tratta di splendidi reperti della Puglia preromana, in ottimo stato di conservazione e verosimilmente derivanti da contesti funerari. Tre esemplari, in particolare, sono di grande interesse poiché testimoniano la straordinaria raffinatezza figurativa e culturale di quest’area dell’Italia meridionale che, sul finire del IV secolo a.C., si concretizza in una produzione ceramica dai tratti originali.

 

Il filo conduttore che dà il titolo all’esposizione e che ne restituisce il senso complessivo è rappresentato proprio dal colore bianco-latte presente nelle decorazioni di questi tre crateri apuli – due decorati nella tecnica “a tempera” e uno a figure rosse – collocabili tra la seconda metà del IV e l’inizio del III sec. a.C. e fulcro dell’esposizione. Fragile nella conservazione ma forte nell’impatto visivo, la tonalità bianca assume qui una valenza simbolica legata ai temi escatologici e alla concezione dell’individuo in relazione al passaggio dalla vita alla morte.

Si tratta, infatti, di ceramiche destinate a un uso funerario, concepite fin dalla produzione per la tomba: la loro destinazione è dichiarata in modo esplicito non solo dai soggetti raffigurati ma anche dal fondo aperto, che ne impedisce un impiego pratico. Perduta la funzione di contenitore utile agli usi della vita terrena, il vaso entra quindi a far parte della sfera semantica dell’Aldilà, cui appartengono da un lato gli aspetti simbolici del nutrimento, dall’altro le immagini specifiche dipinte sulla sua superficie, in particolare la rappresentazione del defunto, sia esso uomo (come sul cratere a figure rosse) o donna (come sugli altri due vasi).

Inserita in un tempietto (naiskos) con l’incarnato bianco che rimanda, allo stesso tempo, all’avvenuto cambiamento di status e alla statua realmente collocata nell’edicola funeraria, la persona raffigurata non è colta nel suo vissuto, ma idealizzata, filtrata attraverso i parametri culturali e sociali dell’epoca. L’uomo è allora ritratto come atleta, con lo strigile in mano e il contenitore per l’olio appeso davanti a lui, reso in una nudità possente che è la medesima dell’eroe. La donna invece è ascritta all’archetipo della bellezza, tracciato da pochi segni essenziali: l’acconciatura, una veste raffinata, un oggetto del mondo femminile come lo specchio.

Accanto a questi tre bellissimi vasi sono esposte altre significative ceramiche, appartenenti a periodi e contesti culturali diversi: dalle suggestive olle subgeometriche daunie con decorazione monocroma di colore bruno (VI-V sec. a.C.) agli eleganti skyphoi (coppe per bere) ed epichyses (brocche) nello stile di Gnathia (fine IV-primi III sec. a.C.), da un bel cratere apulo a campana decorato a figure rosse (metà IV sec. a.C.) recante un’iconografia che rimanda a Dioniso, dio del vino, fino a produzioni più di massa rappresentate da una coppa-skyphos per bere e dal coperchio di un contenitore legato al mondo muliebre (seconda metà del IV sec. a.C.).

Questo nucleo espositivo, che si inserisce come novità nel percorso permanente della Raccolta Lercaro, si pone come un’ulteriore occasione di riflessione e di arricchimento culturale offerto dal museo: rappresenta infatti una finestra aperta sul dialogo, sempre attuale, tra la vita e la morte e una testimonianza concreta del profondo bisogno di speranza che da sempre abita il cuore dell’uomo.

Il restauro e l’esposizione sono stati possibili grazie al contributo del Gruppo Granarolo.

L’intero progetto è frutto di un importante rapporto di collaborazione tra la Fondazione Lercaro, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e molteplici professionalità.


INFORMAZIONI

Raccolta Lercaro
Via Riva di Reno 57 – Bologna
Tel. 051 6566210 – 211
E-mail: segreteria@raccoltalercaro.it

Orari di apertura: giovedì-venerdì, 10-13
sabato e domenica, 11-18.30
aperto il 28, 29, 30 dicembre 2017 e il 4, 5, 6, 7 gennaio 2018 negli orari consueti
chiuso il 24, 25, 26, 31 dicembre 2017 e il 1° gennaio 2018
ingresso libero

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MOSTRE / Nel mare dell’Intimità. A Trieste l’archeologia subacquea racconta l’Adriatico [FOTO / VIDEO]

TRIESTE – Predrag Matvejević nella sua opera più famosa, Breviario Mediterraneo, scrisse che «il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità». A questa poetica intuizione si ispira il titolo della mostra  “Nel mare dell’intimità. L’Archeologia subacquea racconta l’Adriatico“, dedicata alla memoria dello scrittore slavo. La mostra, allestita al Salone degli Incanti di Triesteha aperto al pubblico domenica 17 dicembre; accompagnata da eventi collaterali, visite guidate e laboratori didattici sarà visitabile fino al 1° maggio 2018. 

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Oltre sessanta le Istituzioni culturali coinvolte e 50 gli studiosi che hanno collaborato alla realizzazione della mostra. Provengono da musei dislocati in cinque Paesi europei, e cioè Italia, Croazia, Slovenia, Montenegro e Grecia, gli oltre mille reperti che saranno esposti, per la prima volta tutti assieme, in uno spazio di più di duemila metri quadrati. Un percorso, articolato per macrotemi, che vuole essere un’ ideale e diacronica veleggiata attraverso i secoli e i paesaggi costieri in continua evoluzione, dall’età pre-romana all’epoca moderna. Per raccontare le tante storie è stata scelta come voce narrante l’archeologia subacquea e sono state privilegiate le storie che il mare stesso custodiva nei suoi fondali o lambiva lungo le rive: i paesaggi costieri antichi, gli insediamenti, le strutture dei porti e degli approdi, i relitti delle imbarcazioni, le discariche portuali, i reperti senza contesto. Ci si è spinti fino alle lagune e si è risalito qualche fiume, per accedere allo spazio “dilatato” dell’Adriatico, alla ricerca di navi e di porti fantasma inghiottiti dalle terre emerse.  Una mostra esito di progetti di ricerca, di missioni congiunte, di joint ventures dai risultati eccellenti. Una mostra che è essa stessa un progetto di ricerca. Una mostra che vuole essere punto di partenza per altre iniziative e altri progetti, e accendere i riflettori su una necessaria riflessione sul futuro del patrimonio sommerso e sull’archeologia subacquea oggi in Italia, sulla quale, dopo le pionieristiche esperienze del secolo scorso, sembra essere calato il sipario.
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L’esposizione è curata da Rita Auriemma, Direttore del Servizio di catalogazione, formazione e ricerca dell’ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione FVG che promuove e organizza l’iniziativa insieme al Comune di Trieste, in collaborazione con Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, con il patrocinio del Ministero Beni e Attività Culturali e turismo (MiBACT), del Ministero della Cultura Croato, del Ministero del Turismo Croato, del Ministero della Cultura Sloveno, di Promoturismo Fvg e con il contributo della Fondazione CRTrieste.

ARCHEOLOGIA / I Vichinghi e l’Islam, dai tessuti l’indizio (controverso) di stretti contatti non solo commerciali

Testo: © Elena Percivaldi – ©BBC History Italia
Foto: © Annika Larsson – Uppsala Universitet

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(E.P.) Tracce di caratteri arabi ricamati su abiti vichinghi del X secolo: possibile? Sì, almeno stando ai ricercatori dell’Università svedese di Uppsala, che hanno illustrato i risultati condotti sui reperti di una necropoli del X secolo. Gli indumenti erano stati trovati già un secolo fa durante gli scavi archeologici di alcune tombe a nave e classificati come “normali” abiti funebri vichinghi: rinvenimenti di questo tipo a quelle latitudini, date le caratteristiche del suolo, sono in effetti tutt’altro che infrequenti. Riesaminando i materiali, però, Annika Larsson, archeologa specializzata proprio nello studio dei tessuti, ha notato una serie di piccoli disegni geometrici ricamati che, a suo dire, sarebbero scritti in caratteri cufici, uno stile calligrafico della lingua araba. Tra le parole decifrate ci sarebbero i nomi di Ali, il quarto califfo dell’Islam, e di Allah.

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La scoperta, ha spiegato Larsson, è estremamente interessante perché testimonierebbe l’esistenza di rapporti tra il mondo vichingo e quello islamico ben più stretti di quanto si sia ritenuto finora. Non è la prima volta che i contesti archeologici della Scandinavia restituiscono oggetti con iscrizioni arabe: in una tomba femminile scavata a Birka, ad esempio, è stato ritrovato un anello d’argento con l’invocazione “per Allah”. Con ogni probabilità in quel caso – come in altri – si trattava di oggetti preziosi frutto di saccheggi oppure di commerci, ben noti e attestati tra il Mediterraneo e la Scandinavia. Secondo l’archeologa di Uppsala, però, il caso dei tessuti sarebbe diverso: essi potrebbero infatti fornire la prova che i corredi funebri vichinghi fossero influenzati dall’Islam, e in particolare dall’idea di una vita eterna dopo la morte. La studiosa si spinge a ipotizzare che il cimitero possa addirittura contenere i resti di persone di religione musulmana.
Naturalmente tra gli studiosi non è mancato chi ha espresso un forte scetticismo a riguardo. Prima fra tutte Stephennie Mulder, docente di Arte e Architettura Islamica all’Università di Austin, in Texas, che ha smontato l’intera tesi partendo da una constatazione inattaccabile: la calligrafia cufica – e in particolare il quadrato con il nome di Allah che la Larsson sostiene di aver trovato – è diventato di uso comune solo cinque secoli dopo la data a cui risalgono i tessuti vichinghi. Inoltre, sostiene la studiosa americana, la parola che si legge sarebbe al massimo “Illah” e non Allah, e non è nemmeno completa: secondo Mulder quella di Larsson sarebbe dunque una supposizione e nulla più. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Paul Cobb, professore di storia islamica presso l’Università della Pennsylvania, per il quale sarebbero solo speculazioni elaborate per spingere l’opinione pubblica verso “un’Europa più inclusiva”. In attesa che ulteriori studi facciano luce sulla questione, le polemiche hanno avuto il merito di fornire se non altro l’ennesima prova che anche la storia più remota può, in certi casi, assumere toni decisamente … contemporanei.

(da BBC History Italia, n. 81 – dicembre 2017)

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ARCHEOLOGIA / Pompei, dalla Schola Armaturarum riemergono nuovi reperti intatti [GALLERY]

FOTO ©Parco Archeologico di Pompei

POMPEI – Nuovi reperti emergono a  Pompei nella Schola Armaturarum, dove è in corso il restauro degli affreschi originali salvatisi dal bombardamento del 1943. Dallo scorso luglio è stato avviato anche lo scavo degli ambienti retrostanti, mai prima indagati. E i ritrovamenti sono già molto interessanti.  Si tratta di un deposito di anfore, al momento formato da quattordici reperti immersi nel lapillo, riemerso da uno dei tre ambienti individuati alle spalle della parte di struttura più nota della Schola. Le anfore rinvenute intatte, dovevano contenere olio, vino e salse di pesce: un’anfora presenta iscrizioni dipinte in cui si leggono numeri, a indicare i quantitativi, e, verosimilmente, il prodotto contenuto. L’uso come deposito dell’ambiente è confermato dai graffiti visibili su una delle pareti dell’ambiente, che ribadiscono l’attività di stoccaggio.

affresco restaurato Schola Armatorarum

Al termine dello scavo, previsto per il mese di dicembre, le anfore saranno ricollocate in situ nell’ambito del più ampio progetto di valorizzazione del “museo diffuso” che il Parco archeologico sta adottando in più aree degli scavi per ri-contestualizzare i reperti nei luoghi di provenienza.

Fino ad ora l’unico ambiente, portato alla luce nel 1915 da Vittorio Spinazzola,  era stato quello ben conosciuto che affacciava su via dell’Abbondanza. Il suo carattere pubblico militare fu fin dall’inizio chiaro per via delle grandi dimensioni e della sua decorazione (i trofei all’ingresso e le figure alate e armate che decorano le pareti). Tuttavia la sua esatta destinazione, deposito di armi o scuola di formazione della gioventù pompeiana, continua a non essere certa. Lo scavo di questi altri  ambienti, che rientra nel cantiere “Scavi e ricerche”,  ha come obiettivo proprio quello di  chiarire tali aspetti.

L’esplorazione della struttura completa della Schola non è il solo intervento del genere previsto a Pompei. In corso è anche il grande cantiere di scavo nella Regio V, il cosiddetto “cuneo” (un’area di oltre 1000m2 nella zona posta tra la casa delle Nozze d’Argento e gli edifici alla sinistra del vicolo di Lucrezio Frontone), dal quale ci si aspetta di portare in luce  ulteriori strutture e reperti di ambienti privati e pubblici. In quest’area (sul pianoro delle regiones IV e V), inoltre,  sarà previsto l’allestimento di un laboratorio di studio archeologico dei reperti che verranno alla luce e un deposito per la loro conservazione temporanea.

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“Siamo contenti delle scoperte che stanno emergendo. – dichiara Massimo Osanna, Direttore del Parco archeologico – Pompei ha iniziato una nuova stagione, quella di una ricerca archeologica intensa e del prosieguo della conoscenza del sito. Dopo il suo recupero, attraverso le messe in sicurezza di tutte le sue regiones, l’apertura di nuove domus restaurate, la restituzione alla fruizione di interi quartieri finora inaccessibili, grazie al recupero della percorribilità di quasi tutte le vie urbane, ci si può dedicare  anche  ad attività di scavo, che si affiancano alla manutenzione programmata e che consentiranno  di fornire nuove ipotesi alla storia della vita quotidiana degli antichi, in alcuni casi dando risposta a quesiti  irrisolti, come potrebbe essere per la Schola armatorarum”

EVENTI / Il vestitino di lana di una bimba del Trecento “superstar” della mostra fiorentina sui tessuti medievali [FOTO / VIDEO]

FIRENZE –  Sarà un prestito eccezionale ad aprire la mostra Tessuto e ricchezza a Firenze nel Trecento. Lana, seta, pittura che si terrà presso la Galleria dell’Accademia di Firenze dal 5 dicembre al 18 marzo 2018. Si tratta di un grazioso vestitino in lana prestato dal National Museum di Copenhagen, confezionato sulla metà del XIV secolo per una bambina e recuperato dagli archeologi in Groenlandia. Esso si pone idealmente alla fonte del gusto occidentale per l’abbigliamento e lo sviluppo del concetto di “moda”, ai giorni nostri uno dei motori fondamentali dell’economia del Paese. L’esposizione, ideata e curata dalla direttrice Cecilie Hollberg, mostrerà, infatti, l’importanza dell’arte tessile a Firenze nel Trecento, sia dal punto di vista economico che nel campo della produzione artistica e nei costumi della società del tempo.

 

abito

Veste infantile Groenlandia, metà del XIV secolo Lana Copenaghen, Nationalmuseet

La piccola veste, che farà bella mostra ad inizio del percorso espositivo, proviene da scavi condotti nel 1921 a Herjolfnaes sulla costa orientale della Groenlandia, che portarono al rinvenimento di un cospicuo numero di costumi, databili per la maggior parte al Trecento. L’abitino era probabilmente confezionato per una bambina di tre anni. Il busto e le maniche sono strette, mentre la parte inferiore si allarga verso il fondo grazie all’inserzione di due gheroni triangolari davanti e due dietro, posti al centro della figura. Quelli anteriori partono da uno sprone che manca nella parte posteriore. L’ampio scollo ovale non rende necessari spacchi o allacciatura per indossare il capo. Probabilmente la veste era stata cucina con un tessuto riciclato da un altro abito, come dimostrerebbe lo sprone anteriore, non riscontrabile negli esemplari coevi effettivamente pervenuti o raffigurati nei dipinti. Il tessuto, costruito con una lana locale lavorata su di un telaio verticale a intreccio classico (saia da 2 lega 2), aveva in origine un ordito grigio e una trama bianca, privi di tintura. La forma, aderente in alto e alle maniche e più ampia in fondo, è quella semplificata degli abiti degli adulti, con un numero minimo di gheroni, date le piccola dimensioni della veste: un’esemplificazione significativa del taglio sartoriale del tempo. È interessante notare come, anche nei luoghi più remoti e distanti dai centri dove s’inventavano e si elaboravano le fogge, che facevano moda, queste fossero conosciute e in qualche modo seguite: i ritrovamenti della Groenlandia nel loro insieme ripercorrono le variazioni del taglio che caratterizzano il XIV secolo in tutta Europa.

LA MODA NEL TRECENTO – È proprio nel Trecento, che inizia a svilupparsi un nuovo fenomeno legato al lusso: la moda. La qualità della lana ed in seguito della seta dei prodotti fiorentini raggiunse, nonostante i costi molto alti delle materie prime e dei coloranti, un livello di eccellenza, tale da imporsi in Europa, a dispetto delle guerre, delle frequenti epidemie, nonché delle crisi finanziarie e dei conflitti sociali. Lussuose stoffe erano richieste ovunque, dal Medio Oriente all’Asia, dalla Spagna alla corte del sacro romano impero di Praga, dalla Sicilia fino al mar Baltico. Si trattava, insomma, di un fenomeno di straordinaria diffusione geografica e di prestigio senza eguali, nonché di un enorme fonte di ricchezza.

Fig. 8

Dalmatica Germania del Nord, prima metà del XIV secoloConfezionata con cinque diversi lampassi in seta e oro membranaceo (su pelle o vellum) in strisce piatte, dinastia Yuan o Persia mongolicaStralsund, Stralsund Museum

La lavorazione dei tessuti diviene ben presto la base dell’enorme ricchezza della città, che consentiva investimenti d’importanza cruciale non solo nello stesso settore, ma anche nei beni di lusso e nel campo dell’architettura e della produzione artistica. Le grandi corporazioni del settore, della Lana e della Seta, l’Arte di Calimala e di Por Santa Maria, oltre ad essere strutture portanti dell’economia divengono autentici detentori del potere politico e, allo stesso tempo, straordinari committenti d’arte.

Fig. 17

Pourpoint di Charles de Blois Francia, 1364 circa seta e oro, lino e cotone Lyon, Musée des Tissus

Gli artigiani e i pittori, in particolare, trovarono ampia ispirazione dalle stoffe e dalla moda del tempo, tanto da “trasferire” le lussuose trame dei tessuti nelle tavole e negli affreschi custoditi in città così come è possibile riscontrare nelle opere tessute e dipinte visibili nell’esposizione.

Il percorso espositivo della mostra è cronologico e approfondisce lo sviluppo e la provenienza dei manufatti. La prima sezione illustra le cosiddette Geometrie mediterranee che rimandano al mondo musulmano, segue il Lusso dall’Asia mongola con i piccoli motivi vegetali e animali. Seguono le Creature alate degli ornamenti tessili di influenza cinese. Mentre le Invenzioni pittorichedella sezione seguente, evocano con fantasia i disegni delle sete pregiate lavorate da tessitori altamente qualificati. La sezione dedicata al Lusso proibito prende spunto dal registro che dal 1343 al 1345 annovera le vesti proibite elencate nella cosiddetta Prammatica delle vesti. Chiudono l’esposizione i Velluti di seta che anticipano gli sviluppi della moda nel secolo successivo.

Tra le opere più rappresentative presenti, oltre al vestitino recuperato in Groenlandia, c’è Il Battesimo di Cristo di Giovanni Baronzio, proveniente dalla National Gallery di Washington; un Frammento di tessuto con fenici e foglie di vite, proveniente dal Museo del Tessuto di Prato; il Pourpoint di Charles de Blois: un corpetto di seta e oro, proveniente dal Musée des Tissus di Lione, che la tradizione vuole fosse stato indossato proprio da Charles de Châtillon, conte di Blois quando, fu ucciso durante la guerra dei Cento anni. Tra i dipinti più importanti in mostra l’Incoronazione della Verginee quattro angeli di Gherardo di Jacopo, detto Starnina, proveniente dalla Galleria Nazionale di Parma. E ancora il grande Crocifisso del tardo Duecento appartenente alla Galleria dell’Accademia – restaurato per l’occasione – che testimonia, con il raffinato motivo decorativo del tabellone centrale, la ricchezza delle stoffe islamiche più antiche, riscontrabili in alcuni tessuti presenti in Spagna alla metà del Trecento. Chiude il percorso espositivo il sontuoso piviale del Museo Nazionale del Bargello, che documenta la sfarzosità raggiunta da Firenze nel corso del Quattrocento, nel campo della seta e dei velluti.

Fig. 14

Mattonella Persia centrale (Sultanabad ?) fine del XIII – inizio del XIV secolo Ceramica invetriata Firenze, Museo Nazionale del Bargello

L’esposizione sui tessuti “riprodotti” nella pittura del Trecento è sicuramente una sfida molto complessa data la difficoltà nel reperire le stoffe originali dell’epoca, ma è, allo stesso tempo, uno dei periodi più affascinanti da illustrare. Nel corso del XIV secolo, soprattutto dopo la Peste Nera del 1348, nasce quella che oggi è la moda, ricca di sfarzo, lusso e voglia di vita che si diffonde con enorme rapidità in tutta Europa.

La mostra a cura, come il catalogo edito da Giunti, di Cecilie Hollberg, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Galleria dell’Accademia di Firenze.

VIDEO (COURTESY CIVITA)

 

MOSTRE / A Modena lo splendore della città dai romani al Medioevo

MODENA –  Era una delle più importanti colonie romane dell’Italia settentrionale, ricca di eccellenze economiche, strategicamente rilevante, a suo modo unica. Firmissima et splendidissima, la definiva Cicerone, appellativi che trovano conferma ad ogni scavo archeologico che ne intercetta i resti, sotto le strade del centro storico, custoditi dai depositi alluvionali d’epoca tardoantica.  Fondata nel 183 a.C., Mutina (Modena) compie nel 2017 2200 anni. Per celebrarli, rendendo al tempo stesso percepibile questa realtà sepolta, i Musei Civici di Modena e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna promuovono, dal 25 novembre all’8 aprile 2018,  la grande mostra Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità che, attingendo alle nuove scoperte, narra le origini, lo sviluppo e il lascito della città antica a quella moderna. Un racconto reso in un linguaggio accessibile a tutti, fondato su dati storici e archeologici analizzati in modo interdisciplinare grazie al lavoro di studiosi di diversi ambiti scientifici.

TANTI REPERTI E TANTE NOVITA’ –  I reperti e le opere d’arte in mostra, accostati a preziose testimonianze provenienti da numerosi musei italiani, sono affiancati da ricostruzioni virtuali dei principali monumenti di Mutina (le mura, il foro, l’anfiteatro, le terme, una domus) realizzate da Altair4 Multimedia e da coinvolgenti videoracconti che fanno da contrappunto alla descrizione della città, dal periodo che precede la sua fondazione fino alla decadenza nella tarda età imperiale.

Molte le novità esposte al pubblico per la prima volta al pubblico, tra cui le decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati e stucchi a rilievo –paragonabili per qualità a quelli di Pompei- esposte a fianco di elementi di arredo di elevato pregio artistico.

Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni d’eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne, laterizi, vino e quelle lane così pregiate e ricercate nell’impero da essere ancora citate nel III secolo d.C. nell’Editto dei prezzi

Un’intera sezione è riservata ai profili dei Mutinenses, dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero, svelati coniugando dati epigrafici e storici che ricostruiscono il multiforme e variegato profilo sociale della città.

Dati geologici, archeobotanici e archeozoologici permettono di ricostruire l’assetto ambientale di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, soprattutto in coincidenza con la fine dell’impero romano e le invasioni barbariche, sono ora interpretati anche alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno profondamente colpito il territorio modenese e la pianura padana.

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MEDIOEVO DA RIVALUTARE  –  La sezione dedicata al periodo tardo-antico e all’alto medioevo affronta in modo problematico il tema della continuità della città antica e fa da cerniera tra le due parti di una mostra che affronta con coraggio e spirito innovativo la sfida della continuità tra dimensione archeologica e dimensione storico-artistica.

 La seconda parte dell’esposizione sviluppa il tema dell’eredità, evidenziando alcuni momenti particolarmente significativi attraverso opere d’arte e documenti provenienti da diversi musei e biblioteche italiane, numerosi video e due ricostruzioni virtuali dedicate alle antichità esposte intorno al Duomo nel Rinascimento e alla perduta Galleria delle antichità di Francesco II in Palazzo Ducale.

La costruzione del duomo romanico ad opera dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo -edificio che esprime un rapporto strettissimo con l’antichità- costituisce la giuntura tra la città antica e quella moderna. Il periodo rinascimentale è quello in cui diventa più consapevole il richiamo al glorioso passato romano della città, le cui vestigia sono pubblicamente esibite nei luoghi più significativi. Tra Sei e Settecento il tema si declina variamente tra passioni collezionistiche, richiamo a un’antichità esemplare, e nascita della grande tradizione erudita legata al nome di Muratori, che culmina nel primo Ottocento con la creazione del Museo Lapidario Estense. La precoce nascita di una cultura scientifico sperimentale a metà Ottocento e la fondazione del Museo Civico in epoca post-unitaria determinano approcci diversi al recupero della città sepolta fino al progressivo affermarsi nel corso del 900 di una coerente politica di tutela e valorizzazione.

 INIZIATIVE COLLATERALI – Alla mostra allestita negli spazi del Foro Boario sono collegate le iniziative curate dalle Gallerie Estensi. Alla Biblioteca Estense, Sala Campori, apre il 26 novembre (ore 10) la mostra Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali che esplora il contributo che generazioni di umanisti, antiquari e bibliotecari hanno portato allo studio della cultura classica. Il percorso espositivo si snoda nel tempo seguendo le acquisizioni dei bibliotecari di casa d’Este che per secoli hanno accresciuto il patrimonio librario della Biblioteca Ducale dimostrando un interesse mai estinto per la cultura del mondo antico.

Contestualmente sarà disponibile la nuova APP di guida al Museo Lapidario Estense che attraverso un percorso narrato conduce i visitatori a scoprire la storia di questa importante collezione, presentando i personaggi di maggior spicco e i monumenti più importanti per la storia di antica di Modena.

 L’esposizione si inserisce nel più ampio progetto 2200 anni lungo la via Emilia, promosso dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenze Archeologia, belle arti e paesaggio delle sedi di Bologna e Parma, dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna.


INFORMAZIONI

MUTINA SPLENDIDISSIMA. La città romana e la sua eredità
Foro Boario
via Bono da Nonantola 2   – 41121 Modena

Orari: da martedì a giovedì: 9-14venerdì 9-22; sabato, domenica e festivi 10-19; lunedì chiuso, aperto il 25 dicembre, 1 gennaio e 2 aprile 16-20

Biglietti: intero € 10,00 –  ridotto € 7,00 e 5,00. Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese

Per info su costi, convenzioni, visite guidate e proposte didattiche: www.mutinasplendidissima.it – mostra@mutinasplendidissima.it – Tel. 370 3234539

I Longobardi a convegno: studiosi da tutta Italia dibattono nel Seprio

VARESE – Sesta edizione per il Convegno nazionale “Le Presenze longobarde nelle Regioni d’Italia”, appuntamento indetto ogni due anni dalla Federazione Italiana Associazioni Archeologiche (FederArcheo) per promuovere la conoscenza di tutte le realtà, soprattutto minori, che conservano tracce archeologiche, storiche, monumentali, artistiche e architettoniche dell’epoca longobarda. Il VI Convegno si terrà l’11 e 12 novembre 2017 nella splendida sede di Villa Cagnola, a Gazzada Schianno (Varese) e sarà l’occasione per presentare nuove interpretazioni, interrogativi e scoperte, in ambito locale e non, creando un’occasione di dibattito e confronto multidisciplinare fra studiosi e cultori di diversa specializzazione ed estrazione. Un’attenzione particolare sarà riservata all’archeologia sperimentale, all’editoria e all’ambito del reenactment con una sezione poster mirata e una piccola mostra-mercato di libri a tema.

Oltre al confronto e al dibattito tra studiosi di tutta Italia, il convegno prevede uscite con visita guidata al Parco Archeologico di Castelseprio col Monastero di Torba, patrimonio Unesco, ad Arsago Seprio (Basilica, Battistero e Museo Archeologico) e nella Monza medievale

Sabato sera, al termine dei lavori della prima giornata, si terrà anche un concerto dell’Orchestra Giovanile Studentesca della Provincia di Varese.

L’organizzazione è a cura di Federarcheo e Perceval Archeostoria in collaborazione con Comune di Castelseprio (Va) e Associazione Culturale Italia Medievale.

Hanno concesso il loro patrocinio istituzionale: MIBACT Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Regione Lombardia, Provincia di Varese, Comune di Castelseprio (Va), Comune di Gazzada Schianno (Va), Come di Arsago Seprio (Va), Comune di Monza, Città di Cividale del Friuli (Ud).

Hanno concesso invece il patrocinio culturale: Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi della Campania, Centro Studi Longobardi, mensile Medioevo, Centro Studi Nuovo Medioevo. Il mensile Medioevo è anche mediapartner dell’iniziativa.

Locandina VI Convegno Nazionale DEF

Per informazioni:
www.convegnolongobardi2017.wordpress.com

E- mail: convegno.longobardi@gmail.com

Facebook: www.facebook.com/ConvegnoLongobardi2017

“Il Cammino di San Colombano”: mostre, convegni e un itinerario sulle orme del grande abate irlandese

bannerSAN COLOMBANO AL LAMBRO (MI) – Una mostra, un convegno, incontri con la cittadinanza e le scuole e un progetto di studio per l’apertura della via di cammino e di pellegrinaggio che ripercorra le orme di san Colombano, il grande monaco irlandese co-patrono, con san Benedetto, d’Europa. Instancabile predicatore, Colombano si spostò, seguendo la sua missione spirituale, dall’Irlanda fino in Italia passando per la Francia e la Svizzera e arrivando a Bobbio, sull’Appennino piacentino: qui, nel 614, fondò l’abbazia che ancora oggi porta il suo nome e morì, il 23 novembre dell’anno successivo. In ogni luogo che attraversò, lasciò una traccia indelebile. Tra questi c’è anche la città di San Colombano al Lambro (Milano), che all’indomani delle celebrazioni europee dei 1400 anni dalla morte del santo, lo ricorda con una serie di iniziative destinate sia agli studiosi che al pubblico non specialista.

Il progetto biennale (2017-2018), intitolato Il Cammino di San Colombano. La Resurrezione di un’antica via di pellegrinaggio fra Mediolanum e il Po, è stato ideato dall’Associazione Culturale Identità Europea in partnership con l’Associazione Culturale Terra Insubre e punta l’attenzione sull’importanza della tradizione del cristianesimo celtico in Italia e, in modo particolare, sul Percorso di san Colombano in Italia. Lo scopo finale è quello di portare a termine il tracciamento e l’apertura di una “Via di San Colombano” interamente percorribile da pellegrini e turisti, sulle orme del grande monaco.

Il primo appuntamento è con la mostra “Il Monachesimo celtico tra le Alpi e il Po”, in programma presso la Chiesa di San Giovanni a S. Colombano al Lambro dal 6 al 21 novembre 2017. Curata da Franco Cardini e Antonio Musarra, l’esposizione ripercorre la genesi e la diffusione del monachesimo tra Oriente e Occidente narrandone peculiarità, luoghi e protagonisti, e ricostruendo l’itinerario seguito da Colombano dalla nativa Irlanda fino a Bobbio.

Seguirà un incontro con la cittadinanza, il 17 novembre alle 21 presso la sala consiliare di Palazzo Patigno, sul tema Sulle orme di San Colombano, vie di pellegrinaggio in Lombardia”.

Due gli appuntamenti con le scuole, il 7 e il 15 novembre; infine, il 25 novembre, ancora a Palazzo Patigno si terrà (dalle ore 9.30 alle ore 13.30) il convegno conclusivo dedicato a  che vedrà gli interventi di studiosi come Adolfo Morganti, Antonio Musarra, Elena Percivaldi, Maurizio Minchella e di altri ospiti.

Il progetto è realizzato dall’Associazione Identità Europea in partnership con Terra Insubre e con il patrocinio e il contributo della Fondazione Cariplo.

Per informazioni:
www.identitaeuropea.it
E- mail: segreteria@identitaeuropea.it
Tel. 0541 775977
Tel. 320 2517955
Facebook: CamminodiColombano

 

BOLOGNA / Claterna, nuove eclatanti scoperte dagli scavi: emerge il teatro romano

OZZANO NELL’EMILIA (BOLOGNA) – La campagna di scavo 2017 ha inaugurato un nuovo progetto triennale di ricerca focalizzato su due precisi settori dell’antica città di Claterna: la già nota ‘casa del fabbro’ e l’area centrale destinata in antico agli edifici pubblici.
Per la ‘casa del fabbro’ è proseguita sia l’attività di scavo iniziata nel 2005 (scoprendo nuovi ambienti della domus) che quella di archeologia sperimentale (ricostruendo in scala reale e in situ nuovi muri e stanze).
Per quanto riguarda l’area centrale degli edifici pubblici –un’assoluta novità degli scavi 2017- è finalmente iniziata l’attività di ricerca in uno dei settori più importanti e al tempo stesso meno conosciuti della città romana, intercettando subito parti del teatro e alcune fondazioni perimetrali di un altro grande edificio pubblico.
Gli scavi 2017 sono stati presentati nel corso di una visita guidata che si è tenuta stamani, martedì 31 ottobre, con interventi di Renata Curina, archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, Luca Lelli, Sindaco del Comune di Ozzano dell’Emilia, Annarita Muzzarelli, Assessore del Comune di Castel San Pietro Terme, Saura Sermenghi, Presidente dell’Associazione Culturale “Centro studi Claterna – Giorgio Bardella, Aureliano Dondi”, Maurizio Liuti, Direttore Comunicazione CRIF (Azienda sostenitrice), Daniele Vacchi, Direttore Corporate Communications Gruppo IMA (Azienda sponsor) e Alessandro Golova Nevsky, Rotary Club Bologna (Coordinamento progetto di alternanza scuola-lavoro). La visita guidata è stata condotta da Renata Curina e da Claudio Negrelli e Maurizio Molinari, referenti scientifici dell’Associazione Culturale “Centro studi Claterna – Giorgio Bardella, Aureliano Dondi”.

La presentazione degli scavi di Claterna martedì 31 ottobre 2017
31 ottobre 2017, presentazione degli scavi. Da sinistra: Maurizio Liuti, Daniele Vacchi, Annarita Muzzarelli,  Saura Sermenghi, Luca Lelli, Alessandro Golova Nevsky, Renata Curina, Claudio Negrelli e Maurizio Molinari

LO SCAVO E LA RICOSTRUZIONE DELLA ‘CASA DEL FABBRO’ (SETTORE 11)
Le ricerche nel settore 11 sono iniziate nel mese di giugno. Quest’anno l’attività di scavo ha visto l’apporto degli studenti di alcuni istituti superiori di Bologna nell’ambito del progetto alternanza scuola–lavoro. È stata scoperta un’altra importante serie di ambienti della domus ‘del fabbro’ che si sviluppavano verso nord, probabilmente attorno a un cortile, mentre si è proseguito con l’attività di archeologia sperimentale, ricostruendo (in scala reale e in situ) uno dei muri perimetrali dell’edificio (quello verso ovest, cioè verso lo Stradello Maggio) con base in laterizi romani e alzato in terra cruda.
Gli studenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno eseguito i disegni delle strutture e delle stratificazioni emerse nella fase precedente, impostando le basi topografiche (picchettatura) per i successivi rilievi.

Veduta dall'altro dell'area di scavo 2017 nella "Casa del fabbro"
Veduta dall’altro dell’area di scavo 2017 nella “Casa del fabbro” (foto Paolo Nanni)

Lo scavo della domus del settore 11 è iniziato con l’asportazione dei riempimenti delle spoliazioni, cioè le trincee lasciate da coloro che nel Medioevo cavarono fino alle fondamenta gli antichi materiali costruttivi della città -ormai da tempo abbandonata- per reimpiegarli evidentemente altrove.
Nella parte est della nuova area di scavo è venuto alla luce quello che parrebbe essere una sorta di piccolo settore termale privato pertinente alla domus: è stato infatti individuato un vano con suspensurae, i tipici mattoni circolari in genere associati agli ipocausti dei calidari termali. Tra il materiale di crollo sono stati trovati interessanti frammenti di un mosaico che forse decorava il pavimento soprastante.
Più a sud, è stata scoperta un’altra pavimentazione in cocciopesto (battuto cementizio a base fittile), particolarmente ben conservata nonostante la scarsa profondità dal piano di campagna attuale, e un’altra pavimentazione ribassata, funzionale a sua volta alla presenza di un pozzo.
La possibilità di scavare in profondità ha rivelato una serie di strati che descrivono con precisione le varie fasi di vita della domus durante un lunghissimo periodo di tempo. Poiché in archeologia si procede a ritroso (dal più recente al più antico man mano che si scava) si sono subito trovate strutture murarie e pavimenti in terra battuta databili al V–VI secolo, cioè coeve alle ultime fasi di rioccupazione dell’edificio: sappiamo infatti che in questo luogo, dopo l’abbandono della domus, si stabilirono degli artigiani che lavoravano il ferro (da cui la denominazione di ‘domus del fabbro’), dei quali abbiamo ritrovato l’officina e gli ambienti in cui risiedevano con le proprie famiglie.
Proseguendo lo scavo, è stato individuato uno strato di crollo più antico (III-IV secolo) per lo più riferibile a un tetto vista l’ampia presenza di tegole e coppi.
Sotto questo crollo sono stati individuati almeno tre ambientiIl primo dotato di pozzo realizzato con mattoni ‘puteali’ disposti in circolo. Si tratta di un rinvenimento molto importante perché potrebbe raccontare molte cose sulla vita quotidiana della domus: i pozzi sono fondamentali in primis per studiare il tema dell’approvvigionamento idrico della città e poi perché dentro i pozzi venivano spesso gettati oggetti d’uso (sia in fase di utilizzo che in fase di abbandono) spesso in ottimo stato di conservazione.
Il secondo ambiente, quello più a nord, ha restituito due piani pavimentali sovrapposti: uno più antico in battuto cementizio (cocciopesto) e uno più recente, realizzato con un sottile riporto di argilla e calce.
Il terzo ambiente, centrale, ha invece restituito un focolare a terra, oltre a resti di ceramiche, carboncini e cenere: è quindi probabile che si trattasse della cucina.
Lo scavo di quest’anno ha dunque individuato una nuova ala della casa ‘del fabbro’ in grado di raccontarci molte cose sulla vita quotidiana: un piccolo ambiente riscaldato e una serie di ambienti di carattere funzionale, con pozzi e cucina.

LO SCAVO DEL SETTORE PUBBLICO DELLA CITTÀ DI CLATERNA: IL TEATRO (SETTORE 16)
Tra luglio e ottobre è stato aperto un nuovo settore di scavo (settore 16) nell’area ‘pubblica’ della città e cioè in quel comparto a nord della via Emilia occupato da una serie di grandi edifici già individuati da foto aeree e satellitari.

La foto aerea mostra le chiare tracce dei manufatti antichi
La foto aerea mostra con impressionante chiarezza le tracce del teatro romano e di altri edifici pubblici (Foto Maurizio Molinari, 2015)

È stata un’esplorazione di capitale importanza perché non si scavava in questo settore dalla fine del XIX secolo cioè da quando Edoardo Brizio aveva fatto eseguire alcuni saggi che avevano individuato, tra l’altro, lo spiazzo forense.
In anni più recenti, foto satellitari e riprese aeree oblique avevano evidenziato come, oltre alla supposta area del foro (inteso come piazza aperta), esistesse tutta una serie di edifici sepolti, organizzati con cura al centro della città, che per planimetria e ampiezza potevano ben figurare come i monumenti del comparto pubblico claternate.
Gli scavi si sono concentrati nell’area dove le foto aeree mostravano le evidenti tracce di un edificio teatrale e sono stati progettati in modo da intercettare una porzione della cavea, dell’orchestra e dell’edificio scenico, per la ragguardevole estensione di circa m 40 x 10, poi ulteriormente ampliata.

Foto dal drone delle strutture di fondazione in pietra arenaria della cavea del teatro (Paolo Nanni)
Foto dal drone delle strutture di fondazione in pietra arenaria della cavea del teatro (foto Paolo Nanni)

Dopo un primo strato di distruzione, sono venute in luce le inequivocabili tracce del teatro, in particolare delle fondazioni e di parte degli alzati della cavea. Una scoperta francamente inaspettata perché i più ritenevano che, nel migliore dei casi, si sarebbero trovate solo labili tracce, comprensibili solo agli specialisti. La realtà archeologica si è invece rivelata ben diversa restituendo enormi blocchi squadrati di pietra arenaria (probabilmente da cave locali), sapientemente connessi a formare possenti muri dall’andamento circolare.
Questi resti, che coincidono perfettamente con le tracce evidenziate dalle foto aeree, sono i muri di sostegno della summa cavea cioè delle gradinate del settore più alto su cui sedevano gli spettatori. Più verso nord sono state rilevate altre tracce che ci fanno ritenere che la parte inferiore delle gradinate (ima cavea) e l’orchestra possano trovarsi a una quota sensibilmente inferiore rispetto al piano di campagna coevo, ancora tutta da scoprire perché coperta da un potente strato di terra.

Disegno ricostruttivo di un teatro romano
Disegno ricostruttivo di un teatro romano

A nord il teatro confinava con l’asse stradale di uno dei decumani principali della città mentre verso sud alcune tracce parrebbero indicare le fondazioni della parte più esterna della cavea, costruita probabilmente su portico. Ancora più a sud, cioè verso il foro, un piano di ciottoli separava il teatro da un altro grande edificio pubblico, di cui sono state intercettate alcune fondazioni perimetrali.

Lo scavo 2017 è stato dunque particolarmente fortunato. La scoperta dell’area pubblica di Claterna e delle strutture imponenti di alcuni dei suoi più insigni edifici sono destinate a gettare nuova luce sulla storia della città e a imprimere una svolta alla ricerca archeologica e al progetto di valorizzazione del centro antico.
Certo rimane molto da fare. Il saggio nel settore 16 è servito soltanto a valutare le caratteristiche principali dell’edificio teatrale e del suo stato di conservazione. L’area esplorata corrisponde infatti solo a una piccola frazione della reale estensione del teatro e qualsiasi futuro progetto di ricerca dovrà tenere conto della sua grande ampiezza e profondità (per dare un’idea, si calcola che dovesse essere largo circa 60 metri).
Ma se tanti sono gli interrogativi, resta l’entusiasmo per quella che si preannuncia come una ricerca in grado di aggiungere qualcosa di veramente inestimabile al patrimonio culturale del territorio ozzanese. Dalla datazione dei primi materiali raccolti (monete, ceramiche) e dalle caratteristiche dei resti della decorazione architettonica (frammenti di decori vegetali in pietre calcaree e di rivestimenti in marmo) sembrerebbe plausibile una cronologia relativa alla prima età imperiale, da ricondurre quindi all’epoca di Augusto (che morì nel 14 d.C.) anche se è prematura qualsiasi considerazione al riguardo.
Fu veramente M. Vipsanio Agrippa, il famoso genero e generale di Augusto, che come patronus della città di Claterna si fece promotore della sua costruzione? E fu questo l’edificio nel quale il contemporaneo P. Camurius Nicephorus, un magistrato locale nominato in una sintetica iscrizione funeraria ritrovata non lontano da Claterna, organizzò ludi (giochi scenici?) per cinque giorni? Persone e volti che prendono lentamente forma attraverso le memorie materiali lasciate dalla città di Claterna.

Campagna di scavo 2017
Scavi condotti dall’Associazione culturale “Centro Studi Claterna – Giorgio Bardella e Aureliano Dondi”, formata da volontari e archeologi professionisti, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e in sinergia con i Comuni di Ozzano dell’Emilia e di Castel San Pietro Terme.
Grazie all’apporto organizzativo dei Rotary Club di Bologna, all’attività di ricerca hanno collaborato gli studenti delle scuole secondarie superiori che hanno aderito al progetto di ‘alternanza scuola lavoro’. L’Università Ca’ Foscari di Venezia e la Scuola di Specializzazione in Archeologia delle Università di Trieste, Udine e Venezia (SISBA) hanno partecipato alla campagna di scavo sia per la ricerca archeologica stratigrafica che per la formazione sul campo dei futuri archeologi.
La realizzazione del progetto è possibile grazie al fondamentale finanziamento di CRIF Spa, con il contributo di Gruppo IMA, che da sempre sostiene e incoraggia la valorizzazione di Claterna, e di numerosi altri sponsor privati.

Fonte:  Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

SEMINARI / Monterosso: la riscoperta dell’antico

StampaMONTEROSSO (SP) – Un seminario che punta l’attenzione sulla storia altomedievale di Monterosso al Mare, splendida località delle Cinque Terre, e in particolare sul Santuario di S. Maria di Soviore, la cui fondazione leggendaria è posta all’età longobarda (ma la documentazione parte dal XII-XIII secolo):   Monterosso: la riscoperta dell’antico. Un patrimonio da conoscere e valorizzare è in programma a Monterosso al Mare (SP) nei giorni 27 e 28 ottobre e si articolerà in varie parti.
Il 27 ottobre (ore 17, Sala Consiliare, Palazzo Comunale di Monterosso)  si presenterà il volume “Un patrimonio italiano: Beni culturali, paesaggio e cittadini” di Giuliano Volpe, ordinario di Archeologia Cristiana e Medievale – Università di Foggia. Il 28 ottobre, presso il Santuario di Soviore e con inizio alle ore 9, si terrà il convegno vero e proprio al quale interverranno, oltre a Volpe, Gian Pietro Brogiolo (già ordinario di Archeologia Medievale – Università di Padova), Alessandra Frondoni (già Soprintendenza per i Beni Culturali della Liguria), Maurizio Marinato (bioarcheologo), Marco Valenti (associato di Archeologia Cristiana e Medievale – Università di Siena) e Vincenzo Tinè (Soprintendente di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Genova, Imperia, la Spezia e Savona – MIBACT). Il seminario, organizzato da Parco Nazionale Cinque Terre, Comune di Monterosso al Mare e Pro Loco di Monterosso, è il primo esperimento di archeologia partecipata nelle Cinque Terre.  E’ prevista la pubblicazione degli Atti del convegno.

Il programma completo è scaricabile qui.

Per informazioni e iscrizioni, si può consultare il sito ufficiale:  monterossoriscopertadellantico.wordpress.com

Il servizio trasmesso su Tele Liguria Sud