ARCHEOLOGIA / Ripartono gli scavi nella villa rustica romana di Costigliole Saluzzo (CN), il primo impianto vinicolo del Piemonte meridionale

Riprendono le esplorazioni archeologiche a Costigliole Saluzzo (CN) condotte dall’Università di Torino. Sorto in età Augustea, il sito, consistente in un’ampia villa rustica, fu abitato fino al V secolo d.C. ed è uno degli insediamenti rurali romani meglio conservati del Nord Italia. Tra le strutture emerse, edifici per la lavorazione dei metalli, la produzione di ceramiche e il più antico impianto vinicolo del Piemonte meridionale.

di Redazione (foto: ©UniTo)

Veduta del sito (foto: ©UniTo)

Sono riprese il 18 agosto, per concludersi a metà settembre, le esplorazioni archeologiche a Costigliole Saluzzo (CN) da parte dell’Università di Torino (Dipartimento di Studi Storici; in regime di concessione MiBACT, ora MiC). Avviate nel 2003 e articolate in regolari campagne annuali, grazie alla direzione scientifica dei Proff. Diego Elia e Valeria Meirano, le ricerche hanno rivelato l’esistenza di un esteso insediamento ai margini della pianura saluzzese, a ridosso della Val Varaita. Sorto in età augustea e poi distrutto da un rovinoso incendio negli ultimi decenni del III secolo d.C., l’insediamento vide un’ulteriore fase di frequentazione fino al V secolo d.C. e, ad oggi, rappresenta il sito rurale di età romana meglio noto nel Piemonte meridionale.

La campagna 2021, con 25 soggetti coinvolti tra studenti, laureandi, dottorandi, specializzandi e assegnisti, prevede l’esplorazione di ulteriori settori dell’insediamento, la realizzazione di flottazioni al fine di recuperare materiale paleobotanico, nonché l’attuazione di un progetto di ricerca interdisciplinare riguardante una delle fornaci per la produzione di manufatti in terracotta portate in luce. In collaborazione con i Dipartimenti di Chimica e Fisica UniTo e con la società TecnArt, verranno prelevati campioni della struttura al fine di appurare le temperature raggiunte (analisi chimiche e difrattometriche), nonché di verificare la cronologia (datazione archeomagnetica e a termoluminescenza). Approcci e metodi propri dell’archeologia dialogano con le moderne tecniche di indagine al fine di narrare l’antico e di ricomporre un tassello fondamentale per la conoscenza della romanizzazione della regione, quale fu l’insediamento di Costigliole.

Le strutture finora messe in luce si riferiscono ad una villa rustica estesa per almeno 9000 mq, articolata in più edifici, con settori destinati a fini abitativi e produttivi (stoccaggio, immagazzinamento, trasformazione dei prodotti agricoli, attività artigianali). In particolare, sono attestate la lavorazione dei metalli, la produzione della ceramica e dei manufatti in terracotta, la molitura dei cereali e la viticoltura. Nel sito è infatti emerso un ampio impianto vinicolo, il primo rinvenuto nel Piemonte meridionale, tra i meglio conservati di tutta l’Italia settentrionale.

Gli archeologi dell’Ateneo torinese al lavoro (foto: ©UniTo)

Una parte del complesso funzionava inoltre come mansio, una sorta di rifugio dove ospitare viaggiatori e mercanti che trovavano nella villa di Costigliole un ideale punto di sosta dove riprendere le forze, rifocillarsi e abbandonare temporaneamente carri e merci. La villa si trovava infatti in posizione strategica rispetto alle antiche direttrici stradali che permettevano di spostarsi lungo la linea pedemontana, ma anche di superare i valichi alpini verso la Gallia. La parte residenziale ha invece rivelato apprestamenti funzionali, come focolari in muratura, ma anche rifiniture e suppellettili di pregio che fanno intuire l’alto tenore di vita del proprietario che gestiva l’ampia tenuta intorno al complesso.

L’indagine sistematica ha permesso di risalire all’articolazione planimetrica e volumetrica degli edifici, oltre alle tecniche costruttive con cui sono state realizzate le murature, le coperture e il complesso sistema di canalizzazioni idrauliche sotterranee. Alle indagini sul terreno si associano da anni attività di studio e restauro delle strutture e dei numerosissimi reperti portati in luce, a cui fanno seguito attività di valorizzazione e “terza missione”. L’eterogeneità delle problematiche emerse nel corso delle esplorazioni ha sollecitato il concorso di numerose discipline per l’interpretazione dei dati raccolti e l’avvio di una fitta serie di collaborazioni interdisciplinari, che vede la partecipazione di cinque Dipartimenti UniTo (Chimica, Fisica, Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi, Scienze della Terra, Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari), di vari Dipartimenti del Politecnico di Torino e di altri Atenei, nonché di ulteriori Centri di Ricerca.

Un momento degli scavi (foto: ©UniTo)

Oltre a prospezioni geognostiche per l’individuazione di resti strutturali nel sottosuolo, sono state condotte e sono in corso analisi archeometriche sui materiali da costruzione e indagini petrografiche sulle macine in pietra restituite dal sito. Un articolato progetto riguarda i resti paleobotanici, come i legni combusti recuperati nei diversi livelli di distruzione dell’incendio, i numerosissimi semi, carporesti e vinaccioli sottoposti ad analisi morfologica e all’estrazione del DNA.

Fonte: UniTo

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