calchi pompei

SCOPERTE / Pompei, il dolore delle vittime prende forma: ecco i nuovi calchi di Civita Giuliana [FOTO / VIDEO]

(Foto: © Luigi SpinaParco Archeologico di Pompei).

Uno schiavo e il suo padrone? L’agonia di chi perse la vita durante la disastrosa eruzione vesuviana del 79 d.C. prende di nuovo forma nei calchi dei corpi di due vittime trovate di recente nella grande villa suburbana di Civita Giuliana, a circa 700 metri a nord-ovest del centro di Pompei.

di Elena Percivaldi

“E’ impossibile vedere quelle tre sformate figure, e non sentirsi commosso. Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura… Finora si è scoverto templi, case ed altri oggetti che interessano la curiosità delle persone colte, degli artisti e degli archeologi; ma ora tu, o mio Fiorelli, hai scoverto il dolore umano, e chiunque è uomo lo sente”.

Luigi Settembrini, “Lettera ai pompeiani” del 1863.

video: @mibact

Ancora una volta prende forma dagli scavi condotti a Pompei, quella che lo scrittore Luigi Settembrini definì “il dolore della morte che riacquista corpo e figura”. Uomini che persero la vita nel corso dell’eruzione e la cui impronta dello spasimo è rimasta impressa per duemila anni nella cenere. Durante le attività di scavo in corso in località Civita Giuliana, a circa 700 m a nord-ovest di Pompei, nell’area della grande villa suburbana dove già nel 2017 – grazie all’operazione congiunta con i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata finalizzata ad arrestare il traffico illecito dei tombaroli – era stata portata in luce la parte servile della villa, la stalla con i resti di tre cavalli bardati, sono stati rinvenuti due scheletri di individui colti dalla furia dell’eruzione. Probabilmente uno schiavo e il suo padrone, morti mentre cercavano una salvezza impossibile, nell’ottobre del 79 d.C.

L’ambiente del criptoportico della villa con i due corpi (Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)

“Così come nella prima campagna di scavo fu possibile realizzare i calchi dei cavalli, oggi è stato possibile realizzare quelli delle due vittime rinvenute nei pressi del criptoportico, nella parte nobile della villa oggetto delle nuove indagini”, si legge in una nota diffusa dal Parco Archeologico (l’elenco completo degli studiosi coinvolti è in fondo all’articolo). I corpi sono stati individuati in un vano laterale del criptoportico, corridoio di passaggio sottostante della villa, che consentiva l’accesso al piano superiore. “Questo spazio, largo 2,20 metri ma di cui al momento non conosciamo la lunghezza, presentava un solaio in legno come indicato dalla presenza sui muri di sei fori per l’alloggio delle travi che sostenevano un ballatoio. L’ambiente è obliterato dai crolli delle parti più alte delle murature sotto cui compare uno spesso livello riferibile alle successioni di corrente piroclastica tipiche dell’eruzione del 79 d.C.”.

calchi pompei
I calchi dei due corpi (Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)

All’interno dell’ambiente è stata rilevata dapprima la presenza di vuoti nello strato di cenere indurita, al di sotto dei quali sono stati intercettati gli scheletri. Una volta analizzate le ossa, operazione condotta a cura dell’antropologa fisica del Parco, “si è proceduto alla colatura di gesso, secondo la famosa tecnica dei calchi di Giuseppe Fiorelli, che per primo nel 1867 ne fu inventore e sperimentatore”. Ed ecco la nuova, toccante scoperta: i calchi hanno restituito la forma dei corpi di due vittime, in posizione supina.

(Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)

Entrambe erano state sorprese dalla morte durante la cosiddetta seconda corrente piroclastica, che nelle prime ore del mattino del 25 ottobre investì Pompei e il territorio circostante portando alla morte dei superstiti ancora presenti in città e nelle campagne. Questa seconda corrente era stata preceduta da una fase di breve quiete, forse di una mezz’ora, durante la quale i sopravvissuti sia a Pompei che probabilmente a Civita, uscirono dalle abitazioni nel vano tentativo di salvarsi.
La corrente che lì investì fu però molto veloce e turbolenta: abbatté i primi piani delle abitazioni e sorprese le vittime mentre fuggivano su pochi centimetri di cenere, portandoli alla morte. “Nel nostro caso – spiegano gli archeologi – è probabile che la corrente piroclastica abbia invaso l’ambiente da più punti inglobando e seppellendole nella cenere”.

La prima vittima (Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)


La prima vittima, con il capo reclinato, denti e ossa del cranio visibili, dai primi studi risulta essere un giovane, fra i 18 e i 23/25 anni, alto circa 156 cm. “La presenza di una serie di schiacciamenti vertebrali – si legge nella nota diffusa dal Parco -, inusuali per la giovane età dell’individuo, fa ipotizzare anche lo svolgimento di lavori pesanti. Poteva dunque trattarsi di uno schiavo”. Indossava una tunica corta, di cui è ben visibile l’impronta del panneggio sulla parte bassa del ventre, con ricche e spesse pieghe, la cui consistenza assieme alle tracce di tessuto pesante, fanno ipotizzare che si trattasse di fibre di lana. Accanto al volto sono presenti alcuni frammenti di intonaco bianco e lungo le gambe frammenti della preparazione parietale del vano.

La seconda vittima (Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)

La seconda vittima, invece, giaceva in posizione completamente differente rispetto alla prima (ma attestata in altri calchi a Pompei): il volto è riverso nella cinerite, a un livello più basso del corpo, e il gesso ha delineato con precisione il mento, le labbra e il naso, mentre si conservano le ossa del cranio. Le braccia sono ripiegate con le mani sul petto, secondo una posizione attestata in altri calchi, mentre le gambe sono divaricate e con le ginocchia piegate. “La robustezza della vittima – continua la nota -, soprattutto a livello del torace, suggerisce che anche in questo caso sia un uomo, più anziano però rispetto all’altra vittima, con un’età compresa tra i 30 e i 40 anni e alto circa 162 cm“.
L’uomo presenta un abbigliamento più articolato rispetto all’altra vittima: indossa infatti tunica e mantello. “Sotto il collo e in prossimità dello sterno – spiegano gli archeologi – , dove la stoffa crea evidenti e pesanti pieghe, si conservano infatti impronte di tessuto ben visibili relative ad un mantello in lana che era fermato sulla spalla sinistra. In corrispondenza della parte superiore del braccio sinistro si rinviene anche l’impronta di un tessuto diverso pertinente ad una tunica, che sembrerebbe essere lunga fino alla zona pelvica”. Anche in questo caso vicino al volto della vittima sono stati trovati frammenti di intonaco bianco, probabilmente crollati dal piano superiore.

Video: @pompeii_parco_archeologico


A poca distanza, un metro circa dalla prima vittima e circa 80 cm della seconda, i lavori di scavo hanno evidenziato altri fori: in questo caso però il gesso non ha rilevato la presenza di corpi ma “solo” di oggetti, forse persi durante la fuga. L’esplorazione manuale ha mostrato che si tratta di cumuli di stoffa con grosse e pesanti pieghe: il cumulo vicino alla prima vittima potrebbe essere un mantello in lana, evidentemente portato con sé nella fuga dal giovane “schiavo”.

UNA MORTE ATROCE
Ma come trovarono la morte i due uomini? In modo non molto diverso rispetto a quanto già noto. L’eruzione cominciò con una pioggia di pomici che si riversarono su Pompei dalla colonna eruttiva a partire dalle 13 del primo giorno dell’eruzione (il 24 ottobre probabilmente, come avevamo scritto QUI) e fino alle 7 circa del giorno successivo. La sedimentazione delle “pomici bianche” durò circa 7 ore (quindi dalle 13 alle 20); la sedimentazione delle pomici grigie altre 12 ore (dalle 20 alle 7 del giorno successivo). In totale la fase da caduta di pomici continuò per circa 18/19 ore. Cessata la pioggia di pomici per il collasso della colonna eruttiva, intervenne la prima corrente piroclastica che raggiunse Pompei durante la fase finale della sedimentazione delle pomici grigie quindi intorno alle 7 del 25 ottobre. Le altre correnti, a partire dalla seconda, più violenta ed energetica (causa del maggior numero di vittime a Pompei), si susseguirono nel corso delle prime ore della mattina.
“La prima corrente piroclastica che raggiunge Pompei – spiegano gli archeologi – ha sedimentato solo pochi centimetri di cenere e, a causa della sua bassa energia, non ha generato grandi danni alle strutture. La maggior parte dei Pompeiani, sopravvissuti alla prima fase dell’eruzione, è sicuramente sopravvissuta anche a questa prima corrente”.
Ben peggiore la seconda corrente, più violenta ed energica e capace di abbattere pareti trasversali alla direzione di scorrimento. Il deposito sedimentato in questo caso è una cenere grigia, molto compatta e ben stratificata contenente lapilli pomicei dispersi.

(Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)


“I depositi che riempiono l’ambiente in cui sono stati effettuati i due calchi nel sito di Civita Giuliana – si legge nel rapporto divulgato dal Parco – sono interamente rappresentati da cenere grigia avente le stesse caratteristiche dei depositi cineritici in cui è stata ritrovata la maggior parte delle vittime dentro le mura di Pompei (depositi della seconda corrente piroclastica). È probabile che la corrente piroclastica abbia invaso l’ambiente da più punti inglobando e seppellendo nella cenere le vittime. Anche lo spessore (almeno 2 metri) è compatibile con lo spessore massimo di questa unità all’interno degli edifici di Pompei”. Agghiacciante la conclusione: “I calchi sono interamente inglobati nella cenere pertanto le vittime sono state uccise e sepolte proprio dalla seconda corrente piroclastica arrivata a Pompei”.

I depositi piroclastici (Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)

Al momento però, avvertono gli archeologi, “non è possibile dire se al di sotto di questo deposito ci siano altre unità stratigrafiche relative ad altre fasi dell’eruzione o se la cenere poggi direttamente sul fondo dell’ambiente (pavimento, scale o rampa)”. La prosecuzione dello scavo chiarirà, si spera, nel dettaglio la stratigrafia.

UNA VILLA ALLE PORTE DELLA CITTA’
Le indagini in questa area, si legge nella nota, sono state avviate a gennaio 2020, nell’area di una villa di grandi dimensioni in località Civita Giuliana a circa 700 m a nord-ovest di Pompei, dove già negli scorsi anni è stato possibile eseguire il primo calco di un cavallo, nella parte servile della dimora, dove è stata indagata la stalla (ne avevamo parlato QUI).

(Foto: © Luigi Spina – Parco Archeologico di Pompei)

Gli interventi in corso – spiegano gli archeologi – hanno riportato in luce una serie di ambienti del settore residenziale nord-ovest della villa, posto in posizione panoramica con vista sul golfo di Napoli e articolato intorno ad un peristilio (giardino colonnato) a pianta rettangolare delimitato sui lati nord ed est da un porticato e, lungo il lato occidentale, da un criptoportico coperto da una terrazza con balaustra. Alcuni erano già stati esplorati tra il 1907 e il 1908 e successivamente interrati, altri erano stati interessati da operazioni di scavo clandestino.
In questa campagna sono stati portati alla luce tre ambienti di soggiorno, due cubicula diurna (stanze da letto) dagli eleganti pavimenti in cocciopesto con motivi decorativi in tessere lapidee, ed un oecus. Quest’ultimo vano corrispondeva ad una grande sala da banchetto, con decorazioni in III Stile e un pavimento ad inserti marmorei (opus sectile) in corso di rifacimento al momento dell’eruzione. Al di sotto della terrazza correva, come di consueto nelle ville suburbane di area vesuviana, un criptoportico, che fungeva da basis villae, lungo per la parte conosciuta circa 56 metri, il quale era stato parzialmente esplorato durante gli scavi di inizio ‘900 e negli scorsi decenni intaccato da interventi di clandestini. Qui si è individuato un piano pavimentale in terra battuta e, lungo il lato occidentale, una sequenza di piccole finestre strombate all’esterno.
Proprio nel settore nord-est di questo Criptoportico è stata rinvenuta un’apertura voltata che permetteva di accedere al piano superiore tramite un vano di forma rettangolare, posto subito a nord dei due cubicula diurna, dove sono stati rinvenuti i corpi.


TECNOLOGIE ALL’AVANGUARDIA
Durante le indagini in corso nell’area – rendono noto gli specialisti del Parco – sono stati eseguiti rilievi laser scanner con scanner terrestre Leica RTC 360, utili alla documentazione della partizione architettonica e della stratigrafia archeologica che di volta in volta si ritrovava. Questo ha reso possibile la costruzione di un modello tridimensionale a nuvola di punti (Point Cloud) incrementale che contiene varie fasi dell’avanzamento lavori fino a terminare con lo stato di fatto.
“Si è unito – spiegano i tecnici – il rilievo a quello eseguito tempo addietro di esplorazione dei cunicoli, ottenendo una correlazione di dati e la relazione tra l’intera estensione del Criptoportico e la parte della villa scavata. Si è eseguita una fotogrammetria con camera singola e restituzione tridimensionale via software ottenendo orto immagini ad alta definizione e modelli digitali tridimensionali. Inoltre, al rinvenimento dei vuoti lasciati dai corpi, si è proceduto con una analisi endoscopica, estrazione di campioni ossei, e laddove possibile esecuzione di una scansione laser dell’interno del vuoto lasciato dal corpo, e in ultima fase con la colatura del gesso”.

L’intervista a Massimo Osanna, ex Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei e ora direttore dei musei dei Mibact. Video: @mibact

Le nuove scoperte forniscono un ulteriore, importantissimo tassello per la ricostruzione e la comprensione di quanto avvenne nei drammatici momenti dell’eruzione. E insieme agli studi in corso ad Ercolano (degli ultimi, relativi al cervello di una vittima e di cui abbiamo parlato QUI), potranno offrire importanti parametri per la gestione di eventuali, future emergenze nell’area vesuviana.

© RIPRODUZIONE VIETATA / ALL RIGHTS RESERVED.

Fonte: Parco Archeologico di Pompei.
Rup Luana Toniolo
Direttore dei lavori Raffaele Martinelli
Direttore Operativo archeologo Luana Toniolo
Funzionario Restauratore Elena Gravina
Funzionario antropologo Valeria Amoretti
Vulcanologo Domenico Sparice
Geologo Vincenzo Amato
Restauratrice Roberta Prisco
(realizzazione calco)
Lavori a cura della Ditta ECORES
Archeologo Paola Serenella Scala
@parcoarcheologicodipompei

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