STUDI / La ricerca conferma: i “primi” Longobardi di Povegliano Veronese provenivano dalla Pannonia

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ROMA, agosto 2020 – Un nuovo studio coordinato dal Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e si stanziarono sul territorio. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, sono stati ottenuti attraverso analisi biomolecolari su denti e ossa di individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese (VR): una necropoli ben nota e studiata, celebre per le sepolture di cavalli e cani e che di recente ha rivelato altri particolari interessanti, come  l’attestazione, in uno scheletro maschile,  di un coltello come protesi al posto di una mano amputata (ne abbiamo parlato qui).

Recipiente in ceramica stampigliato. I Longobardi utilizzavano recipienti di questo tipo, di tipologia “pannonica”, nella prima fase di occupazione dell’Italia

La grande marcia dei Longobardi in Italia comincia nel 568 d.C., quando i guerrieri dalle lunghe barbe cominciarono a premere imponentemente alle porte delle Alpi alla conquista di nuove terre. Seguendo l’antica via Postumia, si insediarono sul territorio in vari centri tra i quali Povegliano Veronese (VR), la cui area sepolcrale – come detto – è stata oggetto di numerose indagini durante gli scavi archeologici condotti fra gli anni ’80 e ’90.

INTERROGATI GLI ISOTOPI  – Oggi, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports, risultato di una missione coordinata da Mary Anne Tafuri del Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola e si stanziarono sul territorio.
Il lavoro, svolto in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si è basato su analisi biomolecolari effettuate sui fossili di alcuni individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese, con l’obiettivo di indagare la mobilità della popolazione germanica e gli aspetti socioculturali che ne sono conseguiti. Nello specifico, Mary Anne Tafuri e il suo team hanno esaminato la concentrazione di stronzio e ossigeno e dei loro isotopi stabili (atomi con numero di massa variabile) all’interno di ossa e denti di un “campione” di 39 individui inumati e 14 animali, selezionati fra i reperti emersi dalla necropoli.
L’ossigeno e lo stronzio, come tutti gli elementi naturali, hanno una distribuzione isotopica ben precisa che può però essere alterata da fattori biochimici e ambientali. L’aspetto interessante è che i valori relativi tali alterazioni risultano caratterizzanti per una determinata area geografica piuttosto che per un’altra.

Lo scheletro del cavallo accompagnato da cani trovato a Povegliano ed esposto nella recente mostra pavese dedicata ai Longobardi

I RISULTATI DELLA RICERCA  – “Rilevando questi dati biomolecolari – spiega Mary Anne Tafuri – abbiamo potuto evidenziare all’interno del campione una eterogeneità di valori ed effettuare una suddivisione statistica in tre “sotto-popolazioni”, distinte da firme geochimiche differenti: gli autoctoni, ovvero coloro che hanno trascorso a Povegliano Veronese tutta la vita; gli alloctoni, che arrivano nel Veronese nel corso della vita e gli outliers, individui con valori al di fuori della variabilità osservata nei primi due gruppi”.
I ricercatori hanno poi approfondito la provenienza e le dinamiche di mobilità di quella parte di comunità, circa il 26%, che non nacque a Povegliano ma vi migrò nel corso della vita, comparando i dati isotopici di questo gruppo con quelli di individui provenienti da altre necropoli longobarde.
I valori isotopici degli alloctoni di Povegliano sono risultati compatibili con quelli dei Longobardi sepolti nella necropoli ungherese di Szólád, una delle ultime località occupate dai Longobardi prima del loro arrivo in Italia, confermando la ricostruzione effettuata dagli studiosi (analoghi risultati sono stati rilevati per un’altra necropoli italiana, quella di Collegno, in Piemonte).

Inoltre, grazie alle datazioni fornite dalle strutture tombali in cui sono rinvenuti gli individui e dagli oggetti di corredo, è stato possibile distinguere tra sepolture ascrivibili alla più antica fase d’uso della necropoli (fine VI – inizio VII secolo d.C.) e a quelle più recenti (prima metà VII – prima metà VIII secolo d.C.), cioè fra individui appartenenti alle prime generazioni di coloni e a quelle successive.

“Abbiamo dimostrato che tutti gli individui alloctoni rinvenuti nell’area sepolcrale di Povegliano Veronese appartenevano alle prime generazioni – aggiunge Mary Anne Tafuri – in quanto accompagnati da un corredo databile alla prima fase d’uso della necropoli, mentre quelli autoctoni, dunque nati e morti a Povegliano, sono caratterizzati da corredi più tardi”.

I risultati dello studio, che combina dati archeologici e isotopici, costituiscono un tassello importante nella ricostruzione delle dinamiche di insediamento e di mobilità dei Longobardi nel loro insieme, ma anche sulle modalità con cui questo popolo di guerrieri si è integrato nel contesto di una civiltà, dando vita a una cultura nuova, capace di coniugare la tradizione germanica con quella classica e romano-cristiana.

STUDI IMPORTANTI PER LA STORIA DEI LONGOBARDI –  “Lo studio appena pubblicato – commenta Elena Percivaldi,  medievista e autrice del recentissimo  volume I Longobardi, Un popolo alle radici della nostra Storia, Diarkos (2020)  – si aggiunge ai primi risultati relativi al Dna degli individui sepolti nella necropoli di Collegno, in Piemonte (VI secolo), anch’essi confrontati con i resti di Szólád. Questa indagine sembra mostrare che i Longobardi abbiano mantenuto una preminenza sociale sulle popolazioni locali senza dar vita a quel mescolamento “precoce” tra alloctoni e autoctoni che, in base a quanto sostenuto in alcuni recenti studi, ci si potrebbe  forse aspettare”.  In entrambi i cimiteri – si legge nel volume, che cita i risultati della ricerca discussa nella miscellanea  Migrazioni, clan, culture: archeologia, genetica e isotopi stabili. III Incontro per l’Archeologia  Barbarica (Milano, 18 maggio 2018) a cura di Caterina Giostra  – “una parte degli inumati, imparentati fra loro, possedeva un genoma molto simile a quello delle popolazioni dell’Europa centro-settentrionale; l’altra parte, invece, presentava un patrimonio genetico accostabile a quello delle genti originarie della parte meridionale del Continente: nel primo caso quindi si trattava con ogni probabilità di immigrati, nel secondo di autoctoni. In entrambi i cimiteri gli individui con genoma centro-nordeuropeo erano stati sepolti in un’area diversa della necropoli rispetto agli altri e presentavano quasi tutti un corredo funerario di tipo “barbarico”, caratterizzato da armi per gli uomini e gioielli per le donne. L’analisi degli isotopi ha inoltre rivelato che in vita avevano seguito una dieta molto più ricca di proteine animali in confronto agli altri: tutti segni, insomma, che sembrano indicare che tali gruppi di individui occupassero una posizione dominante nell’insediamento, che tale condizione coincidesse con il loro essere alloctoni e che, nel caso di Collegno, la loro predominanza perdurasse ancora intorno al 630, il limite temporale più recente a cui risale il campione esaminato”.

Lo studio internazionale in corso – commenta Francesco M. Galassi, paleopatologo e professore associato presso la Flinders University (Australia) – si va a collocare nel contesto più ampio degli  studi relativi alla storia delle migrazioni dei popoli antichi,  studi che finora hanno dato risposte rilevanti, contribuendo a chiarire le spesso vaghe informazioni derivate dalle fonti storico-letterarie . In questo caso  si ha una prova concreta di come le migrazioni avvenivano e di come elementi alloctoni riuscissero effettivamente a integrarsi in contesti preesistenti. Ciò contribuisce senz’altro ad aumentare la nostra conoscenza su un popolo, quello longobardo, che ha segnato la storia d’Italia ma di cui si hanno ancora informazioni abbastanza frammentarie”.


Bibliografia:

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