APPROFONDIMENTI / Roma, cos’era la gens e quali erano i suoi poteri?

di Massimiliano Visalberghi Wieselberger (*)

La gens romana: cos’era esattamente? E in cosa consisteva il suo potere? Questi interrogativi coinvolgono e “sconvolgono” tutta la durata della storia romana, specialmente quella repubblicana. Comprendere il significato della gens significa capirne le dinamiche culturali e per ricostruirlo mi baserò principalmente sul recente lavoro di C. J. Smith, “The Roman Clan”, un interessante saggio specialistico: l‘approccio antropologico-sociologico utilizzato da questo autore, infatti risulta più adatto a capire l’entità di questa cellula sociale rispetto all’indagine di Mommsen o agli studi di Niebhur, che comunque risultano fondamentali.

Innanzitutto, il nome: “gens” è etimologicamente derivato da “genus” a sua volta comparabile linguisticamente e culturalmente al “genos” greco: le due entità denotano affinità come struttura politica e sociale. La gens era in primo luogo una cellula sociale, dunque, che ben rappresentava il “nucleo culturale” di Roma.

Una gens era definita dal suo nome. Il nome si trasmetteva per linea paterna: ovvero la famiglia discendeva da un antenato comune attraverso la linea maschile.

Le più antiche gentes appartenevano alla tribù dei “Ramnes” dei Latini; dopo il famoso episodio del “Ratto delle Sabine” e la conseguente guerra (cfr Plutarco, Vita di Romolo; Strabone, Geografia, V, 3,2), segue la coreggenza tra Romulus e Tit(i)us Tatius e dunque l’adesione a Roma della tribù sabina dei “Tities“.

Vi erano poi le famiglie originarie delle ” Genti Albane“, ovvero di quei popoli che vivevano sui Colli Albani, portati a Roma dal re Tullus Hostillus e dunque inglobati con le altre gentes della comunità, come una terza tribù: i “Luceres“.

Queste tre tribù, insieme, formavano il nucleo piu’ antico delle famiglie finché il re Tarquinius Priscus non elevò al rango di patrizi quelle famiglie che includevano i cosiddetti “plebei: da quel momento in poi, le gentes originarie vennero chiamate “gentes maiores” per distinguerle dalle “minores gentes“, i cosiddetti “Patres Minorum gentium” (Livio, Ab Urbe Condita, I, 35).

Ciascuna delle tre tribù originarie di Roma conteneva 10 curie (co-viriae), ovvero 100 gentes; le 3 tribù contenevano quindi 300 gentes (Dionigi, Antichità Romane, II.7).

Quindi, “gens” puo’ trovare una certa equivalenza nel significato di “insieme di persone”: un insieme che si caratterizza attraverso l’adesione ad un comune codice etico e culturale.

Festo, ad esempio afferma:

viene così chiamata Aelia, la gens, la quale è composta da molte famiglie.

E ancora:

Gentilis dicitur et ex eodem genere ortus, et is qui simili nomine appellatur.

“viene chiamato “Gentilis” sia uno che appartiene allo stesso ceppo (genere), sia uno che è chiamato con lo stesso nome (simile nomine)”.

Cicerone riporta ad esempio una definizione data dal pontifex Scaevola. Secondo quest’ultimo, “gentilis” era colui che:

– portava lo stesso nome,

– era nato da uomini liberi (ingenui),

– non aveva antenati che fossero stati schiavi,

– non aveva sofferto di gravi pene e condanne.

Come si può notare, in questa definizione, oltre alla norma rappresentata dal possesso di un nome comune, che stabilisce il legame tra i gentili, vi sono altri tre fondamentali prerequisiti. Il che porta ad una considerazione: gli individui che avevano un nome comune non erano ritenuti gentili, se le altre tre condizioni, contenute in questa definizione, non erano rispettate.

Oltre a queste norme, comuni a tutte le gentes, esisteva un codice interno ad ogni gens legato, innanzitutto, al comune antenato e di conseguenza, al diritto di condividere la medesima tomba di famiglia. Tale codice poteva essere caratterizzato in base all’origine, all’ambiente di provenienza, e via dicendo, ed era il cosiddetto “ius gentilicium“: un codice che regolava i diritti di ogni membro di una data gens come ad esempio, i diritti testamentari.

Quando il membro di una gens moriva senza eredi diretti, il più prossimo ad ereditare era uno dei gentili discendenti dal lato maschile: ovvero i maschi appartenenti a quella data gens/famiglia, che, in base al grado di discendenza, dovevano comprovare la veridicità della loro relazione, e dunque i loro presunti diritti di eredi. In mancanza di questi, l’eredità era suddivisa tra più gentili..

Certi riti sacri (sacra gentilitia) appartenevano ad una specifica gens, e tutti i membri erano tenuti ad osservarli e rispettarli indipendentemente dal fatto che fossero membri per nascita, o adozione. Ogni gens possedeva i propri geni: spiriti protettori; antenati, custodi del luogo, della domus, come del focolare e delle sue ricchezze: Penati e Lares. A loro si officiava mediante offerte.

Una persona veniva affrancata da tali doveri quando era ritenuta colpevole di non aver rispettato le norme della sua gens di appartenenza; oppure veniva adottata da famiglia di altra gensIn caso di adozione, manteneva il nome della sua gens originaria; ma veniva “emancipato” da diritti e doveri interni a quella stessa gens: d’ora in poi, ne avrebbe avuti di nuovi.

Questi “habitus” erano comparabili a dei “mores“, tradizioni e costumi che definivano dunque una gens da un punto di vista sociale, culturale. ma anche politico. Venivano trasmessi, generazione dopo generazione mantenendo in tal modo viva la gens stessa.

ORIGINE E DURATA DI UNA GENS: UN APPROCCIO ARCHEOLOGICO

Da un punto di vista archeologico, vi sono alcuni contesti che possono aiutare a tracciare le prime evidenze di una gens durante la prima Età del Ferro, corrispondente al Periodo Laziale. Dalle analisi e studi sui siti laziali quali l’Osteria dell’Osa, Satricum, e Auditorio, si evidenzia come sin dagli inizi della società laziale l’egualitarismo non fosse la norma, e che le cosiddette grandi famiglie indagate in questi tre siti tendevano a sopravvivere non molto a lungo: per tre generazioni, nel migliore dei casi.

Sepolture a confronto del Periodo Laziale, I Ferro: sinistra: dalla necropoli dell’Osteria dell’Osa; destra, da Satricum

Un’altra testimonianza è data dalla comparazione con i dati archeologici provenienti da siti etruschi per il VI e il V secolo a.C. Da quest’ultimi di può notare come le famiglie “gentilizie” siano presto andate incontro ad un periodo di crisi, riflessa sull’intera società etrusca di appartenenza. 

Da questi due contesti diacronici, che delineano la storia di famiglie tra VIII e V a.C, non si comprende però come le gentes romane siano riuscite a mantenersi stabili e garanti di quella società che rappresentavano, e di cui erano cellule fondamentali. Eppure una spiegazione c’è…

QUALE ERA IL POTERE DI UNA GENS?

Per rispondere alla domanda utilizzerò alcuni esempi ripresi dalle fonti classiche. 

Secondo la tradizione, nel 479 a.C la sola gens Fabia riuscì a schierare una milizia composta da 306 uomini in età da combattimento:

Allora la gente Fabia si presentò al Senato e fu il console a parlare per tutti i suoi: “La guerra contro Veio, come voi padri coscritti ben sapete, ha più bisogno di un impegno assiduo che del coinvolgimento di molti uomini. Voi dedicatevi alle altre guerre e lasciate che siano i Fabi ad essere nemici dei veienti. Noi ci impegniamo a salvaguardare l’autorità di Roma in quel settore. Noi intendiamo condurre questa guerra come un affare di famiglia, finanziato privatamente, mentre la repubblica non dovrà impegnare né denaro né uomini”. Ricevettero grandi segni di gratitudine

(T. Livio, Ab Urbe Condita, II, 48).

Un altro esempio: nel 488 a.C, i consoli Spurio Nautius e Sesto Furius

sollevarono un esercito grande come potevano, prendendo gli uomini dal registro dei cittadini … Avevano anche preparato una grande quantità di denaro, grano e armi in breve tempo. “(Dionisio 8 16).

Ancora, nel 460 a.C

Valerius armò il popolo per il recupero del Campidoglio” (Livio 3 20).

Nel 450 a.C, i consoli

Appius e Spurius fornirono ai loro colleghi armi, denaro, grano e ogni altra cosa di cui loro avessero bisogno “. (Dionigi, XI, 24)

Questo ci dimostra quanto una gens fosse influente ed allargata. Giustamente, quindi, si parla di guerre gentilizie“, ovvero mosse e orchestrate dalle gentes: veri e propri “clan” della società romana repubblicana.

Siamo dunque nel V secolo a.C., il periodo tradizionalmente interpretato come l’inizio delle diatribe tra Patrizi e Plebei, mosse dalla differenza di potere economico e politico tra le due classi o, meglio, tra i 2 “ordines“. Non a caso viene chiamatoConflitto degli Ordini“. 

Da ricordare, beninteso, che le gentes erano a tutti gli effetti dei clan, ovvero strutture sociali, sia patrizie che plebee, similmente alla realtà scozzese di XVII-XVIII secolo. Quindi, non tutte le gentes erano considerate “basi di potere locale” all’interno di certe tribù ma le stesse si suddividevano, come detto, in gentes maiores e gentes minoresQuesto fa comprendere meglio la dinamica delle lotte a partire dal famoso episodio del 494 a.C: la secessione della Plebe sull’Aventino. Uno scontro economico, politico e sociale, che dura nello specifico, all’incirca 200 anni, dalla caduta della monarchia, all’instaurazione di un potere “repubblicano“.  Ma questo poetere era veramente cosi’..”repubblicano”? 

Porto ancora un esempio. Nel 439 a.C, Spurius Maelius, un membro dell’ordine equestre, “cospira” per prendere il potere. La trama viene scoperta quando un cittadino nota che i “cospiratori” stavano segretamente facendo scorta di armi nella casa di Maelius. (Livio 4 13). Nello specifico, si può notare come la “cospirazione” di Spurius Maelius venga equiparata ad un tentaivo di reinstaurare la monarchia. La conseguenza è che gli stessi plebei si uniscono ai patrizi per far fronte ad un “comune nemico”. D’altro canto, risulta implicita l’affermazione del potere patrizio, un potere oligarchico che non vuole dare la possibilità di crescere ad altri poteri rivali.  Di fatto, dunque, il potere era economicamente e politicamente controllato dall’oligarchia patrizia, in base al sistema legislativo delle XII Leggi.

Le cariche erano in mano alle gentes patrizie, le quali si avvantaggiavano del loro ruolo politico e sociale alimentando espansione ed interessi economici “gentilizi” attraverso interventi bellici pilotati, mascherati da interessi “pubblici”.

Al primo sguardo, potrebbe sembrare valido il principio “il mio benessere equivale al benessere di Roma“. In realtà era più un “mors tua, vita mea“. Perché?  Innanzitutto, in periodo di guerra  non si votava. Quindi si ripete la strategia del “nemico comune”, avvalendosi delle guerre per bloccare leggi ritenute svantaggiose. Sono numerosi i casi in cui si può confermare questa strategia applicata durante la proposta di legge a favore dei plebei, e seguita da una “guerra necessaria”. Inoltre, sebbene fosse stato previsto un indennizzo per i combattenti, chi era in guerra non recepiva una vera paga. Di conseguenza, le classi più colpite erano quelle di censo inferiore. Esisteva inoltre il “nexum“: ovvero, secondo le XII Leggi, chi contraeva debiti, dava se stesso in garanzia al creditore, e se non poteva risolvere il debito diveniva lui stesso la “merce” per pagarlo. Questo colpiva l’economia dei piccoli imprenditori, attraverso due fenomeni: schiavi e latifondismo. E corroborava la base del debito plebeo nei confronti di quello patrizio creando i “clientes“, tradizionalmente considerati come cittadini aventi una posizione economica inferiore rispetto ai patrizi e che erano a loro parzialmente asserviti .  D’altro canto, i clientes erano anche i cittadini che provenivano da diversi contesti socio-economici e che, attraverso un “patto sociale“, si garantivano un futuro su base socio-economica partecipando al successo politico di alcuni individui patrizi. Quindi patto sociale e nexum erano il “motore” di quel fenomeno definito “clientelarismo” così come dell’ampliamento di una famiglia, fino a giungere ad un insieme che si può tranquillamente definire clan.

Ma ritorniamo all’esempio fornito dalla gens Fabia. Smith, nel suo saggio, si concentra sul ruolo storico che questa gens romana di spicco ha svolto a Veio, per sfumare le tensioni condivise dai plebei e dai patrizi. L’autore evidenzia come le famiglie aristocratiche mettevano insieme le loro risorse per combattere i nemici esterni al fine di proteggere, in realtà, i loro interessi. Questo comporta che, mediante il “patto sociale”, la gens acquisisca sempre più potere e influenza attraverso l’adesione da parte di famiglie minori, clienti e simpatizzanti..

Quindi la gens tra V e III secolo a.C si allarga: la famiglia diviene clan attraverso le dinamiche del patto sociale dando vita a una situazione che, appunto, la distingue dal destino della società etrusca. Espandendosi la gens, il “nomenche la caratterizza   non basta più. Diverse famiglie  ormai portano lo stesso nomen, come se fossero la stessa gens. Ma, economicamente e politicamente, non è così. Ecco quindi che subentrano le “stirpes“, letteralmente, le stirpi, paragonabili alle “houses” inglesi, ossia  alle famiglie che sono all’interno di una casata. Il “cognomen“, da semplice attributo caratteristico dell’individuo, diviene a quel punto un appellativo che distingue la specifica appartenenza di stirpe all’interno della gens. Nel caso della gens Fabia, queste erano alcune stirpes che la componevano: Licinia, Quintiliana, Vibulana, Rulliana, Ambusta…

Precedentemente si è parlato dello scontro tra Patrizi e Plebei. Quest’ultimo non termina in realtà, dopo 200 anni. Il “conflitto degli Ordini” (patrizio e plebeo) di V-III secolo a.C porterà ai diritti riconosciuti dei Plebei.  Ma per meglio configurarne le dinamiche, sarebbe più corretto precisare che attraverso la Lex Hortensia, si assiste alla formazione di una classe plebeo-patrizia, ma più libera dall’egemonia prettamente patrizia. L‘interesse di potere, economico, politico e sociale, tuttavia, rimarrà sempre appannaggio dei patrizi, fino ad assistere alla crescita della classe degli “equites”, affrancatasi dalla sudditanza, e ai loro interessi politici ed economici. Il che porterà dunque a nuovi scontri e all’ascesa degli “homines novi”, un’altra classe e un nuovo concorrente di potere, nuovi interessi, nuove famiglie allargate..

Certamente, questa mia esposizione risulta di molto semplificata rispetto alla fenomenologia delle grandi e piccole famiglie romane, e al complesso intreccio che queste ultime creavano per sostenere e maturare interessi e potere. Ma questo voluto schematismo mette maggiormente in evidenza il significato della gens e spiega come, attraverso dinamiche socio-politiche, questa cellula sociale rappresentò nel suo “piccolo” tutta la grandezza di Roma fino al suo divenireUrbs et Orbis“:

Bibliografia di riferimento:

W. A. Becker, 1844: Handbuch der Römischen Alterthümer, 2ter Theil, 1ste Abtheilung.

V. Casagrandi, 1892: Le minores gentes ed i patres minorum gentium. Contributo alla storia della Costituzione Romana , Senato, Monarchia, Patriziato, Plebeiato, dalle Origini alla 1^ Secessio Plebis, a. u. c. 260 con un’appendice sull’articolo Novem . di Festo. Palermo.

C. J. Smith, 2006: “The Roman Clan: The Gens from Ancient Ideology to Modern Anthropology”.

T. Mommsen, Storia di Roma antica, curata e annotata da Antonio G. Quattrini, 8 voll., Roma, Aequa, 1936-39; poi Milano, Dall’Oglio, 1961-63

B. G. Niebuhr, 1832, Storia di Roma.

A.Tighe, 1886: The Development of the Roman Constitution, D. Apple & Co.


(*) Massimiliano Visalberghi Wieselberger  è un archeologo e disegnatore archeologico che ha collaborato in scavi con varie Soprintendenze e Università.  Svolge per conto della UISP il ruolo di tecnico educatore culturale ed archeologico  tenendo laboratori, lezioni didattiche e conferenze sulle tipologie di archi tra Oriente e d Occidente, dalla Preistoria al Medioevo.  E’ consulente archeologico per alcune Associazioni di rievocazione e/o archeologia sperimentale. per cui prepara e sostiene didattiche collaborative, in nome della cooperazione culturale.

Pubblica su Academia.edu e per la rivista online Antrocom: Journal of Anthropology. Da quasi 10 anni è attivo nella divulgazione culturale su Facebook con lo pseudonimo “Max Berger” attraverso la diffusione di articoli, album fotografici con materiali archeologici e link di libri a tema storico-archeologico e antropologico.  Il suo motto è “Mai abbastanza”.