APPROFONDIMENTI / Natale, prima di Mithra c’era sempre il… Sol

Aspetti e festività religiose tra “dies natalis” e sincretismo imperiale

di Massimiliano Visalberghi Wieselberger (*)

La festività del Natale, per i Romani, era ovviamente diversa da come noi la conosciamo. Si sente spesso parlare del giorno di Natale come di una celebrazione nata dalla sovrapposizione cristiana sul culto della più antica divinità romana, assorbita dalla tradizione culturale del Vicino Oriente. Un culto che aveva come emblema quel Mithra, ben conosciuto per i luoghi iniziatici, e per la relazione con l’astro celeste per antonomasia: il Sole. E ovviamente, la celebrazione avveniva in concomitanza con un momento stagionale molto importante, segnato dal Solstizio invernale.

Un culto, quello solare, che si allacciava alla suddivisione temporale in fasi stagionali.
Quando ovvero il tempo era percepito come un ciclo in cui perennemente si alternano le stagioni, periodi importanti per le antiche culture che vedevano nell’agricoltura e nell’allevamento i principali metodi di sussistenza.

Ma prima del forestiero Mithra, vi era un’altra entità, a cui questi popoli si appellavano: Ausil, come la chiamavano i Sabini, oppure Usil per gli Etruschi. E parte del natale latino e romano era dedicato proprio a questo nume tutelare.

Placca in bronzo raffigurante il dio etrusco del sole Usil, 500-475 a.C. (Getty Museum)

Ma scopriamo come si svolgeva questo “dies natalis” antico. Innanzitutto, si articolava in due fasi, legate al culto di divinità importanti di provenienza italica:  Saturno, signore e padre degli dei, che ben presto venne detronizzato da Giove, e  Sol,  personificazione di quell’astro solare così importante per la vita agreste.

Possiamo sintetizzare le celebrazioni in due punti, di cui il secondo suddiviso in due fasi temporali.

1) Saturnalia

I Saturnalia erano le feste legate alla figura del dio Saturno ed erano celebrate di solito  tra il 17 ed il 23-24 di dicembre. In quest’occasione riti sacri, banchetti e culti agresti si mescolavano, giungendo a volte ad assumere caratteri orgiastici per mezzo di danze, invocazioni, offerte alle divinità ctonie (ossa del sottosuolo od infere), che si credeva fossero libere di vagare sulla terra dando origine all’aridità invernale.
Per placarle, si offrivano doni, si facevano libagioni, si cantava e danzava in modo quasi sfrenato per inneggiare alla forza della vitalità. Si tratta di un chiaro esempio di culti e credenze di tipo contadino,  pastorale e  agreste, per le quali la stagione invernale rappresentava un momento di buia transizione, una fase temporale e climatica nella ciclicità della vita.
Durante i Saturnalia, gli schiavi e i servi erano liberi, dunque l’ordine sociale veniva sospeso per la durata del periodo festivo. I lacci di lana simbolo dell’asservimento, i cosiddetti “compedes”, erano sciolti.  Ci si scambiava doni augurali – monete oppure oggetti o alimenti –  definiti “strenae“, parola di probabile origine sabina, che M. Terenzio Varrone correlava alla figura del re sabino Tito Tazio e alla sua offerta alla dea Strenia, rappresentazione del nuovo anno, della salute e del benessere naturale (cfr M. Terenzio Varrone, De lingua latina 5.47) il cui sacellum (tempietto sacro) e bosco sacro (lucus) erano posti sulla Via Sacra di Roma (cfr Sesto Pompeo Festo, 290).

Rappresentazione su rilievo di Saturno, con il falcetto, simbolo del suo legame con il mondo agreste.

2a) Sol Indiges

A Saturno seguiva il culto riservato al  patrono della vita, Sol, con riferimento al chiaro momento in cui il solstizio si manifesta in modo più evidente. Il Sol veniva appellato “Indiges” del cui vero significato, ritenuto dagli studiosi forse di origine sabellica, non si ha ancora certezza. Le città latine appellavano Juppiter (Giove) con il titolo di Indiges; lo stesso facevano i Latini e i Romani con Enea, a cui legavano la loro discendenza.
Appare certa, però, l’affinità al culto del Usil etrusco, corrispondente al Ausil sabino; il latino Sol può inoltre essere confrontato con l’omonimo nume dei popoli Germani, dimostrando quindi  per queste divinità una matrice comune di origine indoeuropea.

 

Specchio con Usil (al centro), Nethuns e Thesan da Vulci, IV secolo a.C. (Museo Villa Giulia)

Varrone menziona Sol Indiges come una delle 12 principali divinità agricole (cfr Varrone, De re rustica I, I, 5). A Roma, Sol aveva un tempio sul Quirinale, vicino al tempio dedicato a Quirino, divinità eponima del popolo romano. Quintiliano lo descrive come un pulvinar (Quintiliano, Institutiones, I.7.12 ), ovvero un luogo dove una divinità è intrattenuta mediante un banchetto (ad lectisternium). (cfr. anche Paulo, 23; Varrone, De Lingua Latina, 5.52).
S.Agostino metteva in relazione la comparsa del suo culto con la figura di Tito Tazio, testimoniando dunque un’avvenuto sincretismo tra elementi culturali sabini ed il neo-nato popolo latino-romano (Agostino, De Civitate  Dei, IV. 23).
Già  Varrone infatti scriveva: “I Sabini si stanziarono sul colle Quirinale, e lì Tito Tazio pose tra gli altari sacri, l’ara dedicata a Sol” (Varrone, De Lingua Latina 5.74.).

A Sol era dedicato un bosco sacro a Lavinio**, forse la sua sede originale. C’erano anche santuari locali dedicati a Sol Indiges nelle zone rurali di Sabinium, nel Sannio come anche in Etruria.

Già prima della Repubblica, il culto di Sol Indiges dimostra di avere un forte legame con una gens romana attraverso il gentilicum sacro legato alla gens Aurelia, famiglia originariamente Sabina. Risulta evidente l’origine del nome Auselii dal sabino Ausil, il cui significato era “dorato, lucente”. La gens Auselia/Aurelia sosteneva la propria discendenza dal dio Sol e sovrintendeva al suo culto (cfr S. Pompeio Festo, Lib. I;  Varrone, De lingua latina I).

Al pari di Sol, era adorata la sua controparte femminile, Lunia, la Luna. Anticamente, Sol sembra essere stato il dio a cui si legava l’anno da un punto di vista agricolo. Ai tempi della Repubblica, il suo culto si “sposò” con quello di Luna/Lunia formando un connubio attraverso l’identificazione dei due maggiori astri celesti. I loro sacerdoti erano usualmente chiamati “Solis et Luniae”. Una simile coppia si ritrova in diverse mitologie indoeuropee.

Museo Archeologico di Milano. Dettaglio dalla patera di Parabiago: la dea Diana come Luna, preceduta dal Tramonto.

 

Sol e Luna condividevano il Templum Solis et Lunae, un santuario (aedes) situato nel Circo Massimo. La coppia di dei era patrona delle corse equestri; le placche provenienti da bighe, di cui una coppia da Vulci, ora al Museo di Villa Giulia, un’altra dalla Vuia Appia antica, e di recente, una acquistata dal Paul Getty Museum di Los Angeles, ben evidenziano il legame tra la divinità e il simbolo della corsa. Le lamine denotano una fattura e stile artistico di evidente matrice etrusca.
Questa relazione tra culto solare e corsa equestre si può confrontare con il mito della coppia divina da tradizione germanica, ovvero di Sol e Mani, i quali, riconcorsi dai due lupi, si alternano, dividendo il giorno dalla notte, in un ciclo continuo.
Merita anche ricordare che Ottaviano Augusto fece porre un importante monumento solare sulla spina del Circo Massimo: l’obelisco di Ramses II, portato da Eliopoli. Plausibilmente esso si trovava in corrispondenza dell’asse del templum (cfr. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, 36.71; Ammiano Marcellino, 17.4.12.).

 

Foto del cosiddetto “Obelisco Flaminio” (piazza del Popolo) opra di Ramesse II; portato a Roma nel 10 d.C da Augusto e collocato sulla spina del Circo Massimo

Il culto del Sole quindi era ben sentito a Roma. Un epigramma citato da Cicerone testimonia di come che il Sole fosse salutato ogni mattina all’alba:  “Constiterum exorientem Auroram forte salutans cum subito a laeva Roscius exoritur . . . “ (Epigramma di Q. Lutatius Catulus, citato da Cicerone, in De natura Deorum, I, 28, 79).
La preghiera doveva essere pronunciata, mentre si pregava, posti di fronte ad est, come già ricordato da Servio: ” Ortus, ad orientum ..” (Servio, Ad Aen. XII, 172)

La figura di Sol venne spesso associata, sin dagli albori, a quella di Giano (Janus, da cui deriva  Januarius ovvero Gennaio),  altra divinità italica, ed alla sua controparte femminile Giana (Janua), spesso sovrapposti a Sole e Luna, in coppia; almeno questo è quanto asserito da alcuni autori (cfr Macrobio, Saturnalia I. 9; Cicerone, De Natura Deorum II. 27).

Per un certo periodo, plausibilmente per influenza ellenistica, la figura del Sole venne associata idealisticamente all’immagine del greco Apollo, simbolo della luminosità e della salute come delle arti, allo stesso modo in cui la sorella Diana venne associata a Lunia.

2b) Sol Invictus

Agli inizi del periodo imperiale, la figura dell’imperatore venne idealmente associata a quella dello splendente Sol, e dunque così avvenne per le virtù titolari dell’imperatore (egli era definito Pius, Felix, Invictus).  Il culto dell’Imperator trova origine già dalla propaganda politica promossa da Augusto  durante il suo “principato”. Forse su esempio egizio, un tentativo venne fatto da Caligola (37-41 d.C), come dimostrano alcune monete fatte da lui coniare  sulle quali l’imperatore viene ritratto con la testa adornata di corona radiata (sebbene un recente ritrovamento monetale abbia ben evidenziato come la “corona radiata” sia testimoniata su di un dupondio emesso da Nerone).

Nerone (54-68), Dupondio, Roma, c. 64 d.C

Si dovrà però attendere l’imperatore Eliogabalo (218-222 d.C), discendente, da parte di madre (Julia Soemia), delle imperiali sacerdotesse di Emesa, legate al culto del Sole, per un secondo tentativo di rimaneggiamento e sincretismo, a cui appunto si aggiungono aspetti di chiara tradizione orientale.

Rilievo che rappresenta Sol Invictus.

Nel frattempo, importato dalle legioni di istanza in territori orientali, il culto del solare Mithra si mescolò al precedente culto del Sole, caratterizzandosi però per le sue connotazioni esoteriche, private e  settarie, in accordo con le abitudini orientali.

Infine, l’imperatore Aureliano (270-275 d.C) istituì in modo assoluto il culto del Sol Invictus, chiudendo in un certo senso il cerchio iniziato con la gens Auselia/Aurelia e con Aureliano giunto a compimento.

Note:

* Usil viene anche rappresentato su uno specchio proveniente da Vulci, dove appare come un giovane stante tra Aurora e Nettuno; si trova anche tra le divinità graffite sul fegato cerimoniale di Piacenza e sulla cosiddetta “biga di Roma” (da Roma vecchia) su di una placca di bardatura equestre, in questo caso come un giovane alato con testa raggiata (cfr Carri da guerra e principi etruschi: catalogo della Mostra, Viterbo, Palazzo dei Papi, 24 maggio 1997-31 gennaio 1998, Adriana Emiliozzi, pp 192-193). Di recente, una simile lamina  è stata acquistata dal Paul Getty Museum. Una coppia affine per stile e rappresentazione proviene da Vulci.

**Lavinium. Scoperta del santuario di Sol Indiges
La ripresa delle attività di scavo della missione archeologica a Lavinium (attuale Pratica di Mare, Comune di Pomezia), diretta da M. Fenelli e coordinata sul campo da A.M. Jaia (Facoltà di Scienze Umanistiche), ha indagato l’area del Santuario dedicato anticamente a Sol Indiges, nella zona dell’attuale Torvaianica, e indicato dagli antichi come il luogo in cui avvenne lo sbarco di Enea. Durante le indagini sono state riportate alla luce le strutture di un grande tempio in opera quadrata (m. 20×30 circa) databili al IV secolo a.C., con attestazioni di fasi edilizie a partire dalla fine del VI secolo a.C.
Il santuario era posto a controllo dell’accesso dal mare alla laguna costiera, di fronte a Lavinium, dove sorgeva lo scalo portuale della città. Il che fa riflettere su alcune tematiche relative al mito di Enea nel Lazio. Il santuario, insieme all’Heroon di Enea, costituisce il secondo luogo “troiano” riportato in luce dagli scavi condotti dall’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” a Lavinium.

Fonti:

G. Brugnoli, 1984: Il Carnevale e i Saturnalia, in I frutti del Ramo d’oro. James G. Frazer e le eredita dell’antropologia;

W. Burkert, 2003: La Religione greca di epoca arcaica e classica, Milano;

A. M. Jaja, Il santuario di Sol Indiges e il sistema di controllo della costa laziale nel III secolo a.C;

A. M. Jaja, M. C. Molinari, 2011: Two deposits of “Aes grave” from the sanctuary of Sol Indiges at Torvaianica, in: The Numismatic Chronicle, Vol. 171;

Carri da guerra e principi etruschi: catalogo della Mostra : Viterbo, Palazzo dei Papi, 24 maggio 1997-31 gennaio 1998, Adriana Emiliozzi, pp 192-193;

Gaston H. Halsberghe, 1972: The Cult of Sol Invictus;

Robert L. Porter, 1968: “The Republican Aurelii” (Princeton Univ., diss.).

M. Riemschneider, 1981: ῾Saturnalia I᾽, Conoscenza religiosa 4

M.Riemschneider 1982: ῾Saturnalia II᾽, Conoscenza religiosa 1-2

D. Sabbatucci 1988: La religione di Roma antica. Dal calendario festivo all’ordine cosmico, Milano


(*) Massimiliano Visalberghi Wieselberger  è un archeologo e disegnatore archeologico che ha collaborato in scavi con varie Soprintendenze e Università.  Svolge per conto della UISP il ruolo di tecnico educatore culturale ed archeologico  tenendo laboratori, lezioni didattiche e conferenze sulle tipologie di archi tra Oriente e d Occidente, dalla Preistoria al Medioevo.  E’ consulente archeologico per alcune Associazioni di rievocazione e/o archeologia sperimentale. per cui prepara e sostiene didattiche collaborative, in nome della cooperazione culturale.

Pubblica su Academia.edu e per la rivista online Antrocom: Journal of Anthropology. Da quasi 10 anni è attivo nella divulgazione culturale su Facebook con lo pseudonimo “Max Berger” attraverso la diffusione di articoli, album fotografici con materiali archeologici e link di libri a tema storico-archeologico e antropologico.  Il suo motto è “Mai abbastanza”.