ANTEPRIME / Il ritorno dei Faraoni: al MANN di Napoli a ottobre riapre la sezione egizia

NAPOLI – Grandi novità in arrivo per il MANN, il Museo Archeologico di Napoli. Dopo sei anni di chiusura, a ottobre riaprono finalmente  (inaugurazione aperta al pubblico 7 ottobre ore 17.00) la Sezione Egiziana e la Sezione Epigrafica, con oltre 1400 reperti e 10 sale interamente riallestite con un nuovo percorso espositivo e un’ampia offerta didattica.

Si tratta di un’eredità molto importante, quella custodita tra le sale del Museo napoletano. Il “Real Museo Borbonico di Napoli” fu infatti, nell’Ottocento, il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni.  Seguiranno a ruota gli altri Paesi: nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Quella di Napoli è dunque la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino.
La riapertura rientra nel piano strategico annunciato a luglio dal nuovo direttore Paolo Giulierini e segue l’inaugurazione, qualche mese fa, della Sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi gli eventi concludono l’importante progetto “Pompei e l’Egitto”, condotto in collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e appunto il Museo napoletano.

LA PIU’ ANTICA RACCOLTA EGIZIA D’EUROPA – Gli oltre 1200 oggetti fanno parte di una raccolta formatasi in gran parte prima della famosa spedizione napoleonica che contribuì in maniera determinante alla riscoperta, in Europa, dell’Egitto e dell’Oriente: essa è composta da parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta Dama di Napoli, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri. Tutti questi reperti torneranno visibili in un allestimento progettato dal MANN e dall’Università “l’Orientale” di Napoli, completamente ripensato rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta.

UN PERCORSO TUTTO NUOVO – Il percorso nelle sale del seminterrato è stato oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico e ospiterà ora una esposizione suddivisa in grandi temi: “Il faraone e gli uomini”, “la tomba e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenterà – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. Riemergeranno quindi le figure affascinanti, ai più sconosciute, di alcuni importanti collezionisti e avventurieri che con vicende anche rocambolesche contribuirono non poco alla crescita delle collezioni napoletane. E’ il caso, ad esempio, del cardinale Stefano Borgia che, animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789 implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone.
Troveremo anche il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo
per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

I GIOIELLI DELL’EPIGRAFIA LATINA E GRECA – Altra riapertura importante, anch’essa dal prossimo 8 ottobre, sarà quella  della Sezione Epigrafica, che riallestirà  nel riordinamento curato dal dipartimento di Studi umanistici della Università Federico II di Napoli la parte  più significativa delle immense raccolte di iscrizioni del mondo greco-romano (in tutto si tratta di migliaia di pezzi) custodite presso il MANN e provenienti  dal nucleo Farnese, dalle raccolte dei Borgia, da quelle dell’erudito campano Francesco Daniele e di monsignor Carlo Maria Rosini fino ai ritrovamenti effettuati in Campania e nel Mezzogiorno d’Italia, dal Settecento ai giorni nostri. Tra gli oltre 200 documenti spiccano le testimonianze di aspetti della vita pubblica e privata, difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani, quali i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori, i graffiti su intonaco, a volte in versi a volte accompagnati da rozzi disegni.
Dalla documentazione in lingua greca, con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa/Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano. Eccezionale poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico), come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C. o quella sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C.  Tanti i materiali significativi ci sono le cosiddette Tavole di Eraclea, lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, rinvenute nel 1732 in Basilicata nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota; in greco sono le Laminette orfiche di Thurii:
sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica; in osco invece la Meridiana delle Terme Stabiane.
Vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al MANN) della cosiddetta Tavola bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali e – infine – le iscrizioni con i nomi di quanti vinsero i Sebastà in diverse edizioni, in gare atletiche,
ippiche e artistiche, scoperte alla fine del XIX secolo durante i lavori del Risanamento in prossimità di Piazza Nicola Amore a Napoli dove, nel 2003 durante i lavori per la linea 1 della metropolitana, sarebbero stati rimessi in luce il tempio per il culto di Augusto
e il portico di uno dei ginnasi di Napoli con numerosi altri frammenti di analoghe monumentali iscrizioni.

NUOVE GUIDE, FUMETTI E DIDATTICA – Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica e arricchita da contributi multimediali si annuncia  la didattica di entrambe le sezioni. Per quella egizia sarà pubblicata  in un nuovo formato editoriale, una nuova guida (la prima di una serie) a cura di Electa, accompagnata da un albo a fumetti appositamente creato da Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel Museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di: “Nico e l’indissolubile problema…egizio”.  Il fumetto rientra nel progetto OBVIA ideato da Daniela Savy (Università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda Università di Napoli) con il quale il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.

Per informazioni: Sito ufficiale del MANN

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