1493209685c 767_cut1_250“STORIE & ARCHEOSTORIE” è il notiziario a cura di PERCEVAL ARCHEOSTORIA, studio di consulenza e ricerca in ambito storico-archeologico e artistico-musicale nato nel 2010. Il direttore  è Elena Percivaldi, ricercatrice, divulgatrice e giornalista professionista dal 2002.  


Per segnalazioni di mostre, eventi, scoperte o per altre informazioni, potete contattarci scrivendo a: storieearcheostorie(at)gmail.com

EVENTI / Spilamberto dall’Età del Rame ai Longobardi: un ciclo di conferenze racconta 40 anni di scoperte

SPILAMBERTO (MO), 12 novembre 2018 – Inizia il 14 novembre il ciclo di sei conferenze promosse dal Comune di Spilamberto (Modena) in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna e le Università Sapienza di Roma e di Torino per celebrare i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche nel territorio di Spilamberto. Gli incontri passeranno in rassegna i ritrovamenti spesso eccezionali avvenuti nell’area spilambertese: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni. Quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione che saranno illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019.

Mercoledì 14 novembre si parte con i saluti istituzionali di Umberto Costantini, Sindaco Comune di Spilamberto e Cristina Ambrosini, Soprintendente Archeologia, Belle Arti, paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Dopo la presentazione del progetto “Archeo40: i tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” da parte di Simonetta Munari, Assessore alla Cultura del Comune di Spilamberto, l’archeologa della Soprintendenza Monica Miari parlerà de “L’Età del Rame e il periodo Eneolitico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

“Nell’alveo del fiume Panaro -spiega Monica MiariArcheologa della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara- nei territori di Spilamberto e di S. Cesario sono venute alla luce dal 1977 ad oggi testimonianze di numerosi siti preistorici, oggetto di scavi sistematici.

È stato possibile individuare tre fasi principali d’insediamento: la prima riferibile a un aspetto piuttosto antico della cultura dei vasi a bocca quadrata (pieno Neolitico, metà del V millennio a.C.), una seconda che documenta la successione di più momenti della Cultura di Chassey-Lagozza (Neolitico recente, fine del V, prima metà del IV millennio a.C.) e una terza con la necropoli eneolitica che ha dato il nome al relativo Gruppo di Spilamberto (databile fra la metà del IV e gli esordi della seconda metà del III millennio a.C). La necropoli assume particolare rilevanza per le implicazioni sociali e rituali: di essa sono esposte in museo otto sepolture (su 39 recuperate) e la totalità dei corredi funerari. I riti di sepoltura appaiono fortemente standardizzati: inumazioni in giacitura primaria singola (un solo caso di deposizione bisoma), supina, con orientamento prevalente Est-Ovest e capo a Ovest e corredo ceramico costituito generalmente da un singolo vaso posto ai piedi dell’inumato. Tra questi si evidenzia la netta prevalenza di recipienti a squame caratteristici del Gruppo di Spilamberto anche se in sette tombe è sostituito da una brocca/boccale, di tradizione peninsulare. Tra le armi figurano cuspidi di freccia, pugnali e un’alabarda. Al momento si conoscono in Emilia occidentale tre/quattro sepolcreti di questo gruppo, non privi di significativi rapporti con le altre principali necropoli eneolitiche dell’Italia padana, quali Remedello nel Bresciano e Celletta dei Passeri a Forlì”.

Gli incontri proseguono lunedì 3 dicembre con “L’Età del Bronzo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” a cura di Andrea Cardarelli, Docente di Preistoria e Protostoria all’Università Sapienza di Roma.

Mercoledì 16 gennaio 2019 sarà la volta degli archeologi Sara Campagnari (Soprintendenza) e Donato Labate parlare di “L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”

Il 12 febbraio Maria Grazia Maioli, Archeologa Emerita della Soprintendenza, approfondirà il tema “Il Tardo Antico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” mentre mercoledì 13 marzo il Docente di Archeologia Cristiana e Medievale dell’Università di Torino, Paolo De Vingo, parlerà di “I Goti e i Longobardi nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

Il ciclo si chiude mercoledì 17 aprile con l’archeologo Donato Labate che illustra il tema de “L’Ospitale di San Bartolomeo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”.

Tutte le iniziative si svolgono allo Spazio Eventi L. Famigli, in viale Rimembranze 19, alle 20.30.

Ingresso libero e gratuito.

Per informazioni cultura@comune.spilamberto.mo.it

ARCHEOLOGIA / Ad Arsago Seprio (Va) un seminario sul vetro nell’Alto Medioevo

VARESE, 8 novembre 2017 – Il 24 novembre 2018 si terrà ad Arsago Seprio (Va), presso il Civico Museo Archeologico (via Vanoni), il IV seminario “L’alto Medioevo. Artigiani, tecniche produttive e organizzazione manifatturiera”. I relatori si confronteranno in particolare sul vetro: materie prime, tecniche di produzione, contesti d’uso e circolazione dei manufatti tra il VI e il IX secolo. Il seminario si svolge in collaborazione con la Soprintendenza e con AREDAT – Associació per la Recerca, Estudi i Difusió en Antiguitat Tardana, con il coordinamento di M.Beghetti e P.M.De Marchi.   L’inizio dei lavori è fissato per le ore 15.

Di seguito la locandina con il programma:

 

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MOSTRE / Ad Arezzo spartiti e musica della Grande Guerra

AREZZO, 7 novembre 2018 –  Il 4 novembre di cento anni fa si concludeva la tragedia della Prima Guerra Mondiale e per ricordare questo importante anniversario CaMu – Casa della Musica di Arezzo dal 10 al 23 novembre ospita la mostra La Musica alla Grande GuerraSpartiti di musica e d’arte fra il 1914 e il 1918, una selezione di circa cinquanta spartiti musicali – in gran parte esemplari di edizioni rarissime e introvabili – di quegli anni drammatici, frutto della paziente ricerca del collezionista aretino Carlo Pagliucci, che ha dedicato appassionate energie al collezionismo musicale, in particolare per quanto riguarda la musica popolare italiana tra XIX e XX secolo.

La leggenda del piave

Organizzata in collaborazione con il Comune di Arezzo e con la Fondazione Guido d’Arezzo, la mostra racconta l’Italia e gli italiani di allora attraverso le diverse anime musicali – dai canti patriottici a quelli popolari, dalle canzoni di protesta alle espressioni più colte della musica – di quei tempi bui e allo stesso tempo carichi di speranza.

La campana di san giusto

Il percorso espositivo, organizzato in ordine cronologico, accompagna il visitatore lungo un viaggio che inizia con i canti dell’irredentismo e patriottici (L’ora di Trento e Trieste, Alla patria), con gli inni bellicosi per l’ingresso in guerra (Fuori i Barbari) e le canzoni nostalgiche intonate dai soldati al fronte (L’addio del bersagliere, (‘O surdato ‘nnammurato), prosegue con le melodie di conforto cantate nelle retrovie e tra il popolo (Stornello dell’aviatore), con i canti di montagna (Ta Pum) e con i canti anonimi di sofferenza e di protesta (O Gorizia, tu sei maledetta), per giungere alle melodie festose che annunciano la vittoria (La campana di San Giusto).

Surdato_nnamurato

“Siamo felici di celebrare la fine della Prima Guerra Mondiale dando la parola alla musica – commenta il Sovrintendente della Scuola di Musica di Fiesole Lorenzo Cinatti –  che in un momento storico drammatico come quello attraversato dall’Italia fra il 1915 e il 1918 è stato uno strumento di coesione fondamentale e ha contribuito in modo determinante alla nascita della memoria collettiva di tutti gli italiani”

A testimonianza che anche in tempo di guerra la vita quotidiana continuò in qualche modo a scorrere serenamente lontano dal fronte, la mostra prosegue con gli spartiti dei primi successi della canzone sentimentale italiana (Come pioveva), dei neonati tanghi rioplatensi (La Cumparsita) e con alcuni esemplari degli echi canori della Grande Guerra nei primi Festival di Sanremo del secondo dopoguerra (Vecchio scarpone). Il percorso termina con una sezione dedicata ai coevi canti stranieri, alle più note melodie risorgimentali e con alcune importanti partiture di composizioni colte.

L’inaugurazione della mostra, in programma sabato 10 novembre a partire dalle 17:00 e aperta a tutta la città, è l’occasione per una giornata di riflessione guidata dalla musica. Dopo i saluti del Sindaco Alessandro Ghinelli, del Primo Rettore della Fraternita dei Laici Pier Luigi Rossi e del Sovrintendente della scuola di Musica di Fiesole Lorenzo CinattiCarlo Pagliucci presenta al pubblico insieme al giornalista Claudio Santori il suo lavoro, a partire dal libro Memorie storiche d’Italia nei canti della Patria. Seguirà il concerto Voci di Guerra di cui sono protagonisti Viscantus ensemble e I Cantori del Borgo, diretti da Silvia Vajente e accompagnati al pianoforte da Niccolò Nardoianni. Ascolteremo celebri canti come Sul cappelloMonte Canino e La leggenda del Piave, ma anche il pianista Andrea D’Alonzo che eseguirà Lament, con cui il compositore britannico Frank Bridge commemora una vittima giovanissima dell’affondamento del transatlantico Lusitania (1915). Un intervento di Antonello Farulli sarà dedicato alla posizione delle minoranze intellettuali durante i conflitti, partendo dalla paradigmatica esperienza del cosmopolita Ferruccio Busoni, il più “tedesco” tra i compositori italiani. La conclusione è affidata alla viola sola di Wu Tianyao, allieva di Antonello Farulli al Conservatorio di Bologna, impegnata nel Molto sostenuto dalla Suite in sol minore per viola sola, op. 131d n. 1 (1915) di Max Reger.


INFORMAZIONI

La Musica alla Grande Guerra | Spartiti di musica e d’arte fra il 1914 e il 1918
Mostra a cura di Carlo Pagliucci
CaMu – Casa della Musica di Arezzo  (Palazzo della Fraternita dei Laici)
Piazza Grande, Arezzo
www.camuarezzo.it
Tel 0575.1696045 – 334.6505145
Dal 10 al 23 novembre 2018
La mostra è aperta al pubblico sabato 10 novembre in occasione dell’inaugurazione a partire dalle 17:00 e successivamente dal lunedì al venerdì con orario 14.30-19.00.

 

MOSTRE / Il Museo della Brigata Sassari ricorda la Grande Guerra con foto e diari di trincea [FOTO]

SASSARI – Apre domenica 4 novembre, anniversario della fine della Grande Guerra,  la mostra “Fotografi in Trincea”. Progettata e prodotta nel 2016 dal Santa Maria della Scala di Siena, con il patrocinio del Comitato Provinciale per il Centenario della Grande Guerra sarà in esposizione  fino al 30 novembre al Museo Storico della Brigata Sassari. Un’occasione di grande rilievo per ricordare la fine della Prima Guerra Mondiale (1914-1918), da parte di un corpo dell’Esercito che fu fra i principali protagonisti al fronte e che pagò per questo un alto tributo di vittime fra i combattenti.

Fig.5. Archivio Gerardo Neri, Bombardiere serie Caproni

Archivio Gerardo Neri, Bombardiere serie Caproni

Fig.3.Arch. Alberto Averani, Trasporto di un ferito

Archivio Alberto Averani, Trasporto di un ferito

La Brigata Sassari fu costituita  nella primavera del 1915 con due reggimenti, uno a Sinnai e l’altro a Tempio Pausania:  composta esclusivamente da soldati reclutati in Sardegna e si distinse durante il conflitto con atti di eccezionale eroismo.  

Fig.4. Enrico Barbera L'ANIMA DI UN CANNONE FOTOGRAFATA 1916

Enrico Barbera L’ANIMA DI UN CANNONE FOTOGRAFATA nel 1916

La mostra, curata da Gabriele Maccianti e Marina Gennari è il frutto di un lungo lavoro di ricerca che ha portato alla luce un patrimonio di oltre 2500 fotografie cartoline, diari e lettere di soldati partiti dal territorio senese per recarsi al fronte.  

Fig.2. Achivio Carlo Gagliardi, ESPLOSIONE

Archivio Carlo Gagliardi, ESPLOSIONE

Le immagini, proprio per la loro dimensione privata, raccontano il fronte, i suoi momenti drammatici, ma anche i suoi momenti più riposati e di attesa, da un punto di vista molto intimo e interiore. Sono scatti dal grande impatto emotivo, non inclini a retorica e potenti per la totale assenza di auto-censura attraverso cui il fotografo-soldato cattura con la sua macchina frammenti della vita al fronte. La tragicità della morte e l’abbrutimento della trincea sono alternati al desiderio di ridonare una condizione umana estrema, condita di riscatto morale e denotata da un legame concreto con una realtà cruenta e tuttavia ricca di affetti.


INFORMAZIONI

Fotografi in Trincea.
Sassari, Museo  della Brigata Sassari
Piazza Castello, 9
Dal 4 al 30 novembre 2018

 

Pompei, riaprono due spettacolari domus: la Casa dei Ceii e i Praedia di Giulia Felice [FOTO]

NAPOLI, 31 ottobre 2018  – Da domani, primo novembre, riaprono al pubblico due importanti dimore pompeiane, la Casa dei Ceii, celebre per le pitture che si dispiegano sugli alti muri del giardino con scene di ispirazione egizia e animali selvaggi e i Praedia di Giulia Felice, grande complesso residenziale con ampi spazi verdi, ricche decorazioni e il lussuoso quartiere termale privato.

Casa di Giulia felice

La casa di Giulia Felice

Dei due edifici, la Domus dei Ceii era chiusa da diversi anni, mentre i Praedia di Giulia Felice erano stati in parte riaperti dopo il restauro degli apparati decorativi effettuato tra il 2015-2016 nell’ambito del Grande Progetto Pompei. I due complessi sono, di recente, stati oggetto di interventi di riqualificazione, regimentazione delle acque meteoriche e manutenzione delle coperture, resisi necessari a causa di una progressiva perdita di funzionalità delle stesse, che negli anni stava esponendo ad un serio rischio degrado gli ambienti sottostanti, caratterizzati da intonaci decorati e pavimenti di grande pregio. Gli interventi realizzati fanno parte del progetto “Italia per Pompei” finanziato con fondi della Comunità Europea POR-FESR 2007 -2013, che già aveva interessato altre case delle Regiones I e II, tra cui la Domus del Larario Fiorito e la Domus del Triclinio all’aperto, riaperte lo scorso anno.

LA CASA DEI CEII E IL GUSTO EGIZIO – Torna, dunque, nuovamente visibile la grande scena di caccia con animali selvatici che orna la parete di fondo del giardino della Casa dei Ceii, nonché i paesaggi egittizzanti popolati di Pigmei e di animali tipici del Delta del Nilo raffigurati sulle pareti laterali attigue. Si tratta di soggetti che spesso ricorrono nella decorazione dei muri perimetrali dei giardini pompeiani, al fine di ampliare illusionisticamente le dimensioni di tali spazi ed evocare all’interno degli stessi un’atmosfera idilliaca e suggestiva. In questo caso, con ogni probabilità, il tema delle pitture testimoniava anche un legame e un interesse specifico che il proprietario della domus aveva per il mondo egizio e per il culto di Iside, particolarmente diffuso a Pompei negli ultimi anni di vita della città. Il grande affresco sarà presto oggetto di uno specifico restauro, che sarà realizzato “a vista” del pubblico.

GALLERY: LA CASA DEI CEII

Casa dei Ceii particolare parete del giardinoCasa dei Ceii dettaglio parete giardinoCasa dei Ceii 4

Nella casa sarà riproposto parte dell’allestimento originario della dimora, con la ricollocazione del tavolo in marmo e della vera di pozzo nell’atrio, dove è anche visibile il calco di un armadio e il calco della porta di accesso della casa. Mentre nella cucina è visibile una piccola macina domestica.

La proprietà della domus è stata attribuita al magistrato Lucius Ceius Secundus, sulla base di una iscrizione elettorale dipinta sul prospetto esterno della casa. La facciata della domus, con il suo rivestimento a riquadri in stucco bianco e l’alto portale coronato da capitelli cubici, è esemplificativa dell’aspetto severo che doveva avere una casa di livello medio d’età tardo sannitica (II secolo a.C.). Al centro dell’atrio tetrastilo peculiare è la vasca dell’impluvio, realizzata con frammenti di anfore posti di taglio, secondo una tecnica diffusa in Grecia ma che Pompei trova solo un altro confronto nella casa della Caccia Antica.

I PRAEDIA DI GIULIA FELICE – Il grande complesso dei Praedia di Giulia Felice, sorto alla fine del I sec. a.C. dall’accorpamento di costruzioni preesistenti, si presenta invece come una sorta  di “villa urbana”, provvista di ampi spazi verdi e articolata in quattro diversi nuclei con ingressi indipendenti: una casa ad atrio, un grande giardino su cui si aprono gli ambienti residenziali, un quartiere termale riccamente decorato  e un vasto parco. Il complesso deve il suo nome ad un’iscrizione dipinta in facciata (ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), in cui l’ultima proprietaria, Giulia Felice,  dopo il disastroso terremoto del 62 d.C., annunciava la locazione di parte della sua proprietà. Al periodo post- sisma risale un unitario rinnovamento decorativo che interessò gran parte degli ambienti, tra i quali spicca il triclinio (sala da pranzo) estivo, rivestito a mo’ di grotta, con giochi d’acqua attorno ai letti conviviali e aperto sul portico scandito da pilastri marmorei. Il giardino munito di un euripo centrale (lungo canale) ricreava nel suo allestimento originario uno spazio idillico-sacrale. La casa, scavata e poi ricoperta al termine delle esplorazioni di età borbonica, è stata interamente portata alla luce negli anni ’50 del Novecento.

GALLERY: I PRAEDIA DI GIULIA FELICE

Terme di Giulia FeliceTerme di Giulia Felice 2praedia giulia felicePraedia Giulia Felice (7)Praedia Giulia Felice (4)Praedia Giulia Felice (3)Casa di Giulia felice

 

Dal 1 novembre al 31 marzo l’orario di apertura dei siti archeologici vesuviani sarà il seguente:

Pompei 9,00-17,00 (ultimo ingresso 15,30) sabato e domenica apertura ore 8,30

Oplontis, Stabia 8,30 -17,00 (ultimo ingresso 15,30)

Antiquarium di Boscoreale 8.30 – 18.30 (ultimo ingresso 17.00)

 

FONTE: COMUNICATO UFFICIALE. FOTO (c) PARCO ARCHEOLOGICO POMPEI

CONVEGNI / A San Severo (Fg) studiosi a confronto sulla storia della Daunia

dauniaFOGGIA, 27 ottobre 2018 – Vedrà la partecipazione di studiosi da tutta Italia  il Convegno Nazionale di Preistoria, Protostoria e storia della Daunia, giunto alla 39ma edizione,  che si terrà a San Severo (Foggia), presso l’Hotel Cicolella,  il 17 e 18 novembre prossimi.  Le due giornate di studio sono organizzate dall’Archeoclub di San Severo  con il patrocinio del Comune di San Severo, dell’Università di Foggia e della Società di Storia Patria della Puglia e con il contributo dello stesso Comune, di Mibac e Rotary Club San Severo.

Ricco il programma degli interventi, selezionati dal Comitato scientifico composto da Pasquale Corsi (Presidente Società di Storia Patria per la Puglia),  Giuseppe Poli (Università di Bari, Ordinario di Storia Moderna e Contemporanea),  Giuliano Volpe (Università degli Studi di Foggia),  Alberto Cazzella (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Ordinario di Paletnologia), Maria Stella Calò (Prof. Emerito Univerità degli Studi di Bari),  Italo Maria Muntoni (Soprintendenza BAT e FG) e  Armando Gravina (Presidente Archeoclub di San Severo).

Il Convegno Nazionale sulla Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia è dal 1979 un appuntamento annuale che costituisce l’occasione per tutti gli studiosi e specialisti di confrontarsi con un’ottica multidisciplinare e diacronica sulle vicende di questo distretto storico-geografico della Puglia settentrionale che comprende il Tavoliere, il Gargano e il Subappennino dauno. Importante è anche la spiccata autonomia culturale che contraddistingue questa iniziativa, nata fuori dagli ambiti accademici con lo scopo di promuovere il libero confronto fra le scuole di pensiero che caratterizzano le varie istituzioni di ricerca: una caratteristiche che consente di far emergere la complessa realtà storica della Daunia, indagata nei suoi più diversi aspetti, da quello archeologico a quello storico, e nelle relazioni  sociali, economiche, religiose, artistiche, istituzionali.

Altra caratteristica importante è che gli atti di tutti i convegni, presentati dall’Archeoclub di San Severo con regolare puntualità, sono scaricabili gratuitamente in formato pdf  a questo link.

SCARICA IL PROGRAMMA.

 

 

SCOPERTE / Pompei, tutto il dramma dell’eruzione nella “stanza degli scheletri” [FOTO]

FOTO: (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

POMPEI (NA), 27 ottobre 2018 – I loro resti giacevano confusi sul pavimento, trascinati senza riguardo da tombaroli alla ricerca di quegli oggetti preziosi messi insieme negli ultimi, drammatici istanti dell’eruzione nel disperato tentativo di fuggire. Non è bastata l’orrenda fine riservatagli dalla tragedia,  ma le vittime di Pompei hanno dovuto subire anche la profanazione di saccheggiatori che già in epoca moderna si addentravano attraverso cunicoli e passaggi nella cenere e nel lapillo che aveva seppellito nel 79 d.C.  la città antica, per rintracciare oggetti di valore in domus inesplorate.

Stanza degli scheletri 3

Riaffiorano così, in una stanza della “Casa del giardino” in corso di scavo, i resti scheletrici di almeno 5 individui, ammucchiati e sparpagliati in più punti dell’ambiente. Si tratterebbe di due donne e tre bambini, che si erano rifugiati  nella stanza più interna della casa, che, a differenza delle altre, aveva resistito alla prima fase dell’eruzione, ossia la pioggia dei lapilli. Erano stati poi colti da una delle correnti piroclastiche che travolse gli ambienti della casa, provocando il crollo del tetto e della parte superiore del muro e trovando la morte.

Stanza degli scheletri 2

I ritrovamenti documentano il dramma vissuto dai pompeiani non solo nel 79 d.C., ma anche secoli dopo la loro morte. Così ad esempio il cranio di una delle vittime, schiacciato dalle tegole del tetto, giaceva accanto agli arti inferiori e superiori di un altro individuo, mentre resti di un anello indossato al dito e altri piccoli oggetti stretti tra le mani, sfuggiti miracolosamente al saccheggio del luogo, riaffiorano lontani e non in connessione con il resto del corpo.

L’azione dei tombaroli sembra dimostrata anche dalla presenza di fori sulle pareti e di uno o più cunicoli di scavi  quasi sicuramente precedenti all’inizio delle ricerche ufficiali sul sito (avviate nel 1748): è stata infatti trovata una moneta di Filippo d’Asburgo risalente agli anni ’30 del Seicento, con ogni probabilità persa da uno dei saccheggiatori in azione.   “Tali rilevamenti – spiega una nota diffusa dagli archeologi impegnati sul sito – stanno consentendo, grazie agli interventi in corso, di documentare con grande dettaglio la storia di un’epoca di scavo, (da quelli clandestini a quelli di epoca borbonica) completamente differente da quella attuale, tanto nell’approccio metodologico che nelle finalità stesse”.

La casa dove sono stati ritrovati i resti è la stessa dove pochi giorni fa è stata rinvenuta l’epigrafe a carboncino che posticipa di due mesi, da agosto a ottobre, la data dell’eruzione di Pompei, e di cui avevamo parlato qui.

 

FONTE: COMUNICATO UFFICIALE, FOTO (C) UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei

ARCHEOLOGIA / Claterna, la città romana svela i suoi segreti

[FONTE: COMUNICATO E FOTO UFFICIALI della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara]

BOLOGNA, 26 ottobre 2018 –  Il foro, il teatro, le domus private, le officine artigianali e ora quasi certamente l’impianto termale. L’antica città romana di Claterna definisce ogni anno di più la sua forma urbis svelando i propri segreti e confermando le ipotesi ricostruttive proposte nel corso dei vari scavi.   Le ricerche e i sondaggi sistematici dell’ultimo decennio hanno permesso di disegnare un quadro pressoché completo della città romana che giace ‘sepolta’ a pochi centimetri di profondità lungo la Via Emilia, nel territorio di Ozzano dell’Emilia, tra Bologna e Imola. I risultati della campagna di scavo 2018 sono stati presentati nel corso di una visita guidata che si è tenuta stamattina.

SNODO E MERCATO – Claterna nasce nel II secolo a.C. con una duplice funzione: da un lato è un importante snodo viario all’incrocio fra via Emilia, torrente Quaderna e una via transappenninica, forse la Flaminia minor, dall’altra come centro di mercato e servizi. Nel I secolo a.C. Claterna, come tante altre città italiche, diventa un municipium con competenza sul vasto territorio compreso fra i torrenti Idice e Sillaro. Dopo il periodo di massimo splendore collocabile nella prima età imperiale, la città sopravvive fino alla tarda antichità (V-VI secolo d.C.), seppure notevolmente ridimensionata, per poi venire totalmente abbandonata fino al completo oblio.
Fin dall’Ottocento, l’antica città è stata un campo d’indagine privilegiato per l’archeologia emiliano-romagnola. L’unicità di Claterna è dovuta al fatto di non aver avuto una continuità storica analoga a quella degli altri centri sorti lungo la via Emilia (da Rimini a Piacenza) e questa assenza di stratificazione ha offerto la possibilità di indagare la città nella sua estensione e configurazione originale, senza le modifiche intervenute nel tempo. A partire dagli anni 80, la Soprintendenza ha intrapreso la progressiva acquisizione dell’ampia superficie su cui si estende l’antica città romana e dal 2005 si è dato vita a un grande progetto di studio e valorizzazione con enti locali e associazioni culturali. L’obiettivo delle ricerche e dei sondaggi sistematici intrapresi nell’ultimo decennio è di chiarire alcuni aspetti topografici (i suoi limiti, l’articolazione interna, gli spazi pubblici e sacri quali foro, basilica, edifici templari e teatro) e cronologici (dalla fondazione e dall’eventuale origine preromana al declino) dell’antica città e di valorizzare alcuni spazi per consentire al pubblico di visitare le evidenze archeologiche più suggestive, come la Casa del fabbro e la Domus dei mosaici.

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La ricostruzione delle strutture della domus del fabbro, riutilizzando materiali e tecniche antiche (foto di Paolo Nanni)

NUOVE SCOPERTE  – Ogni campagna di scavo porta con sé nuove sfide e prove. Quella appena conclusa ha operato su tre fronti: la domus del fabbro e il teatro, in prosecuzione al progetto 2017-2019, e la ricerca geomagnetica su tutta la pianta della città, una novità assoluta. Docenti e studenti dell’Università di Venezia Ca’ Foscari e dell’Università di Siena e ragazzi impegnati in esperienze di alternanza Scuola Lavoro hanno lavorato da giugno a settembre sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e con il coordinamento dell’Associazione Culturale ‘Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi’. Molte e interessanti le novità emerse dalle ricerche 2018. Nella Domus del fabbro, sono proseguite le ricerche nella nuova area aperta verso nord, operando più in profondità per raggiungere le fasi imperiali di I – III secolo d.C. La scoperta più importante è stata quella di un secondo peristilio, un’area cortiliva porticata dotata di pozzo sulla quale affacciava una cucina. Sono stati anche scoperti un altro cortile e altri ambienti, questi ultimi intonacati. La domus insomma sta prendendo sempre più forma, confermandosi come un grande e complesso organismo architettonico.

RICOSTRUZIONE – Anche quest’anno è continuato il progetto di ricostruzione delle strutture antiche, aggiungendo nuovi ambienti e riedificando uno dei pozzi ritrovati negli anni scorsi. La sperimentazione continua con materiali e tecniche differenti, sempre però ispirate al sapere costruttivo degli antichi romani. Le ricerche sono poi proseguite nel settore del Teatro, aprendo un’area molto vasta di fianco a quella dell’anno scorso. Le indagini sono ancora in corso ma va segnalato il ritrovamento di strutture di fondazione della cavea, in grandi blocchi di arenaria, che si stanno rivelando molto più profonde e ben conservate di quanto non fosse emerso l’anno scorso. L’esplorazione della parte bassa della cavea ha restituito anche materiali lapidei lavorati, come un grosso frammento di cornice, mentre sono iniziate quest’anno le indagini nella zona dell’orchestra e degli ingressi laterali che si trovano a profondità elevate in quanto parte della struttura è stata parzialmente costruita sotto il livello di calpestio antico. Queste scoperte stanno definendo la forma architettonica di un grande teatro, consentendo in futuro di proporne una ricostruzione sempre più dettagliata.

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Una delle ipotesi ricostruttive possibili per l’edificio teatrale di Claterna.(grafica 3D di Paolo Nanni)

MAPPATURA AEREA –  La campagna di scavo 2018  ha consentito di avviare un progetto sognato da tempo: l’esplorazione estensiva della città attraverso le più moderne tecnologie geofisiche.  I risultati non si sono fatti attenderel’integrazione tra le nuove prospezioni geomagnetiche condotte dall’Università di Siena (ben 16 ettari sui 18 del totale urbano) e la mappatura delle tracce aerofotografiche portata avanti in lunghi anni di ricerche ha prodotto un quadro quasi completo dell’area urbana e di parte del suburbio. Questi nuovi dati ci permettono ora di individuare meglio, tra le tante altre particolarità, tutto il comparto pubblico (compresi alcuni edifici mai individuati prima) e la scansione interna del tessuto urbano. Un materiale di assoluto interesse che stiamo studiando nei particolari e che sarà oggetto di analisi nei prossimi mesi.

UN GRANDE MOSAICO – Ultima ma non meno importante novità di quest’anno è la scoperta legata alla realizzazione della pista ciclabile che collegherà San Lazzaro di Savena e Castel San Pietro Terme: le ricerche dirette dalla Soprintendenza hanno intercettato un grande mosaico e potenti strutture proprio nel luogo dove le prospezioni e le foto aeree inducevano a ritenere che esistesse un grande edificio pubblico, probabilmente termale. Scavi e indagini future confermeranno o chiariranno la natura di questa costruzione.

Le indagini archeologiche a Claterna sono promosse dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dall’Associazione Culturale ‘Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi’ con il finanziamento di CRIF SpA e il contributo Gruppo IMA SpA e RENNER Italia SpA. Il progetto di alternanza scuola-lavoro è coordinato dal Rotary Club Bologna. Le ricerche geomagnetiche sono state eseguite dall’Università degli Studi di Siena (Prof. Stefano Campana); le indagini sul campo sono eseguite dall’Università di Venezia Ca’ Foscari.

[FONTE: COMUNICATO E FOTO UFFICIALI della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara]

MOSTRE / Firenze, torna agli Uffizi il Codice Leicester di Leonardo [FOTO]

 FIRENZE, 26 ottobre 2018 (aggiornamento 29 ottobre) – Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci a Firenze come anteprima di assoluta grandezza delle celebrazioni leonardiane che si svolgeranno in tutto il mondo nel 2019 in occasione dei 500 anni dalla morte di una delle figure-icona della storia dell’umanità.  La mostra, L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci, a cura di Paolo Galluzzi  (dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, catalogo Giunti), è frutto di oltre due anni di preparazione, e presenta eccezionali apparati tecnologici per poter consultare il codice così come numerosi altri preziosi fogli vinciani, e non solo.

Il tema centrale dell’esposizione è l’acqua, elemento che affascina Leonardo. L’artista svolge indagini straordinariamente penetranti per comprenderne la natura, sfruttarne l’energia e controllarne i potenziali effetti rovinosi. Il Codice Leicester contiene riflessioni innovative anche su altri temi: soprattutto sulla costituzione materiale della Luna e sulla natura della sua luminosità, e sulla storia del pianeta Terra, nelle sue continue e radicali trasformazioni.

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Un folio del Codice Leicester di Leonardo

Il Codice Leicester è un’opera fitta di annotazioni geniali e di disegni che Leonardo vergò in gran parte tra il 1504 e il 1508: una stagione davvero magica della storia di Firenze, con la presenza contemporanea in città di grandissimi personaggi delle lettere, delle arti e delle scienze, che Benvenuto Cellini la battezzò, genialmente, “La Scuola del Mondo”. Per Leonardo, furono anni di intensa attività artistica e scientifica. In quel periodo effettuava infatti studi di anatomia nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, cercava di mettere l’uomo in condizione di volare, era impegnato nell’impresa, poi non condotta a termine, della pittura murale raffigurante la Battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio, e studiava soluzioni avveniristiche per rendere l’Arno navigabile da Firenze al mare.

Per il Codice Leicester si tratta del secondo ‘viaggio’ a Firenze, in quanto fu esposto nel 1982 (quando era ancora denominato Codice Hammer) nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, ottenendo uno straordinario successo di pubblico (oltre 400.000 visitatori in poco più di tre mesi).  I 72 fogli del Codice saranno esposti nell’Aula Magliabechiana degli Uffizi. Grazie a un innovativo sussidio multimediale, il Codescope, il visitatore potrà sfogliare i singoli fogli su schermi digitali, accedere alla trascrizione dei testi e a molteplici informazioni sui temi trattati. Avrà inoltre a disposizione un vasto corredo di filmati digitali realizzati dal Museo Galileo, i quali, oltre che in mostra, saranno consultabili sui siti web degli Uffizi e del Museo Galileo.

Oltre al Codice Leicester, l’esposizione offre alcuni spettacolari disegni originali di Leonardo e fogli da codici di straordinaria importanza, realizzati in quegli stessi anni: il Del moto et misura dell’acqua dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, (la silloge seicentesca di disegni sulla natura e sui moti dell’acqua tratti dai manoscritti vinciani) che integra le note e gli schizzi vergati sugli stessi temi nel Codice Leicester; il celeberrimo “Codice sul volo degli uccelli”, eccezionalmente concesso in prestito dalla Biblioteca Reale di Torino, compilato negli stessi mesi nei quali Leonardo realizzava il Codice Leicester; quattro spettacolari fogli del Codice Atlantico, prestati dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che illustrano gli studi vinciani sulla Luna, molto attinenti ai temi trattati nel Codice Leicester, e dove è illustrata l’invenzione della gru con cui Leonardo intendeva velocizzare le operazioni di scavo del canale navigabile che doveva collegare Firenze al mare. Infine, due preziosi bifogli del Codice Arundel della British Library, con rilievi del corso dell’Arno nel tratto fiorentino, dove sono indicate puntualmente posizione e misure dei ponti allora esistenti e sottolineate le analogie tra moti dell’acqua e moti dei venti, sulle quali Leonardo insiste nel Codice Leicester.

A questa eccezionale esposizione di fogli originali di Leonardo, si aggiunge la presenza in mostra di numerosi manoscritti di grande bellezza e importanza e di rarissimi incunaboli che contengono testi utilizzati da Leonardo per la compilazione del Codice Leicester. Tra questi merita sottolineare almeno lo splendido codice della Biblioteca Medicea Laurenziana contenente il Trattato di architettura di Francesco di Giorgio Martini, sulle cui carte Leonardo vergò dodici annotazioni che vedono al centro, ancora una volta, i moti dell’elemento acqua.

Complessivamente saranno quindi esposti in mostra oltre 80 fogli e il Codice sul volo degli uccelli di mano di Leonardo, oltre a 10 preziosi volumi tra manoscritti e incunaboli.

SCOPERTE 7000 LASTRE CHE RITRAGGONO I MANOSCRITTI – Alla presentazione della mostra il 29 ottobre è stata inoltre annunciata la scoperta, avvenuta negli archivi della Commissione Vinciana  (ora custoditi al museo Galileo della Scienza a Firenze), di oltre 7000 lastre fotografiche in vetro dei manoscritti di Leonardo, realizzate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso. “Si tratta di una scoperta di grandissima importanza, sia per la storia della fotografia che per gli studi dedicati al genio di Vinci – ha spiegato il curatore della mostra Paolo Galluzzi -.  Queste lastre, infatti, effettuate oltre un secolo fa, offrono importanti informazioni sui cambiamenti dello stato di conservazione dei codici da lui scritti, incluso il Codice  Leicester, avvenuti nel lasso di tempo trascorso dalla loro realizzazione ad oggi”. Le lastre sono già al centro di una ricerca: la loro ricognizione sistematica ed esaustiva è stata avviata, l’acquisizione digitale dei documenti è già in fase avanzata e presto le loro riproduzioni ad altissima
definizione saranno messe a disposizione degli studiosi su internet, “divenendo strumenti fondamentali della ricerca su Leonardo”, ha aggiunto Galluzzi. Già il prossimo anno potrebbero essere resi pubblici i primi risultati delle indagini che le riguardano. Intanto, se la mostra dedicata al Codex Leicester concesso agli Uffizi in prestito da Bill Gates anticipa le celebrazioni per i 500 anni dalla morte del padre della Gioconda, la Galleria ha in serbo anche altre iniziative, diffuse sul territorio toscano per rendere omaggio al grande artista e scienziato. Nel paese natale di Leonardo, Vinci, verrà esposta la tavola con il suo primo paesaggio”conteso” tra Toscana e Umbria, in quanto è ancora oggetto di dibattito se l’opera ritragga uno scorcio dei colli del Valdarno oppure una veduta di terre umbre). Inoltre, la tavola Doria,  raffigurante la parte centrale del capolavoro murale andato perduto, la Battaglia di Anghiari, realizzata nel ‘500 da un autore ignoto, che fino a gennaio è in mostra a Poppi, si sposterà proprio ad Anghiari.

GALLERY

La mostra è un progetto delle Gallerie degli Uffizi e del Museo Galileo realizzato col determinante contributo di Fondazione CR Firenze e si avvale inoltre del patrocinio e del contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci. 

Esposizione dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019. Catalogo in italiano e in inglese, pubblicato da Giunti Editore.


INFORMAZIONI

L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci
Aula Magliabechiana, Uffizi, Firenze
30 ottobre 2018 – 20 gennaio 2019

Il ritorno (a casa) di Zeus: dal Getty Museum la statua rientra ai “suoi” Campi Flegrei

NAPOLI –  Sabato 27 ottobre alle 10.30 sarà inaugurata la mostra “Il visibile, l’invisibile e il mare” all’interno della sala “Polveriera” del Museo Archeologico dei Campi Flegrei-Castello di Baia.  Undici statue ad accompagnare il protagonista indiscusso, Zeus in Trono: in esposizione capolavori inediti, provenienti dai fondali del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, da Cuma, da Miseno e dai giardini e dagli ambienti di rappresentanza delle ricche domus, dalle ville del patrimonio archeologico di Baia, che ne testimoniano il lussuoso stile di vita.

Nel percorso della mostra saranno presenti supporti multimediali per offrire al visitatore una possibilità in più per comprendere le caratteristiche dei Campi Flegrei: saranno proiettati filmati per raccontare il particolare fenomeno del bradisismo, che ha reso unici siti e monumenti, conservandoli in un suggestivo dualismo tra terra e mare.

Zeus-in-trono

La statua di Zeus in Trono proveniente dal Getty Museum

Prima dell’inaugurazione della mostra, il direttore del Parco, Paolo Giulierini, illustrerà l’attività dell’ente dalla nascita ad oggi.  «Nove mesi di gestione del nuovo ente autonomo del Parco Archeologico dei Campi Flegrei sono stati impiegati per costruire la macchina amministrativa e gestionale, l’immagine coordinata, il sito – spiega il direttore – Parallelamente abbiamo lavorato per perfezionare la progettazione e l’apertura dei cantieri, relativamente ai finanziamenti PON e FSC, alla riapertura prossima della Grotta di Cocceio e a moltissime attività didattiche e culturali che hanno caratterizzato la stagione del Parco. L’arrivo di Zeus scandisce simbolicamente la chiusura di questa prima parte dei lavori ed apre al rilancio in grande stile previsto per la prossima primavera. Rilancio che – continua Giulierini – si badi bene è ben visibile, già testimoniato da una sensibile crescita di pubblico e dalla presenza del nostro ente nelle principali fiere turistiche nazionali ed internazionali, nonché in grandi progetti di ricerca con Musei cinesi, Università italiane e internazionali. Anche la buona sorte ci premia – aggiunge il direttore Giulierini – clamorose sono le scoperte del centro Jean Bérard, della Federico II, dell’Università L’Orientale e della Luigi Vanvitelli nell’ultime campagne di scavo a Cuma. Fecondi sono i rapporti con i sindaci, impegnati con noi nella costruzione del Parco. Presto la nostra sede sarà al Rione Terra e di questo mi preme ringraziare il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia. Un ringraziamento infine alla precedente direttrice Adele Campanelli e al meraviglioso e volitivo staff dei Campi Flegrei. Si riparte, con orgoglio»

UNA STATUA ICONICA – La statua di “Zeus in trono” risale al I secolo a.C. Alta 74 centimetri, rappresenta l’iconografia classica del dio greco. Proviene probabilmente dalle acque del golfo flegreo, considerate anche le sue condizioni: un lato ricoperto da incrostazioni marine (esposto a lungo nelle acque), un lato liscio (si ipotizza seppellito nella sabbia e dunque protetto). È stata esposta dal 1992 fino al 2017 al Getty Museum di Los Angeles, dopo essere finita in un giro di ricettatori. Nel 2012 attraverso l’analisi di un frammento di marmo ritrovato a Bacoli, si è trovata la corrispondenza con lo spigolo del bracciolo del trono di Zeus: la Guardia di Finanza, attraverso un’immagine disponibile in rete, ha potuto sovrapporre virtualmente la particella riemersa alla statua esposta al museo californiano, trovando una perfetta corrispondenza. Successivamente, a marzo 2014, è stata eseguita una verifica diretta e successivamente le analisi tecniche specifiche hanno determinato l’appartenenza e la provenienza. Grazie alle operazioni degli inquirenti e alle azioni di diplomazia della Magistratura e del Ministero dei Beni Culturali, la statua è ritornata a giugno 2017 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sabato 27 ottobre 2018 ritornerà a casa.

A festeggiare il ritorno di Zeus al Parco Archeologico dei Campi Flegrei, oltre al direttore dell’ente, Paolo Giulierini, anche il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Giovanni Melillo; il Capo di Gabinetto del Mibac, Tiziana Coccoluto; il sostituto procuratore presso la Procura di Napoli, Ludovica Giugni; il magistrato americano di collegamento con l’Italia, Cristina Posa; il Console generale degli Usa a Napoli, Mary Ellen Countryman.

La mostra, con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, è promossa dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei.