Eccezionale scoperta a Vindolanda: il sito restituisce un paio di guantoni da pugile romani [FOTO]

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(C) Vindolanda Trust

©Immagini: Vindolanda Trust
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Nuove eccezionali scoperte da Vindolanda. Il sito archeologico inglese, che si trova nei pressi di Hexham, in Northumberland (nei pressi del Vallum Hadriani), ha restituito un paio di “guantoni” da pugile in cuoio di epoca romana, “gli unici giunti integri fino a noi”, come ha spiegato   Andrew Birley, direttore del Vindolanda Trust.

L’uso di guanti di questo tipo nell’antichità è attestato  dall’iconografia, a cominciare dalla celeberrima statua di bronzo del Pugile in riposo (seconda metà del IV secolo a.C.) attribuita allo scultore greco Lisippo o alla sua immediata cerchia e rinvenuta a Roma alle pendici del Quirinale nel 1885 (oggi è conservata al Museo nazionale romano).

Lo straordinario reperto di Vindolanda è stato ritrovato la scorsa estate insieme  a una serie di tavolette da scrittura, spade, scarpe e altri materiali. I “guantoni” – per la precisione, si tratta di bande di cuoio a protezione delle nocche – erano imbottiti per assorbire i colpi.  Il più grande presenta profondi segni di usura e fu più volte riparato, il secondo è invece quasi integro.

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Vindolanda era un forte di truppe ausiliarie costruito dai Romani in Britannia per ordine di Gneo Giulio Agricola nel 79 dopo la conquista della Britannia del nord. Il preziosissimo e unico ritrovamento  è ora esposto al pubblico presso il Museo del sito.  

 

© Elena Percivaldi – © 2010-2017 Perceval Archeostoria – All rights reserved. Nessuna parte di questo blog può essere copiata, riprodotta o rielaborata senza citare la fonte

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MOSTRE / “In loco ubi dicitur Vicolongo”: la lunga storia di un villaggio modenese

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Nella foto: placchetta circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale con un rivetto ancora inserito in posizione centrale. Lega di rame, dal XIII secolo (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)

Da villaggio rurale a castello: l’evoluzione di un insediamento altomedievale raccontata per reperti e immagini. Venticinque anni di ricerche storiche e archeologiche e un importante intervento di tutela spalancano le porte del castrum di Santo Stefano

MODENA –  “Nel luogo chiamato Vicolongo”. Quante volte nei formulari notarili medievali o negli atti ecclesiastici antichi ci si imbatte nella dicitura tanto promettente quanto misteriosa “in loco ubi dicitur” seguita dal toponimo. La ricerca di questi luoghi indicati solo dalle fonti, quasi sempre lunga ed estenuante, si rivela spesso infruttuosa.  Ma non a Novi di Modena. Qui il caparbio lavoro del Gruppo Archeologico Carpigiano, del Gruppo Archeologico Bassa Modenese e del Circolo Storico Novese, coordinato dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, è riuscito a trovare ciò che cercava. E anche di più, ne ha ricostruito la storia.

L’individuazione del sito archeologico di Vicolongo, a metà strada tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia, è figlio di una ricerca durata più di 25 anni. Nessuna strada, nessun corso d’acqua, edificio o consuetudine orale indiziavano nel nome l’antico Vicus Longus. Solo i documenti d’archivio ubicavano in quest’area prima unvicus, menzionato a partire dall’841 nei pressi della pieve di Santo Stefano, e poi un castrum.

Ricerche di superficie e sondaggi più recenti hanno portato prima al recupero di centinaia di reperti tra cui armi, monete e ornamenti anche di grande pregio, e poi al ritrovamento di una porzione del sistema difensivo del castrum e di un manufatto della fase precedente, una fornace, riferibile al vicus citato dalle fonti.

 UN CASTELLO E LA SUA STORIA – La mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena” racconta con reperti e immagini la storia di questo sito, posto in un territorio ininterrottamente occupato dall’età augustea alla tarda Antichità, poi trasformato nel castello altomedievale più volte menzionato dai documenti d’archivio.

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Allestita fino al 25 aprile nel Polo Artistico Culturale, la mostra è curata dagli archeologi Sara Campagnari, della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, e Mauro Librenti, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ed è corredata da una guida breve e un catalogo scientifico editi dal Gruppo Studi Bassa Modenese.

L’esposizione offre una visione complessiva dell’insediamento, ricostruendo l’assetto del castello e presentando una selezione di oltre 200 reperti che illustrano la vita nel castrum fin dalle sue fasi più antiche.

Grazie al lavoro congiunto di associazioni locali e Soprintendenza la mostra mette a sistema tutti i dati ricavabili dalle fonti, dai vecchi e nuovi dati archeologici, dalle recenti indagini stratigrafiche e analisi archeobiologiche, riuscendo infine a ricostruire natura e assetto del castrum, le attività che vi si svolgevano e il suo inserimento nella rete di traffici commerciali che facevano capo all’area del Delta del Po.

Le fonti scritte ubicano il vicus nelle vicinanze della pieve di Santo Stefano, menzionata a partire dall’841 e nota fino al 1188. Pieve e villaggio vengono di nuovo citati in un documento di compravendita dell’878.

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Disegno ricostruttivo del castrum di Vicolongo come doveva apparire tra XIII e XIV secolo

Nel 911 l’abitato è trasformato in un castrum fortificato per volontà del vescovo di Reggio Emilia, su autorizzazione di re Berengario I. Questa evoluzione è riconducibile al fenomeno dell’incastellamento -che in area padana si sviluppa a partire dalla fine del IX secolo- cioè quel processo di accentramento della popolazione all’interno di insediamenti rurali fortificati (castra), circondati da fossati e difese in terra e legno (terrapieni e palizzate) per fronteggiare situazioni di grave insicurezza, come le nuove ondate di invasioni.

Il castrum risulta distrutto nel 1288 da Alberto della Scala e successivamente ricostruito. Menzionato ancora nel 1361, incontra un rapido declino, tanto da essere definito come villa nel 1387. Questo secondo le carte. Da lì sono partite ricerche, sondaggi e studi che, come dimostrano i manufatti in esposizione, hanno dato esiti piuttosto inconsueti.

DAI DOCUMENTI AGLI SCAVI  – Se i manufatti più antichi sono in linea con quelli tipici dei siti incastellati in area padana, a partire dal XIII secolo la situazione sembra cambiare radicalmente. L’insolita presenza di materiali di pregio importati dal Veneto o dall’area bizantina (maiolica arcaica, graffita bizantina e ceramiche da mensa) testimoniano l’inserimento dell’area in un circuito commerciale di livello europeo, che transitava lungo il Po verso le regioni padane nord-occidentali e di cui pare rimasta traccia anche nella tappa intermedia di Santo Stefano di Vicolongo. Al tempo stesso, la densità di monete, armi e ornamenti databili tra il XIII e il XIV secolo attestano il carattere elitario dei suoi occupanti, oltre a riflettere un elevato livello di militarizzazione dell’insediamento che nella sua fase comunale subisce una notevole trasformazione in piazzaforte signorile (con annessa torre) perdendo le caratteristiche di centro di popolamento.

La mostra di Novi di Modena dà conto anche del lungo e complesso processo che ha condotto alla recente emissione del vincolo archeologico. La prime ricognizioni di superficie, poi periodicamente ripetute, iniziano nel 1991, recuperando decine di reperti ceramici, metallici (strumenti da lavoro, oggetti d’uso quotidiano, ornamenti e armi), numismatici, laterizi e lapidei, e individuando un areale di circa un ettaro perfettamente visibile anche dalle foto aeree. Ma è solo con il progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana che nel 2011 vengono avviati sondaggi più approfonditi: il tracciato prevede il passaggio sul sedime del castrum di Santo Stefano e la Soprintendenza dispone la realizzazione di saggi archeologici preventivi per verificare la compatibilità dell’opera pubblica con la tutela dei depositi presenti nel sottosuolo.

Seppur scontato, l’esito dei sondaggi è superiore alle aspettative e conferma non solo l’altissima potenzialità archeologica del sito ma anche una stratigrafia ottimamente conservata.

Alla luce di questi ritrovamenti ogni soluzione progettuale appare incompatibile con la tutela archeologica e la Soprintendenza non solo chiede e ottiene la variante del tracciato autostradale ma avvia contestualmente la pratica di dichiarazione dell’interesse culturale (il vincolo sarà emesso il 18 gennaio 2016) che mette definitivamente al riparo il castrum di Novi di Modena da eventuali futuri interventi che non siano legati alla ricerca archeologica.

 


 

INFORMAZIONI

In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena

Novi di Modena (MO) – Sala EXPO presso il PAC – Polo Artistico Culturale, Viale G. Di Vittorio, 30.

Durata: 24 febbraio 2018 – 25 aprile 2018

ORARI giovedì ore 10-12,30; sabato e festivi ore 10-12,30 e 15-18

INFO 059 6789220 (Lunedì e Giovedì 15-19; Martedì e Mercoledì 9-12.30; 15-19; Venerdì e Sabato 9-12.30) – biblioteca1@comune.novi.mo.it

http://www.archeobologna.beniculturali.it/mostre/novi_mo_2018.htm

Mostra a cura di: Sara Campagnari (SABAP-BO), Mauro Librenti (Università Ca’ Foscari)

Promossa da: Gruppo Archeologico Carpigiano, Circolo Storico Novese, Circolo Naturalistico Novese, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

In collaborazione con: Gruppo Studi Bassa Modenese, Dipartimento di Scienze della Vita – UNIMORE

Patrocinata da: Comune di Novi di Modena e Pro Loco “Adriano Boccaletti” di Novi di Modena

Con il finanziamento di Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e il sostegno di Auser risorsAnziani – Sezione di Novi, Coop Alleanza 3.0, Caseificio Razionale Novese, Tecnofiliere S.R.L., AUTOMAC Engineering

Catalogo a cura di: Sara Campagnari (SABAP-BO), Mauro Librenti (Università Ca’ Foscari), Francesca Foroni (Gruppo Studi Bassa Modenese) edito nella collana “Biblioteca” del Gruppo Studi Bassa Modenese

MOSTRE / Goti, Longobardi e Bizantini: così Bologna svela il “suo” Medioevo [GALLERY]

Una grande mostra racconta in modo inedito e originale le vicende con cui Goti, Longobardi, Bizantini e nuovi centri di potere (castelli, monasteri, edifici di culto e Comuni) hanno scritto la storia dell’Emilia-Romagna nel passaggio dal mondo antico verso l’età moderna

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Spilamberto (MO), necropoli longobarda di Ponte del Rio, tomba femminile 62. Fibula discoidale con cammeo (diametro cm 4,8 – fine VI secolo). Attuale collocazione: deposito archeologico di Spilamberto

BOLOGNA –  Da una parte l’Emilia, tributo alla strada romana costruita nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido; dall’altra la Romagna, dove Ravenna assurge al rango di ultima capitale dell’Impero Romano d’Occidente (402-476 d.C.).  Emilia e Romagna: un limes geografico in cui la storia modifica usanze, articola mestieri e differenzia dialetti all’interno di confini fluidi, ma tangibili, che nell’alto Medioevo separavano le terre occidentali, soggette alla conquista longobarda, da quelle orientali della Romagna bizantina.

L’esposizione Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia, visibile al Museo Civico Medievale di Bologna dal 17 febbraio al 17 giugno 2018, indaga le trasformazioni causate dall’affermazione dei nuovi ceti dirigenti goti, bizantini e longobardi in questo territorio e nelle sue città, attraverso un viaggio nel tempo di quasi un millennio che racconta la delicata fase di passaggio dalla Tarda Antichità (IV-V secolo) al pieno Medioevo (inizi del Trecento). Una transizione che si riverbera in ogni aspetto della vita politica, economica, sociale e culturale, rappresentando un momento decisivo nella costruzione di nuovi assetti di potere e nuove identità.

Curata da Sauro Gelichi e Luigi Malnati, la mostra è promossa da Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica nell’ambito del programma culturale 2200 anni lungo la Via Emilia che celebra la fondazione delle colonie romane di Reggio Emilia, Parma e Modena.

 

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300 REPERTI – Una selezione di oltre 300 reperti, recuperati dalle intense ricerche archeologiche condotte in regione negli ultimi 40 anni, racconta con nuove chiavi di lettura questo lungo e complesso percorso storico: dal missorium d’argento cesenate (piatto di uso simbolico-celebrativo) che testimonia la vita agiata di un possidente terriero nella tarda antichità alle fibule di età gota rinvenute a Imola, dai reperti longobardi recuperati nella necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto al servizio di vasellame in argento di età bizantina proveniente da Classe, dai bicchieri in legno rinvenuti a Parma al bacino in maiolica recuperato dalla facciata della chiesa di San Giacomo Maggiore.

SEI SEZIONI – Il percorso espositivo, articolato in sei sezioni tematiche, parte da un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti e contrapposte al dinamismo del nuovo emporio commerciale di Comacchio (Ferrara), per allargare lo sguardo alla riorganizzazione delle campagne, dove fioriscono castelli, villaggi, borghi franchi, pievi e monasteri, e terminare la narrazione con la ciclica rinascita delle città in età comunale.

La I sezione è incentrata sul tema Un mondo in trasformazione: le città, ossia sull’evoluzione dei centri di antica fondazione in rapporto ai cambiamenti socio-economici e all’organizzazione delle nuove sedi del potere, sia laico che ecclesiastico, fino al VI secolo. La II sezione, imperniata sulla Fine delle ville romane, prende in esame l’insediamento rurale di tipo sparso, già tipico delle fattorie di età romana, fino all’evoluzione databile al VI-VII secolo. L’ideologia funeraria di VI-VII secolo caratterizza la III sezione dedicata a Nuove genti, nuove culture, nuovi paesaggi: in questo periodo l’Emilia-Romagna mostra una sostanziale continuità tra età romana e gota mentre appare fortemente marcata la differenza fra i territori soggetti ai Longobardi (Emilia) e quelli sottoposti ai Bizantini (Romagna).
Allo sfarzo di alcuni manufatti afferenti alle sepolture fanno riscontro i pochi materiali recuperati nei contesti urbani regionali della IV sezione dedicata a Città ed empori nell’alto Medioevo: qui spicca per vitalità e capacità economica il più grande emporio del nord Italia nel secolo VIII, Comacchio (Ferrara), strategico centro lagunare aperto, vocato allo smistamento e trasporto di beni e merci mediterranei destinati alle terre del Regno longobardo.
Con la V sezione, Villaggi, castelli, chiese e monasteri: la riorganizzazione del tessuto insediativo, vengono evidenziate le nuove forme d’insediamento (VIII-XIII secolo), quali i castelli, i villaggi di pianura, talvolta fortificati, i borghi franchi, le chiese rurali, perfettamente integrate nella rete itineraria e il ruolo dei monasteri, incaricati del perpetuarsi della memoria dei defunti e della trasmissione della cultura.
Il cerchio si chiude con la VI sezione, Dopo il Mille: la rinascita delle città, che ripropone il tema dell’evoluzione dei centri urbani, questa volta esaminati nella nuova fase di età comunale.

La mostra è accompagnata da un catalogo a cura di Sauro Gelichi, Cinzia Cavallari, Massimo Medica, edito da Ante Quem.


INFORMAZIONI

Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia
A cura di Sauro Gelichi (Università Ca’ Foscari – Venezia) e Luigi Malnati (Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara)

Promossa da:
Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara
Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica

Periodo:
17 febbraio – 17 giugno 2018

Sede:
Museo Civico Medievale
via Manzoni 4 | 40121 Bologna

Orari di apertura:
fino al 28/02/2018
dal martedì al venerdì h 9.00 – 18.30
sabato, domenica e festivi h 10.00 – 18.30
chiuso lunedì feriali
dal 01/03/2018
dal martedì alla domenica h 10.00 – 18.30
chiuso lunedì feriali, 1° maggio

Ingresso:
intero € 5 | ridotto € 3 | gratuito Card Musei Metropolitani Bologna e la prima domenica del mese

Informazioni:
Museo Civico Medievale
via Manzoni 4 | 40121 Bologna
tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
http://www.museibologna.it/arteanticaFacebook: Musei Civici d’Arte Antica
Twitter: @MuseiCiviciBolo

SCOPERTE / Nel Pavese spunta una necropoli longobarda del VI secolo (aggiornamento)

PAVIA – Undici tombe di età longobarda, tutte ritrovate a Gambolò, in frazione Belcreda, sulla provinciale che collega Vigevano a Pavia. si tratta dell’ennesimo tesoro restituito dal territorio lombardo  relativo ai Longobardi, popolo che dal 568 al 774 governò la penisola. Pavia è stata capitale del regno e poco distante, a Lomello, ebbe luogo il secondo matrimonio della regina Teodolinda con Agilulfo, sovrano dei longobardi tra il 591 e il 616. La necropoli è emersa in occasione dei lavori di posa del nuovo metanodotto Cervignano d’Adda–Mortara di Snam Rete Gas. Il luogo della scoperta è presidiato dai carabinieri e dalla polizia locale per evitare l’intervento dei tombaroli.

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, gli archeologi stavano facendo le consuete verifiche su un’opera pubblica quando hanno trovato la prima tomba: «Con estrema cautela — spiega al Corriere Nicola Cassone, archeologo e direttore degli scavi— abbiamo scorticato la parte che potesse permetterci di evidenziare tutta la necropoli in pianta. Secondo noi non è tutto qui: l’area potrebbe essere molto più estesa; le fosse trovate sino ad ora sarebbero solo una piccola parte». Gli archeologi hanno trovato alcuni reperti risalenti alla più antica epoca longobarda (VI secolo), di tipologia affine a quelle scavate finora soltanto sopra il Danubio. «La prima sepoltura che abbiamo studiato — prosegue Cassone nell’intervista al quotidiano milanese —  apparteneva ad un soldato. Gli oggetti trovati ai piedi ci raccontano la sua storia». Altri reperti emersi sono  fiasche in a stralucido di ceramica con stampigliature, asce barbute, pugnali, punte di frecce e fibbie di cinturoni da guerra. Niente ossa: il terreno, per via della vicinanza al fiume, è molto acido e corrosivo.

A Gambolò il locale Museo Archeologico espone numerosi ritrovamenti relativi alla civiltà di Golasecca (Età del ferro): ora  che oggi si trovano nel museo archeologico lomellino proprio a Gambolò, in zona non erano mai state trovate tracce della passaggio dei longobardi, la cui presenza è attestata poco più distante, al battistero di Lomello, dove si sposò la regina Teodolinda.

 

Gubbio, il Festival del Medioevo 2018 sarà… “barbaro”

GUBBIO (PG) – “Barbari”. Sarà questo il tema principale della quarta edizione del Festival del Medioevo.  La manifestazione, incentrata sulla divulgazione storica e l’unica nel suo genere nel panorama nazionale, si terrà a Gubbio dal 26 al 30 settembre 2018.
Cinque giorni per affrontare un viaggio lungo dieci secoli, con la scoperta degli “altri” come filo conduttore.
Barbari. Stranieri. Sconosciuti. Invasori e migranti: nuove genti sul palcoscenico della Storia. Mescolate dai commerci e dalle guerre. Capaci di trasformare in profondità i costumi, le abitudini e anche le parole della vita quotidiana.
Sono lontani, diversi, misteriosi. Ci obbligano a rimarcare i confini, i limiti mutevoli della Storia e della Geografia che segnalano una fine e annunciano un inizio. Divisioni che separano e insieme uniscono.
Noi e loro. Dentro e fuori. Identità e alterità, ridefinite di continuo nel crocevia delle lingue e dei popoli e nelle vicende dei singoli individui. E nuovi mondi, svelati dai viaggi, dall’arte, dalle scoperte scientifiche e dalle innovazioni tecnologiche.
Un racconto infinito, fatto di incontri e di scontri: dagli Alemanni ai Vandali, dai Pitti agli Unni. E poi i Visigoti e gli Ostrogoti, i Sassoni, gli Angli e i Franchi. Svevi, Slavi e Berberi. Il dominio dei Longobardi. La civiltà dei Bizantini. I Mongoli e i Turchi. L’epopea dei Vichinghi. Gli Arabi e i Normanni. Un Medioevo lontano dagli stereotipi, da leggere come una bussola per capire meglio la società del XXI secolo.

Grazie alle lezioni di Storia, le interviste e i “faccia a faccia”, i più importanti storici italiani e europei, insieme a scrittori, giornalisti e uomini di spettacolo, si misurano in una vera e propria sfida culturale: quella di raccontare al grande pubblico in modo “facile” e appassionante mille anni di storia, dalla caduta dell’impero romano alla scoperta dell’America (476-1492).

Tutti gli incontri sono gratuiti e a ingresso libero.

Molti e qualificati i protagonisti delle tre precedenti edizioni: Alessandro Barbero; Franco Cardini; Jacques Dalarun; Chiara Frugoni; Massimo Montanari; Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri; Jean Claude Maire Vigueur; Attilio Bartoli Langeli;Maria Giuseppina Muzzarelli; Tommaso Di Carpegna Falconieri; Amedeo Feniello; Alberto Grohmann; Alessandro Vanoli; Francesco Benozzo; Massimo Campanini; Riccardo Fedriga; Franco Franceschi; Gabriella Piccinni; Giorgio Ravegnani; Umberto Longo; Massimo Miglio; Marina Montesano; Antonio Musarra; Enrica Neri Lusanna; Alessandro Marzo Magno; Leopoldo Freyrie; Sergio Rizzo; Enrico Malato; Elena Percivaldi; Francesca Roversi Monaco, Ian Wood e molti altri (l’elenco completo sul sito della manifestazione www.festivaldelmedioevo.it).

Il Festival è arricchito da molti eventi collaterali (mostre, rievocazioni, film, concerti, spettacoli, giochi di ruolo e visite guidate) tra i quali spiccano alcuni appuntamenti fissi:

– Fiera del Libro Medievale. Tutto quello che c’è da leggere e sapere per conoscere meglio l’Età di Mezzo. Le maggiori case editrici italiane e i piccoli editori specializzati presentano al vasto pubblico degli appassionati i saggi, i romanzi, le biografie, gli approfondimenti tematici e i grandi classici che hanno per oggetto dell’età medievale.

– Miniatori e calligrafi dal mondo. Medioevo e futuro si incontrano in un evento dedicato alla moderna arte amanuense.

– Le botteghe e i mestieri. L’artigianato medievale presentato dai migliori espositori nazionali in modo filologicamente corretto.

– La Tavola rotonda del Web. Evento specifico dedicato ai siti specializzati sul Medioevo, costruito in collaborazione con Italia Medievale, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

– Medioevo dei bambini. Giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli.

Il Festival è realizzato dall’Associazione culturale Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio.

La manifestazione gode del patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Si avvale anche dei patrocini scientifici dell’ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della SAMI, la Società degli Archeologi Medievisti Italiani.
All’iniziativa collabora in modo operativo la Fondazione Giuseppe Mazzatinti.

La RAI, con i canali tematici di Rai Storia e RAI Radio3, è stata media partner dell’evento in tutte le edizioni, con il mensile MedioEvo e il sito web Italia Medievale.

Più di 50.000 persone hanno partecipato all’ultima edizione (27 settembre – 1 ottobre 2017).

Sergio Mattarella ha conferito per due anni consecutivi la Medaglia d’Oro della Presidenza della Repubblica alla città di Gubbio come “espressione di apprezzamento per l’alto livello culturale del Festival del Medioevo”.

Nel 2016 il Festival del Medioevo ha vinto anche il Premio Italia Medievale, riservato alle istituzioni “che si sono particolarmente distinte nella promozione e valorizzazione del patrimonio medievale italiano”.

Il sito della manifestazione e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

Web: www.festivaldelmedioevo.it
E-mail: ufficiostampa@festivaldelmedioevo.it
facebook: @FestivalDelMedioevo
hashtag: #FestivalDelMedioevo18

Archeologia, scoperto il primo “albergo” di Jesolo

VENEZIA – Gli archeologi dell’Università Ca’ Foscari Venezia hanno scoperto il primo albergo di Jesolo (l’antica Equilo), oggi principale località balneare del litorale veneto con milioni di turisti nella stagione estiva. Il complesso, sorto nel IV-V secolo d.C., si trovava su un isolotto nei pressi dell’antico estuario della Piave Vecchia, nell’odierna località ‘Le Mure’.

Dopo due anni di ricognizioni, scavi e ricerche, Sauro Gelichi, direttore del progetto archeologico di Ca’ Foscari nell’area e professore di Archeologia medievale al Dipartimento di Studi Umanistici, presenta la scoperta: “Si tratta di un posto di stazionamento (mansio), forse anche per funzionari imperiali, che si trovava lungo una rotta endo-lagunare. La presenza di questo percorso, alternativo, o meglio integrativo, di quello terrestre, era stata ipotizzata, ma oggi ne abbiamo la prova archeologica”.

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(c) Università Ca’ Foscari Venezia

Della mansio finora è stata esplorata un’ampia porzione dell’edificio che serviva per l’ospitalità, caratterizzato da una serie di ambienti tutti uguali, affiancati l’un l’altro, e suddivisi in stanze che dovevano accogliere giacigli e cucine (ognuno di questi ambienti era provvisto di un focolare in mattoni). A questa struttura “alberghiera” si affiancavano edifici con officine per le attività artigianali e probabilmente una piccola cappella per le funzioni religiose. Ma il complesso doveva essere più ampio.

Distante dai luoghi di posta presenti lungo la viabilità principale, la via Annia, il nucleo insediativo tardoantico e altomedievale sull’insula Equilus era un luogo che accoglieva chi si spostava via acqua, nella rete dei canali lagunari, e lungo la viabilità endolagunare che collegava Ravenna, Altino e Aquileia.

Fonte: Comunicato  Università Ca’ Foscari Venezia

Scoperto il sito del monastero di Deer, dove fu scritto il più antico manoscritto gaelico scozzese

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Folio 5r contenente il testo del Vangelo secondo Matteo da 1:18 a 1:21. Notare il monogramma Chi Rho nel margine superiore. I margini contengono testo in gaelico (Wikipedia).

(via RTE) Gli archeologi scozzesi hanno individuato il sito dove sorgeva il monastero in cui fu scritto, nel X secolo, il Libro of Deer (Leabhar Dhèir), che contiene la più antica attestazione scritta di lingua gaelica scozzese. Il codice contiene la trascrizione integrale del Vangelo di Giovanni (gli altri tre sono conservati soltanto in parte) in latino, affiancata da annotazioni a margine in gaelico aggiunte in seguito (XII secolo).

I resti del monastero di Deer, la cui ubicazione era finora ignota, si troverebbero a 45 km a nordest di Aberdeen: durante gli scavi sono emersi numerosi manufatti tra cui un focolare di pietra e frammenti di ceramica. 

Come riporta l’RTE, secondo Máirín Ní Dhonnchadha, docente di antico Irlandese all’Università di Galway,  la scoperta potrà fornire nuovi elementi circa la fondazione del monastero stesso, forse ad opera di san Columba di Iona nel VI secolo.

Il Libro di Deer è conservato presso l’Università di Cambridge (Cambridge University Library, MS. Ii.6.32) dal XVIII secolo e può essere  consultato online.

EVENTI /  Ötzi e Valmo, l’uomo e le Alpi in mostra a Cortina

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© Manaz Productions

Cortina d’Ampezzo (BL) – Dal 10 gennaio al 2 aprile 2018 i ritrovamenti più rilevanti dei primi abitanti delle Alpi, l’uomo di Similaun e l’uomo di Mondeval, per la prima volta insieme, ci raccontano la vita dell’uomo preistorico in alta quota dopo l’ultima grande glaciazione, con la mostra ÖTZI & VALMO – Quando gli uomini incontrarono le Alpi. È la prima mostra temporanea della nuova galleria Lagazuoi EXPO Dolomiti, location d’eccezione, a 2.778 metri di quota, che aprirà le sue porte al pubblico mercoledì 10 gennaio. Quattro sale espositive su tre piani, sulla vetta del monte Lagazuoi, accanto allo storico e omonimo rifugio, con un panorama mozzafiato sulle Dolomiti Patrimonio UNESCO. L’inaugurazione ufficiale della galleria è prevista per il 2 febbraio 2018.

La mostra ripercorrerà come un trailer i 2700 anni che separano questi due uomini – Ötzi, l’Uomo venuto dal ghiaccio (Iceman), vissuto 5.300 anni fa in val Senales a 85 km in linea d’aria dal Lagazuoi, la cui mummia è stata ritrovata sul ghiacciaio a 3.200 metri di quota fornendoci un patrimonio di oggetti e informazioni uniche ed eccezionali sull’Età del Rame, e Valmo, l’Uomo di Mondeval, vissuto 8.000 anni fa vicino al passo Giau, a 2.150 metri di quota e a 8 km in linea d’aria dal Lagazuoi, la cui sepoltura, unica e preziosa, ci racconta la vita di un cacciatore mesolitico sulle Dolomiti – e illustrerà i cambiamenti climatici che hanno permesso la colonizzazione delle Alpi e condizionato il loro stile di vita.

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Lo scheletro di Valmo, l’uomo di Mondeval

Per fabbricare i propri utensili Valmo usava la selce e Ötzi anche il rame. Valmo e Ötzidovevano affrontare il freddo della montagna, procurarsi il cibo e difendere il loro gruppo. La mostra illustra, con repliche e calchi, come abbiano perfezionato le tecniche e le conoscenze fondamentali per vivere in alta quota, un bagaglio di esperienze conosciute daValmo e trasmesse a Ötzi lungo le 80 generazioni che li separano.

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Ricostruzione della capanna di Mondeval

La mostra è stata realizzata in collaborazione con il Museo Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore (BL), l’Associazione Tramedistoria, l’Università degli Studi di Ferrara, il Neanderthal Museum di Mettmann (Germania), GEO, il Museo Archeologico di Bolzano, l’Associazione Amici del Museo della Val Fiorentina.


INFORMAZIONI
Orari: dalle 9.30 alle 16.30, tutti i giorni, dal 10 gennaio al 2 aprile
Costo del biglietto:  adulti – 5 euro, Bambini (dai 6 ai 14 anni compiuti) – 3 euro

Lagazuoi EXPO Dolomiti è un nuovissimo spazio espositivo per eventi culturali e convegni nel cuore delle Dolomiti, sulla cima del monte Lagazuoi a Cortina d’Ampezzo. Lagazuoi EXPO Dolomiti è composto da quattro sale su tre piani, lobby, coffee e terrace bar, senza barriere architettoniche sia per l’accesso alla funivia al passo Falzarego che nell’edificio. Ospiterà mostre temporanee dedicate alla fotografia, all’arte del passato e a quella contemporanea, alla storia e alla preistoria del territorio. 

 

ARCHEOLOGIA / Scoperto il primo insediamento etrusco in Sardegna

ROMA – (Fonte: Ansa) Un insediamento etrusco risalente al IX secolo a.C. sulle coste sarde, a Tavolara nei pressi di Olbia: la straordinaria presenza è emersa nel corso di una revisione dei ritrovamenti degli ultimi anni della Soprintendenza per le province di Sassari e Nuoro. L’area dell’insediamento – informa un comunicato della Soprintendenza – è localizzata sull’isolotto di Tavolara, una posizione che consentiva una certa cautela nei contatti con gli abitanti della costa e dell’entroterra.

Allo stato attuale delle ricerche, notano gli archeologi, non si può tuttavia escludere che vi siano stati altri insediamenti villanoviani in Gallura, regione che fronteggia l’Etruria, i cui grandi centri come Populonia, Vetulonia, Vulci, Tarquinia, destinati a divenire le grandi città etrusche, nascono proprio nell’epoca in questione, la prima età del ferro, a cui si datano, in Sardegna, anche le statue di Monte Prama. “Gli scambi tra la Sardegna ‘nuragica’ e l’aspetto culturale della prima età del ferro dell’Etruria detto ‘villanoviano’ sono ben noti e ampiamente studiati, ma finora non era documentata la presenza di una comunità proveniente dalla sponda etrusca stanziata e prosperata in Sardegna”, sottolinea l’archeologo Francesco di Gennaro. “Si tratta quindi di una novità assoluta che costituisce un balzo in avanti nella ricostruzione dei rapporti tra le due sponde del Tirreno in epoca protostorica”.

Un dato archeologico che aiuta a comprendere il dinamismo e la propensione marinara della gente stanziata in Etruria nella prima età del ferro (IX-VIII sec. a.C.) è la presenza di una linea costiera di abitati nel Lazio settentrionale e in Toscana, in cui già a prima vista si notano significativi confronti con i materiali dell’insediamento scoperto a Tavolara.

I risultati degli scavi sono in corso di edizione da parte dello stesso Soprintendente Francesco di Gennaro con il responsabile di zona Rubens D’Oriano e Paola Mancini, che li ha materialmente condotti nel 2011 e nel 2013, dopo il ritrovamento di cocci affioranti da parte di Giuseppe Pisanu.

Fonte: AnsaMed

ARCHEOLOGIA / Trovata in Siberia la più antica collezione di giocattoli del mondo

Testo: © Elena Percivaldi 
Foto: © IIMK RAS – The Siberian Times

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(E.P.) Una bambolina di pietra e un animale mitologico, forse un drago, sono stati ritrovati in Siberia in una tomba infantile appartenente alla cultura di Okunev, risalente all’Età del Bronzo (prima metà del II millennio a.C.) e probabilmente imparentata con le tribù dei nativi americani. Secondo gli archeologi, i reperti vanno a costituire la più antica collezione di giocattoli finora nota al mondo: gli oggetti simili finora noti risalenti allo stesso periodo, emersi in Egitto, erano infatti di carattere simbolico e rituale, non destinati al gioco.

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Di entrambi i manufatti siberiani si è conservata solo la testa: il resto del corpo era formato da materiale organico ed è andato quindi perduto. La testa della bambolina misura 5 cm ed è stata ricavata da un pezzo di steatite (nota anche come pietra saponaria), una roccia simile alla giada, mentre l’animale è stato intagliato nell’osso. Il ritrovamento, avvenuto nei pressi del lago Itkul in Khakassia, nella Siberia meridionale, avviene nel contesto della necropoli Iktol II, che si trova nel distretto di Shira.

La vasta area sepolcrale ha restituito finora numerose tombe, tutte risalenti a 4500 anni fa. Tra esse è notevole quella di un neonato, scavata due anni fa: il piccolo era stato sepolto in una culla di corteccia di betulla con sette statuette deposte sul petto: lunghe 8 cm e intagliate a formare teste animali e umane, sono state interpretate come sonagli, i più antichi della storia.

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I due “nuovi” giochi appena riportati alla luce vanno dunque ad aggiungersi a questi già preziosissimi reperti arricchendo ulteriormente la collezione. Nella stessa zona sono state trovate anche statuette di divinità pagane, queste però dal probabile significato apotropaico.

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