1493209685c 767_cut1_250“STORIE & ARCHEOSTORIE” è il notiziario a cura di PERCEVAL ARCHEOSTORIA, studio di consulenza e ricerca in ambito storico-archeologico e artistico-musicale nato nel 2010. Il direttore  è Elena Percivaldi, ricercatrice, divulgatrice e giornalista professionista dal 2002.  


Per segnalazioni di mostre, eventi, scoperte o per altre informazioni, potete contattarci scrivendo a: storieearcheostorie(at)gmail.com

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Positano, riapre la Villa Romana con i suoi eccezionali affreschi

POSITANO (SA) – La Villa Romana di Positano (Salerno), uno dei più suggestivi spazi archeologici ipogei di età romana rinvenuti negli ultimi anni in Italia meridionale apre finalmente al grande pubblico. L’inaugurazione del sito avverrà mercoledì 18 luglio 2018 alle 18; dal 19 al 31 luglio sono in programma visite gratuite per i residenti a Positano, mentre da mercoledì primo agosto il sito aprirà definitivamente al pubblico.
Dopo due importanti campagne di scavo (2003/2006 e 2015/2016) il sito, di cui si conoscono le origini sin dal 1758, è pronto a mostrare i suoi tesori. I dettagli del restauro e della conseguente valorizzazione e fruizione del sito sono stati illustrati in una conferenza tenutasi a Palazzo “Ruggi D’Aragona” presso la Soprintendenza ABAP di Salerno. All’incontro, coordinato da Michele Faiella, Funzionario per la Promozione e Comunicazione – Responsabile dell’Ufficio Stampa della Soprintendenza, hanno partecipato Francesca Casule, soprintendente ABAP di Salerno e Avellino; Michele De Lucia, sindaco di Positano; Silvia Pacifico, funzionario archeologo; Diego Guarino, architetto e direttore dei lavori e Walter Tuccino, restauratore del Mibact.

OZI CAMPANI – La villa romana di Positano si trova al di sotto della chiesa di Santa Maria Assunta. Essa, spiega Maria Antonietta Iannelli, funzionario archeologo della Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino – fu costruita alla fine del I secolo a.C. In quell’epoca l’élite romana aveva scelto le coste del Golfo di  Napoli e della Penisola Sorrentina per edificarvi lussuose residenze ove trascorrere il tempo libero tra giardini e ricchi ambienti affrescati con spettacolari vedute sul paesaggio costiero. L’esistenza della villa era nota già da tempo. Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, descrive nel 1758 strutture con affreschi e mosaici al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo della Corte pensò di aver individuato la villa di Posides Claudi Caesaris, potente liberto dell’imperatore Claudio, da cui deriverebbe lo stesso nome di Positano. Intorno alla metà del I secolo,  la villa era in corso di restauro per i danni prodotti dal sisma del 62 e per un probabile passaggio di proprietà intervenuto nel  frattempo. Il terremoto divenne occasione per riproporre una nuova e ricca veste agli ambienti di rappresentanza, come testimonia una delle sale da pranzo della villa, il lussuoso triclinium venuto alla luce nella cripta. Sulle pareti, ricoperte con motivi del Quarto stile pompeiano  (metà del I secolo d.C.), sono visibili architetture a più piani. Nella parte superiore la scenografia architettonica è parzialmente celata da una tenda con mostri marini, delfini guizzanti e amorini in stucco. Di grande effetto è lo scorcio di un palazzo con porta socchiusa e loggiato con elegante balcone. La zona mediana è decorata da pannelli a sfondo monocromo ornati da eleganti ghirlande. Una serie di medaglioni conteneva ritratti e scene mitologiche, come la raffigurazione del centauro Chirone che impartisce lezioni di musica al giovane Achille; quadretti con nature morte e un paesaggio marino, con una baia attorniata da edifici porticati e da scogli, arricchivano l’insieme. Un paesaggio non dissimile si doveva godeva da questa sala triclinare aperta sulla baia di Positano.

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Particolare degli affreschi della Villa (da www.amalficoast.it)

IL TERREMOTO DEL 79 – La lussuosa residenza fu danneggiata in modo irreversibile dall’eruzione vesuviana che distrusse Pompei. La colonna eruttiva si innalzò nell’atmosfera per oltre venti chilometri, superando l’alta dorsale dei monti Lattari e ricadendo verso sud. Le forti piogge, che sempre si associano alle eruzioni, attivarono valanghe di fango che si ingrossarono verso il fondovalle e si consolidarono rapidamente. I tetti spioventi favorirono lo scivolamento delle pomici verso l’esterno, solo piccoli quantitativi entrarono da porte e finestre. Poco dopo valanghe di fango raggiunsero la villa con una velocità rilevante, riempiendone gli ambienti e facendo crollare, sotto l’enorme spinta, tetti e solai. Le colonne in stucco del portico furono abbattute e trascinate all’interno del triclinio, mentre contro la parete nord si accumulava il materiale ligneo del soffitto, dei tramezzi e delle stesse impalcature dei restauri in corso. Questo accumulo ha protetto i resti di un armadio che conservava il vasellame bronzeo. La parte mediana della parete est subì uno spostamento di circa quaranta centimetri verso valle, testimoniato da un’ampia frattura, la prova più spettacolare della violenza dell’evento.

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Particolare degli affreschi della Villa (da www.amalficoast.it)

DUE CRIPTE INTERESSANTI  – Nei secoli seguenti l’area dove sorgeva la Villa divenne sede di edifici religiosi.  Gli scavi hanno riportato alla luce due cripte diverse, una superiore risalente al Settecento,  e una inferiore, più antica.  La cripta superiore, più recente, è formata da  due spazi longitudinali; lungo il perimetro della sala principale – sotto cui sono emersi i resti della Villa stessa – e sulle pareti degli anditi di passaggio, sono allineati 69 sedili in muratura per l’essiccazione dei defunti: come scrive in una nota Lina Sabino, funzionario storico del’arte della Soprintendenza ABAP di Salerno, sono “di ragguardevole fattura nella finitura plastica degli stucchi dalla morbida stesura, priva di riscontro nell’intero territorio amalfitano”. I fondi delle pareti sono ricoperti da una leggera velatura di calce bianca su cui sono tracciate rapide pennellate di colore rosso a formare fasce oblique parallele e rombi nei sottarchi: “un’insolita ricchezza decorativa per ambienti di questo tipo, presumibilmente voluta e commissionata, nel primo trentennio del Settecento, dai laici appartenenti alla Confraternita del Monte dei Morti, che aveva sede nel soprastante Oratorio”.
La cripta più antica, che si trova al disotto del presbiterio della chiesa superiore, dedicata alla Vergine Maria nel 1159, è di età medievale: non è chiaro se in origine fosse a sua volta una vera e propria chiesa, oppure se fungesse da cripta all’edificio soprastante. Il corpo principale si compone di due navate, coperte da volte a botte e separate da archi che scaricano su colonne di marmo. Due di esse, inglobate nei pilastri innalzati agli inizi del Seicento per sostenere la grande cupola della chiesa superiore, sono state messe in luce dall’ultimo restauro. La pianta mette la costruzione in relazione con altre cripte romaniche campane e in particolare con quelle delle cattedrali di Salerno, di Amalfi, di Ravello e di Scala. All’interno vi era un altare – citato più volte nei documenti – intitolato alla Natività. Più tardi lo spazio absidale fu confinato, rispetto
alle navate, da una parete divisoria; al suo interno furono realizzati scolatoi funebri a seduta mentre, tra le volte a crociera soprastanti, fu praticata un’apertura (corrispondente alla collocazione attuale dell’altare maggiore della chiesa) attraverso la quale venivano calati i corpi dei defunti. Ciò fa supporre che a seguito dei lavori seicenteschi, la cripta avesse perso la sua prima destinazione liturgica e che da allora svolgesse una funzione esclusivamente cimiteriale. Delle antiche decorazioni resta solo una labile traccia pittorica sulla parete settentrionale, in prossimità della scalinata di accesso alla chiesa superiore, ed una colonnina tortile in stucco incassata in un piccolo vano a lato dell’attuale ingresso.

IL SITO DIVENTA MUSEO – Nel corso degli ultimi dieci anni, due successive campagne (compiute nel 2003/2006 e nel  2015/2016) hanno dunque messo in luce  una porzione di inestimabile interesse archeologico della villa romana di Positano. La musealizzazione  degli ambienti, come spiega il direttore dei lavori Diego Guarino, è avvenuta a conclusione dei meticolosi lavori di scavo, degli interventi di consolidamento delle strutture e delle accurate opere di restauro delle superfici affrescate e delle suppellettili: l’ambiente ipogeo è ora accessibile ai visitatori grazie a percorsi aerei (passerelle e scale in vetro e acciaio); il percorso di visita rende leggibili i risultati dei restauri con la stratigrafia delle trasformazioni, che la storia degli eventi umani e naturali, ha lasciato sulle strutture messe in luce. Per garantire il mantenimento dei valori microclimatici dell’ipogeo e quindi la conservazione degli affreschi, è stata inoltre adottata la regolamentazione degli ingressi, con soglie massime di visitatori per visita mai superiore a 10.
(e.p.)
© Elena Percivaldi – Perceval Archeostoria  – All rights reserved. Nessuna parte di questo blog può essere copiata, riprodotta o rielaborata senza citare la fonte.


INFORMAZIONI

Villa Romana di Positano
Inaugurazione 18 luglio 2018, ore 18
Dal 19 al 31 luglio visite gratuite per residenti a Positano
La villa aprirà al pubblico dal 1 agosto.
Orari di visita: tutti i giorni, dal lunedì alla domenica, dalle  9 alle 21
Ingresso: 15 euro.
Sito web: www.ambientesa.beniculturali.it/BAP

MOSTRE / A Pisa un capolavoro ritrovato di Orazio Gentileschi, padre di Artemisia

PISA – Il nome di Orazio Gentileschi (Pisa 1562 – Londra 1639) è noto ai più per essere il padre della celeberrima Artemisia. Egli, tuttavia, fu un artista importante nel Cinquecento: pur partendo dalla lezione di Caravaggio, non si limitò a scimmiottare le novità proposte dal pittore lombardo soprattutto per quanto concerne il trattamento della luce, ma ne sviluppò una lettura autonoma fondendo nella sua opera le luminosità e le forme michelangiolesche del manierismo toscano con quelle romano-lombarde, appunto, del Merisi.

Una mostra nella città natale di Orazio, Pisa,  proverà a riportare su di lui l’attenzione del grande pubblico proponendo un confronto tra tre sue opere, di cui una molto nota –   Santa Cecilia che suona la spinetta della Galleria Nazionale dell’Umbria – e una quasi sconosciuta:  La Madonna in adorazione del Bambino. Il terzo dipinto è  la Madonna con Gesù Bambino addormentato, dipinta da Orazio in collaborazione con l’altro suo figlio, Francesco.

La mostra, intitolata  Un capolavoro ritrovato di Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino, si tiene dal 19 luglio al 19 settembre 2018 al Museo delle Sinopie di Pisa ed è a cura di Pierluigi Carofano  con un comitato scientifico composto da Raymond Ward Bissel e Marco Pierini.

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Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino

Il dipinto “riscoperto” di Orazio Lomi Gentileschi è stato intitolato dalla storiografia come una Madonna con il Bambino Gesù, ma il soggetto a cui l’opera si accosta maggiormente è quello della ‘Madonna in adorazione del Bambino’. Ma anche in questo caso, nonostante esso possa sembrare il titolo più appropriato, è in realtà impreciso poiché nella produzione figurativa del Medioevo e del Rinascimento quel tipo di iconografia prevede che la madre di Gesù sia raffigurata con entrambe le mani aperte (come nel celebre dipinto di Correggio della National Gallery di Londra) o giunte in preghiera (come nell’altrettanto famosa tavola di Filippino Lippi agli Uffizi). Nel caso del dipinto di Orazio Gentileschi la figura della Madonna non corrisponde ad un preciso canone iconografico ma tale gestualità indica la presenza di una forte emozione interiore. Non è quella di una Madonna adorante, ma della Madre che avverte la tragedia che attende il Figlio. E’ facile, infatti, cogliere l’atteggiamento di ‘tragedia’ dell’intera composizione: i due protagonisti sacri presentano uno sguardo mesto, ma non rassegnato, parzialmente riscattato dal gesto del Bambino che, con la mano destra sul petto (con atto speculare rispetto a quello della Madre), indica verso di Lei con l’indice della mano sinistra, a consegnare simbolicamente alla Madonna, ai piedi della croce, la guida dell’intera comunità dei fedeli.

La Madonna in adorazione del Bambino e la Santa Cecilia che suona la spinetta, eseguite intorno al 1618-1620, hanno avuto un percorso simile all’interno degli studi su Orazio: entrambe le opere hanno faticato ad affermarsi presso la comunità scientifica come autografi del maestro pisano, nel primo caso per la scarsa visibilità dell’opera stessa, conservata in una collezione storica italiana; nel secondo caso perché ne esiste un’altra versione (con varianti) nella National Gallery of Art di Washington. Negli ultimi anni, grazie agli studi di Bruno Santi, Raymond Ward Bissell, Claudio Strinati, Pierluigi Carofano, Paola Caretta e Alberto Cottino le due tele sono state riconosciute come autografe di Orazio Gentileschi ed esposte in mostre dedicate al Maestro pisano o ad argomenti caravaggeschi. La terza tela in mostra, la Madonna con Gesù Bambino addormentato, ben dimostra la qualità dei collaboratori di Orazio e in particolare del figlio Francesco.

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Orazio Lomi Gentileschi, Santa Cecilia che suona la spinetta , olio su tela, 90×105

Nel percorso espositivo le tre opere dialogano con le sinopie degli affreschi del Camposanto Monumentale raccolte nel Museo che le ospita. Destinata a rimanere celata sotto l’opera compiuta, la sinopia è la prima fase di realizzazione dell’affresco, è il disegno tracciato sul primo strato di intonaco stendendo a pennello un pigmento rosso, la terra di Sinòpe, mescolato ad acqua. Una collezione unica al mondo quella di Pisa, venuta alla luce in seguito a un disastroso evento, il fuoco divampato nel Camposanto sotto i bombardamenti della II guerra mondiale. Ciò rese necessario il distacco degli affreschi dall’intonaco per poterne recuperare vaste porzioni, quelle risparmiate dall’incendio, e dare inizio al loro restauro. Fu proprio lo ‘strappo’ della pellicola pittorica che permise di svelare le sinopie, la parte occultata dell’affresco che, con la stessa tecnica dello ‘strappo’, fu asportata dalle pareti del Camposanto e dal 1979 ospitata nell’attuale museo.

La mostra è organizzata dall’Opera della Primaziale Pisana in collaborazione con la Galleria Nazionale dell’Umbria e con la Libera Accademia di Studi Caravaggeschi.


INFORMAZIONI

Un capolavoro ritrovato di Orazio Lomi Gentileschi, La Madonna in adorazione del Bambino 
Museo delle Sinopie

Piazza del Duomo, Pisa
Orario: tutti i giorni 8.00 / 19.30
Ingresso: 5 euro
Informazioni: tel +39 050 835011/12 – info@opapisa.it

SCOPERTE / Carne, farro e foglie di felce: svelata l’ultima cena di Ötzi

BOLZANO –  Carne – fresca o essiccata –  di stambecco e cervo reale, l’antico farro monococco e alcune tracce di felce aquilina, una pianta tossica: questo è stato l’ultimo pasto dell’Iceman. In uno studio internazionale, coordinato dal centro bolzanino Eurac Research, gli scienziati hanno esaminato il contenuto dello stomaco della mummia. Hanno individuato numerose biomolecole come proteine, grassi e carboidrati, risalendo alla loro origine. Grazie a queste scoperte i ricercatori hanno potuto ricostruire per la prima volta un pasto dell’età del Rame. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “Current Biology”.

Ötzi si deve essere sentito al sicuro poco prima di morire. In un intervallo di tempo che va da due ore fino a mezz’ora prima della sua morte ha infatti consumato un abbondante pasto. A sorprendere i ricercatori è stata soprattutto l’alta percentuale di grassi presenti nel suo stomaco: “I lipidi si differenziano fortemente da altre sostanze perché sono idrorepellenti. Per questo motivo siamo riusciti a riconoscere l’alto contenuto di grassi già ad occhio nudo,” commenta Frank Maixner, microbiologo di Eurac Research. Analisi dettagliate dei lipidi hanno poi confermato che si tratta di grasso di origine animale, in particolare del tessuto adiposo dello stambecco.
“I grassi sono un’eccellente fonte di energia e sembrerebbe che l’Iceman ne fosse già consapevole. L’ambiente in cui l’uomo del Similaun visse, e nel quale fu ritrovato a distanza di 5300 anni, è situato a 3.210 m s.l.m, un tipico ambiente alpino di alta montagna che pone particolari sfide alla fisiologia umana. Quindi, per evitare improvvise perdite di energia, in questi habitat è necessario un apporto ottimale di sostanze nutritive”, spiega Maixner.

L’analisi dettagliata del contenuto dello stomaco ha fornito anche particolari indicazioni su come venivano preparati i cibi nell’età del Rame; la carne di stambecco nello stomaco di Ötzi era infatti ancora molto ben conservata. Dalle striature nella fibra della carne, i ricercatori sono stati in grado di riconoscere che si trattava di un muscolo, essiccato all’aria e leggermente riscaldato, probabilmente per farlo conservare meglio. Infatti, solo a una temperatura che non supera i 60 gradi, la fibra della carne rimane così ben strutturata. A dimostrarlo sono stati alcuni test che i ricercatori hanno condotto su selvaggina fresca: nelle fibre muscolari, dopo la cottura o l’abbrustolimento i pattern regolari scompaiono.

Per quanto riguarda il contenuto vegetale nello stomaco dell’Iceman, nel suo ultimo pasto, i ricercatori hanno individuato il cosiddetto farro monococco, non macinato e tracce di felce aquilina. Il monococco è uno dei primi cereali a essere stato addomesticato dall’uomo ed è considerato un precursore del grano. Sul perché fossero presenti tracce di felce aquilina – una pianta tossica – nello stomaco di Ötzi invece i ricercatori possono fare solo delle supposizioni: “Potrebbe essere che Ötzi soffrisse di dolori causati da alcuni parassiti individuati nel suo intestino in precedenti studi e che quindi abbia utilizzato la felce aquilina come medicamento. Ma potrebbe anche aver utilizzato le foglie di felce per incartare il cibo e quindi, qualche particella potrebbe essere inavvertitamente finita nel suo pasto,” spiega Albert Zink, direttore dell’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research. Nonostante la sua tossicità comunque, diverse popolazioni indigene in Asia consumano ancora oggi germogli di felce aquilina come alimento. “L’ultimo pasto dell’Iceman conteneva un’elevata quantità di carboidrati, proteine e grassi, perfettamente bilanciati per le sfide poste dagli ambienti di alta montagna”, conclude Zink.

Queste sono solo alcune delle novità emerse dall’esame della mummia, che prosegue senza sosta dal 1991, data del clamoroso ritrovamento. Poche settimane (ne abbiamo parlato qui) fa un team di ricercatori coordinato dall’archeologa altoatesina Ursula Wierer aveva infatti reso noto, sulla rivista scientifica PLOS ONE, i risultati delle analisi condotte sugli utensili in selce che Ötzi aveva con sé, rivelando il modo in cui egli utilizzava il proprio equipaggiamento personale e fornendo ulteriori preziose informazioni sulle relazioni commerciali intessute da un clan stanziato nell’arco alpino meridionale, nel territorio dell’odierno Alto Adige, durante l’Età del Rame.

Fonte: Materiale ufficiale del Museo Archeologico dell’Alto Adige/ South Tyrol Museum of Archaeology

MOSTRE / Lungo i confini dell’Impero: il Limes danubiano da Traiano a Marco Aurelio (e un viaggio per scoprirlo)

ROMA – Cos’è il Limes danubiano? Perché una mostra sul Limes danubiano è organizzata nei Mercati di Traiano, già interamente “invasi” dalla mostra archeologica Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa? Se la prima risposta, piuttosto complessa, costituisce la motivazione del progetto espositivo, la seconda è immediata: Traiano è l’Imperatore che ha esteso l’Impero verso Est con la conquista della Dacia, attuale Romania, dunque la mostra dedicata alla sua figura di “costruttore” dell’Impero – e, in nuce, “creatore dell’Europa” – comprende, concettualmente e materialmente, il territorio del Limes danubiano. Non poteva esserci, dunque, una sede espositiva migliore.

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Per definirne l’idea, occorre comprendere che il Limes danubiano, linea di confine nord-orientale dell’Impero Romano interessato dal corso del fiume Danubio, non era solo un concetto militare ma piuttosto un luogo di incontro e di scambio tra due civiltà. Il concetto di conquista romana, infatti, partiva dalla presa militare di un territorio ma si attuava nella sua trasformazione in Provincia e nella sua romanizzazione e, in senso lato, nell’espansione “oltre” il confine politico nella forma di un’articolata rete di relazioni umane e commerciali.

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Recuperare l’unitarietà culturale del Limes danubiano, originariamente esteso su un itinerario di 1.500 chilometri costellato da fortezze, torri di avvistamento e insediamenti civili, ma oggi distribuito nelle nazioni della Germania, Austria, Slovacchia e Ungheria, è dunque l’obiettivo del progetto congiunto transfrontaliero proposto per la candidatura a sito del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Far conoscere il progetto e il prezioso patrimonio di resti archeologici della Repubblica Slovacca è quindi l’obiettivo della mostra documentaria che sarà allestita nei Mercati di Traiano nella seconda metà del 2018, in significativa concomitanza con l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale e il 25° anniversario della nascita della Repubblica Slovacca

 04. Dedalos e Icaro-Gerulata, stele funerale

 

La mostra, ospitata dai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali dal 6 luglio al 18 novembre 2018, è promossa da Roma Capitale,Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con l’Istituto Municipale per la Tutela dei Beni (MÚOP) di BratislavaBratislava Capitale della Repubblica Slovacca – Ambasciata della Repubblica Slovacca a RomaIstituto Slovacco a Roma e ha come Partners – co-organizzatori: Commissione per i Monumenti della Repubblica Slovacca-Pamiatkový úrad,Museo Municipale di BratislavaMuseo Danubiano di KomárnoIstituto Archeologico presso l’Accademia delle Scienze Slovacca,Associazione archeologica Slovacca presso l’Accademia delle Scienze SlovaccaMuseo Nazionale Slovacco – Museo Archeologico eSTUDIO 727.

 Attraverso le parole di Marco Aurelio, evocato in un prodotto video, e l’esposizione di pannelli didattici dedicati ai maggiori siti archeologici conservati nel territorio della Repubblica Slovacca, la mostra intende documentare e valorizzare una realtà storica importante e poco nota, presentando per la prima volta in Italia i risultati dei più recenti scavi archeologici nei campi militari di Rusovce – Gerulata e Iža Leányvár (Kelemantia), i siti archeologici di Devin, Dubravka, Stupava e, uniche nel loro genere, le costruzioni del I secolo a.C. messe in luce negli anni 2008-2014 presso il Castello di Bratislava.

Ricordiamo che il Danubio come frontiera, e i luoghi che lungo il corso del Grande Fiume hanno fatto la storia, sono anche oggetto del viaggio organizzato da Far East Viaggi dal 9 al 20 agosto e che ci vedrà protagonisti come consulenti culturali (vedi locandina qui sotto). Ancora pochi i posti disponibili.

Per informazioni sul viaggio:  www.fareastviaggi.it

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INFORMAZIONI MOSTRA

Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali
Via Quattro Novembre 94 – Roma
Apertura al pubblico: 6 luglio – 18 novembre 2018; inaugurazione  5 luglio ore 18.30
Info mostra: tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00); www.mercatiditraiano.itwww.museiincomune.it

MOSTRE / Gubbio torna al tempo di Giotto con “Tesori d’arte nella terra di Oderisi” [FOTO]

GUBBIO (PG) –  La città di Gubbio conserva intatto il suo splendido aspetto medievale, con le chiese e i palazzi in pietra che spiccano contro il verde dell’Appennino. È ancora la città del tempo di Dante e di Oderisi da Gubbio, il miniatore che il sommo poeta incontra tra i superbi in Purgatorio e al quale dedica versi importanti, che sanciscono l’inizio di un’età moderna che si manifesta proprio con la poesia di Dante e l’arte di Giotto.

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi”, aperta a Gubbio dal 7 luglio al  4 novembre 2018, vuol restituire l’immagine di una città di media grandezza ma di rilievo politico e culturale nel panorama italiano a cavallo tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, esponendone il patrimonio figurativo sia civile che religioso. Per l’occasione ha restaurato dipinti nascosti dalla polvere dei secoli, riconsegnando a Gubbio opere disperse nel corso della storia, riunendo quadri degli stessi pittori eugubini destinati ad altre città dell’Umbria, chiamando importanti prestiti dall’estero.

11. Mello, Pala di Agnano, Gubbio, Museo Diocesano

Mello da Gubbio Pala di Agnano Gubbio, Museo Diocesano

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, “Guiduccio Palmerucci”, Mello da Gubbio e il Maestro di Figline.

13_Guiduccio Palmerucci' (tondo ricavato da polittico), Gubbio, Museo Civico

Pittore eugubino (Guiduccio Palmerucci) Madonna con il Bambino (particolare risagomato di polittico) Gubbio, Museo Civico di Palazzo dei Consoli

Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta “Maniera Greca”, da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città.

8. Palmerino di Guido, Cassa di Sant'Ubaldo, Gubbio,

Maestro Espressionista di Santa Chiara (Palmerino di Guido) Cassa di Sant’Ubaldo, Cristo benedicente (particolare) Gubbio, Raccolta Memorie Ubaldiane

A “Guiduccio Palmerucci”, oggi nome di convenzione, si attribuiscono ancora rapinosi polittici. Mello da Gubbio scrisse il proprio nome ai piedi di una Madonna dal volto pieno e giulivo come le Madonne di Ambrogio Lorenzetti nella città di Siena. Il Maestro di Figline, che dipinse le vetrate per il San Francesco ad Assisi, poi il grande Crocifisso nella chiesa di Santa Croce a Firenze, è probabile che avesse lasciato a Gubbio uno straordinario polittico nella chiesa di San Francesco, che possiamo di nuovo ammirare in questa mostra grazie agli odierni proprietari che ne hanno concesso per la prima volta il prestito.

7. Pietro Lorenzetti, Trittico, opart. Gubbio, Palazzo Ducale

Pietro Lorenzetti Trittico, Madonna col Bambino (particolare) Gubbio, Palazzo Ducale

Dai documenti d’archivio e dall’aspetto delle Madonne e dei Crocifissi appesi alle pareti dei musei, risulta come fossero originari di Gubbio i pittori che si affiancarono a Giunta Pisano, poi lavorarono accanto a Giotto e infine a Pietro Lorenzetti, per rivestire d’immagini variopinte il capolavoro che aprì le porte dell’arte moderna nella chiesa eretta sopra la tomba del santo di Assisi.

Tornati in patria, quei pittori, che erano stati coinvolti nella nuova lingua di Giotto e di Pietro Lorenzetti per un pubblico di papi e cardinali, si cimentarono con un piglio raffinato nello stile e popolare nell’aspetto illustrativo, per farsi intendere anche da un pubblico di fabbri e di maestri di pietra. Si parlò allora a Gubbio la lingua della lauda assieme alla lingua della Commedia.

4. Maestro dei Corali di San Pietro, Gli ebrei piangono lungo i fiumi di Babilonia, Gubbio, Archivio di Stato

Maestro dei Corali di Gubbio Antifonario, Gli ebrei piangono lungo i fiumi di Babilonia Gubbio, Archivio di Stato, ms. R

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi” è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

2. Guido di Pietro, Crocifisso, Camerino, Museo

Maestro delle Croci francescane (Guido di Pietro da Gubbio) Crocifisso Camerino, Museo Civico di San Domenico

Lungo questo percorso si potranno calcare le impronte degli uomini e delle donne di quel tempo antico, per vedere dalla stessa prospettiva e intendere con lo stesso gusto un’arte civica e religiosa insieme.

1. Guido di Pietro, Assisi, ms. 2626

Maestro delle Croci francescane (Guido di Pietro da Gubbio) Messale Romano, Crocifissione Assisi, Biblioteca del Sacro Convento, ms. 262

Curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, la mostra è promossa dal Comune di Gubbio, dal Polo Museale dell’Umbria, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, dalla Chiesa Eugubina e dalla Regione Umbria.

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Maestro della Croce di Gubbio Croce dipinta 1295 ca tempera su tavola; 243 × 168 cm Iscrizione: JHC NAÇARENUS REX JUDEORUM Gubbio, Museo Civico

L’organizzazione è affidata a Civita Mostre in collaborazione con Gubbio Cultura e Multiservizi e Associazione Culturale La Medusa. Partner dell’iniziativa è il Festival del Medioevo, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e con l’importante contributo della BCC Umbria.

Nella sede di palazzo Ducale è disponibile a noleggio una audioguida della mostra. Il catalogo è pubblicato da Fabrizio Fabbri Editore-Perugia

12. Mello, Pala di Agnano, part. Gubbio, Museo Diocesano

Mello da Gubbio Pala di Agnano (particolare) Gubbio, Museo Diocesano

La mostra è accessibile con un biglietto unico che consente di visitare le tre sezioni espositive ma anche le tre sedi museali nel loro insieme, il Palazzo dei Consoli, il Museo Diocesano e il Palazzo Ducale, creando così uno straordinario circuito cittadino che raccoglie le opere presenti nel territorio e quelle che da tempo sono disperse, ricostruendo le vicende storiche e il patrimonio artistico di Gubbio nell’età comunale.


INFORMAZIONI

Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi
Gubbio (PG), Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano, Palazzo Ducale
7 luglio – 4 novembre 2018

 

SCOPERTE / Pompei, rinvenuta anche la testa del “fuggiasco” nel cantiere dei nuovi scavi [FOTO]

POMPEI –  Ritrovato il cranio del fuggiasco, la prima delle vittime emerse nel cantiere dei nuovi scavi della Regio V, di cui finora era stata rinvenuta solo una parte dello scheletro. In una prima fase dello scavo sembrava che la porzione superiore del torace e il cranio, non ancora identificati, fossero stati tranciati e trascinati verso il basso da un blocco di pietra che aveva travolto la vittima: tale ipotesi preliminare nasceva dall’osservazione della posizione del masso rispetto al vuoto del corpo impresso nella cinerite.

GALLERY (immagini: ©Parco Archeologico di Pompei )

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Il prosieguo delle indagini all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, laddove erano emersi i primi resti scheletrici, ha portato alla luce la parte superiore del corpo, ubicata a quote decisamente più basse rispetto agli arti inferiori.

 

La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico, ancora inserito nella stratigrafia originaria.

 

La morte, sostengono gli esperti, non è stata quindi presumibilmente dovuta all’impatto del blocco litico, come ipotizzato in un primo momento, ma da probabile asfissia dovuta al flusso piroclastico.

I resti scheletrici individuati consistono nella parte superiore del torace, arti superiori , cranio e mandibola. Attualmente in corso di analisi, presentano alcune fratture la cui natura sarà verificata, in modo da poter ricostruire con maggiore accuratezza gli ultimi attimi di vita dell’uomo.

Fonte: Comunicato ufficiale

Padova, l’Archivio della Veneranda Arca finalmente online

PADOVA –  L’Archivio della Veneranda Arca di S. Antonio, importante istituzione culturale padovana,  è stato digitalizzatoCentinaia di documenti vengono così messi a disposizione di tutti gli studiosi, che possono attingervi liberamente  per ricostruire una che dal XIV secolo giunge fino ai giorni nostri: una storia fatta non solo di grandi eventi, ma anche della vita quotidiana all’interno della Basilica, i cui beni la Veneranda Arca custodisce da secoli. Nei documenti trovano spazio i nomi dei suoi amministratori e dei suoi dipendenti a partire dal Quattrocento, i lavori edilizi e artistici effettuati all’interno del complesso del Santo, la notevole dotazione di suppellettili sacre e il loro uso liturgico, diligentemente “fotografati” per non essere dispersi. Altre preziose informazioni riguardano  il funzionamento della Cappella musicale, il costituirsi e la gestione del cospicuo patrimonio immobiliare dell’istituzione in città e nel territorio, di cui sono documentati aspetti idrogeologici, agrari e insediativi cospicui.

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Mappa dei Beni dell’Arca in Anguillara, n. 32.3 – immagine (c)  Archivio della Veneranda Arca di S. Antonio

Emergono inoltre dal passato più o meno remoto personaggi di spicco e quasi anonimi lavoratori, comprese alcune lavandaie, artisti famosi e umili artigiani, benefattorifittavoli e fattori non sempre fedeli e per questo licenziati. Documenti importanti, per la vita della Basilica e anche carte più civettuole, come la spesa in profumeria di una dama del Quattrocento.

La digitalizzazione e la pubblicazione online dell’inventario della Veneranda Arca è la conclusione di un progetto lungo e complesso, iniziato nel 2010 e proseguito nel 2017 con la stampa pagine dell’edizione cartacea dei tre volumi, per un totale di oltre 2300 pagine. Un risultato che è stato frutto della volontà, dell’interessamento, della professionalità e del sostegno di moltissimi soggetti che si sono attivati già nel 2010 perché ciò fosse possibile. Il passato Collegio di Presidenza della Veneranda Arca, essendo Gianni Berno Presidente Capo ed Elio Armano presidente referato per l’Archivio ha dato avvio nel 2015 e portato quasi a compimento l’intero progetto, ultimato nei primi mesi di mandato dell’attuale collegio di Presidenza, essendo Presidente Capo Emanuele Tessari e Presidente referato per l’Archivio Giovanna Baldissin Molli. Il progetto scientifico è stato affidato e curato dalla professoressa Giorgetta Bonfiglio Dosio, docente di Archivistica dell’Università di Padova ed è stato realizzato dalla d.ssa Giulia Foladore. Il Centro Studi Antoniani, organo scientifico della comunità antoniana, è stato infine, l’editore del libro a stampa ed è stato, nella persona del suo direttore padre Luciano Bertazzo, un forte promotore di questa iniziativa. L’iniziativa è stata realizzata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che ha sostenuto sia la realizzazione dell’edizione a stampa del volume, pubblicato nel 2010, sia quella del sito web.

Cattura

Segnatura: 2.17 (18), c. 115v Il 14 agosto 1661 la Presidenza dell’Arca nominò un nuovo fattore in sostituzione di Angelo Sala licenziato per furto  – immagine (c)  Archivio della Veneranda Arca di S. Antonio

Il lavoro archivistico ha permesso di ricostruire il processo di formazione dell’archivio studiandone il meccanismo di gestione, riconducendo in unità documenti dispersi, ripristinandone l’ordine originario e fornendo nuovi strumenti interpretativi.
Il sito web, realizzato da Mediagraf Lab e curato dalla professoressa Giorgetta Bonfiglio Dosio, permette ora agli studiosi e ai semplici curiosi di navigare facilmente nell’immensa mole dell’archivio utilizzando diverse modalità di ricerca: in modo strutturato seguendo la sequenza delle serie archivistiche oppure in modo puntuale partendo dal nome di una persona, di una località, di un’istituzione, di un autore. In più, rispetto all’edizione cartacea, l’inventario online presenta numerose riproduzioni di documenti, in genere almeno uno per ciascuna serie archivistica, tutte illustrate e spiegate in apposite didascalie. Tale disponibilità di riproduzioni è particolarmente utile per la parte cartografica, che riguarda soprattutto il territorio di Anguillara Veneta, e per quella iconografica, grazie alla quale è possibile ripercorrere, anche visivamente, le vicende di abbellimento decorativo dell’Otto-Novecento all’interno della basilica.

CONFERENZA STAMPA – Parte prima

 

CONFERENZA STAMPA – Parte seconda

La consultazione dell’archivio è aperta a tutti, per appuntamento, e regolata secondo quanto indicato nel sito http://archivioarcadelsanto.org.

IMMAGINI: © Archivio della Veneranda Arca di S. Antonio

EVENTI / Il ritorno degli Equi: a Cineto Romano inaugura il nuovo Antiquarium

CINETO ROMANO (ROMA) – Con l’inaugurazione dell’Antiquarium comunale “Giovani Battista Ulisse” a Cineto Romano, nella valle dell’Aniene, il prossimo 1° luglio si conclude una serie di scavi e ricerche iniziati nel 2009 e proseguiti fino al 2013 a seguito di interventi della Guardia di Finanza mirati a reprimere azioni delittuose a danno del patrimonio archeologico locale. Il recupero di tombe di età romana, le indagini in un edificio rustico risalente alla fine del III secolo a.C. lungo il primitivo percorso della via Valeria e l’individuazione di un santuario attribuibile al popolo italico degli Equi hanno portato al rinvenimento dei materiali archeologici che costituiscono, insieme ad altri reperti recuperati in paese, il primo nucleo della collezione sicuramente destinata ad accrescersi in futuro.

L’Antiquarium, che si aggiunge ad altre strutture museali presenti da anni in alcuni centri della valle dell’Aniene, è frutto di un’azione sinergica svolta dalle Amministrazioni comunali e dalla Soprintendenza che si sono impegnate nell’individuare il contenitore (un piccolo edificio a pianta ottagonale in splendida posizione panoramica), nell’ideare il progetto espositivo e nel realizzare l’allestimento comprensivo anche di un catalogo-guida.
Citato episodicamente da grandi studiosi sin dal ‘600 (R. Fabretti, A. Nibby, R. Lanciani, T. Ashby) a proposito del percorso della Valeria, che collegava il Lazio all’Adriatico, e dei c.d. acquedotti aniensi, tra cui la celeberrima Marcia, il territorio cinetese merita di essere indagato soprattutto per quanto riguarda il sostrato preromano degli Equi e l’importante statio viaria ad Lamnas, registrata negli antichi Itinerari quale la Tabula Peutingeriana.
Nel programma sono previsti gli interventi del Soprintendente Arch. Margherita Eichberg e del Funzionario archeologo Zaccaria Mari.

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SCOPERTE / Una ricerca conferma: Ötzi usava materiale litico dal Norditalia [FOTO]

Foto: (c) Museo Archeologico dell’Alto Adige/ South Tyrol Museum of Archaeology

Bolzano – Un uomo in fuga che non deve lottare solo con gli avversari ma anche con la scarsità di materiale. Così si potrebbe descrivere la situazione di Ötzi poco prima della morte. Un team di ricercatori coordinato dall’archeologa altoatesina Ursula Wierer ha analizzato gli utensili in selce della famosa mummia dei ghiacci nell’ambito di un progetto di ricerca interdisciplinare su vasta scala. I risultati pubblicati  nei giorni scorsi  sulla rivista scientifica PLOS ONE rivelano il modo in cui Ötzi utilizzava il proprio equipaggiamento personale e consentono di acquisire ulteriori informazioni sulle relazioni commerciali a lungo raggio di un clan dell’età del Rame stanziato nell’arco alpino meridionale, nel territorio dell’odierno Alto Adige. Anche la domanda, ancora senza risposta, su cosa sia accaduto negli ultimi giorni di vita di Ötzi, è stata integrata con nuovi elementi.

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Ursula Wierer (c) South Tyrol Museum of Archaeology/Foto-dpi.com

L’Uomo venuto dal ghiaccio si incamminò verso il Giogo di Tisa, situato a 3210 m s.l.m., portando con sé un equipaggiamento in selce essenziale: del suo kit di sopravvivenza facevano parte un pugnale con una lama molto corta e apice spezzato e soltanto due punte di freccia per le 14 asticciole. Nel marsupio si trovavano un grattatoio e un perforatore, entrambi fortemente usurati, una piccola scheggia in selce e, unico al mondo nel suo genere, il ritoccatore utilizzato per lavorare la selce. Per un confronto è stato analizzato anche l’immagine CT della freccia mortale che si trova ancora in situ nella spalla di Ötzi.

Esperte ed esperti provenienti da Alto Adige, Italia e Francia hanno esaminato la materia prima e la tecnologia della produzione degli utensili a livello macroscopico, microscopico e mediante analisi CT, hanno determinato le tracce d’uso, anche sulla base di prove sperimentali, e confrontato la tipologia degli utensili con quella di culture affini.

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origin of the chert raw material Iceman (c) UWiererPLOS_ONE2018

La provenienza della selce usata per gli strumenti di Ötzi ha potuto essere documentata in dettaglio per la prima volta sulla base di comparazioni geologiche e localizzata topograficamente mediante la litoteca dell’Università di Ferrara: la selce di cinque dei sei strumenti proviene dalla cosiddetta Piattaforma di Trento, che comprende una vasta area tra il Trentino e il Veneto. Per una delle punte di freccia è stato possibile circoscrivere la provenienza alla Val di Non (Trentino, linea d’’aria ca. 70 km dal punto di ritrovamento allo giogo di Tisa). La selce del pugnale proviene invece sorprendentemente dal versante tra la Piattaforma di Trento e il Bacino Lombardo, che corrisponde al Trentino occidentale e alla Lombardia orientale. La comunità di Ötzi – come già per la provenienza della lama di rame dell’ascia dalla Toscana – per rifornirsi della selce necessaria coltivava dunque relazioni commerciali con aree differenti e lontane.



La forma delle punte di freccia di Ötzi (sopra) corrisponde alla tipologia dei rinvenimenti dell’Italia settentrionale. L’influenza della Cultura di Horgen (Svizzera) si nota nel grattatoio. Ciò non è tuttavia motivo di sorpresa dal momento che, verso la fine del IV millennio a.C., tra le valli altoatesine e le regioni transalpine intercorreva un vivace scambio di merci e di idee.

Mediante la nuova analisi sono state messe in evidenza anche le tecniche di lavorazione per mezzo delle quali Ötzi e i suoi contemporanei producevano utensili in selce e in caso di bisogno, mediante la tecnica a pressione, li riaffilavano. Quasi tutti gli strumenti dell’Uomo venuto dal ghiaccio presentano forti tracce di usura sui bordi, esaminando le quali si possono dedurre la direzione di lavoro e i materiali lavorati: Ötzi utilizzava gli strumenti soprattutto per tagliare materiali vegetali tra cui piante che contengono silice come per esempio, frumento ed altre erbe spontanee.

Sulla base delle tracce di utilizzo sul grattatoio e sul ritoccatore il team di ricerca ha anche potuto dimostrare che Ötzi era destrorso. Pertanto si può supporre che la freccia finita, con il filo che fissa il piumaggio radiale avvolto verso sinistra, non sia stata realizzata da Ötzi bensì da un’altra persona.

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chert tools of the Iceman (c) South Tyrol Museum of Archaeology/wisthaler.com

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Iceman retoucher for resharpening chert tools (c) South Tyrol Museum of Archaeology/wisthaler.com

L’Uomo venuto dal ghiaccio non era uno scheggiatore professionale, ma era perfettamente in grado di riaffilare i propri utensili con il ritoccatore, prolungandone così la durata. A quanto pare Ötzi da parecchio tempo non aveva più accesso a nuova materia prima. Questa circostanza significò una grande limitazione nei suoi ultimi frenetici giorni di vita, segnati dalla fuga e dall’inseguimento, perché gli impedì di riparare i suoi utensili e di integrare le punte di freccia.

Due strumenti laminari, appena affilati, indicano un’accurata manutenzione, sebbene fossero arrivati quasi al limite della loro utilizzabilità. Al tempo stesso lasciano presumere che Ötzi avesse previsto di usarli per dei lavori che alla fine non riuscì a compiere: a causa della già documentata profonda ferita da taglio alla mano? O per via della frettolosa partenza per l’alta montagna? Lì fu assassinato da un arciere, che utilizzò una punta di freccia in selce di fattura sudalpina, come quelle che erano in uso anche nel suo ambiente di vita. La punta di freccia, unico indizio dell’assassino, è rimasta conficcata nella spalla di Ötzi.

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arrow tips drawing (c) UWiererPLOS_ONE2018

Il progetto di ricerca è stato promosso e finanziato dal Museo Archeologico dell’Alto Adige, Bolzano. Nel team di ricerca interdisciplinare, coordinato da Ursula Wierer (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Firenze, Pistoia e Prato), hanno collaborato Simona Arrighi (Università di Siena), Stefano Bertola (Università di Ferrara/ Università di Innsbruck), Günther Kaufmann (Museo Archeologico dell’Alto Adige), Benno Baumgarten (Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige), Annaluisa Pedrotti (Università di Trento), Patrizia Pernter (Ospedale Centrale di Bolzano) e Jacques Pelegrin (Università di Paris Nanterre).

MOSTRE / A cavallo del tempo: a Firenze l’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo [#FOTO #GALLERY]

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[NB: le foto sono  protette da copyright e non sono riutilizzabili senza consenso scritto da parte degli aventi diritto]

FIRENZE – Il cavallo figura fra gli ultimi animali ad essere addomesticato. Solo sul finire del IV millennio a.C., nelle steppe dell’Asia centrale, per la prima volta il cavallo cessò di essere semplicemente una preda da carne per intrecciare sempre più strettamente il suo destino con quello dell’uomo. A ripercorrere questo rapporto antico e fecondo è, da oggi, la grande mostra “A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo”, a cura di Lorenza Camin e Fabrizio Paolucci e  ospitata nella settecentesca Limonaia del Giardino di Boboli a Firenze fino al 14 ottobre.

“Quale sia stato il luogo in cui sia nata e sviluppata la domesticazione del cavallo è ancor oggi uno degli argomenti di più acceso dibattito nella letteratura scientifica. Sembrerebbe, però, del tutto illogico immaginare che il cavallo abbia iniziato la sua millenaria storia di convivenza con l’uomo in un luogo diverso da quello dell’Europa orientale e delle steppe euroasiatiche” scrivono Camin e Paolucci sul catalogo edito da Sillabe.

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Strumenti necessari al controllo dell’animale (morsi, filetti, speroni, staffe etc.) sono esposti in mostra accanto a una serie di opere scelte per illustrare, nel modo più diretto e realistico, il ruolo primario che il cavallo ebbe nel mondo antico.  I reperti presenti, quasi un centinaio, provengono da decine di musei italiani e stranieri e illustrano un arco di tempo di oltre duemila anni, dalla prima età del Ferro sino al tardo medioevo.

Il percorso, incentrato soprattutto sul mondo italico, è articolato in cinque sezioni, ognuna delle quali è dedicata a un particolare momento storico: la Preistoria, il mondo greco e magno greco, il mondo etrusco e venetico, l’epoca romana e il Medioevo.

INTERVISTE AI CURATORI (si ringrazia CIVITA)

 

IL CARRO DI POPULONIA – Fra i numerosi reperti che, per la prima volta, saranno restituiti alla curiosità del pubblico figura il carro di Populonia. Questo rarissimo esempio di calesse etrusco, rinvenuto alla metà del XX secolo nella cosiddetta Fossa della Biga, è stato ricomposto a seguito del recente intervento di restauro, eseguito proprio in occasione di questa mostra. L’opera, realizzata in legno, ferro e bronzo e databile agli inizi di V secolo a.C., costituiva un veicolo ad andatura lenta destinato al trasporto di personaggi di alto rango.

Di particolare suggestione sono anche due crani equini rinvenuti durante gli scavi della necropoli occidentale di Himera e oggi conservati presso il Museo Pirro Marconi del Parco Archeologico di Himera. Nel 480 a.C., a Himera, i Siracusani sconfissero i Cartaginesi in un violento scontro che portò alla morte di centinaia di soldati e cavalieri. In prossimità del luogo della battaglia sono state rinvenute fosse comuni e tombe destinate ai corpi dei caduti, affiancate da sepolture equine. Gli esemplari esposti in mostra presentano morsi ad anello bronzei, un tipo di imboccatura nota prevalentemente in area iberica, che sembra confermare la presenza di mercenari ispanici entro le fila dell’esercito cartaginese, come testimoniato anche da Erodoto (VII, 165). Il loro rinvenimento risulta straordinario: infatti, nel V secolo a.C. sono assai rare le attestazioni di sepolture equine nel mondo greco e magno greco, ma la risonanza dell’evento fece sì che i soldati e i loro cavalli fossero oggetto di particolari onorificenze.

GALLERY (clicca sulle foto per ingrandire)
[NB: le foto sono  protette da copyright e non sono riutilizzabili senza consenso scritto da parte degli aventi diritto]

CAVALLO E CAVALIERE – Vera e propria sintesi del rapporto fra uomo e cavallo può essere considerata la kylix attica a figure rosse con Atena e il cavallo di Troia, oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’esemplare, dipinto dal Pittore di Sabouroff, attivo tra il 470-460 e il 440-430 a.C., presenta sul tondo interno la raffigurazione della dea Atena seduta su trono, intenta ad accarezzare un cavallo di grandiose dimensioni. L’animale è ornato di tainiai niketeriai, le bende in lana rossa simbolo di vittoria. La maggioranza degli studiosi si trova pertanto concorde nell’identificarvi Atena insieme al Cavallo di Troia, emblema dello stratagemma da lei stessa architettato, che portò alla conclusione della guerra con la vittoria achea. A questi reperti se ne aggiungono molti altri che affronteranno i più diversi aspetti del rapporto fra uomo e cavallo. Nel lavoro quotidiano (esemplificato in mostra da un rarissimo giogo ligneo dai relitti delle navi di Pisa) come nel gioco, nella guerra come nelle celebrazioni religiose i destrieri furono sempre una presenza costante al fianco dell’uomo. Ultimo fra gli animali addomesticati, il cavallo seppe infatti strappare un ruolo di primo piano nell’arte, nella società e nella letteratura del mondo antico grazie alla sua innata bellezza e nobiltà che, inevitabilmente, finivano con l’irradiarsi anche al suo cavaliere.

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Come sintetizza Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, “l’intero concetto di questa mostra sembra contenuto in una delle opere che vi sono esposte, una splendida coppia di frontali in bronzo e avorio, del IV secolo a. C., destinati a proteggere il muso del cavallo: il perimetro della lamina sagomata e decorata a sbalzo ne segue pertanto l’anatomia allungata, ma al suo interno, invece di una fisionomia equina, racchiude le sembianze di un volto umano con un elmo sul capo. Cavallo e cavaliere diventano una cosa sola. Dal Paleolitico a tutto il Cinquecento, la rassegna di fatto indaga questo rapporto, di un’attualità spesso insospettata, e che attraversa tutta la nostra storia”.

La multivisione “A cavallo del tempo”, ideata e diretta da Gianmarco D’Agostino, completa il percorso espositivo con proiezioni di circa 300 metri quadri. La corrispondenza visiva tra opere in mostra e immagini dal vero, insieme a una colonna sonora immersiva, arricchisce il viaggio alla scoperta dell’amicizia attraverso i secoli tra uomo e cavallo.

Fonte: Comunicato ufficiale
Si ringrazia: CIVITA GROUP
[NB: le foto sono  protette da copyright e non sono riutilizzabili senza consenso scritto da parte degli aventi diritto]


INFORMAZIONI

“A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’Antichità al Medioevo”
Firenze, Limonaia del Giardino di Boboli,
26 giugno – 14 ottobre 2018

Prezzo del biglietto
biglietto intero € 10.00; ridotto € 5.00 per i cittadini dell’U.E. tra i 18 e i 25 anni;
gratuito riservato a minori di 18 anni di qualsiasi nazionalità, portatori di handicap ed un accompagnatore, giornalisti, docenti e studenti di Architettura, Conservazione dei Beni Culturali, Scienze della formazione, Diploma di Laurea di lettere e filosofia con indirizzi di laurea archeologico o storico-artistico, Diploma di Laurea o corsi corrispondenti negli Stati membri dell’Unione Europea, insegnanti italiani con contratto a tempo determinato e indeterminato in servizio presso una scuola pubblica o paritaria del Paese

Orario
lunedì – domenica
10 – 19 (giugno, luglio, agosto)
10 – 18 (settembre, ottobre)
chiuso primo e ultimo lunedì del mese

Servizio visite guidate
Info e prenotazioni: Firenze Musei 055.290383
e-mail firenzemusei@operalaboratori.com

Sito web
http://www.uffizi.it