SCOPERTE / Cividale del Friuli, riemerge un’altra necropoli di epoca longobarda

CIVIDALE DEL FRIULI (UD) – Un altro importante ritrovamento, che consente di ampliare ulteriormente le conoscenze storiche del sito Unesco di Cividale, è stato effettuato dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del FVG, nell’ambito dello scavo
archeologico eseguito, sotto la direzione scientifica del funzionario archeologo della Soprintendenza, Angela Borzacconi, nella piazza San Giovanni in Xenodochio ubicata a ridosso delle mura, sul lato nord-est della città.
Si tratta, come  rende noto la Soprintendenza stessa in un comunicato,  di parte di una necropoli di età longobarda (la datazione è attualmente in via di definizione tra VI e VIII secolo), con sepolture pertinenti a individui locali, sepolti senza corredo in quanto non di cultura germanica. Il sepolcreto era posizionato su un’area precedentemente occupata da un focolare interrato di età tardo romana e da probabili apprestamenti lignei sistemati in prossimità di una struttura, forse di terrazzamento, legata alla presenza delle mura urbiche. Un contesto che ci permette di immaginare un paesaggio antico caratterizzato dalla presenza di un’area aperta adibita a cimitero, verosimilmente formatosi in relazione all’impianto più antico della chiesa, con annesso xenodochio (una struttura di accoglienza spesso posizionata presso le porte urbiche) di fondazione longobarda, attestato già nell’VIII secolo su terreni fiscali di proprietà del duca longobardo Rodoaldo.

L’intervento, conclusosi il 22 giugno, è avvenuto – spiega la Soprintendenza  -“in sinergia con il Comune di Cividale e si colloca, analogamente ai saggi effettuati nei mesi scorsi nella vicina Piazza San Giovanni, nell’ambito dei lavori di riqualificazione di questi spazi urbani avviati dall’amministrazione comunale. Si tratta dunque di operazioni archeologiche programmate in una prospettiva di tutela orientata a salvaguardare e accrescere la conoscenza dell’antica Forum Iulii, poiché proprio le scoperte  archeologiche costituiscono per Cividale un elemento di forte identità che ne ha valso l’inserimento nella rete Unesco dei luoghi di potere longobardi”.
Nei prossimi giorni sarà aperta una seconda porzione di scavo proprio davanti alla chiesa, “nella speranza – è l’aupicio – di intercettare le fasi più antiche di questo complesso e di poter capire meglio le trasformazioni del paesaggio urbano in questa fascia marginale ma estremamente nevralgica della città”.

Fonte: Soprintendenza FVG

MOSTRE / “Prima del bottone”: a Torino accessori e ornamenti del vestiario nell’antichità [FOTO]

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Fibule a doppia spirale

TORINO – Fibule, armille, lacci: quali erano gli affascinanti accessori di moda nell’antichità, prima dell’ingegnosa invenzione dei bottoni e delle asole? È proprio dedicata a questi strumenti la mostra Prima del bottone: accessori e ornamenti del vestiario nell’antichità realizzata dai Musei Reali di Torino presso il Museo di Antichità e in corso fino a domenica 15 novembre 2017.
Un rapporto stretto quello tra moda e arte, che si esprime appieno in questa mostra in cui sono proposte le collezioni di fibule (spille di sicurezza decorate), e di armille (braccialetti) databili all’epoca preromana, indicativamente intorno al X-II secolo a.C., molti dei quali esposti per la prima volta. Si tratta di oggetti di grande pregio in bronzo, argento, osso, pasta vitrea e ambra, provenienti da ogni parte di Italia, e dall’importante valore non solo economico: infatti nel contesto sociale dell’epoca rappresentavano gli elementi di ricchezza e quindi di celebrazione del proprio status, accompagnando i proprietari nei momenti più importanti della loro esistenza, come le cerimonie sacre o funebri.

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Armilla proveniente dalla tomba 40 di Gattinara (VC), V – metà IV sec AC

La fibula viene presentata infatti come elemento del vestiario – prima del bottone, appunto – ma anche nella sua funzione ornamentale, mettendo in evidenza significati identitari, religiosi, magici e sociali. A fianco degli aspetti culturali la mostra approfondisce l’aspetto tecnologico, anche grazie al contributo del restauro e delle analisi diagnostiche, che permettono una dettagliata conoscenza dei processi produttivi antichi.
Ben 406 esemplari proposti arrivano dalla collezione Assi del Museo di Antichità, nata a fine Ottocento con la finalità di costituire una sezione volta a documentare lo sviluppo delle varie industrie preistoriche e protostoriche: la maggior parte degli oggetti provenienti da questa collezione sono databili dall’età dal Bronzo Finale fino al V-IV secolo a.C., in prevalenza da area centro-italica e meridionale. A questi reperti ne sono affiancati in mostra altri che giungono dal territorio piemontese, frutto di scavi negli ultimi anni, offrendo al pubblico la possibilità di vedere come venivano utilizzati nel vestiario e in quali contesti vengono ritrovati dagli archeologi. La necropoli golasecchiana di Gattinara, per esempio, scoperta nel 2016, da cui sono stati recuperati splendidi bronzi di ornamento, tra cui un bellissimo bracciale con 40 pendenti in bronzo, corallo e osso lavorato del V sec. a.C., unico nel suo genere, ed esposto qui in anteprima assoluta.

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Fibula a drago con quattro coppie di bastoncelli, senza molla

La mostra, a cura di Elisa Panero con la collaborazione di Valentina Faudino, è stata realizzata grazie al supporto di Snam Rete Gas, la società che si occupa di trasporto e dispacciamento di gas naturale in Italia, e di TROLLBEADS e con la collaborazione della Scuola Professionale per Orefici “E.G. GHIRARDI” di Torino.
L’esposizione si inserisce perfettamente all’interno della nuova campagna social proposta dal Ministero dei beni e delle attività culturali del turismo per il mese di giugno, dedicata all’antico e sempre attuale legame che unisce l’arte e la moda.
Il biglietto della mostra è inserito nel biglietto d’ingresso dei Musei Reali di Torino.


INFORMAZIONI

Prima del bottone: accessori e ornamenti del vestiario nell’antichità
Musei Reali di Torino – Museo di Antichità
Dal 16 giugno al 15 novembre 2017

 

MOSTRE / Bologna espone l’inedita croce viaria del 1143 ritrovata a Santa Maria Maggiore

2BOLOGNA – E’ dedicata ad una bellissima croce medievale da poco riemersa a Bologna  ma ancora ignota al pubblico la mostra “1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore” che sarà inaugurata giovedì 22 giugno presso il Museo Civico Medievale. Il prezioso emblema, ritrovato nell’ottobre 2013, durante i lavori di pavimentazione del portico della chiesa di Santa Maria Maggiore, rientra nella tipologia di croci poste su colonne, che venivano collocate nei punti focali della città, a segnalare spazi sacri come chiese e cimiteri o di particolare aggregazione come i trivi o i crocicchi e le piazze.

L’USO DELLE CROCI VIARIE – Stando alla tradizione, tale uso si diffuse già in epoca tardoantica a partire dalle “leggendarie” quattro croci poste a protezione della città retratta romana da Sant’Ambrogio o da San Petronio e oggi conservate nella basilica petroniana. È però soprattutto a partire della nascita del Comune (1116) e con l’espansione urbanistica della città del XII e XIII secolo che si venne a sviluppare tale fenomeno. Talvolta le croci venivano protette da piccole cappelle e corredate di reliquie, di altari per la preghiera, e di tutto il necessario per la celebrazione della messa. Segno distintivo e identificativo per la città, le croci segnarono lo spazio urbano fino al 1796, quando l’arrivo delle truppe napoleoniche e l’instaurazione della nuova Repubblica, trasformarono la città e i suoi simboli.

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DATAZIONE CERTA – L’esposizione, curata da Massimo Medica e  organizzata dai Musei Civici d’Arte Antica in collaborazione con l’Arcidiocesi di Bologna, nasce dall’occasione di esporre per la prima volta al pubblico il prezioso esemplare restaurato da Giovanni Giannelli (Laboratorio di restauro Ottorino Nonfarmale S.r.l.). La croce di Santa Maria Maggiore è di notevole interesse sia perché era tra i molti esemplari andati dispersi, sia perché è possibile datarla grazie all’iscrizione 1143, presente nel braccio destro. L’opera si viene così a collocare tra i più antichi modelli a noi pervenuti, come quella di poco successiva a quella degli Apostoli e degli Evangelisti, detta anche di Piazza di Porta Ravegnana, la quale risale al 1159.
Come scrive Massimo Medica nel suo saggio incluso nella pubblicazione realizzata in occasione della mostra acquistabile al bookshop del museo: “Nel diradato panorama della produzione plastica bolognese dell’XI e XII secolo l’acquisizione di una nuova testimonianza quale la croce di Santa Maria Maggiore rappresenta certamente un
fatto di grande rilievo anche in virtù dei possibili indizi che il manufatto, giunto a noi in numerosi pezzi, può offrire in relazione ad un contesto produttivo, quello della scultura medievale, che ancora oggi a Bologna si presenta quanto mai frammentario e privo di dati certi.”
Scolpita su entrambe le facce, la croce ritrovata presenta sul recto la figura di Cristo dal modellato assai contenuto, caratterizzato da incisivi grafismi che rilevano le fisionomie del volto e il gioco delle pieghe del panneggio. Sul verso invece la scultura è impreziosita da sinuosi ed eleganti tralci d’acanto, intervallati da fiori e da elementi vitinei posti a cornice della mano di Dio benedicente, ormai non più leggibile. Tali motivi decorativi richiamano modelli antichi o tardoantichi, reinterpretati con una verve esecutiva che trova un riscontro in certi repertori della coeva miniatura.

PERCORSO AD HOC – Per meglio valorizzare e contestualizzare la croce ritrovata, il percorso espositivo propone una selezione di altri 14 pezzi tra cui i calchi di altre croci viarie perdute o non più visibili nelle collocazioni  originarie, codici miniati dell’XI e XII secolo, tavolette d’avorio e preziose opere di oreficeria, esempi della cultura artistica diffusa nella città felsinea.
La mostra è accompagnata da un catalogo con presentazioni di Mons. Rino Magnani e Roberto Grandi, testi di Angela Lezzi, Ilaria Negretti, Massimo Medica, Paolo Cova, Giacomo A. Calogero, Giovanni Giannelli e un ricco apparato iconografico.
L’inaugurazione di giovedì 22 giugno alle ore 18.00, aperta al pubblico, si tiene alla presenza del Molto Rev. Mons. Dott. Rino Magnani.
In occasione della mostra verrà presentato un documentario realizzato da Mons. Andrea Caniato dal titolo «Bologna città della croce», con immagini di Luca Tentori della redazione di 12Porte, settimanale televisivo della diocesi di Bologna.
Il documentario, che risale al 2014, racconta la storia delle antiche croci viarie erette a Bologna in epoca patristica e rimosse dal regime napoleonico, attualmente custodite nella basilica di San Petronio.

VISITE GUIDATE E APPROFONDIMENTI – Per approfondire il tema della mostra sono previste diverse aperture straordinarie con visite guidate dedicate sia alla singola iniziativa espositiva che in abbinamento alla rassegna dedicata a Bruno Raspanti:
Aperture straordinarie e visite guidate “Tra Medioevo e Contemporaneo: dalla croce romanica al bolognese Bruno Raspanti”
domenica 29 giugno, 13 luglio, 27 luglio, 24 agosto, 31 agosto, 7 settembre, 28 settembre 2017 alle h 16.00.
Visite guidate a “1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore”
sabato 9 settembre, 16 settembre e 30 settembre 2017 alle h 10.30
domenica 1 ottobre, 22 ottobre, 5 novembre, 3 dicembre 2017 e 7 gennaio 2018 alle h 16.00


INFORMAZIONI

1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
a cura di Massimo Medica
Dal 23 giugno 2017 – 7 gennaio 2018
Inaugurazione giovedì 22 giugno 2017 h 18.00

Museo Civico Medievale
via Manzoni 4 | 40121 Bologna
tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
www.museibologna.it/arteantica

Orari di apertura: dal martedì al venerdì h 9.00 – 15.00
sabato, domenica e festivi h 10.00 – 18.30
chiuso lunedì feriali, Natale e Capodanno

Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | gratuito Card Musei Metropolitani Bologna e la prima domenica del mese

SCOPERTE / Il capo, la spada e il cane: trovate in Islanda tre sepolture vichinghe inviolate

© RIPRODUZIONE RISERVATA – PERCEVAL ARCHEOSTORIA
FOTO: ©Auðunn / IcelandMag

ISLANDA – [EP] Sono due, forse tre le sepolture vichinghe emerse in questi giorni a Dysnes nel fiordo di Eyjafjörður, nel nord dell’Islanda, non lontano dalla città di Akureyri. Si tratta delle classiche “ship burials” in cui il corpo del capo veniva sepolto con la sua nave e il suo corredo.  Ancora inviolate, stanno restituendo reperti interessantissimi: oltre ai resti del guerriero che vi fu deposto, una delle tombe conteneva anche quelli di un cane e una grande spada. La datazione delle sepolture, secondo gli esperti, oscilla tra il IX e il X secolo: un periodo in cui l’occupazione vichinga sull’isola era all’apice.

Che la zona fosse un insediamento vichingo era già noto agli archeologi. Poco distante, sempre nel fiordo di Eyjafjörður, sorgeva infatti l’importante emporio commerciale di Gáseyri. Il toponimo Dydnes, dove è stato effettuato il ritrovamento, contiene la radice “dys“, che in antico norreno significa tumulo; il luogo esatto dove è emersa la prima tomba, inoltre, è Kumlateigur, da kuml,  “sepoltura”: è molto probabile dunque che non si tratti di sparute tombe ma di un’intera necropoli vichinga.

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Il ritrovamento di Skaftárhreppur (foto dal profilo dell’autore, da Facebook)

SCOPERTA MOLTO IMPORTANTE – Il ritrovamento è notevole per varie ragioni. Innanzitutto, è molto raro (anche in Islanda) imbattersi in sepolture ancora inviolate. Nonostante il costume fosse molto diffuso presso le élite del mondo vichingo, poche sono finora le “tombe a nave” riemerse sull’isola. Ancora meno quelle con corredo di armi: l’ultima scoperta, una spada,  risale al settembre scorso ed è avvenuta nel distretto di Skaftárhreppur, nel sud dell’Islanda (foto a lato). In tutto le spade vichinghe  finora ritrovate sono una ventina.

LE TOMBE – La prima tomba scoperta è riemersa il 14 giugno scorso  e conteneva oltre a ciò che restava di una nave, una spada di ferro,  ossa umane e un dente canino appartenente con ogni probabilità ad un cane seppellito con il suo padrone.  Il giorno successivo è stata ritrovata una seconda tomba allineata con la precedente, seguita immediatamente da tre chiodi di legno che potrebbero appartenere a una terza nave.

CORSA CONTRO IL TEMPO – Oltre allo studio dei materiali, gli archeologi dovranno ora misurarsi in una spietata corsa contro il tempo. L’area del ritrovamento, come molte altre, è infatti sottoposta a costante erosione marittima. I resti della prima tomba sono stati trovati ormai quasi in superficie: parte della nave mancava ed è impossibile valutare quante parti del corredo siano scomparse, dilavate nelle acque dell’oceano.

Fonte: Iceland Magazine

© RIPRODUZIONE RISERVATA – PERCEVAL ARCHEOSTORIA

 

 

MOSTRE / Firenze rivive l’assedio del 1530 con i disegni di Michelangelo

FIRENZE – Il 12 agosto del 1530 Firenze assediata capitolava, arrendendosi alle truppe imperiali. Aveva resistito per dieci lunghi mesi, anche grazie ai bastioni apprestati da Michelangelo sulla collina di San Miniato, centro nevralgico della difesa della città repubblicana. Una drammatica storia che rivive nella mostra Michelangelo e l’assedio di Firenze  (1529-1530) che apre i battenti a Firenze, presso Casa Buonarroti, dal 21 giugno al 10 ottobre 2017.

Fin dall’estate-autunno del 1528 l’artista era stato chiamato, per la sua esperienza di architetto militare, a fornire pareri e progetti per ammodernare le fortificazioni fiorentine e renderle atte a resistere all’impatto devastante delle artiglierie imperiali; ma all’inizio di aprile del 1529 fu nominato dai Dieci di Balia “generale governatore et procuratore” delle opere di fortificazione per la durata di un anno, con una scelta che riconosceva in lui una indubbia competenza accompagnata da una sicura fede repubblicana.

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Michelangelo Studio di fortificazione per il Prato di Ognissanti matita rossa, penna e acquerello marrone (recto), matita rossa, penna e acquerello marrone, mm 410 x 568 Firenze, Fondazione Casa Buonarroti, inv. 13 A recto e verso

A testimonianza suprema di questa sua attività restano i venti disegni conservati in Casa Buonarroti, databili agli anni 1528-1529, con progetti di fortificazioni tesi a rinforzare e ammodernare le Porte alla Giustizia e al Prato d’Ognissanti, e altri settori delle mura. I fogli, “carichi d’avvampante furore e dirompente energia” secondo la felice definizione di Carlo Giulio Argan, “sono soltanto planimetrie, ma non vanno considerati come studi preparatori in vista di una futura costruzione”. Non lo furono che in minima parte, per la spesa che comportavano e la mancanza di tempo a disposizione. Nell’estate-autunno del 1529 si preferì ripiegare su fortificazioni effimere ma efficaci come i bastioni che sorsero nei punti deboli della cinta muraria trecentesca. Da questo gruppo di studi unico al mondo si prende l’avvio con la prima sezione della mostra, per dimostrare la posizione del Buonarroti e di altri artisti ‘repubblicani’, in un inusitato clima di mobilitazione e di impegno civile e religioso, attestato dall’esposizione di documenti, libri, dipinti, disegni, monete e medaglie. Se ne trae la vera immagine della seconda repubblica fiorentina, pronta, con la protezione di Cristo re, all’estremo sacrificio in difesa della “dolce libertà”, che si rifaceva allo spirito della prima (1494-1512), trovando tra l’altro un supporto ideologico negli scritti di fra Girolamo Savonarola, che ne era stato uno degli ispiratori, e che era morto come un martire, nel 1498.

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Andrea del Sarto Studio di soldato appeso per la gamba destra matita rossa, mm 245 x 118 Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, inv. 330 F

La seconda sezione della mostra è dedicata ai combattenti di entrambe le parti: i mercenari al soldo di Firenze, come i capitani traditori ritratti impiccati in effigie per un piede, presenti in disegni di Andrea del Sarto provenienti dagli Uffizi; e i giovani della Milizia e Ordinanza fiorentina che si distinsero invece per il loro valore nella difesa delle libertà repubblicane, ripresi con le loro armi dal Pontormo e dal Sarto. A dar conto di come si combatteva nel primo trentennio del Cinquecento, troviamo fra gli oggetti più tipici e interessanti la spada col fodero, detta Katzbalger, dei Lanzichenecchi, presenti anche in un’incisione del tempo, un corsaletto da cavallo leggero, uno splendido spadone a due mani.

L’ultima sezione è dedicata al connubio fra arte e fede e, in particolare, al Savonarola e alla pittura di soggetto religioso che vide la luce durante l’assedio. Si trattò di opere, tutte presenti in mostra, come la cosiddetta Sacra Famiglia Medici di Andrea del Sarto, o come la Madonna col Bambino e San Giovannino, eseguita forse dal Pontormo per il “Rossino muratore” che gli aveva costruito la casa in quei tempi difficili e procellosi. Lo stesso artista dipinse per le donne dello Spedale degli Innocenti una tavola col Martirio dei Diecimila. Attraverso documenti e testimonianze di vario genere, la mostra consente ai visitatori di tornare al passato, all’assedio e alla storia di una difesa valorosa, ma senza speranza, che si concluse con la caduta della Repubblica e con il ritorno dei Medici al potere.


INFORMAZIONI
Michelangelo e l’assedio di Firenze  
(1529-1530)
a cura di Alessandro Cecchi
Firenze, Casa Buonarroti, 21 giugno-10 ottobre 2017

Biglietto d’ingresso
€ 6.50 intero; € 4.50 gruppi e scuole secondarie di secondo grado
€ 3.00 scuole primarie e secondarie di primo grado

Orario di apertura della mostra e del museo
10.00-17.00; chiuso il martedì; su prenotazione, aperture straordinarie fuori orario per gruppi

informazioni
Casa Buonarroti, via Ghibellina, 70, Firenze, tel +39 055 241 752; fax + 39 055 241 698
fond@casabuonarroti.it
www.casabuonarroti.it

ARCHEOLOGIA / Scavi a Pompei, nuova luce sul Foro e i Santuari

nuovi scavi (4)NAPOLI –  Pompei e la ricerca: nuovi tasselli per la storia di Pompei emergono attraverso studi e ricerche negli spazi pubblici e nei luoghi di culto della città antica. Dalla primavera di quest’anno sono iniziati i nuovi cantieri di scavo che stanno interessando ben 8 aree di indagine all’interno del perimetro del sito, oltre al cantiere di scavo nel suburbio meridionale.

Si tratta, comunica il Parco Archeologico di Pompei, del Foro, dell’Insula Occidentalis, della Torre di Mercurio con le mura antiche, della  Schola Armaturarum  e delle aree sacre del Santuario di Apollo, del Foro Triangolare, del Tempio di Iside e del Santuario extraurbano del Fondo Iozzino. Di particolare rilievo nei luoghi di culto, le ricerche finalizzate a ricostruire l’aspetto del sacro e l’urbanistica della Pompei più antica.

La presenza di aree transennate che il pubblico incontrerà, sarà dunque connessa a tali interventi che prevederanno, in talune occasioni, l’illustrazione da parte degli archeologi delle attività svolte.

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In attesa del grande cantiere che interesserà tutti i fronti di scavo, oggetto di consolidamento e che vedrà il dissotterramento di un’intera porzione di area sepolta della Regio V, le indagini  in corso stanno portando alla luce dati significativi per la conoscenza della città antica, e che risultano altresì indispensabili per la definizione di nuove strategie di conservazione e valorizzazione.

Tre i cantieri già avviati da metà marzo/aprile: l’Insula Occidentalis, la Torre di Mercurio e le relative mura, il Santuario del Fondo Iozzino.

L’Insula  Occidentalis corrisponde al settore ovest di Pompei, compreso tra Porta Ercolano e Porta Marina. L’area  di indagine si  concentra  nella zona  della  Regio VI, in  corrispondenza della cosiddetta Casa del Leone. Dalle prime indagini si è potuta confermare la presenza di un portico di considerevoli dimensioni posto all’esterno della linea delle mura, in relazione alla Casa del Leone, già indagato in età borbonica, del quale si erano perse le tracce, in quanto parzialmente nascosto anche dal cumulo borbonico, nonché ambienti mosaicati mai esplorati. Tale scoperta fornisce nuovi elementi alla definizione del progetto urbanistico che caratterizzava questo versante della città con un sistema di case-villa a ridosso della cinta muraria, in posizione panoramica verso il mare. Le indagini sono finalizzate anche a individuare un accesso idoneo al museo di reperti organici di prossima realizzazione.

Le antiche mura nei pressi della Torre di Mercurio. In quest’area sono stati riaperti due saggi già condotti nel 1927-29  da Amedeo Maiuri, allo scopo di sondare le fasi più antiche della fortificazione della città e il suo impianto urbanistico. Particolarmente interessanti sono le tracce dei solchi delle macchine da guerra utilizzate per difesa durante l’attacco di Silla dell’89 a.C., emerse lungo il camminamento di ronda. Mentre nel luogo dell’altro saggio è venuta alla luce la fondazione della cortina a lastre di calcare di impianto greco.

Nel suburbio di Pompei, nel pieno centro della città moderna, sono riprese le indagini archeologiche nel Santuario del Fondo Iozzino. L’area, un tempo cava di estrazione del lapillo di proprietà Iozzino, indagata a più riprese a partire dal 1960, ha visto dal 2014 l’avvio  di una ricerca approfondita e continuativa che ha  portato alla scoperta  di una ricca messe di offerte votive, con testimonianze epigrafiche in lingua etrusca che  hanno  gettato  nuova  luce  sulla  Pompei  arcaica,  restituendo  quello  che  al  momento  è  il  più  ricco repertorio di iscrizioni etrusche della Campania.

Da pochi giorni sono inoltre partiti i cantieri nei principali luoghi di culto all’interno di Pompei: il Santuario di Apollo, il Tempio di Iside e il Foro Triangolare. Lo studio degli spazi sacri,  grazie ad un accordo stipulato dal Parco Archeologico di Pompei con un gruppo di Università e Istituzioni, sta consentendo una lettura nuova circa l’ utilizzo di questi spazi  e le forme di frequentazione rituale in periodo arcaico e nella successiva epoca romana.

Il Santuario  di Apollo, già alla quarta campagna di scavo condotta in collaborazione con l’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli, si affianca in parallelo alle ricerche che con l’Università Federico II si stanno conducendo presso il Santuario di Atena nel Foro Triangolare. Già nelle precedenti campagne era emerso un tratto di strada, presente per tutto il periodo arcaico fino a quello ellenistico, di cui si era da sempre ignorata l’esistenza in quanto scomparso nel periodo di monumentalizzazione dell’area del Foro. L’attuale scavo, invece,  interesserà l’area centrale del tempio, ovvero gli spazi rituali attorno all’altare. Gli studi condotti finora hanno già fornito sorprendenti elementi relativi ai momenti rituali che dal Santuario si estendevano al Foro con l’organizzazione dei giochi in onore di Apollo.

Al Foro Triangolare gli scavi si stanno concentrando in punti diversi dell’area sacra, nell’Heroon (luogo sacro di sepoltura di Ercole, mitico fondatore della città) e all’interno del portico occidentale. A ridosso di quest’area già indagata, le nuove ricerche hanno portato alla luce un grande pozzo ovale, profondo circa 4,5 m, comunicante con una cisterna  coperta da una volta a botte. Numerosissimi gli ex-voto rinvenuti nell’area, tra i quali una miriade di vasetti miniaturistici offerti alla dea Atena che qui presiedeva ai passaggi di status di fanciulle e fanciulli pompeiani.

Il Santuario di Iside, fu l’unico tempio interamente ricostruito dopo il terremoto del 62 d.C. e come tale, nella sua interezza, si restituiva  agli scavatori  del XVIII secolo, fornendo un modello chiaro dello spazio rituale di un tempio antico.

Anche il Foro è oggetto di campagne di scavo condotte in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, che sta concentrando le ricerche sul Capitolium (Tempio di Giove) per approfondire la storia urbana di Pompei in relazione alle trasformazioni dell’area del Foro a seguito della sua monumentalizzazione nel corso del tempo. I dati appena emersi gettano luce sul cuore della Pompei pre-romana.

E non ultima, la Schola Armaturarum che, a poco più di 100 anni dalla sua scoperta, torna ad essere scavata.  Il suo carattere pubblico militare fu fin dall’inizio chiaro per via delle grandi dimensioni e della sua decorazione ( i trofei all’ingresso, poi danneggiati dal bombardamento del 1943, e le figure alate e armate che decorano le pareti). Tuttavia la sua esatta destinazione, deposito di armi o scuola di formazione della gioventù pompeiana, continua a non essere chiara. Lo scavo degli ambienti retrostanti ha come obiettivo quello di  chiarire tali aspetti.

“Le attività di studio e ricerca archeologica – dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna – costituiscono la base imprescindibile delle attività di tutela e valorizzazione, in quanto solo la conoscenza approfondita del contesto archeologico può garantirne la corretta salvaguardia nel tempo. Gli scavi in corso si concluderanno entro l’estate e i numerosissimi reperti rinvenuti  saranno esposti all’Antiquarium al termine delle mostre temporanee attualmente in corso”.

Info: www.pompeiisites.org

MOSTRE / “Bellezza ritrovata”: a Roma i capolavori recuperati da furti, guerre e terremoti

unnamedROMA –  Le nostre bellezze artistiche sono continuamente sottoposte a furti, vandalismi e danneggiamenti dovuti a eventi naturali disastrosi ma anche alla mano dell’uomo. L’arte negata, mortificata e distrutta da guerre, furti e catastrofi come i terremoti, può tuttavia rinascere dalle macerie come la fenice, si può rivelare di nuovo grazie alla volontà, l’impegno e la caparbietà dell’uomo nel ricomporre e ricostruire la propria identità attraverso l’arte.

 La bellezza ritrovata. Arte negata e riconquistata in mostra –  è stata inaugurata oggi ai Musei Capitolini di Roma e proseguirà fino al 26 novembre prossimo.

La rassegna è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ideata e organizzata dal Centro Europeo per il Turismo e la Cultura presieduto da Giuseppe Lepore con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura – e intende evidenziare e attualizzare l’impegno delle istituzioni a favore dell’arte con un’esposizione di importanti testimonianze artistiche che, a causa di vicende non sempre trasparenti, sono state, per moltissimo tempo, negate alla pubblica fruizione e spesso dimenticate nei depositi o in altri contenitori non accessibili al pubblico.

L’evento vuole anche porre in risalto il quotidiano impegno da parte del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che opera con dedizione e caparbietà alla ricomposizione e ricostruzione del nostro patrimonio culturale.

TRE SEZIONI – L’esposizione è costituita da tre sezioni (e da una conclusione inaspettata). La prima sezione, che riguarda le opere recuperate a seguito di furti, presenta alcuni dipinti di proprietà del Museo Nazionale San Matteo di Pisa, recuperati dai Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Firenze nel 2014, a conclusione di una complessa  e serrata attività d’indagine iniziata nel gennaio dello stesso anno in Olanda. Le opere erano state affidate nel 2002 a un restauratore toscano perché intervenisse a sanare il loro precario stato di conservazione.
Le indagini, iniziate dopo la denuncia di scomparsa da parte della Direzione del Museo che ne aveva constatato la mancanza nel corso di un attività d’inventariazione, hanno rivelato che le opere erano state vendute nel corso degli anni dallo stesso restauratore a commercianti del settore e successivamente rivendute a società di brokeraggio internazionali francesi e svizzere. L’olio su tavola fondo oro raffigurante l’Addolorata di Quentin Metsys è transitato, ad esempio, prima presso un antiquario di Lucca e successivamente presso una  società del settore svizzera, che lo ha proposto in vendita nell’ambito della mostra mercato di Maastricht per la cifra di ben tre milioni di euro. Acquistato da un collezionista straniero, il dipinto è stato localizzato finalmente in Grecia presso un deposito di stoccaggio di opere d’arte. Alcune delle rimanenti opere recuperate sono state ritrovate ancora nella disponibilità del restauratore indagato, altre presso antiquari e rigattieri della provincia di Lucca.

Quentin Metsys Madre dei Dolori, pittura a olio e oro su tavola, Museo Nazionale San Matteo di Pisa

Quentin Metsys Madre dei Dolori, pittura a olio e oro su tavola, Museo Nazionale San Matteo di Pisa

Saranno anche presenti due opere che testimoniano l’attività di recupero e salvaguardia del nostro patrimonio culturale da parte del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

La seconda sezione riguarda le opere salvate dalle zone terremotate dell’Italia Centrale, nello specifico delle Marche. Si tratta di capolavori della rete museale dei Musei Sistini del Piceno e di un dipinto della Chiesa di Sant’Angelo Magno di Ascoli custodito nel deposito del Forte Malatesta di Ascoli, provenienti da alcune sedi danneggiate e chiuse a causa del sisma.

La terza sezione pone l’obiettivo su un tema purtroppo di grande attualità, i danni provocati dalle guerre, partendo dall’esempio di quanto accaduto al patrimonio della cattedrale di Benevento, colpita dalle bombe degli alleati nel settembre del 1943, il cui aspetto non doveva essere tanto diverso da quello delle tante chiese distrutte dai terremoti. Allora come oggi si provvide a recuperare e mettere in salvo il patrimonio superstite, ma gran parte del materiale fu evidentemente accatastato e dimenticato e, fino al ritrovamento del 1980, erroneamente ritenuto perduto. Subito dopo i bombardamenti furono tratti in salvo i preziosi arredi liturgici e i paramenti sacri, parte del cosiddetto Tesoro del Cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento e poi papa col nome di Benedetto XIII.

Nicola da Monteforte, 1311 Nicola da Monteforte ai piedi del crocifisso, scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Nicola da Monteforte, 1311 Nicola da Monteforte ai piedi del crocifisso, scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Fino al 1980 era opinione comune che dei due amboni del duomo, gli unici elementi superstiti fossero quelli conservati ed esposti presso il Museo del Sannio a Benevento e il Museo Diocesano a Benevento. Tuttavia, i lavori di scavo archeologico hanno portato alla luce i marmi depositati in uno dei locali adiacenti alla cripta: tutti i leoni che facevano parte dei due pergami e i frammenti delle colonne che li sormontavano, alcuni capitelli ed elementi di sculture e di lastre marmoree che ne costituivano le fiancate nonché la base con figure di mostruose cariatidi del cero pasquale e il fuso spiraliforme della colonna che su essa si impostava.

Nicola da Monteforte, 1311 Madonna con Bambino scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Nicola da Monteforte, 1311 Madonna con Bambino scultura frammentaria in marmo, Benevento Museo del Sannio

Il catalogo della mostra è edito da Gangemi Editore.


LA BELLEZZA RITROVATA
Arte negata e riconquistata in mostra

Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori, Piazza del Campidoglio – Roma
2 Giugno / 26 Novembre 2017
Orari: Tutti i giorni 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

MOSTRE / Cibo e riti ai tempi di Parma romana [GALLERY]

Bottiglia in vetro_MANPr

Bottiglia in vetro dal MAN (Parma)

PARMA – In occasione delle celebrazioni dei 2200 anni della sua fondazione, Parma ospita alla Galleria San Ludovico, dal 2 giugno al 16 luglio e dal 9 settembre al 22 ottobre 2017, un’esposizione che, attraverso reperti archeologici, provenienti dal Museo archeologico di Parma e dai Musei civici di Reggio Emilia, oggetti, ambienti, allestimenti interattivi e multimediali ripercorre la millenaria cultura alimentare parmense, dalle origini fino all’attualità.

La mostra, dal titolo Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana, curata da Filippo Fontana e Francesco Garbasi con la supervisione e la consulenza scientifica di Alessia Morigi è promossa e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma, in collaborazione con l’Università di Parma, il Complesso monumentale della Pilotta, il gruppo archeologico VEA, e sottolinea quanto le radici della cultura alimentare del territorio siano in continuità con un passato lontano ma straordinariamente vicino e più che mai attuale nelle motivazioni che hanno fatto di Parma una Città Creativa della Gastronomia UNESCO, titolo riservato a sole diciotto città nel mondo.
L’iniziativa fa parte del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”, promosso dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna e Parma, dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna.
Il cibo come filo conduttore dell’esposizione rafforza la consapevolezza del radicamento delle produzioni di qualità, mostrandone il valore culturale e sociale che si traduce in un arricchimento economico e qualitativo della comunità cittadina.

Terra sigillata_MANPr

Terra sigillata

ARCHEOLOGIA E NON SOLO – Con Archeologia e alimentazione le vestigia di un passato antico tornano a vivere grazie a linguaggi contemporanei. Il visitatore, infatti, grazie ai metodi forniti dall’archeologia sperimentale e da allestimenti interattivi, è accompagnato all’interno di un percorso in cui, a fianco di manufatti provenienti dagli scavi realizzati in città, incontra alcuni ologrammi che riproducono oggetti archeologici di notevole interesse. A questi si aggiungono ambientazioni sonore, stimoli tattili e sensoriali e un video didattico che analizza le tappe principali che hanno contraddistinto lo sviluppo del territorio tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C.

Tipario in bronzo_MANPr

Tipario in bronzo

La mostra sviluppa argomenti di grande interesse storico, come l’organizzazione delle colture, ottenuta attraverso il sistema di centuriazione, ovvero il fitto reticolato di canali, strade e solchi che formavano quella grande infrastruttura che ha permesso la bonifica, la suddivisione razionale e la coltivazione della Pianura Padana.

Anello con incisione raffigurante una lira_Parma_MANPr

Anello con incisione raffigurante una lira_Parma MANPr

ALLE ORIGINI DELLA TAVOLA PARMENSE – Il percorso espositivo approfondisce, in particolare, le origini della cultura alimentare parmense – produzione di prosciutto e formaggio – rivelando anche le abitudini alimentari tipiche dell’epoca romana, grazie agli scavi archeologici che hanno definito in maniera chiara quanto alla base dell’alimentazione quotidiana, vi fossero i cereali, insieme ai legumi e alla frutta, così come la polenta e i bolliti di cereali.

Abbondanza assisa in trono, statuetta ritrovata a Valera, MANPr (foto Amoretti)

Abbondanza assisa in trono, statuetta ritrovata a Valera, MANPr (foto Amoretti)

Il banchetto, inteso come rito sociale dove incontrarsi, parlare e mangiare assieme sarà analizzato anche attraverso la presentazione di oggetti solitamente utilizzati in questa occasione, provenienti da ritrovamenti archeologici in loco e riproduzioni realizzate da Archeologi Sperimentali. Tra questi sono presentate alcune suppellettili realizzate in materiali preziosi come vetro, ceramiche e metalli, che garantivano visibilità sociale e prestigio nella comunità romana.

Cetra, riproduzione

Cetra, riproduzione

PERCORSI IN 3D – Il percorso espositivo, arricchito dalla ricostruzione in 3D della forma urbis romana di Parma, a cura dell’Associazione culturale 3D Lab, prosegue anche al di fuori della Galleria San Ludovico con l’itinerario Parma Sotterranea dove si potranno visitare i luoghi più significativi della città antica.
Nel periodo di apertura della mostra, si terranno attività collaterali che consentiranno ai visitatori di scoprire antichi mestieri come quello della tessitura, a cura dell’Associazione Arcadia, o immergersi nell’atmosfera del tempo grazie a letture storiche, a cura di Francesco Gallina, e visite guidate.

 


INFORMAZIONI 

ARCHEOLOGIA E ALIMENTAZIONE NELL’EREDITÀ DI PARMA ROMANA
Parma, Galleria San Ludovico (Borgo del Parmigianino, 2)
2 giugno – 16 luglio
9 settembre – 22 ottobre 2017
Dal 17 luglio all’8 settembre, la mostra rimarrà chiusa
Orari: dal mercoledì alla domenica, dalle 10.00 alle 19.00
Ingresso gratuito – Audioguide gratuite – Percorso ottimizzato per ipovedenti – Attività e percorsi bimbi
Informazioni: tel. 340 1939057
www.parmarcheologica.it
www.comune.parma.it/parma2200/

“Imago librorum”, in mostra a Rovereto mille anni di codici

ROVERETO (TN) – Preziosi codici e libri antichi, provenienti dal patrimonio della Biblioteca comunale di Trento e della Biblioteca Civica di Rovereto, scelti per documentare tratti e aspetti dell’evoluzione del libro nel corso dei secoli. La mostra Imago librorum organizzata presso la Biblioteca Civica “G. Tartarotti” di Rovereto si pone in connessione con l’omonimo convegno  che si è appena chiuso a Palazzo Geremia di Trento (25 e 26 maggio) e resterà aperta fino al 25 giugno. Nato in stretta collaborazione con la Biblioteca Comunale di Trento, con il sostegno anche della Soprintendenza per i Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento, il progetto intende mettere al centro il libro quale oggetto materiale protagonista dell’ultimo millennio della storia dell’Europa occidentale. L’esposizione, costituita dal prezioso materiale messo a disposizione dalle due biblioteche, vuole documentare alcuni tratti e aspetti di questa straordinaria vicenda.

La mostra si articola in tre sezioni che, attingendo a libri e documenti delle diverse epoche, illuminano alcuni aspetti di questo ricco campo d’indagine.

Attraverso la prima sezione della mostra, dal titolo Tra codice e rotolo, si comprende come la scelta della forma codex (cioè quella del libro fatto di fogli impilati e cuciti o incollati, come lo conosciamo abitualmente) sia stata a lungo adottata, così come la tipologia del foglio arrotolato (volumen in latino) rappresenta una strada per lungo tempo percorsa sino a giungere ai nostri files: documenti digitali, che si ‘svolgono’, appunto, come un rotolo.

La seconda sezione della mostra è dedicata ai Libri da leggere ed è incentrata sulla modalità mediante la quale i testi prendono forma entro lo spazio della pagina e poi dell’intero libro, dunque consente di apprezzare come il libro stesso venga costruito per rendere accessibile il testo. Un libro non è un ammasso di parole e discorsi, ma una struttura organizzata finalizzata a conservare e a veicolare verso il lettore il testo che contiene. In questa specificità consiste la sua natura profonda, sia esso libro cartaceo o ebook.

L’ultima sezione vede quale protagonista La figura sulla pagina e indaga l’affascinante rapporto che corre tra il linguaggio verbale scritto e l’immagine. Quest’ultima può essere puro elemento decorativo, esercizio grafico, supporto alla comprensione, interpretazione immaginativa del testo, esempio di metatesto indissolubilmente fatto di parole e immagini, addirittura vero “testo” del libro (cui le parole servono da puro corredo), infine immagine stessa fatta di parole.

In collaborazione con: Università Cattolica del Sacro Cuore; C.R.E.L.E.B. Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca; AIB. Associazione Italiana Biblioteche. Sezione Trentino AltoAdige-Südtirol.

 

Per ulteriori informazioni, visita il sito della mostra e scarica il catalogo.

Napoli, riaperta al MANN la sezione epigrafica: 300 le opere esposte

NAPOLI – A sei anni dalla chiusura, ha riaperto oggi la Sezione Epigrafica del MANN-Museo Nazionale Archeologico di Napoli, dotata di un nuovo allestimento, corredata da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali ripensati per l’occasione
e da un volume-guida edito da Electa. Si tratta di una delle raccolte di iscrizioni greche, italiche e latine, tra le più prestigiose al mondo; documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale.

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Le epigrafi – di qualunque natura – sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo. Nell’insieme si tratta di oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI secolo a. C. al IV secolo d. C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di
norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori, declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono rozzi o sconci disegni.

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Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, professore dell’Università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma e Accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, Capo Conservatore delle Collezioni del MANN. Dopo la Sezione Egiziana e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del MANN dalla fine del 2015 .

 

Info: www.museoarcheologiconapoli.it