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ARCHEOLOGIA / A Spilamberto (Mo) “Romani e Longobardi” in mostra con nuovi reperti appena restaurati

spilamberto_logo_mostra_ridottoSPILAMBERTO (MO) –  Una villa rustica a Spilamberto, una struttura che si evolve nel tempo ospitando popoli di cultura e origine diversa che hanno dominato il territorio, Romani e Longobardi al confine tra tardoantico e altomedioevo.  A Spilamberto rivive questo passaggio di testimone in una esposizione temporanea che mette in mostra i reperti ritrovati nell’area di Cava Ponte del Rio, esplorando nuove possibilità e nuove dinamiche fra i due mondi, forse non così distanti come si può pensare. La mostra “Romani e Longobardi inquilini in una villa rustica“, allestita all’interno del Museo Antiquarium di Spilamberto , esporrà i corredi di quattro tombe e si potranno scoprire alcuni reperti mai visti, appena restaurati.
Il progetto espositivo, curato da Paolo De Vingo dell’Università di Torino, presenta una selezione di materiali provenienti dalla cava di Ponte del Rio, nel territorio di Spilamberto, a seguito degli scavi archeologici preventivi effettuati dalla Soprintendenza che hanno riguardato, in particolare, le strutture di una villa rustica romana e un contesto cimiteriale longobardo, non molto distante.
I materiali dall’edificio rustico consistono in una selezione di oggetti in ferro e in bronzo di tradizione romana (congegno di serratura, chiave domestica, utensili agricoli e da cucina, una fibbia ed una armilla decorata) volta a ricostruire il quadro economico-sociale in cui si inseriva la vita di questa comunità, con particolare attenzione per gli attrezzi agricoli (una falce messoria, due tipi distinti di zappe per dissodare il terreno). Una serie di lame in ferro verranno poste in relazione sia con tutte le attività della cucina finalizzate alla preparazione del cibo, sia ad un loro impiego pratico nella vita quotidiana. Una semplice armilla in bronzo, a capi aperti e decorati alle due estremità, in associazione con una fibbia con ardiglione in ferro offrono un ulteriore scorcio della cultura materiale degli individui maschili e femminili della comunità. Una testa di ascia “barbuta” in ferro, di tradizione tardoantica-altomedievale, in ottime condizioni di conservazione, rappresenta un elemento-ponte che collega due culture: la componente agricola originaria e le consuetudini del nuovo gruppo demografico, facilmente distinguibile dal substrato autoctono, identificabile come ‘longobardo’ e cioè con i nuovi dominatori della parte centro-settentrionale della penisola italiana dopo la seconda metà del VI secolo. A questa nuova fase si ricollega una selezione dei materiali presenti in quattro tombe della necropoli longobarda Particolarmente significativi in riferimento al ruolo rivestito all’interno della comunità.

Dopo l’inaugurazione, che avverrà sabato 1 ottobre 2016 alle ore 16 con l’intervento della Soprintendenza Archeologia, Paesaggio e Belle Arti per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dell’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali dell’Emilia Romagna, seguirà breve visita guidata alla mostra con il curatore e infine  presso la Corte d’Onore di Rocca Rangoni, conferenza su “Culture alimentari del Medioevo: qualche assaggio” con la prof.ssa Antonella Campanini – Università degli Studi di Scienze Gastronomiche.


Orari
sabato 15,30-18,30 / 20,30-22,30
domenica 10,00-13,00 / 15,30-18,30
visite su prenotazione scrivendo a antiquarium.spilamberto@gmail.com
Per informazioni Comune di Spilamberto,  Struttura Cultura, Turismo, Sport e Biblioteca
tel. 059 789965 / 059 789969
michela.santagata@comune.spilamberto.mo.it
Eventi collegati
9 ottobre 2016
Terre longobarde: in bicicletta alla loro scoperta nel territorio tra Modena e Spilamberto.
ore 9,30 visita guidata ai reperti longobardi esposti presso i Musei Civici di Modena a cura della direttrice Francesca Piccinini
ore 10,15 partenza in bicicletta per Spilamberto con itinerario guidato da FIAB – Sezione di Modena
ore 11,30 breve sosta al punto ristoro e a seguire: osservazione guidata dell’area archeologica di Ponte del Rio, visita guidata all’Antiquarium di Spilamberto e alla mostra “Romani e Longobardi inquilini in una villa rustica”
ore 16,00 rientro a Modena in bicicletta, arrivo previsto per le 18,30
Info: Coordinamento Sito Unesco tel. 059/2033119 (lun-ven 9-13) coordinamento@comune.modena.it
10 novembre 2016 – ore 21,00
SPAZIO EVENTI L. FAMIGLI – VIALE RIMEMBRANZE, 19
Romani e Longobardi a Ponte del Rio: indagini archeologiche e studi bioarcheologici di una comunità tardoantica e altomedievale.
Relatori: prof. Paolo De Vingo, dott. Maurizio Marinato, dott. Alessandro Canci, dott.ssa Enrica Sgarzi
24 novembre 2016 – ore 21,00
SPAZIO EVENTI L. FAMIGLI – VIALE RIMEMBRANZE, 19
Il turismo culturale: valorizzazione delle emergenze locali
Conferenza con il dott. Vittorio Cavani
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MOSTRE / “Etruschi d’oro”, i nuovi reperti della necropoli di Crocifisso del Tufo esposti a Orvieto

Solo tre giorni per ammirare alcuni significativi reperti venuti alla luce questa estate durante gli scavi alla necropoli di Crocifisso del Tufo. L’esposizione fa parte del progetto “Orvieto Caput Etruriae” avviato lo scorso anno dal Comune di Orvieto sul percorso “Experience Etruria”

 ORVIETO (TR)– Inaugura oggi, venerdì 30 settembre alle 16, e resterà aperta solo fino a domenica 2 ottobre 2016 la mostra Gli Etruschi d’Oro, che esporrà presso la Sala Unità d’Italia del Palazzo Comunale di Orvieto alcuni tra i più importanti reperti archeologici venuti alla luce dalla necropoli di Crocifisso del Tufo durante la campagna di scavo appena conclusa. Si tratta di soli tre oggetti, ma tutti di grande pregio: una coppia di orecchini d’oro a bauletto e il finale di una collana in oro e pasta vitrea azzurra. 
In mostra anche pannelli illustrativi per raccontare ai visitatori gli scavi effettuati e  un filmato che documenta le ricerche archeologiche svolte quest’estate. 
L’esposizione, che si tiene per iniziativa del Comune di Orvieto e della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, sarà inaugurata Venerdì 30 settembre alle ore 16 ed è patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo, Sostratos / Io sono Etrusco – Trust di scopo, PAAO / Parco Archeologico Ambientale dell’Orvietano.
Ii reperti potranno essere visitati nei seguenti giorni ed orari:• Venerdì 30 settembre – 16:00 / 20:00
• Sabato 1 ottobre – 10:00 / 23:30
• Domenica 2 ottobre – 10:00 / 18:30
etruschi-oro-800x445 “Il progetto espositivo – spiega l’Assessore alla Cultura di Orvieto, Vincenzina Anna Maria Martinoè finalizzato alla restituzione, tutela e valorizzazione dell’enorme patrimonio archeologico che caratterizza il territorio e la Città di Orvieto e fa parte del più complesso progetto ‘Orvieto Caput Etruriae’ avviato lo scorso anno sul percorso di ‘Experience Etruria’ volto alla conoscenza del mito e del mistero degli Etruschi. 
Orvieto Caput Etruriae oltre ad essere un viaggio nel mondo degli Etruschi, è anche un elogio al fascino di Orvieto nella storia. Il progetto è il risultato di un lavoro intrapreso in questi anni dal Comune di Orvieto che, dopo una lunga interruzione delle indagini archeologiche nella necropoli orvietana del Crocifisso del Tufo, ha chiesto e ottenuto dal Ministero competente la concessione per la ripresa degli scavi unendo forze e competenze varie: dalla Soprintendenza dell’Umbria, al trust di scopo Sostratos, al Comune appunto.
Un sentito ringraziamento va alla Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, Marica Mercalli da poco insediatasi che, con grande sensibilità e attenzione verso l’esperienza in atto nella nostra città, ha autorizzato l’esposizione dei reperti. E’ un ulteriore segno dell’importanza delle ricerche e di incoraggiamento nella direzione della valorizzazione del nostro patrimonio”.
“Anche se per un tempo limitato – conclude – al termine della mostra, infatti, i reperti torneranno nei depositi della necropoli, l’appuntamento di questo fine settimana sarà sicuramente un’occasione straordinaria per apprezzare gli oggetti rinvenuti, di rara fattura, e conoscerne la storia. Ma anche per appassionarsi al futuro delle ricerche archeologiche che interessano il perimetro della rupe di Orvieto”.  
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Le indagini archeologiche nella necropoli etrusca di Crocifisso del Tufo
Dopo un lungo periodo di inattività sono riprese le indagini archeologiche nella necropoli etrusca di Crocifisso del Tufo: si tratta del sito archeologico aperto al pubblico più importante di Orvieto, senza il quale non si può comprendere la città dei vivi, la quale, a sua volta, ha ispirato la città dei morti, specchio della consolidata organizzazione sociale basata sull’isonomia.
Il progetto di ricerca ha lo scopo di comprendere lo sviluppo di un settore nel quale sono presenti tombe databili tra VII e V sec. a.C.; l’area è stata interessata da caotiche ricerche già a partire dal XVIII secolo ed ha restituito edifici funerari costruiti in blocchi di tufo quasi sempre caratterizzati da iscrizioni funerarie relative agli esponenti delle famiglie deposte all’interno del monumento.
I corredi funerari che accompagnano i defunti, sia inumati che cremati, sono in genere costituiti da ceramiche, sia di produzione etrusca che di importazione greca, vasi in lamina di bronzo e strumenti in ferro per il banchetto.
Il progetto opera a più livelli, da quello della valorizzazione a quello della ricerca scientifica e della formazione sul campo.
Crocifisso del Tufo è infatti gestita direttamente dalla Soprintendenza Archeologia dell’Umbria, il Comune ha ottenuto la concessione di scavo triennale, il trust di scopo Sostratos – organizzazione senza scopo di lucro fondata da liberi imprenditori – provvede economicamente alla necessità della ricerca archeologica, ai restauri ed allo studio di reperti, ed infine alla loro eventuale musealizzazione; le indagini archeometriche fanno capo all’Institute for Mediterranean Archaeology, sul campo si alternano studenti di atenei italiani ed esteri, archeologi professionisti e volontari. Il cantiere si caratterizza per essere “aperto” e fornisce anche ai visitatori occasionali una rara opportunità per comprendere le tecniche legate alla moderna ricerca archeologica.
Fonte: Comunicato stampa ufficiale.
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MOSTRE / Villa Vicus Via: Archeologia e storia a San Pietro in Casale (Bo)

SAN PIETRO IN CASALE (BO) – Negli ultimi decenni il territorio di San Pietro in Casale ha restituito numerose, significative testimonianze archeologiche, frutto delle indagini dirette dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Si è trattato per lo più di rinvenimenti fortuiti collegati alla realizzazione di edifici, infrastrutture o servizi, e più raramente di scavi programmati e campagne di ricognizione di superficie condotti con l’apporto del Gruppo Archeologico Il Saltopiano, da anni impegnato con Comune e Soprintendenza nel promuovere questo significativo patrimonio.

La mostra archeologica Villa Vicus Via. Archeologia e storia a San Pietro in Casale si iscrive a pieno titolo in questo percorso di valorizzazione.

Curata da Tiziano Trocchi, Raffaella Raimondi ed Eleonora Rossetti e promossa dall’Unione Reno Galliera e dal Comune di San Pietro in Casale in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, la mostra presenta l’importante patrimonio di età romana proveniente da questa porzione di pianura bolognese e ricucendo dati e testimonianze archeologiche riesce a restituire un’immagine a tutto tondo di questo territorio nel periodo compreso tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del IV sec. d.C.

Cuore di questo racconto è il Vicus di Maccaretolo, un abitato inserito in un tessuto insediativo antico esteso anche ai territori limitrofi e caratterizzato dalla presenza di un’importante Via di traffico e di numerosi impianti produttivi, come la Villa rustica rinvenuta presso il Centro Sportivo di San Pietro in Casale. Esponendo i reperti in sezioni tematiche, la mostra racconta alcuni degli aspetti più significativi della vita della civiltà romana in un contesto rurale, dall’ambito sacro a quello funerario, dagli aspetti produttivi e commerciali alla vita quotidiana.

Tra gli oggetti più eclatanti si segnalano un puteale in pietra con dedica ad Apollo e al Genio di Augusto, un’ara votiva con dedica a Liber pater e Libera, un sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo d.C., un’applique in bronzo con il ratto di Europa e due commoventi gemme con decorazione a intaglio, un diaspro verde con figura di donna e una corniola rossa con un insetto a otto zampe, forse uno scorpione.

Il percorso espositivo è arricchito dalla mostra fotografica “Il tempo e la luce” che documenta i reperti monumentali conservati in collezioni museali civiche e private provenienti in particolare dal territorio di Maccaretolo.

Completano l’esposizione un dettagliato catalogo e un ricco calendario di incontri di approfondimento.

Il panorama insediativo antico di questa fascia di territorio bolognese si presenta quanto mai ricco e denso di testimonianze soprattutto a partire dalla romanizzazione della Pianura Padana e in particolare in corrispondenza delle fasi di maggior fioritura di questo lungo e articolato processo storico che ha interessato tutto il territorio regionale, ovvero tra la tarda Repubblica ed i primi due secoli dell’Impero. In questa fase il territorio della regione venne stabilmente organizzato e sistematicamente messo a coltura tramite il tracciamento e la messa in opera della centuriazione che, grazie a strade e canali irrigui, ha costituito uno straordinario strumento di gestione ambientale, economica e politica al tempo stesso di questa grande e fertile pianura. Qui sono stati progressivamente insediati coloni, molto spesso veterani provenienti dalle fila delle legioni che formavano l’esercito romano, fenomeno che prese proporzioni importanti soprattutto dall’età triumvirale in poi e particolarmente in età augustea.
Capisaldi di questa espansione territoriale furono ovviamente le colonie –le città- che si dislocarono nella maggior parte dei casi lungo il tracciato della Via Emilia e funsero da centri di gestione e organizzazione del territorio sia dal punto di vista economico che politico. Bologna (Bononia), che già era stata importante città etrusca e poi occupata da genti celtiche, fu certamente il principale di questi centri e il territorio che la mostra prende in esame faceva parte a pieno titolo dell’agro di questa città.
Sappiamo che questo comparto territoriale in specifico rivestì una particolare importanza, per la presenza di un percorso viario, solo parzialmente rimesso in luce dall’archeologia e citato dalle fonti storiche: l’antica Via Emilia Altinate (o Via Annia) che congiungeva Bologna all’attuale territorio padovano. La presenza di quest’asse stradale dovette fungere da elemento catalizzatore, sia per una capillare occupazione territoriale agricola, che pure si mantenne grosso modo entro gli schemi determinati dalla suddivisione centuriale, sia per lo sviluppo di altre attività economiche che potevano essere funzionali alle città che la via metteva in comunicazione tra loro.
In questo contesto storico non stupisce la presenza a San Pietro in Casale, in località Maccaretolo, di un centro abitato (vicus), probabilmente di notevoli proporzioni, che è stato oggetto di rinvenimenti di altissimo valore storico-testimoniale sin dai primi recuperi del XVI secolo: un puteale in pietra con dedica ad Apollo e al Genio di Augusto, la stele dei Cornelii, la stele di Quinto Manilio Cordo, vari resti architettonici e scultorei, tra cui una statua di togato, appartenenti a imponenti monumenti sepolcrali del tipo a edicola cuspidata, tutti reperti oggi esposti presso il Museo Civico Archeologico di Bologna. A questi si è aggiunto nel 1988 il ritrovamento di un sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo d.C. oggi esposto nel percorso della mostra, in un allestimento appositamente realizzato e destinato a rimanere permanente.

Sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo (foto Circolo fotografico Punti di Vista, Artistigando)
Sarcofago lapideo della seconda metà del II secolo d.C.

Le campagne di ricognizione di superficie e gli scavi programmati anche in anni recenti hanno senz’altro confermato l’importanza di questo centro, mettendone in luce la vocazione fortemente produttiva, con molta probabilità legata alla lavorazione dei metalli, ma forse anche di altri materiali di pregio, da destinare ad un bacino commerciale di dimensione certamente sovra-regionale. Le testimonianze dell’epigrafia confermano l’importanza del centro che, in particolar modo in età augustea, dovette conoscere una fioritura notevolissima, così come tutto il territorio circostante.
Ed è proprio di questo che la mostra vuole occuparsi: attraverso una ricucitura dei dati sinora noti e delle testimonianze disponibili, sia di ambito rurale che legate al centro abitato, si vuole restituire un’immagine complessiva di questo territorio così ricco di fermenti e presenze tra loro differenziate durante il periodo romano, tanto da poter offrire una complessità e molteplicità di punti di vista, che pochi altri settori della nostra pianura possono proporre per lo stesso periodo.
Il centro del “racconto” sarà quindi l’abitato di Maccaretolo con le sue eccezionali testimonianze, inserito in un tessuto insediativo complessivo, che, includendo le realtà agricole, come ad esempio la grande villa rustica rinvenuta presso il Centro sportivo “E. Faccioli” di San Pietro in Casale, darà conto dell’interazione e dell’integrazione tra i vari soggetti economici e politici presenti e operanti nel territorio.
Uno dei reperti più interessanti e significativi proveniente dal settore NW dell’area di scavo dell’abitato di Maccaretolo è rappresentato da un’applique in bronzo raffigurante il profilo sinistro di un toro su cui siede una figura femminile panneggiata. Di questa si conservano le due gambe, la destra scoperta e più in alto rispetto alla sinistra in una posizione di precarietà e sbilanciamento, tale da portare la sua mano destra ad aggrapparsi ad uno dei due corni dell’animale, presumibilmente in movimento e con andamento al trotto visto il dettaglio della zampa alzata, così come della coda attorcigliata.

Applique in bronzo con Il ratto di Europa (da Maccaretolo)
Applique in bronzo con raffigurazione del ratto di Europa (scavi Maccaretolo)

Sebbene il reperto sia in parte lacunoso, la composizione iconografica porta ad identificare i protagonisti della rappresentazione come Europa (la giovane seduta sull’animale) e Zeus (in sembianze di toro) nella raffigurazione conosciuta come il “ratto di Europa” riferibile dell’omonimo mito greco.  Questo narra come il dio, invaghitosi della giovane, figlia del re di Tiro Agenore, decise con l’inganno, e attraverso la sua trasformazione in un toro bianco, di rapire la ragazza portandola sull’isola di Creta. Dall’unione dei due, nacquero tre figli tra cui Minosse, futuro re di Creta.
La rappresentazione iconografica di tale soggetto ebbe nel mondo antico una produzione artistica di largo successo sin dal VII sec. a.C., non solo nelle produzioni in metallo ma anche in quelle fittili e lapidee; in età romana particolarmente significativo è la ricorrenza del tema all’interno della produzione musiva. Il medesimo soggetto è riproposto in regione anche per una presumibile applique in metallo, rinvenuta in una tomba della necropoli romana di Pian Di Bezzo di Sarsina, databile tra il I e il II sec. d.C.  L’esemplare di Maccaretolo, benché simile, si distanzia dalla rappresentazione sarsinate per la pregiata lavorazione del metallo, l’attenzione ai dettagli e la delicatezza delle forme e del movimento che, unitamente ai particolari iconografici, portano a datare il manufatto alla seconda metà del I sec. d.C.
Il quadro generale dell’esposizione non è comunque limitato al solo territorio comunale -che pure ne costituisce il focus- ma si dilata con testimonianze a campione, estendendosi anche ad alcuni comuni limitrofi, come Bentivoglio, San Giorgio di Piano e Galliera, per evidenziare la complessità dell’assetto territoriale in cui si inquadrano i materiali archeologici esposti in mostra.


Informazioni:

Museo Casa Frabboni

Via Matteotti n. 137

San Pietro in Casale (BO)

dal 1 ottobre 2016 al 31 gennaio 2017

martedì 10-12; giovedì e venerdì 15-19; sabato e domenica 10-12 e 15-19

info 051 8904821 – musei@renogalliera.it   www.renogalliera.it

Aperture straordinarie: 1 novembre, 8 dicembre, 26 dicembre, 6 gennaio dalle 15 alle 19. Chiuso Natale e Capodanno

Ingresso gratuito

Visite guidate con laboratori didattici per le scuole e visite guidate per gruppi: prenotazione obbligatoria al Servizio Musei Unione Reno Galliera tel. 051 8904821 – 366 5267569 musei@renogalliera.it  –  www.renogalliera.it   (info dal lunedì al sabato dalle 10 alle 18)

Il catalogo della mostra, edito per i tipi All’Insegna del Giglio, è in distribuzione presso il Museo Casa Frabboni


Eventi collegati alla mostra

Sabato 24 settembre 2016, ore 19.00
San Pietro in Casale | Centro sociale ricreativo culturale “E. Faccioli” (via Massarenti 19)
Cibus: a tavola con i Romani. Cena a base di piatti della cucina classica romana a cura di Federica Badiali
Prenotazione obbligatoria entro il 21/9 al Servizio Musei Unione Reno Galliera | Costo € 15,00

Domenica 25 settembre 2016, ore 20.30
Bentivoglio | Centro culturale TeZe (via Berlinguer 7)
We love archaeology. Archeologia partecipata e volontariato. Altre radici, stessa passione
Relatori Caterina Cornelio Cassai, Valentino Nizzo, Tiziano Trocchi, Funzionari SABAP-BO

Giovedì 6 ottobre 2016, ore 20.45
Galliera | Sala consiliare del Municipio (Piazza Eroi della libertà 1, San Venanzio di Galliera)
Morte nell’arena. L’arte gladiatoria tra storia e leggenda
Relatrice Federica Guidi, funzionaria del Museo Civico Archeologico di Bologna

Mercoledì 19 ottobre 2016, ore 20.45
Castel Maggiore | Sala dei Cento, presso il Distretto sanitario (Piazza 2 Agosto 1980, 2)
Misurare la terra. Viabilità e centuriazione nell’agro bononiense
Relatrice Renata Curina, funzionaria SABAP-BO

Lunedì 24 ottobre 2016, ore 20.45
San Giorgio di Piano | Sala consiliare del Municipio (via Libertà 35)
Divinità e culto. Aree ed edifici sacri nel territorio di Bologna romana
Relatrice Daniela Rigato, docente al corso di Storia antica Università di Bologna

Mercoledì 9 novembre 2016, ore 20.45
Bentivoglio | Centro culturale TeZe (via Berlinguer 7)
In agro pedes. Necropoli e ritualità funeraria
Relatore Tiziano Trocchi, funzionario SABAP-BO

Martedì 15 novembre 2016, ore 20.45
Argelato | Emil Banca, Sala Enzo Spaltro (via Argelati 10)
La donna e la moda al tempo dei Romani
Relatrice Francesca Cenerini, docente di storia sociale e di epigrafia, corso Storia antica Università di Bologna

Mercoledì 30 novembre 2016, ore 20.45
Castello d’Argile | Sala polifunzionale (via del Mincio 1)
La storia delle acque di pianura, dai Romani all’attualità
Relatrice Alessandra Furlani, responsabile comunicazione Bonifica Renana

Sabato 14 gennaio 2017, ore 20.45
Pieve di Cento | Teatro A. Zeppilli (Piazza A. Costa 17)
Anfitrione, commedia di Plauto
a cura della compagnia teatrale Fil di ferro, regia di Ferruccio Fava

Mercoledì 18 gennaio 2017, ore 20.45
San Pietro in Casale | Sala consiliare “Nilde Iotti” del Municipio (via Matteotti 154)
Villa Vicus Via. Archeologia e storia a San Pietro in Casale. Bilancio e prospettive
Relatrice Raffaella Raimondi, archeologa e curatrice della mostra

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#Restauri / Riapre il Santuario Longobardo di Olevano (Sa)

(c) Copyright immagine / Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino

OLEVANO SUL TUSCIANO (SA) –  Il 29 settembre prossimo, in occasione delle festività legate al Santo Patrono, riapre la grotta di S. Michele Arcangelo di Olevano sul Tusciano, uno dei complessi religiosi più importanti di epoca longobarda, per accogliere la secolare processione in onore del Santo.

Il progetto di valorizzazione (fondi POR 2007-2013) denominato “Il santuario Micaelico del Tusciano e la civiltà dei Longobardi”, si è concluso nei primi mesi del 2016,  ed è stato redatto e diretto – con la collaborazione del Genio Civile di Salerno – dalle tre  Soprintendenze allora competenti per i beni archeologici, quelli storico – artistici, e quelli architettonici e paesaggistici. Il progetto è stato offerto nel 2013, poco prima della scadenza del bando POR, al Comune di Olevano sul Tusciano, che in questo modo ha potuto usufruire dei fondi disponibili.

Tra gli interventi più importanti vi è sicuramente la sistemazione di passerelle in acciaio che consentiranno ai fedeli di visitare la grotta percorrendo i tratti più impervi fino ad ora fruibili da pochi avventurosi visitatori, godendo della visione delle cappelle, ora dotate di un nuovo impianto di illuminazione. Fondamentali sono stati anche i nuovi  restauri dei cicli pittorici già noti e il recupero di pregevoli manufatti, tra cui uno sperone longobardo in ferro laminato in oro utilizzato nelle processioni, probabilmente un ex-voto al Santo.

Infine, grazie ai lavori da poco conclusi, quest’anno le celebrazioni in onore di S. Michele potranno avvenire in condizioni di maggiore sicurezza, essendo stato realizzato anche il consolidamento del tratto del costone roccioso incombente sul percorso finale e sull’imboccatura della grotta.

Il progetto è l’ultima tappa di un lungo lavoro di salvaguardia e valorizzazione del complesso rupestre micaelico condotto dalla Soprintendenza fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, attraverso diversi interventi sulla grotta e azioni di supporto all’amministrazione locale di Olevano sul Tusciano, che ha da sempre avuto la gestione del bene di proprietà del demanio statale. Da allora numerose sono state le campagne di scavo effettuate nell’area, propedeutiche agli interventi di restauro e finalizzate alla conoscenza delle dinamiche dell’insediamento rupestre e della vita quotidiana in uno dei santuari più rilevanti della cristianità altomedievale: nel corso degli anni, le indagini hanno portato alla luce complessivamente oltre 30.000 reperti, nonché resti di edifici legati al culto, tra cui un ospizio per i pellegrini, un’aula battesimale del IX secolo e, all’esterno, il cenobio dei monaci-custodi del santuario. Tutto questo costituisce una miniera di informazioni unica che, insieme alle decorazioni pittoriche e in stucco e ai graffiti presenti nelle cappelle, fanno del santuario rupestre olevanese uno dei siti archeologici più importanti d’Italia, come è stato di recente ribadito anche da Richard Hodges, Presidente dell’American University of Rome, uno dei più autorevoli archeologi medievisti al mondo.

“L’auspicio è che, grazie ai lavori finora svolti, possa emergere con evidenza la straordinaria importanza della grotta – dichiara il Soprintendente Francesca Casule – e sia possibile in futuro ottenere ulteriori fondi finalizzati alla sua piena valorizzazione, che comprenderà tra l’altro il recupero della struttura emersa nel corso dei lavori nel cosiddetto ”giardino del Papa Gregorio VII“, per la quale si è potuto operare solo un intervento di salvaguardia con opere provvisorie, in attesa del restauro”.

Fonte: comunicato ufficiale.

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FLASH / Sisma, in salvo le opere delle chiese di Accumoli

Foto: Segretariato Regionale per i beni culturali del Lazio del MiBACT. / Fonte: Comunicato ufficiale.

ROMA – Gli storici e i restauratori della squadra rilevamento danni del MiBACT, assistiti dai tecnici dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, hanno concluso con successo l’operazione di recupero delle opere presenti nella chiesa di S. Maria della Misericordia a Accumoli, fortemente lesionata nella struttura e con crolli delle coperture. L’intervento è stato reso possibile grazie alla costante assistenza dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, della Protezione Civile e la fattiva collaborazione del volontariato. Dalla chiesa sono state prelevate due pale d’altare dell’Immacolata Concezione (dipinto a olio su tela, sec. XVI) e dellaMadonna della Misericordia, e i santi Anna, Giacomo Maggiore e Francesco(dipinto a olio su tela, databile tra il 1635 e il 1649, opera di Alessandro Turchi detto l’Orbetto), compresa la cimasa dell’altare con la Trinità (60×60, dello stesso pittore). Sono state inoltre messe in salvo la tela con S. Nicola (ambito romano, XVII sec.), due tele con Sacro Cuore di Gesù e Addolorata,  sec. XVIII-XIX). Tra la suppellettile liturgica recuperata si segnalano alcuni reliquiari del XVIII secolo e una serie di quattro candelieri d’altare in lamina di argento sbalzata e cesellata (sec. XVIII); tra gli arredi la statua lignea del Cristo Deposto, recuperata all’interno della teca alla base dell’altare centrale (sec. XVII, policroma con tracce di doratura e rivestimento del perizoma in argento) e due statue lignee policrome raffiguranti un santo e una martire coronata. Tra i numerosi paramenti liturgici rinvenuti tra il paratoio e la sacrestia si segnalano piviali, pianete, tonacelle e stole del XVII secolo, manifattura dell’Italia centrale.

Dalla chiesa delle Madonna delle Coste, su una altura nei pressi del comune di Accumoli, lesionata con parziale crollo del timpano, i Vigili del Fuoco hanno estratto una croce processionale in lamina d’argento sbalzata e cesellata (XVI sec.). Tra i materiali anche alcuni ex-voto che testimoniano la valenza devozionale del santuario montano per la locale popolazione.

Tutte le opere prelevate e messe in sicurezza con idonei imballi sono state trasferite nel ricovero localizzato presso la Caserma della Scuola della Guardia Forestale di Cittaducale.

 

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SCOPERTE / Archeologia lungo la via Francigena: trovati i resti del borgo di San Genesio (e una necropoli di età longobarda)

Foto: Università di Pisa / Fonte: Comunicato ufficiale

PISA – Edifici di età basso medievale, una vasta necropoli che risale all’epoca in cui bizantini e longobardi combattevano per il possesso della penisola e poi ceramiche, monete d’argento e una piccola rarità, parte di un raffinato stampo per produrre anelli in oro o bronzo. Sono questi alcuni dei ritrovamenti emersi durante l’ultima campagna di scavo a San Genesio, borgo medievale in provincia di Pisa che un tempo si trovava lungo la via Francigena e che fu distrutto dai samminiatesi nel 1248.

La campagna si è svolta questa estate e ha coinvolto il Comune di San Miniato e l’Università di Pisa, con il professore Federico Cantini che ha diretto gli scavi condotti da un gruppo di dottori di ricerca e studenti dei corsi di laurea in scienze dei beni culturali e archeologia. I dati raccolti permetteranno di ricostruire l’impianto urbanistico del borgo di San Genesio nella fase di crescita economica che caratterizzò il periodo a cavallo tra XII e XIII secolo, quando doveva apparire come una serie di grandi edifici affacciati sulla “strada pisana”, che attraversava il Valdarno unendo Pisa a Firenze.scavi san genesio web

“Questa stessa strada in prossimità della pieve di San Genesio, riportata alla luce negli anni precedenti, si allargava sino a diventare una vera e propria piazza, fatta di ghiaia, dove confluiva anche la via Francigena – ha spiegato Federico Cantini – uno spazio pubblico da cui passarono, tra il X e il XIII secolo, imperatori, vescovi e i rappresentanti delle città e delle grandi famiglie signorili della Toscana, che scelsero proprio il borgo di San Genesio come sede di importanti diete e concili”.

In prossimità dell’edificio religioso è emersa poi un’area cimiteriale basso medievale (foto sotto) con decine di sepolture in una zona già utilizzata con funzione funeraria nella seconda metà del VI secolo.cimitero san genesio

“Lo scavo – ha concluso Federico Cantini – è stato possibile anche grazie alla disponibilità dei proprietari dell’appezzamento di terreno su cui si svolgono le indagini, i signori Giusti e Toni, che lo hanno messo a disposizione degli archeologi, per il secondo anno consecutivo, dimostrando una non comune sensibilità verso la ricerca”.

Fonte: Comunicato stampa ufficiale.

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ANTEPRIME / Il ritorno dei Faraoni: al MANN di Napoli a ottobre riapre la sezione egizia

NAPOLI – Grandi novità in arrivo per il MANN, il Museo Archeologico di Napoli. Dopo sei anni di chiusura, a ottobre riaprono finalmente  (inaugurazione aperta al pubblico 7 ottobre ore 17.00) la Sezione Egiziana e la Sezione Epigrafica, con oltre 1400 reperti e 10 sale interamente riallestite con un nuovo percorso espositivo e un’ampia offerta didattica.

Si tratta di un’eredità molto importante, quella custodita tra le sale del Museo napoletano. Il “Real Museo Borbonico di Napoli” fu infatti, nell’Ottocento, il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni.  Seguiranno a ruota gli altri Paesi: nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Quella di Napoli è dunque la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino.
La riapertura rientra nel piano strategico annunciato a luglio dal nuovo direttore Paolo Giulierini e segue l’inaugurazione, qualche mese fa, della Sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi gli eventi concludono l’importante progetto “Pompei e l’Egitto”, condotto in collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e appunto il Museo napoletano.

LA PIU’ ANTICA RACCOLTA EGIZIA D’EUROPA – Gli oltre 1200 oggetti fanno parte di una raccolta formatasi in gran parte prima della famosa spedizione napoleonica che contribuì in maniera determinante alla riscoperta, in Europa, dell’Egitto e dell’Oriente: essa è composta da parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta Dama di Napoli, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri. Tutti questi reperti torneranno visibili in un allestimento progettato dal MANN e dall’Università “l’Orientale” di Napoli, completamente ripensato rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta.

UN PERCORSO TUTTO NUOVO – Il percorso nelle sale del seminterrato è stato oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico e ospiterà ora una esposizione suddivisa in grandi temi: “Il faraone e gli uomini”, “la tomba e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenterà – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. Riemergeranno quindi le figure affascinanti, ai più sconosciute, di alcuni importanti collezionisti e avventurieri che con vicende anche rocambolesche contribuirono non poco alla crescita delle collezioni napoletane. E’ il caso, ad esempio, del cardinale Stefano Borgia che, animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789 implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone.
Troveremo anche il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo
per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

I GIOIELLI DELL’EPIGRAFIA LATINA E GRECA – Altra riapertura importante, anch’essa dal prossimo 8 ottobre, sarà quella  della Sezione Epigrafica, che riallestirà  nel riordinamento curato dal dipartimento di Studi umanistici della Università Federico II di Napoli la parte  più significativa delle immense raccolte di iscrizioni del mondo greco-romano (in tutto si tratta di migliaia di pezzi) custodite presso il MANN e provenienti  dal nucleo Farnese, dalle raccolte dei Borgia, da quelle dell’erudito campano Francesco Daniele e di monsignor Carlo Maria Rosini fino ai ritrovamenti effettuati in Campania e nel Mezzogiorno d’Italia, dal Settecento ai giorni nostri. Tra gli oltre 200 documenti spiccano le testimonianze di aspetti della vita pubblica e privata, difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani, quali i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori, i graffiti su intonaco, a volte in versi a volte accompagnati da rozzi disegni.
Dalla documentazione in lingua greca, con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa/Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano. Eccezionale poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico), come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C. o quella sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C.  Tanti i materiali significativi ci sono le cosiddette Tavole di Eraclea, lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, rinvenute nel 1732 in Basilicata nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota; in greco sono le Laminette orfiche di Thurii:
sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica; in osco invece la Meridiana delle Terme Stabiane.
Vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al MANN) della cosiddetta Tavola bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali e – infine – le iscrizioni con i nomi di quanti vinsero i Sebastà in diverse edizioni, in gare atletiche,
ippiche e artistiche, scoperte alla fine del XIX secolo durante i lavori del Risanamento in prossimità di Piazza Nicola Amore a Napoli dove, nel 2003 durante i lavori per la linea 1 della metropolitana, sarebbero stati rimessi in luce il tempio per il culto di Augusto
e il portico di uno dei ginnasi di Napoli con numerosi altri frammenti di analoghe monumentali iscrizioni.

NUOVE GUIDE, FUMETTI E DIDATTICA – Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica e arricchita da contributi multimediali si annuncia  la didattica di entrambe le sezioni. Per quella egizia sarà pubblicata  in un nuovo formato editoriale, una nuova guida (la prima di una serie) a cura di Electa, accompagnata da un albo a fumetti appositamente creato da Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel Museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di: “Nico e l’indissolubile problema…egizio”.  Il fumetto rientra nel progetto OBVIA ideato da Daniela Savy (Università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda Università di Napoli) con il quale il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.

Per informazioni: Sito ufficiale del MANN

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#ArcheoEditori / Ante Quem, ovvero l’archeologia per passione

Non è facile fare editoria in Italia, paese di pochi, anzi pochissimi lettori. Se poi le pubblicazioni sono di taglio culturale e di ambito specialistico, magari in campo storico e archeologico, la missione ha quasi dell’eroico. Ma non temete: niente lamentazioni sullo status della cultura e dei beni culturali in Italia, deficienze del resto purtroppo ben note a chi è del campo.  In questa nuova rubrica, #ArcheoEditori, ci concentreremo sul bicchiere mezzo pieno, sulle energie positive di chi lavora e fa cultura superando le difficoltà, con gran fatica e credendoci. Parleremo di case editrici, piccole e medie, che si occupano di storia e archeologia, presenteremo le loro attività e il loro catalogo, mostreremo la loro voglia di fare e di innovare. Vogliamo fornire uno strumento per far conoscere al pubblico interessato, degli addetti ai lavori e degli studiosi come dei semplici curiosi e appassionati, le energie positive dell’Italia che fa cultura.  Per segnalazioni, scriveteci a: archeoeditori(at)gmail.com

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AQIniziamo il nostro viaggio con la presentazione della bolognese Ante Quem premettendo che – come spesso avviene in questi ultimi anni – non si tratta “solo” di  una casa editrice ma di molto di più. Nata nel 1997 da un gruppo di archeologi, a un vasto catalogo di pubblicazioni – sia scientifiche che divulgative –  affianca la curatela di scavi e rilievi, progetta allestimenti museali e percorsi didattici e si distingue per la particolare attenzione con cui propone tante attività didattiche nelle scuole.  Il presidente e fondatore è Marco Destro, dottore di ricerca di Topografia Antica presso l’Università di Bologna, trenta pubblicazioni scientifiche e vari anni di insegnamento come docente universitario a contratto.
“Crediamo – è il “manifesto” di Ante Quem – nel recupero dell’antico e anche nella sua trasmissione, comunicazione e condivisione, perché l’archeologia è un bene di tutti. Vogliamo trasmettere la conoscenza scientifica, favorendo la circolazione del sapere archeologico tra professionisti, studenti e appassionati, e diffondere il valore del passato tra bambini e ragazzi”.

Spulciando tra il catalogo i titoli interessanti sono moltissimi. Cominciamo dalle serie che li raccolgono, che sono varie a dimostrazione di una sorprendente vastità di interessi: Studi e Scavi (Collana del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna);  Phoinike, che edita gli esiti delle campagne di scavo svolte a Phoinike (Fenice, in Albania) dall’Ateneo bolognese in collaborazione con l’Istituto Archeologico Albanese; la serie dedicata al Progetto Fayyum  (in inglese); Ocnus, Quaderni della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Bologna; OrientLab, dedicata al Vicino Oriente antico; le collane edite in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna e con la Fondazione Parco Archeologico di Classe – RavennAntica.

Nella collana “Ricerche” sono raccolti vari studi di Antichistica e Medioevo, alcuni dei quali di grande importanza. Ne citiamo due. Il primo: gli Atti del Convegno tenutosi a Spoleto e Campello sul Clitunno dal 5 al 7 ottobre 2012 avente per tema “Le forme della crisi. Produzioni ceramiche e commerci nell’Italia centrale tra Romani e Longobardi (III-VIII sec. d.C.)” a cura di Enrico Cirelli, Francesco Diosono e Helen Patterson (2015). Il volume raccoglie  i risultati delle indagini archeologiche più recenti svolte in particolare in Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise, fornendo un quadro esaustivo sui vari aspetti delle forme ceramiche prodotte in quell’epoca di transizione, la loro circolazione e diffusione e il rapporto con gli altri manufatti d’importazione. Il secondo: “Musiche dell’Italia antica. Introduzione all’archeologia musicale” (2012) a cura di Daniela Castaldo, che partendo dall’indagine sui materiali archeologici di interesse musicale (testimonianze iconografiche, resti di strumenti o di oggetti sonori) prova a ricostruire come e perché tali oggetti fossero usati e a quale fine fossero destinati, gettando nuova luce su molti aspetti della musica degli antichi popoli italici e dei Romani.

Notevole a nostro avviso è anche la serie “Ornamenta” a cura di , saggi dedicati ai gioielli antichi e medievali esaminati nei loro diversi contesti (in particolare l’Emilia Romagna) e significati. Tra questi segnaliamo in particolare “Oro sacro. Aspetti religiosi ed economici da Atene a Bisanzio” (a cura di Isabella Baldini e Anna Lina Morelli, 2014), che esamina il rapporto tra oro e oggetti preziosi e culto delle divinità nei contesti sia pagani che cristiani a partire dal mondo greco fino al Medioevo e con una serie di contributi multidisciplinari di carattere archeologico, numismatico, epigrafico, letterario e storico-artistico; “Luoghi, artigiani e modi di produzione nell’oreficeria antica” (2012) con una serie di importanti contributi sull’oreficeria tardoantica e longobarda in particolare (a cura di Caterina Giostra, Elisa Possenti, Paolo De Vingo, Paola Porta e altri);  e il purtroppo esaurito “Oggetti-simbolo. Produzione, uso e significato nel mondo antico” (2011), che presenta un interessante contributo di Manuela Catarsi sulle cinture ageminate dalle necropoli longobarde dell’Emilia occidentale

In collaborazione con il Centro Studi per l’Archeologia dell’Adriatico, in cui spicca per la serie dei “Quaderni” troviamo poi l’agile volume a cura di Federica Guidi “A tavola con gli antichi” (2007)  che indaga il rapporto tra l’uomo e il cibo nei suoi risvolti economici e culturali dalla preistoria all’età romana, passando attraverso l’analisi del mondo etrusco e di quello greco: viene così mostrato come in ogni contesto l’alimentazione accanto agli aspetti più propriamente materiali rivestisse un profondo significato simbolico e ideologico, intrecciandosi strettamente con le strutture e le forme del potere.

Segnaliamo infine (ma riprenderemo il discorso altrove…) la bellissima sezione tutta dedicata più giovani: AnteQuem Ragazzi, una serie di divertenti volumi – la collana si intitola i “CercaStoria” – interamente illustrati che accompagna gli “archeologi in erba” alla scoperta delle civiltà del passato con un linguaggio semplice e accattivante, bei disegni  e storie avvincenti. Finora protagonisti i vichinghi, gli egizi e gli affascinanti romani di Ercolano.

Il livello dei contributi è sempre molto elevato; abbiamo trovato le pubblicazioni estremamente curate anche nella veste grafica e nella scelta delle immagini, tutte qualità che ne rendono ancora più  apprezzabile la lettura e la consultazione. Il che, soprattutto di questi tempi, è vanto non da poco.

Qui sotto, alcune delle ultime novità editoriali. Per informazioni, acquisti e catalogo completo: www.antequem.it


RCAlberto Giudice, Giancarlo Rinaldi (a cura di), Realia Christianorum. Fonti e documenti per lo studio del cristianesimo antico (Atti del Convegno, Napoli, 14 Novembre 2014), Collana “Ricerche” 3, Ante Quem, Bologna 2015
€ 14,00; formato 17×24 cm; pp. 224 in b/n
ISBN 978-88-7849-097-0

Il Convegno di Studi Realia Christianorum. Il contributo delle fonti documentarie allo studio del cristianesimo antico, giunto nel 2014 alla seconda edizione presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), procede nel segno dell’integrazione delle diverse discipline che contribuiscono alla comprensione della vicenda storica degli  antichi cristiani inserita nella più ampia cornice della storia del Mediterraneo antico e della Tarda Antichità. La ragion d’essere del volume è quella di dimostrare come dall’integrazione delle diverse discipline, che hanno il fine di ricostruire la Storia, sia possibile delineare in dettaglio alcuni fenomeni storici fondamentali, evidenziandone ideologie e tratti distintivi e soprattutto illuminandone adeguatamente la complessità.

Indice: Presentazione di Gaetano di Palma – Introduzione di Alberto Giudice, Giancarlo Rinaldi – Giancarlo Rinaldi, Spigolature storico-archeologiche in margine agli Atti degli Apostoli – Lietta De Salvo, A proposito di alcune attività economiche degli uomini di Chiesa (IV-VII secolo) – Facundo D. Troche, L’uso dei papiri documentari come fonti per l’esegesi delle scene di pesca dei vangeli – Alberto Giudice, Culto dei santi e vescovi evergeti. Alcune riflessioni – Mario Iadanza, Francesco Bove, La cattedrale di Benevento. I risultati storici dell’indagine archeologica – Carmelo Pappalardo, Testimonianze di fede nelle epigrafi delle chiese di Siria-Palestina – Maria Amodio, Le basiliche cristiane e le trasformazioni dello spazio urbano di Neapolis tra IV e VI secolo – Anita Rocco, Risorse digitali per la ricerca storica: l’esempio di EDB, database delle iscrizioni dei cristiani di Roma – Giovanna Martino Piccolino, I Realia Christianorum nel curriculum scolastico: l’esperienza di una docente.


CCIsabella Baldini, Veronica Casali, Giulia Marsili (a cura di), Città cristiana, città di pietra. Itinerario alle origini della Chiesa di Bologna, Ante Quem, Bologna 2016
€ 14,00; formato 21×21 cm; ril. bros., pp. 96, in b/n e a colori
ISBN 978-88-7849-110-6

La Bologna dei primi secoli del Cristianesimo è illustrata nel percorso fotografico che ha dato spunto al volume, nato dalla collaborazione tra l’Università di Bologna, la Chiesa di Bologna, la Soprintendenza archeologica e altri enti territoriali (Bologna, Raccolta Lercaro, 19 maggio 2016-26 febbraio 2017). L’impianto urbano tardoantico è al centro di un’accurata rassegna di monumenti, oggetti, fonti letterarie ed epigrafiche, che permettono di riconoscere i tratti di una Città ormai in gran parte scomparsa. In una realtà topografica poco estesa, emergono gli edifici religiosi intorno ai quali si profilano i percorsi urbani e si addensano le nuove attività religiose, in un clima sociale di forte confronto.

Presentazione di Andrea Dall’Asta S.I. Testi di Isabella Baldini, Chiara Barbapiccola, Veronica Casali, Salvatore Cosentino, Renata Curina, Dario Daffara, Giulia Marsili, Nicola Naccari, Paola Porta.


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Sisma, recuperato l’Archivio Storico di Amatrice / GALLERY

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Foto: Archivio di Stato di Rieti.

ROMA – È stato recuperato l’archivio storico del Comune di Amatrice. L’operazione, effettuata dai tecnici delle squadre di rilevamento danni del MiBACT assistiti dai restauratori dell’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario e coadiuvati dai Vigili del Fuoco, dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e da uomini e mezzi del Corpo Forestale dello Stato, ha permesso di salvare 774 faldoni e 318 registri per un totale di 7871 fascicoli.

La ricca documentazione che conserva la memoria storica di Amatrice è stata già trasferita presso l’Archivio di Stato di Rieti dove verrà ricondizionata e, dove necessario, restaurata. Tra i documenti più importanti vi sono i preziosi registri dello stato civile napoleonico e il catasto murattiano, parte dei quali erano già in restauro presso l’Archivio di Stato di Rieti. Tra i tanti è stato recuperato un faldone che contiene le carte riguardanti i progetti di miglioramento del corso Umberto I che oggi offre una delle immagini più emblematiche della devastazione di Amatrice. I primi documenti risalgono al XVIII secolo, dal momento che i terremoti del 1639 e del 1703 avevano a suo tempo provocato la dispersione della documentazione precedente.

“Il tempestivo intervento del MiBACT – ha dichiarato il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – ha permesso di salvare per intero un importante patrimonio documentario, evitando che Amatrice, oltre alla devastazione di un sisma, subisca anche la cancellazione della propria memoria storica, come purtroppo avvenuto in passato. Prosegue così il prezioso lavoro che i tecnici del ministero stanno compiendo insieme ai carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, i vigili del fuoco e la protezione civile per recuperare e mettere in sicurezza opere e beni di valore storico e artistico di grande significato per le comunità cui appartengono e per l’intero Paese”.

Fonte: Comunicato ufficiale Mibact. Foto: Archivio di Stato di Rieti.

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EVENTI / “Santuari mediterranei tra Oriente e Occidente”, ecco gli atti del convegno

ROMA – “Santuari mediterranei tra Oriente e Occidente. Interazioni e contatti culturali”: gli Atti del convegno internazionale, organizzato dalla Soprintendenza a Civitavecchia nel giugno 2014, vengono presentati giovedì 8 settembre, alle ore 17.00, presso la British School at Rome. Nell’antichità il Mediterraneo era una strada mobile, che legava popoli diversi, a volte ostili tra loro, ma alla fine uniti nelle stesse attività commerciali, negli stessi viaggi, nella devozione a dèi che, sotto sembianze diverse, incarnavano in fondo lo spirito di tutti. Santuari greci, etrusco-italici, fenici, iberici e nordafricani sono messi a confronto attraverso i risultati delle più recenti ricerche archeologiche, che vogliono focalizzare l’attenzione sui processi di interscambio culturale. Non a caso il convegno si è tenuto a Civitavecchia, grande porto di scambio e luogo dell’Etruria da sempre caratterizzato da una spiccata vocazione internazionale. La pubblicazione degli Atti consente ora di raccogliere e offrire al pubblico le ricerche dei tanti studiosi provenienti dai diversi paesi lambiti dal Mare Nostrum ed è la testimonianza più tangibile della volontà di mantenere vivo il dialogo tra le genti del Mediterraneo.

Il volume, realizzato grazie al supporto dell’Autorità Portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta e curato da Alfonsina Russo Tagliente e Francesca Guarneri, viene presentato da Attilio Mastrocinque, Professore ordinario di storia romana all’Università degli Studi di Verona, e da Paolo Xella, Dirigente di ricerca emerito ISMA-CNR, Pontificia Università Seraphicum. Introducono Cristopher Smith, Direttore della British School at Rome, e Alfonsina Russo, Soprintendente per l’archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. Interviene inoltre un rappresentante dell’Autorità Portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta.

Info: www.archeologialazio.beniculturali.it